Sulla Retta Via

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matematica-assassinaSe c’è una materia che non mi piace spiegare ai pargoli è la matematica.

Intendiamoci, non è che non si tratti di una materia affascinante (anzi, lo è eccome! Il modo in cui gli argomenti più disparati sembrano collegarsi tutti l’un l’altro, ad esempio, è in molti casi stupefacente), ma purtroppo il metodo con cui è insegnata nella scuole è piuttosto banale.
Come se la banalità non fosse già un problema di suo, per quanto superabile, va considerata anche – e lo dico con una certa amarezza – l’inettitudine di una certa parte degli insegnanti italiani, che sembrano avere in astio più la materia che i loro alunni…

La quantità di strafalcioni a tema matematico che ho sentito negli anni della mia onorata carriera nelle ripetizioni ai pargoli è χ→+ ∞, ovvero tendente all’infinito, ma oggi condivido con voi un aneddoto particolare.

La pargola in questione era alle prese con le funzioni lineari (quelle che sul piano cartesiano sono rappresentate da una retta: una banalissima linea dritta, insomma), che al liceo le erano state spiegate, se possibile, peggio di quanto fosse successo alla scuola media. L’esercizio che la inquietava consisteva nel rappresentare sul piano cartesiano una funzione nota, trovando il minor numero possibile di punti ad essa appartenenti e lavorando di righello. Dopo molta fatica e molte lacrime (fatica un po’ sua e un po’ mia, lacrime tutte mie), arriviamo alla risoluzione dell’esercizio, che era ovviamente qualcosa di molto simile a questo:

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Naturalmente erano segnati il punto A e il punto B, convenientemente calcolati trovando le intersezioni con gli assi x e y, e la retta era stata tracciata con un colore tendente al rosa cicca, ma non siamo fiscali!

 

Quando la pargola – pietosa a vedersi: col trucco sciolto, discinta, il capello spettinato e lo smalto sbeccato per essersi mangiata le unghie – trova finalmente il coraggio di esprimere il suo dubbio.

Sai, non credo che sia venuto giusto. Insomma, è strano, no?

Io, messa un po’ meglio di lei solo perché con gli anni ho sviluppato resistenza allo stress della matematica, domando il perché di questa convinzione, al che lei risponde. Non l’avesse mai fatto!

Non è strano che la riga sia tutta dritta? Insomma, neanche una curva? Non è molto realistico.

 

… É che la retta dell’esercizio rappresentava una funzione molto sicura.

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Probabilmente, se quest’estate non avessi letto Una Stanza Piena di Gente di Daniel Keyes, non mi sarebbe mai venuto in mente di vedere l’ultimo lavoro di M. Night Shyamalan, la cui locandina trovate qui sopra.

Il protagonista di questo thriller è Kevin Crumb, che soffre del disturbo dissociativo dell’identità e che, proprio come il libro di Keyes, ospita dentro di sé ventitré persone differenti, di cui almeno un paio hanno istinti omicidi. La vicenda inizia quando una delle persone di Kevin rapisce tre adolescenti per destinarle in sacrificio alla Bestia (la ventiquattresima personalità annunciata in locandina)… E qui mi fermo, perché spoilerarvi una storia di Shyamalan è un peccato da non commettere.

Ammetto che, vuoi per il trailer interessantissimo, vuoi per la stima che ho nei confronti di McAvoy, vuoi per la sensazione che Una Stanza Piena di Gente mi aveva lasciato, avevo delle grosse aspettative riguardo a Split, e che solo alcune di esse sono state soddisfatte.

James McAvoy è meraviglioso in questo film, capace com’è di dare vita in modo molto credibile a tutte le persone di Kevin che incontriamo durante la storia e a farle anche dialogare tra loro, come dimostra la sua scena finale, che mette i brividi più di tutto il resto del film. É un peccato, però, che la vicenda in sé rimanga molto criptica, difficilmente comprensibile fino alla fine.

Intendiamoci, Shyamalan è il regista de Il Sesto Senso, Unbreakable e The Village, tra gli altri: non è che mi aspettassi una pellicola dalla trama semplice e lineare, e nemmeno un thriller nudo e puro, ma non mi viene difficile ammettere che, se non avessi letto il libro di Keyes, avrei apprezzato meno la visione di Split.

Un’altra cosa che ho trovato disturbante è l’eccessiva lentezza dei tre quarti del film (fino al turning point finale, insomma), che sicuramente accresce l’inquietudine, ma forse è un po’ esagerata. L’ultimo quarto di Split è veramente imperdibile, però, denso non di colpi di scena, ma di una tecnica narrativa espressa alla massima potenza, in cui tutti i tasselli del puzzle vanno a posto senza rinunciare agli elementi emotivi propri del thriller.

Come ho già anticipato, le scene finali della storia sono notevoli e una, un piccolissimo cammeo di una vecchia conoscenza, apre potenzialmente le porte per un seguito in cui Kevin e gli altri potrebbero dover rapportarsi a un personaggio già noto. Voi che ne pensate? Avete avuto anche voi la stessa sensazione, diciamo, a’ la Marvel?
Che cosa ne pensate di Split?

Fatemelo sapere nei commenti!

Si sa, in guerra e in amore…

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Qualche giorno fa, mi arriva un curriculum vitae di un candidato collaboratore dell’attività rambica.
La foto che questo giovanotto ha ritenuto opportuno allegare alla sua richiesta lo ritraeva, ornato di grossi occhiali con lenti a specchio e con il volto atteggiato nella classica posa del “culo di gallina”, nell’atto di mostrare la sua pasciuta muscolatura, che risaltava sul petto nudo, depilato e cosparso di autoabbronzante. Ovviamente concorderete con me nell’affermare che la sua foto dimostrava tutta la sua professionalità e la sua dedizione sul lavoro, motivo per il quale la sottoscritta era stata tentata di non leggere nemmeno le qualifiche di quest’uomo, convinta com’ero che fosse davvero troppo per l’umile attività rambica.

Ahimé, la necessità di trovarlo, questo collaboratore, ha però avuto la meglio sulla modestia di cui mi fregio per conto dell’attività lavorativa di Rambo e mi ha portata a leggere il curriculum vitae del nostro Adone, curriculum che sorprendentemente era di tutto rispetto. Ecco perché ho risposto alla sua e-mail per chiedergli le sue disponibilità lavorative.

Non ho ricevuto risposta il giorno stesso.
Non ho ricevuto risposta il giorno dopo.
Due giorni dopo la casella di posta elettronica dell’attività rambica si sentiva trascurata e stava già cominciando a pensare che in lei ci fosse qualcosa di sbagliato, perciò, per aiutarla, ho chiamato il candidato.
La conversazione è andata come segue:

“Ciao, ti ho mandato un’e-mail per chiederti le tue disponibilità, per caso non è arrivata?”

“Oh, ciao! No, no, mi è arrivata, l’ho letta subito.”

“Ah… E allora perché non hai risposto?”

“Beh, perché cercare un lavoro funziona un po’ come corteggiare qualcuno, no? Vince chi fugge!”

 

Ecco, io non sono sicura che funzioni proprio così, ma – e me lo chiedo depennando il nome di Adone dalla mia lista di potenziali nuovi collaboratori – chi sono io per dirlo?

Tsundoku

tsundoku

Nome, origine giapponese (informale). L’atto di impilare uno sull’altro i libri comprati e non ancora letti.

 

Come molti bibliofili, io soffro di tsundoku, che è un modo esotico per dire che tendo a non controllare la mia smania di comprare libri, che poi impilo da qualche parte nell’attesa di leggerli. Il problema è che la velocità con cui detti libri si impilano l’uno sull’altro (, Velocità tsundoku) non è sincronizzata con quella con cui io li leggo (Vl, Velocità di lettura), soprattutto perché quest’ultima è inficiata dal fattore M (Melanconia), che mi porta a riaprire libri che ho amato e che mi sono tornati in mente per rileggerne qualche passaggio. I libri letti e straletti si accumulano quindi a quelli nuovi e in attesa di lettura, aumentando gli effetti della sindrome tsundoku (τ) come segue:

τ = (Vτ – Vl) + M

É evidente, vuoi dalla formula di cui sopra, vuoi dall’applicazione del mio problema alla vostra esperienza personale, che il tsundoku può portare velocemente a situazioni di crisi in cui, che so, c’è più spazio per i libri che per l’ossigeno che serve agli abitanti del Covo per respirare, dove lo spazio vitale scarseggia a favore di quello per immagazzinare i libri da leggere/rileggere, dove la sindrome comincia a intaccare anche altre tipologie di letture, come ad esempio le riviste (nel momento in cui scrivo credo di avere una decina di numero tra National Geographic e Focus impilati sul tavolino del salotto, ancora intonsi).
Al Covo, questi sconvolgimenti libreschi vengono generalmente risolti dopo un momento di crisi iserico-nevrotica della Genitrice, che è una maniaca dell’ordine, o quando la sottoscritta viene colta dall’arcinoto sacro furore del riordino. In entrambi i casi per si rimettono a posto i libri del cuore e si trova lo spazio per quelli nuovi, generalmente procedendo all’eliminazione di qualche altro volume.

No, signori miei, la Strega non butta via i libri. Gettare un libro è un grande peccato di questi tempi, ma anche in altri, e io proprio non ci riesco, nemmeno se si tratta di una lettura che non consiglierei mai nella vita. In genere, quindi, preferisco rivendere i libri che non desidero più ospitare al Covo, in modo che essi possano avere una nuova vita a casa di qualcun altro e io possa guadagnare qualche soldino da investire in altri libr- ehm… cose. Altre cose che possano servirmi. Non libri. Perché a casa notoriamente non c’è più posto per quelli. Non vogliamo ricascare nella sindrome di cui sopra, giusto?
E vogliamo parlare della polvere? Sapete quanti acari riescono ad annidarsi tra le pagine di un libro lasciato a se stesso?? Questi sono tutti buoni motivi per cercare di guarire dallo tsundoku, ve lo dico io, che stamattina ho urtato per la seconda volta una pila di libri sul comodino, mandandoli a rovinare sul pavimento, e incidentalmente anche sul mio piede destro.

…Ripensandoci, però, forse guarire del tutto è una situazione un po’ drastica. Insomma, signori, che sarà mai qualche libricino sparso per casa?!
Secondo me migliora l’arredamento. 😉

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Poesia Sugli Schermi – La La Land

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Con un po’ di scetticismo e tante belle speranze qualche giorno fa sono andata a vedere La La Land, il film musicale scritto e diretto da Damien Chazelle e candidato a un numero assurdo (14) di Oscar. Sono uscita dal cinema non sono sperando che questo adorabile film vinca tutti i premi disponibili, ma in uno stato di giuggiolaggine che non raggiungevo da molto, moltissimo tempo.

LLL d 37 _6000.NEFLa La Land è la storia di Mia e Sebastian, due artisti che tentano di realizzare il loro sogno e che si scontrano inevitabilmente con la realtà, che si incontrano per caso e capiscono di essere fatti l’uno per l’altra. Peccato che quella dannata realtà debba mettersi tra i piedi ancora una volta, minacciando di mandare in frantumi le delicate speranze di entrambi, che non sono mai state più fragili di quando minacciano di realizzarsi… Non vi rivelo il finale della storia, non perché la vicenda sia incredibilmente originale, ma perché merita veramente di essere vissuta fino alla fine per la delicatezza con cui è narrata.

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Come Fred e Ginger!

Mentre scrivo, l’esperienza di un film che mi ha colpito così tanto nei sentimenti è probabilmente ancora troppo fresca perché io riesca a indicare degli eventuali difetti, che comunque sarebbero veramente minimi. La La Land è un piccolo gioiellino dai colori pastello, le canzoni cantate a voce quasi sommessa e moltissimi richiami ai film musicali di una volta, quelli girati in studio dove Fred Astaire o Gene Kelly zumpettavano allegramente tra un lampione finto e una fontana tutta spruzzi, quelli con una trama impregnata d’innocenza e scambi di battute veloci, simpatiche ed eleganti. Film che io adoro e che vengono anche direttamente citati in alcune inquadrature (seriamente, com’è possibile non pensare a Un Americano a Parigi almeno sul finale della pellicola?!).

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Sogno o realtà? Ha importanza?

Questa giusta mescolanza che Chazelle è riuscito ad ottenere conferisce al suo film una poetica unica, delicatissima senza mai risultare noiosa, in cui due interpreti meravigliosi, Emma Stone e Ryan Gosling, si muovono ora tra le assolate strade di Los Angeles e ora nella terra della magia e del sogno, come se tra queste due realtà non ci fosse alcuna soluzione di continuità, come se la spaccatura tra quello che è reale e quello che non lo è non fosse veramente importante, e, infondo, perché dovrebbe esserlo? Perché non potremmo semplicemente scivolare tra le stagioni della vita – sia quelle belle che quelle brutte -, un po’ cantando e un po’ a passo di danza? Non sarebbe meraviglioso riuscirci sempre?

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Quel che è poco ma sicuro è che La La Land lascia esattamente questo desiderio.

 

Siddhartha – The Musical

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Ieri sera avevo intenzione di scrivere un post ben diverso sullo spettacolo che da il nome a questo articolo. Sarebbe stato qualcosa che ne avrebbe parlato con calma ed estremo rispetto, edulcorando quanto più possibile gli spigoli più aspri della questione, ma poi ci ho ripensato e voi giustamente mi domanderete perché.
Ebbene, mi sono accorta – dopo aver lasciato decantare l’esperienza dell’altro giorno al Linearciak di Milano – che non sono solo divertita, seppur amaramente, dalla rappresentazione a cui ho assistito, ma sono profondamente delusa e anche un po’ arrabbiata.
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Siddhartha – The Musical è il primo musical interamente italiano a essere stato prodotto dalla Broadway International Company e ritorna in Italia dopo quattro anni dal suo debutto e una tournée internazionale che lo ha portato praticamente in giro per tutti i continenti. L’idea è tratta dal Siddharta di Herman Hesse (pubblicato nel 1922, conosciutissimo, molto amato e rappresentato) ed è stata sviluppata in modo che le musiche, le scene e le coreografie mescolassero i temi e le caratteristiche di Bollywood (ne parlai a suo tempo qui) con accenni a ritmi e temi più contemporanei e in definitiva occidentali.

Dalla presentazione che ne ho fatto, si evince che il progetto potrebbe anche essere stato interessante e sicuramente affascinante, coinvolgente. Purtroppo credo che gli autori non siano riusciti a ottenere il giusto mix tra l’innocenza bollywoodiana, con i suoi simbolismi e la sua profondità inaspettata, e la contemporaneità occidentale, che dovrebbe sottolineare come gli insegnamenti e le esperienze di Siddharta nel suo percorso verso l’Illuminazione siano ancora oggi attuali. Personalmente penso che le battute di prosa siano banali e non adatte a uno spettacolo teatrale – che è uno spettacolo e non un reality show: va bene la verosimiglianza, ma ci sono dei limiti. A teatro ci vado per vedere una storia, altrimenti sto a casa o incontro dei clienti – e che le canzoni abbiano problemi di metrica e orecchiabilità, ma questi sono elementi che possono piacere o meno. Quello che invece delude e mi fa arrabbiare è che è evidente che nell’intera messa in scena di Siddhartha – The Musical (che per queste imperdibili date vanta sceneggiatura, costumi e coreografie completamente rinnovati!) manca la cura dei dettagli.

Le scenografie rinnovante consistono quasi esclusivamente nelle proiezioni animate sul fondale del palco, che fanno a pugni con i costumi molto colorati, che tutto sommato non mi sono dispiaciuti. Le coreografie potrebbero anche essere state degne di nota, se i ballerini si fossero mossi a tempo una volta sola o se, durante le scene di combattimento, non avessero dovuto aspettarsi l’un l’altro per completare l’esercizio. L’idea generale che si trae dalla visione è che questi cambiamenti non siano stati provati a sufficienza e che il cast si muovesse sul palcoscenico senza avere veramente contezza di quello che stava facendo. Sempre nell’ambito delle prove di scena, mi chiedo se mai ce ne sia stata una con il fonico, vista la quantità di microfoni che venivano urtati durante il musical (se Siddharta porta una collana lunga, perché gli metti il microfono dove questa si può impigliare?!) o che si mettevano a gracchiare.
Come se tutto questo non fosse già sufficiente, spendiamo due parole sul cast, che in generale è autore di una performance imbarazzante anche senza considerare le stecche tirate un po’ da tutti durante la parte cantata (non è facile cantare e muoversi dal vivo, ci possono essere problemi con l’acustica, il sonoro… Insomma, può capitare!) Almeno uno degli attori ha grossi problemi di dizione e la resa delle parti drammatiche della vicenda è degna di… di niente. Non è degna di niente, è un’accozzaglia di urla ferine e pianti disperati che apparirebbero sopra le righe anche se facessero parte di una parodia. La new entry di questa rappresentazione è – così aggiungiamo sofferenza ad altra sofferenza – Edoardo Costa, che interpreta un Siddharta ormai anziano, che narra i punti salienti della sua vita. Come lo difendi un Edoardo Costa che recita peggio di un bambino timido di sei anni e che incespica sulle sue battute, come se non le conoscesse??!

Insomma, più dell’offesa al mio gusto personale, quello che mi fa arrabbiare è che la rappresentazione appaia raffazzonata, rimessa insieme per scopi diversi rispetto a quelli meramente artistici, e che questo naturalmente costituisca una presa di fondelli nei confronti dello spettatore pagante, tra cui fortunatamente io, titolare di un biglietto omaggio, non figuravo, altrimenti andavo a cercare cast e produzione fino nei camerini!
A ben pensarci, però, è possibile che il pubblico pagante – la cui maggioranza applaudiva sia le canzoni che gli attori con un entusiasmo che mi ha catapultata in un universo parallelo secondo il quale le tre ore e mezza che stavo sprecando fossero di puro arricchimento culturale e artistico – abbia avuto un po’ quel che si meritava con la riedizione del musical che ha portato l’eccellenza italiana nel mondo.
Dove sei finito, oh senso critico generale?

Orienteering

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Generalmente, quando incontro dei clienti in Tribunale, io arrivo per prima. Non è una questione di competizione, è solo che posso contare su una mano le persone che sono arrivate puntuali all’appuntamento nell’ultimo anno e quindi, volente o nolente, quella che arriva prima in quanto essere dotato di puntualità è proprio la Strega del vostro cuore, o per lo meno di questo blog.

Siccome nella stragrande maggioranza dei casi incontro i miei clienti per la prima volta proprio in tribunale, tendo a dare loro delle indicazioni piuttosto precise sul come trovarmi, che generalmente sono così strutturate:

Mi troverà seduta alla destra dei metal detector dell’entrata principale, con indosso [inserire capo di abbigliamento prescelto].

Sono istruzioni a prova di pesce rosso, no?
Il cliente deve solo entrare in tribunale dall’entrata principale (che è quella più grande, con un sacco di gradini, che da sulla via più ampia, dove tra l’altro fermano tutti i mezzi pubblici), passare i metal detector e guardare alla sua destra in cerca di una donna vestita come da descrizione.
Facile, no?
Non sempre.

L’ultimo cliente a fallire l’esecuzione delle succitate semplici indicazioni mi chiama al telefono, trenta minuti dopo l’orario previsto per il nostro appuntamento.

Ciao, scusami, ma ci sono delle panchine qui in giro? Perché io non capisco dove tu possa essere seduta.

 

Lo sapete perché non capiva dove potessi essere seduta?
Perché ha guardato a destra prima di entrare in tribunale e passare i metal detector. E ha avuto una splendida visuale di Largo Augusto, dove ha vagato per quindici minuti.
Credo di dover aggiungere una cartina alle indicazioni che invio per e-mail.

Niente Reading Challenge – Letture di Gennaio

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Ebbene, l’anticipazione di dicembre è diventata realtà: non ci sarà una sfida di lettura su Goodreads per quest’anno, ma questo non significa mica che non vi terrò aggiornati sulle mie letture!
Ehi, cosa sono quelle facce? Per un momento mi sembrava di avervi visti sollevati… Sarà stato un errore mio! 😉

Ultimamente il tempo da devolvere alla lettura è molto poco, purtroppo, e per questo il numero di libri letti si attesta tristemente a 1,5 volumi. Spero ardentemente di rimediare a febbraio, quando forse avrò un pelo più di tempo libero, anche perché la coda di lettura si allunga con una velocità preoccupante!
Ma quali sono, in soldoni, questi tre mezzi di libri che ho letto in ben trentuno giorni? Dunque:

Altai, Wu Ming. Era nella mia coda di lettura dallo scorso giugno e in realtà l’ho cominciato negli ultimi giorni dello scorso dicembre, ma vale come primo libro del 2017, giusto?
Si tratta di un romanzo storico scritto dal collettivo di autori che al momento si fa chiamare Wu Ming Foundation, ma che in passato era noto anche con altri nomi, come ad esempio Luther Blisset (chi ha letto “Q”?), ed è ambientato tra Venezia e Costantinopoli attorno al 1570. La storia ruota attorno alla ricerca dell’identità del protagonista, che è nato ebreo, si è convertito al cristianesimo e poi torna a essere ebreo dopo l’incontro con il famigerato Giuseppe Nasi, ricco giudeo che gode dell’attenzione del sultano e che sta cercando di ricreare il regno di Israele sulla terra. La vicenda mi è piaciuta molto, la narrazione è molto fluida e ricca di descrizioni di scene e paesaggi che fanno veramente perdere il fiato, la resa dei personaggi, invece, non mi ha convinta. Penso che alcune delle scelte dei protagonisti siano poco giustificate e forse anche inverosimili, ed è un peccato, perché finiscono col guastare il finale.

Le parole segrete, J. Harris. Il titolo originale di questo libro è Runemarks, ed è il primo libro della trilogia omonima, che comprende anche quel The Gospel of Loki uscito nel 2014 e che mi era piaciuto proprio tanto. Purtroppo non c’è stato verso di trovare questo libro in lingua originale e così mi sono dovuta accontentare della traduzione italiana, che secondo me lascia indietro un po’ dell’ironia che è propria dello stile narrativo della Harris.
La storia comincia cinquecento anni dopo il Ragnarok (l’Apocalisse della mitologia norrena); nel mondo è apparso un nuovo credo religioso che presenta molti tratti di fondamentalismo, ma i vecchi Dei non sono morti, anzi, sono tutt’altro! Durante lo snodo della vicenda ci imbattiamo, quindi, in vecchie conoscenze: prima Odino, poi il bellissimo ritratto di Loki della Harris, e Skadi, Heimdall, Frey e Freija… Non sono ancora arrivata a Thor, ma i nostri eroi stanno giusto scendendo negli Inferi a prenderlo (alcuni sono meno entusiasti di altri: dico a te, Burlone!), perciò immagino che lo incontrerò presto. 🙂
Insomma, per il momento il libro mi diverte molto, ma vi tengo aggiornati sulla fine.

Ecco questo è il mio magro bottino di gennaio. Voi cos’avete letto durante questo mese?
C’è stato un libro che vi ha colpito in modo particolare? Fatemelo sapere!!

Equilibrismi

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Alla Strega, lo sapete, piace cominciare la settimana col botto.

E, proprio perché mi piace cominciare la settimana col botto, stamattina l’apertura dell’attività rambica è toccata a me. I clienti sono arrivati con un po’ di ritardo rispetto al solito, lasciandomi sperare in una mattinata tranquilla, finché, attorno alle dieci e trenta, è successo quanto segue.

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Tanto per darvi un’idea del problema, la dune ball board è questo attrezzo qui.

Siccome mi piace cominciare la settimana col botto, stavo spiegando a una cliente il motivo preciso per cui non era possibile correre all’indietro sul tapis roulant, quando un baldo giovine che evidentemente voleva provare un training alternativo, ha adocchiato la nuova dune ball board e ha deciso che doveva inaugurarla.
L’ha piazzata quindi su una delle panche, dalla parte della semisfera ovviamente, e ha afferrato una palla medica. Poi, tenendola in equilibrio con una mano e siccome anche lui sapeva perfettamente che a me piace cominciare la settimana col botto, ha tentato una complicata acrobazia per salire su detta dune ball board, che nel frattempo non s’era mossa dalla panca.

 

Oh, il botto s’è sentito.

The Entertainer

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Cos’è, pensavate che avrei saltato una delle rappresentazioni del Branagh Theatre che trasmettono al cinema? Non sia mai!
Ecco perché ieri sera sono andata a vedere The Entertainer, nella rappresentazione andata in scena l’anno scorso al Garrick Theatre di Londra, con Kenneth Branagh come interprete principale e la regia di Rob Ashford.

Come sempre, vi fornisco qualche indicazione su autore e pezzo teatrale, che in questo particolare caso sono più utili che mai.
John Osborne (1929 – 1994) è stato uno scrittore per teatro e televisione inglese, che ha vissuto il suo massimo picco creativo tra il 1956, anno del suo capolavoro Look Back in Anger e il 1966. Era un uomo arrabbiato, che non riusciva a inserirsi nella società che lo attorniava, ed è stato uno dei primi artisti a mettere in discussione non solo il ruolo dell’impero britannico nel post-colonialismo, ma addirittura della monarchia.
Osborne scrive The Entertainer nel 1957 su richiesta, nientemeno, di Laurence Olivier, che cercava nuove sfide teatrali e che voleva rappresentare un uomo arrabbiato, frustrato, di mezz’età. L’opera consta di tre atti, suddivisi in tredici scene che si svolgono alternatamente nella casa della famiglia Rice e durante lo spettacolo di Archie Rice, che potremmo definire un cabarettista fallito. La vicenda non è ambientata in un periodo a caso, ma durante la Crisi di Suez (piccolo ripassino di storia: ottobre – novembre 1956, Israele, Regno Unito e Francia invadono l’Egitto per riportare il Canale di Suez sotto il controllo occidentale e spodestare l’allora presidente egiziano. USA, URSS e ONU fanno pressioni affinché gli invasori si ritirino, come poi accade dopo una decina di giorni dall’inizio della crisi), in una cittadina della Gran Bretagna.

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Un primo piano di Archie Rice, interpretato da Kenneth Branagh, che canta e si esibisce in numeri di tip tap.

Avrete notato che non ho accennato nulla della trama. Beh, il motivo è che non esiste una vera e propria vicenda da raccontare: Jean Rice va a trovare la sua famiglia dopo aver litigato e probabilmente rotto con il suo fidanzato. Forse le mancano i suoi parenti, o forse vuole trovare conforto nella sicurezza della sua famiglia, ma fatto sta che nel periodo in cui ha vissuto da sola a Londra lei si è dimenticata dell’atmosfera che regna in casa Rice. Tutti, il vecchio nonno, la matrigna Phoebe, il fratellastro Frank e naturalmente il padre Archie, hanno di che essere arrabbiati e frustrati, perché la vita non ha dato loro ciò che volevano. I personaggi di Osborne sono uomini e donne comuni, costretti in una vita che si sono ritrovati cucita addosso e incapaci di venire a patti con essa, preferendo sfogare le proprie frustrazioni uno sull’altro, con l’innegabile aiuto di generose dosi di gin. Nessuno, ad ogni modo, nessuno è più arrabbiato e frustrato di Archie Rice, sommerso dai debiti e con uno spettacolo che non funziona, ma che lui si ostina a mantenere in piedi, anche quando si trova tra le mura di casa… Perché Archie si ostina a mantenere il suo trucco di scena in ogni momento della sua vita? Perché la sua maschera non viene scalfita nemmeno dagli avvenimenti più tragici? Ve lo dirà lui stesso nella seconda metà dello spettacolo, e non vi piacerà.

 

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Casa Rice e i suoi occupanti. Lo stesso ambiente si trasforma, in un batter d’occhio e spesso anche senza l’uscita di scena degli altri componenti della famiglia, nel palcoscenico dello spettacolo di Archie.

Il cast è eccezionale, a partire da uno stupendo Kenneth Branagh/Archie Rice, passando per una Jean (Sophie McShera: se l’avete vista in Galavant, sarete ancora più sorpresi) sorprendente e una Greta Scacchi/Phoebe indimenticabile. Tuttavia, non vi mentirò dicendovi che la visione di The Entertainer è un’esperienza piacevole. Per me non lo è stata affatto, anzi, sono arrivata alla fine dello spettacolo con lo spirito annicchilito di chi ha accumulato la rabbia e la frustrazione altrui per tre ore e non ne ha visto lo sfogo.
L’intera vicenda è oltremodo toccante e l’alternarsi senza soluzione di continuità e soprattutto senza avvertimento alcuno delle due situazioni casa Rice/palcoscenico disturba profondamente lo spettatore, che ha già la sua buona dose di stordimento nel vedere rappresentati scene e dialoghi che lui stesso può avere visto, interpretato o ascoltato in una qualsiasi sua riunione di famiglia.

Ecco, forse è questo l’elemento più inquietante dell’intera opera di Osborne e della rappresentazione: il fatto che essa, anche a sessant’anni dalla sua creazione, rifletta noi, la società in cui viviamo, e non indorando la pillola.