E al decimo giorno…

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Il Dio Mitra

 

…Al decimo giorno la Strega si rifece viva.
Lo so che generalmente – e soprattutto in questo periodo – ci si attende un ritorno dopo tre giorni di assenza, ma siamo seri: tre giorni non bastano mica per rientrare in grande spolvero!

A ogni modo, signore e signori, sono di nuovo qui a scrivere dopo un periodo che ha sommato lo stress pasquale a una settimana in cui ho dovuto coprire anche i compiti del ménage del Covo e dell’attività rambica che di solito spettano alla Genitrice. Di organizzare articoli per questo blog, lo capirete, non ne avevo il tempo e nemmeno la forza, ma lasciamoci il passato alle spalle! 😀

Infondo, il fatto che io non abbia scritto non significa che io non abbia raccolto aneddoti, quindi pazientate ancora un paio di giorni: saprete tutto di letture, clienti, personcine particolari et similia a tempo debito. 😉

Iron-MuscleMan

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Dopo anni e anni di acuta osservazione, sono giunta alla conclusione che i migliori aneddoti mi giungono dai clienti tranquilli, anche un po’ timidi. Quelli che salutano a mezza voce, sapete, che parlano poco e tengono gli occhi bassi, e magari arrossiscono anche un poco, quando chiedi loro come stanno o se puoi fare qualcosa per aiutarli.
Sono loro, in definitiva, le acque chete che erodono i ponti del mio benessere psichico.

L’ultimo cliente di questo genere è arrivato all’attività rambica un paio di settimane fa, per il suo allenamento. Io gli ho sorriso da dietro la reception, lui ha abbassato lo sguardo e mormorato un saluto non intelligibile. Io gli ho dato la chiave per un armadietto e poi ho continuato a svolgere gli altri incarichi, dimenticandomi di lui per circa quindici minuti, quando, sorridendo, passo lungo la sala pesi controllandone gli occupanti.

L’occhio mi cade, dunque, su detto cliente, che ha evidentemente qualcosa di strano, ma non registro subito che cosa sia. Mancavano pochi giorni alla mia partenza alla volta di Stonehenge, ed ero piena di cose da fare, così il mio cervello non ha immediatamente registrato quale fosse il problema e ha comandato al mio corpo di proseguire nel giro d’ispezione, come se nulla fosse. Il momento in cui ho coscientemente realizzato la stranezza a cui ero passata davanti è arrivato circa cinque secondi dopo l’impulso visivo che era stato inoltrato al mio organo del pensiero stregonesco. Immediatamente, mi sono bloccata. Poi, come in un film, ho ripercorso i miei passi fino a tornare davanti al cliente, certa di aver visto male, certa di aver sofferto di una specie di lapsus visivo, o che so io. Avevo visto benissimo.

Il cliente stava facendo gli squat indossando questo:

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…L’abbigliamento adatto per sviluppare muscoli d’acciaio!

La georgiana Bath, tra le terme romane e Jane Austen

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Veduta aerea del Royal Crescent e di The Circle

Bath è una cittadina termale inglese nella contea del Somerset, a circa tre ore di macchina da Londra, che sorge sulle due sponde del fiume Avon. Il luogo era conosciuto già all’epoca dei Celti (circa 2500 anni fa), ma le terme, che sfruttavano e sfruttano ancora l’unica sorgente di acqua sulfurea calda della Gran Bretagna, furono costruite nel 43 d.C. dai romani, che le chiamarono Aquae Sulis. Chi, come me, ha un’insana passione per i romanzi di Bernard Cornwell ha probabilmente avuto un tuffo al cuore nel leggere quelle due parole latine, ma nel periodo di Derfel, Merlino e Artù la storia della cittadina era appena cominciata, perciò ci tocca proseguire.

L’odierno nome della città è sassone, ma la Bath di adesso fu interamente costruita in Era Georgiana, ovvero a cavallo tra le decadi finali del 1700 e la prima metà del 1800, quando al trono d’Inghilterra si succedettero quattro “re Giorgio”. É stata un’epoca di grandi cambiamenti sia a livello politico- la perdita delle colonie americane, le guerre napoleoniche, la colonizzazione dell’Australia -, che sociale – vengono costruiti i primi orfanotrofi, la schiavitù viene abolita -, che naturalmente si riflettono anche sulle persone. Sempre più inglesi si trovano dotati di mezzi economici sufficienti per viaggiare e concedersi dei vizi, e gli abitanti di un anonimo villaggio in cui scorre una sorgente di acqua sulfurea con proprietà curative pensano di approfittarne. É in questo modo che nasce la Bath che possiamo visitare oggi, con il suo impianto neoclassico, l’abbazia neogotica e i riferimenti all’architettura rinascimentale italiana.

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Il Pulteney Bridge, completato nel 1774 in stile Palladiano sul modello del Ponte Vecchio di Firenze.

Non dimentichiamo, inoltre, che l’inizio dell’Ottocento è un periodo di grande ripresa per la cultura inglese (il British Museum di Londra fu fondato nel 1753) e la letteratura in particolare, con i lavori dei romantic poets della prima e della seconda generazione e i romanzi di Henry Fielding e Jane Austen, la cui personalità impregna Bath.

L’Autrice di Orgoglio e Pregiudizio e molti altri romanzi visse per meno di cinque anni in questa località termale e vi tornò saltuariamente per brevi periodi, inoltre, solo due dei suoi lavori – Persuasion e Northanger Abbey – sono qui ambientati, ma gli abitanti di Bath non hanno evidentemente perso il talento di approfittare di ogni scampolo d’interesse turistico disponibile. Passeggiando per le belle vie lastricate della cittadina, come vedremo, non è difficile ritrovare traccia della Austen quasi a ogni piè sospinto.

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La volta dell’Abbazia di Bath

Il fulcro della città è l’Abbazia, che ha origini normanne (ancora prima in loco esisteva un monastero sassone) ed è poi stata ampliata e ristrutturata in stile gotico. É possibile visitarla con un’offerta libera, oppure si può approfittare del Tower Tour (6 sterline): la salita lungo i duecentododici scalini della torre campanaria. La chiesa da sulla stessa piazza delle Terme Romane (entrata: 15 sterline) e del municipio (Guildhall), ed è proprio vicino al punto informativo per turisti, che in realtà a me è sembrato più un negozio di souvenir.
Dalla piazza dell’Abbazia ci si può incamminare verso la zona più “in” della città, oppure verso il fiume Avon per esplorare i suoi ponti e passeggiare lungo la North Parade.

 

ab9a81682eb9a44a15d71f244f0ee52eLa zona più elegante di Bath è a circa dieci minuti a piedi dalla piazza dell’Abbazia e consiste nel viale Royal Crescent, che si apre su un bellissimo parco, e nel The Circle, la piazza con una piccola aiuola verde al centro. Gli amanti della serie BBC di Persuasion non potranno non ricordare la topica scena di Anne Elliott che rincorre il capitano Wentworth sui lastricati di questa zona elegantissima, sotto la pioggia, gli altri possono approfittare di una giornata di sole per sedersi al parco del Royal Crescent, riposarsi e mangiare qualcosa.

Da The Circle, prendete Bennett Street, dove ha sede il Fashion Museum, il museo della moda, che raccoglie capi di stile ottocentesco. L’entrata costa 9 sterline (potete anche vestirvi con alcune riproduzioni dei vestiti dell’epoca e scattarvi una foto), ma è possibile visitare gratuitamente la parte dell’edificio che comprende le Assembly Rooms, ovvero le sale utilizzate per le feste e i ritrovi organizzati in città.

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Una delle Assembly Rooms, che si affacciano su una piccola saletta ottagonale

Prendendo invece Barton Street, sempre da The Circle, in cinque minuti arriverete al Jane Austen Centre (11 sterline per l’ingresso), un museo, manco a dirlo, dedicato alla figura dell’autrice inglese in cui lo staff vi accoglie nei panni e nello spirito dei personaggi più celebri usciti dalla sua penna. Al secondo piano del museo c’è una sala da tè il cui ingresso è gratuito e che effettua anche servizio gluten free, anche se è consigliabile prenotarlo prima, perché le scorte di scones et similia senza glutine si esauriscono in fretta, soprattutto nel weekend.

Tornare verso l’Avon è piuttosto semplice: vi basta puntare il campanile dell’abbazia, che è visibile più o meno ovunque in città, e raggiungerlo. Girando attorno alla chiesa vi troverete quindi sul lungofiume, che potrete percorrere fino al famoso Pulteney Bridge. In alternativa, potrete pagare le 4 sterline necessarie per fare un giro sulla North Parade, la stradina che segue la sponda nord del fiume, affiancata da un bellissimo giardino con ponticelli e gazebo.

La visita a questa cittadina termale è stata piacevole, ma personalmente non mi è rimasta nel cuore. Forse è a causa di una mentalità che punta un po’ troppo al guadagno dal turismo, che ha rivestito Bath intera di questa patina da “siamo cordiali e gioviali abitanti del sud dell’Inghilterra: amateci e visitate i nostri musei! Mangiate i nostri dolci tipici, fatevi una foto vicino al manichino di Jane Austen!”, che è un pochino sopra le righe. Sono però contenta di esserci stata, e soprattutto di aver goduto di una giornata favolosa, con una temperatura mite e un sole che scaldava le ossa. E pazienza, se Wentworth preferisce la pioggia. 😉

Stonehenge – Osservazioni Astrali, Excalibur e Magie

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<<“Proprio lì, Derfel, Merlino mi diede Excalibur”. (…) Si era fermato di nuovo e guardava, al di là delle scure sagome dei suoi uomini addormentati, la pietra al centro del cerchio. Mi parve che la lastra rilucesse nel chiaro di luna, ma forse si trattava solo di uno scherzo dell’immaginazione.
“Merlino mi obbligò a spogliarmi e a stare in piedi su quella pietra per tutta la notte” proseguì Artù “Il vento portava la pioggia, faceva freddo. Merlino salmodiò i suoi incantesimi e mi costrinse a tenere la spada a braccio teso, senza cambiare mai posizione. Il braccio, ricordo, mi pareva di fuoco e poi alla fine s’intorpidì.”
Esitò, con lo sguardo perso nel vuoto. “Ma Merlino non mi permise di deporre Excalibur” riprese ” ‘Tienila!’ mi gridò. ‘Tienila!’ E io rimasi lì, tremante, mentre lui evocava i morti come testimoni del suo dono. E i morti giunsero, Derfel, file e file di guerrieri con orbite vuote ed elmi arrugginiti, accorsi dall’Oltretomba a vedere la spada che mi veniva data.”>>

 

Quello che leggete qui sopra è un estratto del Romanzo di Excalibur di Bernard Cornwell, e non apre a caso questo post. Sapete, io ho desiderato visitare Stonehenge dalla prima volta in cui ho letto il citato ciclo di romanzi, che poi sono diventati una delle mie letture del cuore; parliamo della fine degli anni Novanta, e forse non avevo nemmeno dieci anni. Capirete, quindi, che la gita a Stonehenge dello scorso weekend aveva per me un significato particolare, e che era molto sentita.

Magari, però, alcuni di voi non hanno ben chiaro ciò a cui mi riferisco, quando parlo di Stonehenge. Si tratta di un sito neolitico, che si trova nella regione inglese del Wiltshire, a circa tredici chilometri a nord ovest della città di Salisbury. In definitiva, si tratta di un insieme circolare di megaliti, ovvero di grosse pietre.

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Eccolo qui, signori, per i vostri occhi: Stonehenge

Ma come, spendi tutti ‘sti soldi per andare a vedere quattro massi? Mi direbbe – e mi ha detto – qualcuno d’innegabile senso pratico. Sì, signori miei, ho preso l’aereo fino a Londra, ho pernottato in hotel, mi sono svegliata prestissimo e, provata dall’assenza di sonno, ho preso posto su un pulmino che ha sfrecciato per strette stradine della campagna inglese solo per vedere un mucchietto di massi. Mucchietto largo trentatré metri con megaliti pesanti dalle quattro alle cinquanta tonnellate, che si trova sulla stessa verdissima collina più o meno dal 3000 a.C. E me lo sono goduto tutto.

Stonehenge – patrimonio dell’UNESCO dal 1986 – è stato costruito in diversi periodi, l’ultimo dei quali termina nel 1600 a.C., e sostanzialmente si compone di una fossa circolare, al cui interno sono disposti anelli concentrici di due tipi di pietre. Le più grandi, in gneis, provengono da un sito a circa trenta chilometri da Stonehenge, mentre le più piccole – le così dette blue stones, in dolmerite – sono state trasportate fin nello Wiltshire dal Galles lungo un percorso di più di duecento chilometri. Mica male per gli uomini dell’Età della Pietra, eh? Il popolo che ha edificato un’opera così mastodontica non conosceva la scrittura, così noi non sappiamo per certo quale fosse la funzione di Stonehenge. C’è chi teorizza che si tratti di una specie di calendario solare, chi che si tratti di un tempio religioso. Secondo altre teorie, sarebbe un’antica area funeraria, oppure un luogo di guarigione… Al momento, è un sito archeologico turisticamente abbastanza rinomato, nonché un luogo che riveste grande importanza per il Neopaganesimo (pare che si possano incontrare dei Druidi a Stonehenge: in Inghilterra ne esistono ancora circa diecimila).

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All’alba del solstizio d’estate il sole passa attraverso i tre triliti (gli “archi” di pietre) a nord est

Quello che posso dirvi io è che si tratta di un luogo affascinante, in cui l’intelligenza della gestione permette ai turisti di vivere l’esperienza della visita nel modo più autentico possibile. Pullman, auto e altri mezzi di trasporto si fermano alla base della collina, in un parcheggio a pochi passi dal nuovissimo centro turistico, che acclude un piccolo museo la cui visita è compresa nel biglietto, e un café spazioso e pulito, dove rifocillarsi (attenzione ai celiaci: non ci sono scelte gluten free, a meno che non vogliate accontentarvi di frutta e caffè.) e riposare. La salita, di poco meno di cinque chilometri, fino ai megaliti si può fare a piedi o più comodamente a bordo delle frequenti navette di trasferimento, che partono da e per Stonehenge ogni due minuti e ci arrivano in meno di cinque.
Una volta sulla cima della collina… comincia la vostra esperienza. Il biglietto d’ingresso comprende audioguide piuttosto dettagliate e ci sono numerosi cartelli informativi lungo tutto il percorso che seguirete, ma io personalmente vi consiglio di non farci troppa attenzione e semplicemente godervi l’atmosfera del luogo. Il vento forte che scompiglia i capelli, l’erba incredibilmente verde. Il volubile cielo inglese che sembra quasi di poter toccare. E poi, naturalmente, il Cerchio di Pietre.

11115395676_2f7bdbf35b_bNon sono capace di descrivervi l’emozione che si prova a stare lassù, così vicino a quei massi giganteschi, che sono lì da più tempo di quello che si riesce a immaginare, e che lì sono stati portati con un considerevole sforzo e un enorme sacrificio di mezzi e vite per perseguire uno scopo che semplicemente non è sopravvissuto alla prova della sua passata esistenza. Dovete vedere con i vostri occhi, dovete andarci. Se potete, prima informatevi sulle leggende che gravitano attorno a Stonehenge, sul Tallone del Prete o sulla Pietra del Sacrificio. Forse, una volta lì, vicino a quei quattro sassi, sembrerà anche a voi di vedere un giovane uomo pallido reggere una spada ancora troppo grande per lui, in attesa degli incantesimi di Merlino.

 

 

 

P.S. Per chi volesse leggere qualcos’altro del mio amato Bernard Cornwell – oltre al Romanzo di Excalibur che DOVETE, tutti, recuperare -, vi segnalo che ha scritto un romanzo intero su Stonehenge (volete indovinare come si chiama? :D), in cui, tra l’affascinante trama e i personaggi mai scontati, illustra meravigliosamente il metodo di trasporto delle pietre.

Sono Tornata!

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Quando viaggio non ho minimamente l’aspetto della deliziosa signorina qui sopra, men che meno quando l’aereo atterra in un aeroporto come Stansted, con il trasferimento fino in città che assomiglia molto a un viaggio della speranza. L’immagine, quindi, è ai soli fini rappresentativi del post che segue. 🙂

Ditelo, che in realtà non vi eravate nemmeno accorti che ero andata via!
E invece la qui scrivente Strega si è effettivamente presa una meritata vacanza, seppur brevissima: il tempo di un weekend. Domenica sera ero già di ritorno al Covo, pronta per cominciare un’altra meravigliosa settimana piena di nuove avventure e nuovi soggetti per i prossimi post! Come dite? Se in tre giorni ne ho trovato qualcuno? Ma certo che sì!

 

La meta del mio brevissimo viaggio è stata ancora una volta Londra, ma solo come punto di partenza per una gita di cui vi racconterò nei prossimi giorni, che mi ha portata in un luogo che desideravo vedere da più di dieci anni e che non mi ha lasciata delusa. Una vacanza positiva, quindi, in cui faccio veramente fatica a individuare delle zone d’ombra a differenza di quelle del passato recente… Insomma, chi vi scrive è una Strega felice.

Attendete un post sulla mia visita a Stonehenge e Bath a breve, dunque! Per il momento vi auguro una buona giornata. 😉

Marzo è un Mese Saggio

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…E se non è stato proprio un mese saggio, sicuramente è stato un mese di saggistica per me. 😉 I libri letti in questo mese sono due saggi: uno di filosofia e l’altro di storia dell’arte, uno breve e l’altro decisamente prolisso. Uno è un regalo molto apprezzato e l’altro un prestito generoso. Entrambi sono stati letture illuminanti.

L’Enigma di Piero: L’ultimo bizantino e la Crociata fantasma nella rivelazione di un grande quadro, S. Ronchey. Il grande quadro di cui si parla nel titolo è questo:

 

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La Flagellazione di Cristo, Piero della Francesca.

La Flagellazione di Cristo è una tavola di legno di circa 58×81 cm (poco meno di un poster: potreste appendervela in camera!), dipinta a tempera da uno dei massimi esponenti della pittura umanistica, Piero della Francesca, e conservato alla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, che vi consiglio sentitamente di visitare, se ne avrete l’occasione. Quest’opera, di cui non si conosce né la data esatta, né il vero significato (notate che l’oggetto della tavola, la flagellazione, è sullo sfondo e non in primo piano!) costituisce il fulcro del saggio di Silvia Ronchey, che illustra la sua teoria, secondo la quale la Flagellazione rappresenterebbe la delicata situazione dell’impero bizantino e la missione, poi fallita, di risollevarlo dalla sua caduta, avvenuta del 1453. Il tutto, in più di cinquecento pagine di una scrittura fluida e vivace, ricca di particolari e aneddoti insoliti, di ritratti dettagliati dei grandi personaggi dell’epoca e di vere e proprie analisi politiche. L’Enigma di Piero, come avrete intuito, è un saggio estremamente affascinante – non uno di quelli che si leggono per rilassarsi: bisogna metterci un po’ di testa! -, ma ha l’unico difetto nell’essere un po’ dispersivo. La Ronchey organizza la sua dissertazione in brevi capitoletti, che però non seguono – o non sembrano seguire – un vero e proprio filo logico e saltano di argomento in argomento senza che il lettore ne intuisca il filo conduttore fino a molto in avanti con la lettura, che è comunque estremamente interessante.

Platone. Repubblica, S. Blackburn. Simon Blackburn è un filosofo britannico contemporaneo, che fino al 2011 ha insegnato all’università di Cambridge. Nel 2006 ha scritto un breve saggio sulla Repubblica di Platone, che io ho ricevuto come regalo di Natale da un’amica solo geograficamente lontana. É stata una lettura interessante, perché Blackburn non si limita a sintetizzare le conclusioni dei dialoghi di Socrate e compagni redatti dal filosofo greco, ma offre spunti di riflessione e comparazioni con altri grandi filosofi moderni, costruendo collegamenti di pensiero che non tutti riterrebbero scontati. Il pregio più grande di Platone. Repubblica è sicuramente la brevità del testo, che però è molto denso di contenuti e impone una certa concentrazione. Avere una copia dell’opera di Platone da consultare durante la lettura del saggio di Blackburn è decisamente d’aiuto per la sua comprensione.

 

Dopo aver terminato questi due saggi, mi sono dedicata nuovamente alla narrativa, come potete vedere dal box delle letture di Goodreads. Dovete attendervi un post di fine aprile dal sapore… mitologico! 😉

Logiche Deduzioni

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Come vi ho già accennato, in questi giorni ho dovuto affrontare tutto l’iter per il rinnovo della patente di guida della scopa, un documento essenziale per una Strega che si rispetti, lo capirete anche voi. Nonostante il, ehm… piccolo incidentino alle Poste, settimana scorsa mi sono recata all’ufficio di zona per la visita medica previo il superamento della quale mi sarebbe stata spedita a casa la nuova patente.

In una giornata uggiosa, quindi, mi armo di pazienza e di materiale per il lavoro che posso espletare anche seduta su una seggiolina di plastica della sala d’attesa e mi reco in tale ufficio all’ora concordata. Arrivo in anticipo, come sempre, e rimango piacevolmente sorpresa di essere anche chiamata in anticipo (anche se una vocina interiore mi chiede che cosa sarebbe successo se io avessi spaccato il secondo e l’operatore mi avesse chiamato in anticipo, non trovandomi: il terrore di dover rifare tutta la procedura!).
Comunico a un operatore la mia altezza e il mio peso (“Come, non sa quanto pesa di preciso?!” “No, guardi, non mi peso così di frequente…” “Ma Lei è una donna!” -.-‘) e poi vengo spedita nell’ufficio del medico.

É, questo individuo, un uomo sulla cinquantina, con un marcato accento napoletano e un sorriso pacioso sul viso, con il quale mi accoglie senza nemmeno alzarsi dalla sedia. Io mi accomodo sulla mia, e cominciamo la visita.

Medico: “Dica, Lei porta le lenti a contatto?”
Strega: “Sì, per la miopia.Vuole vedere le scatolette e i miei occhiali da vist-“
M: “No, si figuri! Mi fido! Sa che io non le ho mai potute portare? Vede, col fatto che sono astigmatico…”

[segue una lunga tiritera sui patemi del dottore, che all’epoca non sopportava le lenti semirigide e che adesso è troppo vecchio per quelle morbide, durante la quale la qui scrivente applica la modalità Cliente Dell’Attività Rambica, che prevede un sorriso smagliante e lo spegnimento della zona cerebrale dedicata all’ascolto attivo]

M: “… ad ogni modo, Lei non ha pagato per parlare di me. Ah-ah!” (Cosa c’è da ridere?!)
“Mi dica, Lei ci vede bene?”

S: “S-sì.”

E qui, signori, il mio interlocutore dimostra spirito di osservazione combinato a logiche deduttive che lo pongono sullo stesso piano di Sherlock Holmes.

M: “E ci sente anche, perché altrimenti non mi avrebbe risposto! Molto bene, per me è tutto a posto. Può andare e arrivederci!”

 

… Mi domando a che servano gli esami medici, quando lo Stato ha dipendenti che possono sostituirli con un semplice colloquio durato la bellezza di sette minuti e venti secondi.

Il Faust e l’Opera di Pechino

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Faust, anziano studioso, tentato da Mefistofele. Foto della galleria del Teatro Elfo Puccini, come tutte le altre di questo post.

Quella di Faust è una figura letteraria affascinante; generalmente si tratta di un uomo ricco di conoscenza, talvolta un mago, che cede al diavolo la sua anima in cambio di poter godere di poteri sovrannaturali. Dal XVI secolo in poi, questo mito è stato trattato da una gran varietà di autori (basti pensare al Doctor Faustus di Christopher Marlowe, oppure alla resa di Alexandr Puskin o di Hector Berlioz), ma – e questo è un parere estremamente personale, badate bene! -mai con la stessa profondità e intimità del poema drammatico di Johann Wolfgang von Goethe (1749 – 1832).

Questo mostro sacro della letteratura mondiale mi è sempre piaciuto, sia perché amo follemente le sue opere, che per il ritratto dell’uomo che la storia ci ha affidato. Dovete sapere che il signor Goethe non si è distinto solo in campo letterario, ma anche nella pittura, nella scienza, nella filosofia e – last but not least! – nella politica. Ha avuto una vita lunga, ricca e proficua – gli riusciva tutto bene, sempre e in qualunque circostanza: pazzesco! -, durante la quale non ha mai smesso di lavorare al suo Faust. Oltre alla straordinaria resa del personaggio che da il nome all’opera e del diavolo Mefistofele, è enormemente interessante notare come nel testo emergano i cambiamenti avvenuti nello stesso autore durante le fasi della sua vita, da quella più passionale e ribelle dello Sturm un Drang giovanile al periodo classico degli anni maturi, fino alla posatezza dell’età avanzata… d’accordo, d’accordo: mi fermo qui. L’elenco dettagliato dei motivi per cui io adoro il Faust non è l’oggetto di questo post.

Qualche giorno fa, infatti, sono andata a vedere una rappresentazione della prima parte del dramma di Goethe, rivisitata per aderire agli schemi dell’Opera di Pechino, ovvero il particolare genere teatrale cinese dalla tradizione secolare e dai rigidi schemi interpretativi, che unisce canto, recitazione, danza e tecniche acrobatiche in un unico spettacolo.

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Faust, Valentino e Mefistofele.

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Mefistofele, in tutta la sua gloria da diavolaccio!

É stata un’esperienza entusiasmante!
La visione dello spettacolo è molto affascinante, nonostante le barriere linguistiche (gli attori, cinesi, parlano in mandarino poetico e, anche se ci sono i sovratitoli in italiano, l’occhio dello spettatore non può contemporaneamente seguire i movimenti degli interpreti e lo scorrere delle parole). I colori dei costumi e del trucco di scena colpiscono per la loro vivacità quanto le movenze incredibilmente aggraziate dei quattro attori catturano l’occhio del pubblico fino alla fine della scena. A tutto si aggiunge una musica suonata dal vivo – gli strumenti hanno posto sul palco, da un lato -, che mescola strumenti e melodie tipicamente cinesi con altri di della tradizione occidentale, in un connubio che da un lato ci rende le sonorità orientali più appetibili e dall’altro è terreno fertile per alcune uscite umoristiche che spezzano la tensione.

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Valentino cerca di accoppare Faust, che si è preso un po’ troppe libertà con sua sorella Margherita, ma Mefistofele è di altro avviso.

Quello che però mi ha colpito di più non è il livello visivo, ma quello concettuale della rappresentazione, perché, nonostante tutti siano tremendamente cinesi, nonostante le acrobazie, i combattimenti e un diavolo con un copricapo che lo faceva assomigliare più a uno scarabeo che a un demonio tentatore, i personaggi sono esattamente gli stessi usciti dalla penna di Johann Wolfgang von Goethe nel primo Ottocento. Il fascino ironico di Mefistofele è lì, vicino alla disperazione di Margherita, all’impulsività di Valentino e al desiderio di Faust di approfittare a piene della seconda possibilità che gli viene offerta su un piatto d’argento, sia quel che sia.

 

 

É come se la giovane regista tedesca Anna Perschke, coadiuvata dalla China National Peking Opera Company, avesse voluto mostrarci che, nonostante Occidente e Oriente sembrino due mondi lontani e distinti, sono più simili, intimamente, di quanto potremmo sospettare.

Stacco la Spina

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Trovandomi in necessità di dover rinnovare la mia licenza di pilotaggio della scopa, qualche settimana fa ho preso appuntamento per la visita medica prevista per il rilascio del permesso di volo. Per tale visita – volta senza dubbio a un approfondito esame della mia attitudine fisica a viaggiare a diversi piedi da terra – è ovviamente d’uopo pagare anticipatamente alcuni bollettini postali.

Questo è il motivo per cui alcuni giorni fa mi sono recata all’ufficio postale, ho preso il numerino e ho atteso diligentemente il mio turno, quando, tentando di pagare con il bancomat…

Impiegata: “Non ci posso credere. Non. Ci. Posso. Credere!”
La Strega: “Ahem, mi scusi, a cosa non può credere di preciso?”
Impiegata: “Il computer si è bloccato! Di nuovo! Non ci posso credere!”

Intuisco che la cosa si è già verificata in passato, il che non mi sorprende, e che nessuno è stato in grado di trovare il punto dolente del problema e risolverlo, causando grande sconcerto negli impiegati e – immagino – molte scocciature a chi vorrebbe evitare di passare la propria giornata alle Poste. La signora dello sportello mi sembra comunque un po’ troppo frustrata e soprattutto impaziente di sbloccare la situazione per poter tornare a lavorare. Inizialmente, non capisco perché, ma poi…

“Insomma, io non posso mica stare qui senza far nulla! Alle 11:00 ho la pausa caffè con le mie colleghe!”

Non finisco nemmeno di dirmi Ah, ecco!, che la geniale impiegata trova la soluzione al suo problema.

“Ecco che faccio! Io stacco la spina!”

Per un breve istante, penso che intenda prenotare una vacanza alle Hawaii o in Costa Rica, poi mi rendo drammaticamente conto che sta parlando della spina del computer. Sbianco, tento inutilmente di convincerla a non farlo. Le preannuncio conseguenze che nessuno vorrebbe si verificassero, le descrivo una catastrofe che ha toni palesemente apocalittici, ma lei rimane indifferente ai miei sforzi.
Anzi, si china agilmente sotto la scrivania e…

E stacca la spina.

Nell’intero ufficio postale si sente quel particolare rumore che associamo allo spegnimento di qualcosa di grandi dimensioni alimentato a elettricità. Qualcosa di molto grosso. Tipo l’intero sistema dei computer in uso nell’ufficio postale, i dispositivi POS, il totem dei numerini e i due display che li chiamano.
Tutto così, in un soffio.

Una morte dignitosa.

Tale as old as time… Beauty and the Beast

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La Bella e la Bestia, il film animato Disney del 1991, è probabilmente il primo che io mi ricordi di aver visto al cinema. Quando correva quel glorioso anno, la Strega era una treenne con i codini biondi, le fossette sulle guance e già qualcosa che non andava, che si è fatta portare al cinema per vedere lo stesso film almeno quattro volte. Probabilmente la mia passione per il cinema – e intendo l’ambiente dei cinema tanto quanto i film – è nata proprio lì, sulle poltroncine bordeaux dell’Odeon in centro a Milano, mentre Belle andava alla ricerca di un nuovo libro da leggere e suo padre faceva esplodere la casa.

Tutto quanto sopra premesso, pensavate davvero che, seppur con una certa angoscia, io non sarei andata a vedere il remake live action diretto da Bill Condon? Tanto più che uno degli interpreti è Ian McKellen, che ha una voce fantastica, e che fortunatamente esistono sale in cui lo danno in lingua originale… insomma, perdere la possibilità di distruggere un gioioso ricordo della mia infanzia era impensabile!
Ciò che è davvero sorprendente è che, a differenza degli ultimi film sulle favole che ho visto (ahem… vi ricordate Hansel e Gretel, sì? E che ne diciamo di Biancaneve e il Cacciatore?), La Bella e la Bestia è una cosina godibile, a tratti anche divertente, che ho trovato piuttosto piacevole.

La storia, immagino, la sapete tutti e dire che non ci sono grossi stravolgimenti rispetto alla trama del cartone è un eufemismo, perché, in effetti, il 90% delle scene del live action sono esattamente riprese dal film animato, mentre le poche aggiunte aggiungono un lieve realismo alla vicenda dei personaggi, non tanto a favore dei nuovi bimbi, ma palesemente per i bimbi cresciuti che si recano al cinema per puro senso di nostalgia verso l’infanzia passata.

Emma Watson/Belle è affiancata da un Dan Stevens coperto di tutti i pixel della Bestia. Sir Ian McKellen/Tockins non è l’unico altro nome noto del cast, che vanta anche Luke Evans nei panni di un Gaston che ci crede tantissimo (e che non mi è nemmeno dispiaciuto, vi dirò!), Kevin Kline (Maurice), Ewan McGregor (Lumiere), Stanley Tucci ed Emma Thompson (Mrs. Bric). Devo dire che se la cavano tutti anche nelle frequenti parti cantate e coreografate.

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Le scenografie e i costumi sono un sogno fatto realtà: curati fino nei minimi dettagli, per una resa d’insieme che colpisce gli animi fantasiosi e quelli malinconici. Ogni tanto il CGI della Bestia fa i capricci, ma è un dettaglio che notano solo i più puntigliosi.
La colonna sonora è quella originale, con l’aggiunta di un paio di brani inediti che probabilmente potevano rimanere in un cassetto, e delle coreografie in puro stile Disney, che mi hanno strappato molti sorrisi.

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…Quante botte, Gaston! Nella rissa chi morde più forte è Gaston!

 

Veniamo alla parte più cicciosa del post, quella che riguarda le polemiche che un film che ricalca un cartone animato vecchio di sedici anni è riuscito inspiegabilmente a portarsi dietro. La prima riguarda il doppiaggio, che non solo pare essere peggiore – ma è effettivamente possibile? – del solito, ma è reo di aver cambiato le parole delle canzoni originali. Come ho già detto, io ho visto Beauty and the Beast in lingua originale, e quindi non posso confermare né smentire questa diceria, anche se vi posso assicurare che, se fossi stata testimone dello scempio dei vecchi testi, non l’avrei presa per niente bene.
La seconda polemica paragona il film a un’apologia dell’amore omosessuale – parole di una cliente dell’attività rambica, che mi ha informata di ciò.

Pare, infatti, che le attitudini di un particolare personaggio della storia (Le Tont, la spalla di Gaston) abbiano fatto scoppiare uno scandalo di proporzioni notevoli, perché… Signori, io ho visto il film, ma non l’ho mica capito perché. Onestamente, se la resa di Le Tont e/o il fotogramma della scena finale sono apologetici all’amore gay, allora si può dire la stessa cosa di metà dei film con Franco e Ciccio, senza parlare di tutti gli sketch e le scene in cui in Italia si fa comicità ritraendo una “checca”. Io direi che non ci conviene, eh?

Che mi dite, voi? Avete già visto La Bella e la Bestia o avete in programma di vederlo?
Fatemi sapere che cosa ne pensate nei commenti! Io vi aspetterò qui, canticchiando sobriamente tra me e me…

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