‘l Dì di Sant’Ambroes Vedremo… la Butterfly

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butterfly-gallery-1La diretta televisiva della Prima della Scala è uno degli ahimè pochi programmi che valgono la pena di essere visti sulla nostra rete nazionale, quindi perderla sarebbe stato un peccato, anche se non si fosse trattato, quest’anno, di una bellissima Madama Butterfly.

L’opera è una delle più note di Giacomo Puccini (1898 – 1924) e racconta la triste storia di Cio-Cio-San, una giovane ragazza giapponese che sposta F.B.Pinkerton, un americano che ha intenzioni meno onorevoli di quello che lei crede. Poco dopo il loro matrimonio, infatti, Pinkerton riparte per l’America, dove lo attende la sua fidanzata; tornerà in Giappone solo dopo tre anni, per trovare una Madama Butterfly che ancora lo attende assieme al figlio e che nulla sa del suo matrimonio americano. Il finale, come nelle migliori tradizioni dell’opera lirica, è tragico: Pinkerton vuole portare il figlio negli Stati Uniti perché venga educato come uno yankee da lui e la sua moglie legittima e Butterfly, umiliata, ripudiata e col cuore spezzato, si uccide.

La scelta attuata da Riccardo Chailly è stata di portare in scena la prima Madama Butterfly, ovvero la spartitura originale dell’opera così come fu presentata al suo debutto nel 1904, debutto che risultò in un clamoroso fiasco che costrinse, appunto, Puccini a modificare la sua creazione. Oserei dire che ieri sera è andata diversamente, perché la Madama Butterfly della Scala è stata un successo grazie alla magnifica direzione del citato Chailly, ma anche al talento degli interpreti e allo scenario creato per mettere in scena l’opera.

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In questa inquadratura, l’impalcatura di scena sembra una gigantesca voliera, non trovate?

Il regista Alvis Hermanis, che cura anche le scene, ha inserito i personaggi della storia in un contesto dominato da delicati colori caldi e organizzato tramite il gioco delle classiche porte a soffietto delle case tradizionali giapponesi, in tre dimensioni di profondità e tre piani di altezza, sui quali si muovono i personaggi e un bellissimo coro muto che impersona tante geishe. Gli stessi soffietti che dividono gli spazi fungono anche da arredamento e da fondale per a scenografia, perché contengono immagini di famose stampe giapponesi: fiori che paiono cesellati nel metallo, temibili samurai e donne eteree ed eleganti che fanno il paio con quelle che calcano le scene, vestite in splendidi kimoni variopinti.
Ho apprezzato moltissimo la scelta di inserire elementi e gestualità propri del teatro kabuki, soprattutto quando contrapposte alle movenze più spontanee e fluide dei personaggi americani come Pinkerton e Sharpless, perché aumentano la sensazione di trovarsi in un contesto in cui due mondi diversi, forse diametralmente opposti, si scontrano e non sono in grado di trovare terreno comune.

Maria José Siri è una Cio-Cio-san dalla voce stupenda, dolce e molto aggraziata, a cui si contrappone bene Brian Hymel, il Pinkerton con poca spina dorsale e tanto entusiasmo che sicuramente Puccini aveva immaginato. Una menzione particolare va alla Suzuki di Annalisa Stroppa, che mi è piaciuta forse più della Siri, e a Carlos Alvarez/Sharpless, che mi ha catturata con il suo fraseggio.

Al di là della direzione musicale e delle arie che rimangono nel cuore di ognuno (Un bel dì vedremo ha una musicalità unica, secondo me), la Madama Butterfly di ieri mi ha colpita moltissimo per il suo delicato gusto estetico, che richiama molto il gusto giapponese o quantomeno quello che s’intendeva per gusto giapponese proprio nel periodo in cui Puccini ha composto l’opera. Meno male che nessuno ha ceduto alla tentazione di trasporre anche la Butterfly in un contesto più moderno, com’è capitato negli anni scorsi per la Traviata, ad esempio, perché credo fermamente che in qualche modo l’opera ne avrebbe perso in poesia. Forse la storia di Cio-Cio-san è massimamente bella quando viene guardata e ascoltata.

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Novembre con Cormoran Strike – Goodreads Reading Challenge

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Siamo giunti al penultimo appuntamento con la sfida di lettura di Goodreads in una bruma di stanchezza da parte della Strega, che è reduce da un periodo novembrino piuttosto indaffarato, in cui il signor Robert Galbraith mi è stato di grandissimo aiuto.

Chi è costui?
Un nuovo cliente dell’attività rambica? Il mio nuovo datore di lavoro? Un parente lontano, un fidanzato? No, signori!
Per chi non lo sapesse Robert Galbraith è uno pseudonimo utilizzato da una scrittrice che forse conoscete anche voi, tale J.K. Rowling, per scrivere una serie di romanzi gialli incentrati sulla figura del detective Cormoran Strike, che io adoro moltissimo e di cui non potrò mai più fare a meno.

Ho letto tutti e tre i romanzi della serie (Il Richiamo del Cuculo, Il Baco da Seta e La Via del Male) nel mese appena trascorso, cercando di centellinarli in vista dei mesi che mancano alla pubblicazione del quarto volume, ma invano. Li ho divorati tutti e non mi dispiacerebbe riprenderne la lettura da capo!

Riflettendo sui romanzi e mente più o meno fredda, mi accorgo che quello che mi ha affascinato di più è ciò che mi è rimasto nel cuore anche dei volumi di Harry Potter: l’assoluta scioltezza narrativa dell’autrice, il suo linguaggio semplice e provvisto di un’ironia lievemente sottesa, ma mai messa in mostra. E i personaggi! Personaggi a tutto tondo, dalla vittima al carnefice, passando per quelli secondari di supporto fino ad arrivare al signor Strike e alla sua giovane assistente, Robin Ellacott, una delle figure femminili più riuscite degli ultimi tempi.

Non oso raccontarvi nulla delle trame dei libri, perché lo spoiler sarebbe veramente un peccato mortale in questo caso. Non posso fare altro che consigliarvi la lettura dei volumi di questa serie, se ancora non l’avete fatto, o esortarvi a dirmi che ne pensate, se invece avevate incontrato Cormoran prima di me.
Coraggio, sono curiosa? Quale delle tre indagini vi è piaciuta di più? Eravate riusciti a capire chi era l’assassino? Qual è il vostro personaggio preferito??

Romeo and Juliet, la Dolce Vita e Kenneth Branagh

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Attenzione.
Questa non è un’esercitazione, ripeto: non è un’esercitazione. Sto per parlarvi in toni quantomeno entusiastici di una rappresentazione di Romeo and Juliet, di William Shakespeare, per la precisione questa:

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Se volete avere anche solo una vaga idea di come siano i rapporti tra me, Romeo e Giulietta, andatevi a rileggere quello che ho scritto in occasione di un’altra rappresentazione dello stesso dramma, io qui non mi ripeterò, perché farei un torto a quel geniaccio eccelso che è il regista dello spettacolo teatrale. Lui, il solo, l’unico, Kenneth Branagh. L’uomo per il quale ieri sera sono andata al cinema per vedere la registrazione dello spettacolo da lui diretto la scorsa estate al Garrick Theatre di Londra, lo stesso per cui ho sopportato anche Cenerentola. Questo è amore, signori, altro che balconi e feste in maschera.

 

Ma torniamo allo spettacolo, che mi è piaciuto immensamente e che si è rivelato moderno, originale e innovativo, senza che la partitura originale ne sia sconvolta.
Kenneth Branagh, che cura la regia assieme a Tom Ahsford, ha scelto di ambientare il dramma non nella Verona del Cinquecento e nemmeno in quella moderna, ma in una non meglio definita città italiana degli anni Cinquanta, con chiari e evidenti riferimenti visivi alla Dolce Vita di Fellini e ad altri film del genere.

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Da sinistra, Mercuzio, Romeo e Benvolio seduti al tavolino di un bar che potrebbe trovarsi tranquillamente in Piazza di Spagna, con caffè e prosecchino. Il trio canta, anche, tenendo il ritmo a schiocchi di dita.

La scena è un indefinito interno/esterno in lastre di marmo, da cui sorgono o scompaiono colonne e su cui vengono disposti tavolini, sedie di vimini e poco altro, tutto nei toni principali del bianco e nero, come del resto sono i costumi. Si respira un’aria italiana, di quell’Italia stereotipata e un po’ finta che gli stranieri amano tanto (e anche noi: ammettiamolo!), che è accresciuta dal grandissimo lavoro operato da tutto il cast nell’imparare e riprodurre, toni, movenze e finanche parole e intercalari propri della nostra lingua. Questa latinità che Branagh ha conferito alle sue scene e ai suoi personaggi varrebbe già da sola a risollevare le sorti di un dramma che è probabilmente il più conosciuto tra quelli scritti da Shakespeare, ma forse non il più coinvolgente, o almeno non per tutti i tipi di spettatori, ma Kenneth fa di più.

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La festa a casa Capuleti. Ci rendiamo conto della bellezza visiva di questa scena?

Kenneth esaspera l’ironia insita nella battute di Shakespeare del primo atto e ne aggiunge una nuova, silenziosa e muta, che si accorda splendidamente con la giovane età dei due amanti, interpretati da un bravissimo Richard Madden, sorprendentemente espressivo e canzonatorio, la cui unica pecca è una fisicità che non è proprio quella di un ragazzino sedicenne, e Lily James, che invece si cala con più facilità nel ruolo di una ragazzina ed è la Giulietta più simpatica che io abbia mai visto. Romeo e Giulietta meravigliosi, ironici, giovani e adorabili, quindi, il che aiuta a gustarsi l’opera, ma Kenneth fa di più.
Branagh ha la geniale idea – la più geniale di tutta la rappresentazione – di mettere in scena un Mercutio più vecchio di Romeo e Benvolio, un dandy e un viveur modellato sull’Oscar Wilde in esilio a Parigi, un uomo che ha oramai perso il fascino della giovinezza, ma rimane una compagnia eccellente, vivace e fresca. Derek Jacobi è perfetto per il ruolo, è meraviglioso vederlo improvvisare uno swing, ballare, lanciare salaci battute e sì, anche morire maledicendo il nome di queste due famiglie di Verona che continuano a farsi la guerra con tale pervicacia.

Romeo and Juliet del Garrick Theatre incanta e coinvolge tutti, dagli adolescenti con l’ormone in subbuglio agli spettatori più grandicelli, che guardano con favore le esaltazioni amorose di questi due giovani amanti e sorridono alla comicità delle loro effusioni. É soprattutto il frutto di un grande studio sul testo del dramma e sul contesto scenico in cui si è deciso di inserirlo, il risultato del genio creativo del regista unito a capacità di osservazioni e di memoria più che degne di nota. Una rappresentazione da veri intenditori, che vale la pena di essere vista e goduta!

Fermate quello Snaso! – Fantastic Beasts And Where To Find Them

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fantastic-beasts-and-where-to-find-them-posterIl titolo italiano del film, come temo sappiano anche i sassi, è Animali Fantastici e Dove Trovarli, per la regia di David Yates e la scenografia di quel gran portento che è J.K. Rowling, e narra la storia di un simpatico mago distratto, tale Newt Scamander (Eddie Redmayne: perfettissimo!), autore del libro omonimo al film.
Solo che lo Scamander che vediamo approdare nella New York del 1926 non è il famoso autore del manuale sulle creature magiche, ma, appunto, un giovane mago di buon cuore e poco senso della strategia, che gira il mondo con la sua valigia (e Mary Poppins e Dr. Who assieme le fanno un baffo, alla valigia!) e le sue splendide creature, che purtroppo non sono ben viste dalla società.

Ora, non sto a raccontarvi la trama del film, perché in definitiva si tratta di un intreccio molto semplice e non esageratamente originale, e passo subito a dirvi che cosa mi è piaciuto della pellicola.
Tutto. Tutto mi è piaciuto, dal tono narrativo (e si vede che la Rowling ci ha messo mano!), alle interazioni tra i personaggi, al cast – WARNING! Vedrete un Johnny Depp molto biondo, imbolsito e coi baffetti da Hitler. Non dite che non vi avevo avvertito! – e, soprattutto, alle creature magiche, le vere e proprie protagoniste della storia.

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Un adorabilissimo Snaso, o Niffler in lingua originale.

Di fronte alla fantasia di J.K. Rowling (e alla resa animata del reparto grafico della produzione) siamo tutti un po’ come Jacob Kowalski, il No-Mag del film, che ad un certo punto esclama: I don’t think I’m dreaming. (…) I ain’t got the brains to make this up. Non penso di stare sognando, non ho il cervello per inventarmi questa roba. E quanti avrebbero veramente potuto immaginare uno Snaso, o un Demiguise, un Occamy o uno Swooping Evil (perdonate i nomi inglesi, ho visto il film in lingua originale e anche il libro che ho letto a suo tempo non era in italiano), eh? Siccome, poi, la signora non voleva strafare, è stata anche in grado costruire delle scene d’interazione tra le Creature e i personaggi della sua storia che sono divertenti e in qualche caso adorabili.

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Metti uno Snaso in una gioielleria

Come ho già anticipato, non è che ci sia qualcosa di nuovo in Fantastic Beasts and Where To Find Them, ma tutto quello che vedete (ad eccezione, ancora, di Grindelwald: dimenticate i folti capelli neri! Pare che di questi tempi per ottenere un cattivo basti ossigenargli la chioma e donargli qualche leggero tratto di albinismo) è fatto bene e con cura dei particolari, senza ammantarsi di un’importanza che risulterebbe fuori luogo. Il risultato di tutto questo progetto è un film estremamente godibile, con le magiche atmosfere della New York dei Roarin’ Twenties, una colonna sonora rimaneggiata il giusto e quei piccoli accenni alla saga di Harry Potter che ogni buon fan si aspetta di cogliere e che danno quel retrogusto malinconico alla serata che non guasta.
Ho apprezzato moltissimo che questa storia – che si dilungherà per altri quattro film – sia nuova e sconosciuta, perché Animali Fantastici e Dove Trovarli, il libro pubblicato dalla Rowling per beneficienza, intendo, è il vero e proprio manuale pubblicato da Newt Scamander e non contiene le sue avventure, che invece vedremo prendere vita per la primissima volta sul grande schermo, presumibilmente con l’entrata in scena di alcuni personaggi che sono entrati nel nostro cuore anni e anni fa e che susciteranno un effetto particolare.

Sono enormemente curiosa, ad esempio, di quello che potrebbe succedere in sala alla comparsa di un più giovane Albus Silente, se solo la menzione del suo nome da parte di Graves/Colin Farrel ha dato il via, solo ieri e solo nella sala di proiezione dov’ero io, a corali sospiri di malinconia.
Per saperlo, non ci resta che aspettare l’uscita dei prossimi film. Nel frattempo, se volete scusarmi, ho qualcosina da fare altrove.😉

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Baccanti Catartiche?

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La tragedia greca mancava da qualche tempo nel mio portfolio di visioni teatrali, quindi era d’uopo rimediare a questa mancanza e perché non scegliere una cosina leggera e per nulla inquietante, perché non scegliere Le Baccanti di Euripide, in scena da ieri al Teatro Menotti di Milano?

Nel caso non abbiate familiarità con la tragedia, vi do qualche piccola informazione. Euripide l’ha scritta nel 407-406 a.C., prima di morire, e probabilmente è stata rappresentata postuma ad Atene nel 403 a.C. Le Baccanti narra la storia di Dioniso, che torna a Tebe (città nella quale ha vissuto sua madre, la mortale Semele), perché il re della città, Penteo, che è anche suo cugino, si rifiuta di credere alla sua natura divina. Il dio, allora, fa impazzire tutte le donne della città, che si tramutano in Baccanti e fuggono sul monte Citerione per celebrare i riti misterici. Le Baccanti portano scompiglio nelle campagne e nei villaggi vicini, finché Penteo non si fa convincere da Dioniso a vestirsi da donna per spiare i riti delle invasate, peccato che queste lo scoprano e lo aggrediscano, non riconoscendo in lui un essere umano. Addirittura, è la stessa madre (Agave) a vibrare il primo colpo e a portare la testa dell’uomo a Tebe, infilzata su una picca.

Nella rappresentazione del Teatro Menotti i personaggi si muovono su una scena spoglia, dominata da una collinetta che essi utilizzano ora come nascondiglio, ora come palco dal quale meglio declamare i loro versi. L’atmosfera cambia di momento in momento in funzione delle immagini proiettate sul fondo del palco e sulla collinetta stessa e sulle luci che illuminano la scena ed è in generale cupa e poco caratterizzata. I costumi sono nei toni neutri del bianco o del nero e coadiuvati dall’utilizzo di trucco marcato e di alcune maschere di sicuro impatto, in particolar modo quella di Dioniso mentre conduce Penteo sul Citerione. Le musiche sono parte integrante e importantissima del recitato, ne scandiscono i passaggi e ne supportano intensità e pathos, nascondendone talvolta anche qualche pecca.

le-baccanti-regia-daniele-salvo-8-ph_giovanni_bocchieriÉ indubbio che il coro delle Baccanti rubi la scena a chiunque altro. La resa di queste donne invasate, libere perché possedute dallo spirito divino, in contatto con un aspetto profondo e insondato del nostro essere, colpisce per il lavoro fisico del gruppo e per quello vocale e sonoro, che va a richiamare una serie di fonetismi inusuali e di musiche e toni propri di società tribali, che lasciano quel sapore d’arcano proprio dei misteri dionisiaci e nel contempo profondamente inquietante. Anche il Dioniso di Daniele Salvo (che cura anche la regia) è affascinante: serpentino e volubile, con una voce ora cavernosa e profonda come l’abisso, ora leggera e musicale, è forse l’unico in grado di dialogare con il coro senza venirne sopraffatto, perché gli altri interpreti sono (volutamente?) sottotono o, nel caso di Penteo, un po’ sguaiati, sopra le righe. Ecco, Penteo è la grande delusione dello spettacolo, perché è il contraltare mancato alla follia del dio dell’ebrezza, è quel personaggio che dovrebbe lottare contro il divino e che invece fin dalla sua prima apparizione sembra isterico e con scarso controllo di sé.

Allora, cosa diciamo, alla fine della tragedia lo spettatore raggiunge la tanto famosa catarsi, oppure se ne va un po’ perplesso? Entrambe le cose. Sicuramente la fine della vicenda, l’intensità resa soprattutto da Agave, toccano gli animi, ma la perplessità su alcuni aspetti della rappresentazione – la resa di Penteo prima di tutto, ma anche quella di Cadmo e Tiresia – rimane e probabilmente guasta l’esperienza di uno spettacolo che forse sarebbe potuto essere meglio calibrato.

 

Babele

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Cliente molto diffidente.

<<Buongiorno, dottoressa, mi chiedevo se avesse completato la traduzione.>>

<<Sì, dottore, l’ho completata. Restiamo sempre con il nostro appuntamento di domani mattina in Trib->>

<<Ecco, vorrei esaminarla.>>

<<Cosa?>>

<<La Sua traduzione, ovviamente.>>

Consegno, con un certo sconcerto dato che il cliente ha dichiarato di non conoscere altro idioma che l’italiano, la traduzione per essere subito richiamata dallo stesso, che suona alquanto spazientito.

<<Ma come pretende che io capisca quello che c’è scritto, se è in tedesco?!>>

<<E’ stato Lei a chiedermi di consegnarLe la traduzione, dottore. Lei l’aveva richiesta dall’italiano verso il tedesco, se non sbaglio.>>

<<Sì, ma mi aspettavo di capirci qualcosa!>>

 

Purtroppo, i tempi della cara vecchia Torre sono finiti da un po’.

Reading Challenge di Ottobre. A Novembre.

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Va bene, sono in ritardo di sei giorni.
Concordo con voi sul fatto che avrei dovuto scrivere questo post prima del 31 ottobre, concordo su quel che penserete dopo, ovvero che due libri completati in trenta giorni sono decisamente insufficienti per gli standard stregoneschi. Sono d’accordo anche sul fatto che due letture sono generalmente poche per costruirci sopra un post che dica qualche cosa, ma è qui che oggi vi stupirò, vedrete!

Il mio contributo al Goodreads Reading Challenge 2016 per il mese appena trascorso consta dunque di:

 

Nomi di Donna, G. Pirozzi. Una raccolta di racconti incentrati su personaggi femminili. Bella l’idea, bello lo stile narrativo, scarse le trame e inconcludenti i finali. Lascia l’amaro in bocca soprattutto perché l’introduzione dei personaggi è invece molto interessante e le scene sono splendide, poi le conclusioni ti lasciano con un grosso punto di domanda in mezzo alla fronte.🙂

Il Crowdfunding è roba da eroi, G. Frangione. Ecco, questo è il libro che mi ha cambiato il mese, e non solo perché non è un’opera di narrativa, come sono quasi tutte le mie letture per diletto. Si tratta, in sostanza, di un piccolo manuale per la realizzazione di una campagna di crowdfunding, ma nel perseguire il suo obiettivo l’autrice ottiene molto altro. Anzitutto, spiega e pone i confini di un fenomeno che oggigiorno ha una portata considerevole e che è percepito nella minima parte della sua totalità (insomma, pensiamo di sapere che cos’è il crowdfunding e come-quando si usa, ma non è così) e fornisce degli ottimi elementi per pianificare altri aspetti della gestione di un’impresa che personalmente ho trovato molto utili. C’è poi del genio in chiunque sia in grado di trattare argomenti complessi brevemente e in modo semplice e chiaro a tutti, non solo agli addetti del settore, e la Frangione sicuramente ha fatto un ottimo lavoro. Tra le molte cose che per me hanno avuto il sapore di una rivelazione in questo brevissimo manuale (lo trovate solo in ebook, e i case studies sono una manna!), tra cui molte che – è il karma? Gli Dei avevano voglia di divertirsi? – si collegano a eventi e aspetti della mia vita personale, mi ha colpito la lucida analisi del fenomeno e delle sue potenzialità e il collegamento, più stretto di quello che pensavo, con la società moderna.
So che l’economia in tutte le sue forme è un argomento che mal si adatta a un passatempo, ma vi consiglio la lettura di questo libro, se non altro per godere dello stile frizzante dell’autrice e per fare una piccola riflessione sull’aspetto prevalentemente umano (ovvero, chi c’è dietro una campagna) del crowdfunding. In qualsiasi momento attendo di leggere le vostre opinioni!!

 

Quindi, per ottobre è tutto (anche perché siamo già al sei novembre!). Vi comunico che questo mese sarà dedicato, almeno in parte, ai gialli e soprattutto al signor Cormoran Strike, uscito dalla penna di Robert Galbraith, che mi è stato consigliato così caldamente, che non ho saputo aspettare un momento di più per fare la sua conoscenza (e mi piace un sacco!). A presto per il Reading Challenge di novembre!

Quest’Onirico Doctor Strange

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55754_pplVi parlo oggi della nuova produzione Marvel, anche se in realtà sono andata a vedere Doctor Strange nel giorno della sua uscita, lo scorso 26 ottobre, ricevendo anche in regalo il poster del film (e, porcaccia, con quello che costa un biglietto per la sala IMAX, direi che era il minimo!)

Stephen Strange è un rinomato neurochirurgo che si ritrova impossibilitato a esercitare la sua professione a seguito di un incidente che gli danneggia irreparabilmente i nervi delle mani. Nella ricerca ossessiva di una cura, Stephen finisce in Nepal e incontra l’Antico, che lo addestrerà nelle arti mistiche, in vista dell’inevitabile confronto con l’antagonista.

Mi tengo volutamente sul vago rispetto alla trama, che in questo film non è dotata di una particolare profondità, anzi diciamo pure che è ai livelli di un piacevole racconto per bambini, come d’altronde l’approfondimento sui personaggi. Benedict Cumberbatch è un Doctor Strange perfetto, capace di imprevedibili lampi umoristici che strapperebbero il sorriso a chiunque, Mads Mikkelsen è Kaecilius, il cattivo. Un cattivo poco cattivo, a dire la verità: non sappiamo veramente che cosa lo spinge a intraprendere le sue scelte, non conosciamo i suoi desideri e i suoi bisogni.
Le battute del copione sono fresche, divertenti, ma purtroppo perdono gran parte del loro senso quando tradotte in un’altra lingua (con o senza doppiaggio vergognoso, anche se quello italiano lo è: sono le certezze della vita!), perché si basano spesso su giochi di parole, motivo per il quale varrebbe la pena di rivedere il film in lingua originale.

Il vero protagonista del film, però, è il reparto effetti speciali, che ha reso Doctor Strange completamente diverso dagli altri tredici film Marvel. Il mondo in cui Stephen si muove è volubile, ipnotico e completamente estraneo dalle leggi fisiche già stiracchiate a cui siamo abituati, tra un omone verde che salta sui grattacieli e un dio nordico che attira i fulmini con il suo martello. E’ un mondo proprio più del sogno che della realtà, in cui è piacevole immergersi (motivo per il quale – ed è più unico che raro che io lo scriva – vale la pena di investire qualche euro in più per la visione 3D, meglio se IMAX) e che fa passare in secondo piano le pecche di un genere cinematografico che sta cominciando a essere troppo sfruttato.

 

Voi avete avuto modo di vedere come se la cava il nostro Sherlock nei panni di un eroe Marvel? Se sì, lasciatemi la vostra opinione nei commenti, altrimenti, si può sapere che cosa state aspettando?
Che il mondo finisca sottosopra?

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Detto fatto.

Rubens Pennello Furioso

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Il titolo di questo post è tratto da una citazione di Giovan Pietro Bellori, storico d’arte, che parlando di furia del pennello descrive in modo così pregnante ed evocativo la pittura di un artista fiammingo non così noto ai più come si pensa: Pieter Paul Rubens.
Perché mi metto a parlare di Rubens, si chiederanno i miei lettori – se ce ne sono. Ma perché oggi, a Palazzo Reale, ha aperto la mostra Pietro Paolo Rubens e la Nascita del Barocco, ovviamente!

Prima di parlarne, vi do un’infarinatura generale sul personaggio: giusto quei quattro dati che vi servono per inquadrarlo.
Rubens (1577 – 1640) nasce nell’odierna Germania. Il padre è un calvinista, quindi la famiglia è costretta, per sfuggire alle persecuzioni, a rifugiarsi prima a Colonia e poi, dopo la morte del genitore, ad Anversa, dove il futuro pittore riceve un’educazione umanistica e si converte al cattolicesimo. Tra il 1600 e il 1608 Rubens soggiorna in Italia, ha modo di studiare sia le sculture classiche che la pittura dei grandi maestri rinascimentali (quei Michelangelo, Raffaello, Tintoretto e altri che avrete sentito nominare una o due volte!), rimanendone talmente affascinato da riprenderne gli stili e mescolarli in una sua pittura particolarissima, che a sua volta influenzerà gli artisti del barocco italiano (Bernini, tanto per citare uno dei più famosi). Tornato nel suo paese, si stabilisce ad Anversa, dove conduce una vita prospera e felice, unendo alla carriera pittorica anche quella diplomatica (siamo nel corso della Guerra dei Trent’anni), fino alla sua morte.

 

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La scoperta di Erittonio fanciullo, 1615 – 1616

Lo stile pittorico di Pieter Paul Rubens mi piace molto. Ne apprezzo la luminosità delle scene, la bellezza dei suoi corpi statuari, colti in pose così ardite non solo da evidenziare nella scena un qualche movimento, ma da suscitarlo anche in chi guarda il quadro, ma devo alla mostra di Palazzo Reale la possibilità di aver approfondito la conoscenza del personaggio, dell’uomo che sta dietro al pittore.

L’esposizione vanta la bellezza di oltre settanta opere, provenienti da istituzioni prestigiose disseminate in tutta Europa, inserite in un allestimento cromaticamente molto suggestivo. Le pareti sono una successione di accostamento di due colori complementari – un turchese molto carico, quasi un color petrolio, e un rosso tra il Pompei e il Tiziano che è una favola – e qui e là sono disseminati accenni all’arte classica, in un bianco quasi abbacinante. La concezione del percorso della mostra sembra incentrata sul senso stesso del movimento: le opere rubensiane non sono poste come se fossero a sé stanti, ma sono messe in relazione a quelle di altri artisti precedenti o successivi, in modo che, attraverso un continuo gioco di paragoni e contrasti (tipo trova le differenze!) il visitatore colga le influenze subite e gettate da Rubens su soggetti, metodi espressivi e tecniche pittoriche. Tutto questo fa della mostra un’esperienza unica e che merita di essere vissuta ancora prima di conoscerne, per così dire, la strategia espositiva.

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San Gregorio con Santa Domitilla, San Mauro e San Papiano, 1606-1608. Dico guardate che meraviglia!

Come ho già accennato, Rubens è un pittore fiammingo, non italiano, anche se con il nostro paese ha un rapporto molto stretto e di tipo biunivoco, perché ne rimane influenzato e al tempo stesso influenza i giovani artisti italiani. Ebbene, la mostra curata da Anna Lo Bianco punta ad annoverare – per la prima volta in assoluto – questo pittore tra quelli italiani e in ultima analisi come padre del Barocco in Italia.

Questo scopo ci è già noto leggendo il titolo della mostra stessa: Pietro Paolo Rubens e la Nascita del Barocco. Pietro Paolo, un’italianizzazione del nome del pittore che prima di comprenderne il forte significato mi aveva fatto rabbrividire e che invece adesso concepisco per quello che è: un tributo al suo valore artistico, che sicuramente ha lasciato il segno.

Al di là delle bellezza delle opere in mostra (tra cui un Tintoretto, splendide sculture classiche e una testa del Bernini che è un sogno), al di là della forte passionalità suggerita dai dipinti, quello che rimane alla fine della mostra è l’immagine di Rubens stesso, resa così bene attraverso i quattro percorsi tematici dell’esposizione, che alla fine sembra quasi che Pietro Paolo ci strizzi l’occhio, complice e grato della nostra visita. Ci rimane il ricordo di un uomo estremamente colto, dedito alla famiglia e agli amici, dotato di una serena quiete che fa un po’ a pugni con la sua furia creativa, un uomo vissuto nel mezzo di una delle guerre più turpi e distruttive della storia europea, con un animo pacifista e un cosmopolitismo ante litteram che stupisce e affascina.

 

Nel caso voleste immergervi anche voi nel luminoso mondo di Pietro Paolo Rubens, vi segnalo che la mostra (qui il sito ufficiale) rimarrà aperta fino al 26 febbraio 2017 e che il costo del biglietto intero è di 12 euro: un investimento su cui farei un pensierino.😉

Secondo Lei

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Nuovo cliente, laureato in filosofia, che mi contatta per alcune traduzioni asseverate.
Dalla voce, sembra un uomo abbastanza giovane, il tono è profondo, un po’ sabbiato. Da pensatore.

Per la traduzione, mi chiedevo:

Silenzio.
Lo sento respirare dall’altro capo della linea, che quindi non può essere caduta.

Passa una decina di secondi. Ancora silenzio.
Mi schiarisco la voce.
Silenzio.

Si chiedeva, dottore?

Sì, ecco, mi chiedevo:

Silenzio. Un silenzio profondo, denso di riflessioni taciute.
Mi sembra quasi di sentire il rumore dei suoi pensieri, ma probabilmente è l’acqua del mio tè che bolle in cucina e che io, a causa di questo silenzio, sento in salotto.
Percepisco la difficoltà del cliente e suggerisco una soluzione che non rovini le qualità organolettiche del mio infuso.

Dottore, preferisce richiamarmi in un altro momento?

No, no! Mi chiedevo… Ecco, secondo Lei per la traduzione devo inviarLe i miei documenti, oppure fa con i Suoi?

Mi autotraduco una laurea in filosofia che non ho, interessante.
Dopo una breve riflessione, decido di abbandonare il tè in favore di un cicchetto. Alle 10 del mattino.