Decluttering

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Prima che Marie Kondo portasse la parola “decluttering” alla ribalta mondiale, dalle mie parti si chiamava ripulistum, storpiatura simil-dialettale per il più consueto (e ormai desueto) termine “repulisti”. In pratica, si faceva tutto quello che la trentaduenne scrittrice giapponese predica in questi giorni moderni, solo che sembrava molto meno figo e patinato. Era una rappresentazione oggettiva e disillusa della realtà del processo.

Io non ho mai amato il repulisti.
Tanto per cominciare ho in comune con centinaia e centinaia di italiani il fatto di essere cresciuta con nonni, genitori e/o zii che, se non hanno visto la guerra, sono nati decisamente vicino alla sua fine, in un periodo, quindi, in cui tutto poteva tornare utile. Il mio amatissimo nonno materno – operaio della Innocenti in pensione – aveva il talento di riparare le cose, potremmo dire, a’ la McGiver e nella sua ottica era chiaro che buttare qualcosa fosse un’azione quantomeno poco lungimirante. Al di là del genio di cui sopra – che io ho ereditato poco, lo ammetto – sono cresciuta imparando a tenere le cose da conto; secondo i miei nonni questa espressione stava a significare che alle cose bisognava attribuire il loro giusto valore, fatto di denaro, certo, ma anche di utilizzo in vista del futuro, di affetti e di ricordi a esso legati. Da qui si deduce il motivo per cui l’operazione che ha occupato l’intero pomeriggio di ieri non mi va a genio, che si chiami ripulistum o decluttering. Cosa c’è in un nome?, diceva lo zio Will.

Mi ci sono impegnata con metodo scientifico, approfittando di un momento in cui l’ispirazione per intraprendere una missione che mi avrebbe quasi sicuramente messa in crisi mi è coerentemente arrivata quando mi trovavo già in uno stato che, se non lo vogliamo definire critico, possiamo certamente dirlo borderline. Ho mirato dritto al cuore dell’ammasso delle mie cose, ho attaccato il centro della linea nemica, insomma, e mi sono messa a fare il repulisti della mia stanza. Cominciando dal mobile libreria che conteneva qualche centinaio di volumi tra classici in edizioni vecchie e polverose, opere di valore discutibile, regali, scampoli di vita scolastica e chi più ne ha più ne metta.

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Eh, orsacchiotto mio, come hai ragione!

Presa dal sacro furore del decluttering, non ho sofferto molto durante il procedimento. Ho separato i tomi che mi interessava tenere da quelli che potevano essere regalati e quelli che francamente erano inqualificabili (ah, i bei tempi dell’adolescenza! Aspetta, cosa?!), ho pulito a fondo gli scaffali ormai vuoti e ho trovato una nuova organizzazione per la libreria. Poi è stata la volta delle mensole e degli altri mobili contenitori, che devo dire hanno rappresentato una sfida meno ardua, se non altro perché non ho avuto bisogno di arrampicarmi sulla scala e sporgermi sul vuoto per raggiungere gli angoli. Se anche non mi fossi allenata, ieri mattina, il mio fisico avrebbe trovato giusto giovamento dai cinque piani in salita e discesa fatti svariate volte (chiudete la maledetta porta dell’ascensore, per Diana!) per buttare man mano vagonate di carta, plastica, materiali indefiniti. Alla fine mi sono trovata in salotto attorniata dalle cose “da regalare” e, puntuale nei momenti in cui non si ha nulla da fare come la marea, la crisi è giunta. Sparsi sul pavimento – su tutto il pavimento – ai miei piedi c’erano pezzi, brandelli della mia vita che richiamavano momenti, fatti e persone, e pensare che stavo per liberarmene non è stato un momento felice.

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Poi, però, mi sono voltata verso la mia stanza e pure nella piovosa serata di ieri l’ho vista più ordinata (ci mancherebbe!), leggera e luminosa, e in quel momento mi sono resa conto di una cosa: l’atto del repulisti in sé è un modo di dare valore. Liberandoci di alcuni possedimenti – Marie Kondo direbbe che si tratta di quelli che non ci portano più gioia, ma è di gioia che stiamo veramente parlando? – noi facciamo spazio a quelli che restano. Contribuiamo a metterli nella giusta luce e facciamo anche posto per i ricordi che ci riserverà il futuro. Una periodica opera di repulisti è un tenere da conto la propria vita tanto quanto lo è fare sport o seguire una dieta sana, e proprio come queste due altre attività comporta sacrifici e un variabile ammontare di sofferenza. Vero è che non avrei reagito benissimo, se qualcuno mi avesse detto una cosa simile ieri, ma avete mai provato a dire a chi rischia di sputare un polmone mentre si allena che proprio in quel momento lui sta dando valore a se stesso? Per attendere la reazione vi consiglio di indossare protezioni adeguate!

Questa mattina mi sono accorta che durante l’operato di ieri mi auguravo inconsciamente – posto che ci si possa accorgere in un secondo momento di un pensiero inconscio: urge ripassare Freud e compagnia – che l’atto fisico che stavo compiendo si associasse per qualche mistica forza a un decluttering che si applicasse a quei pezzi di vita in cui ciò che non serve e/o non procura più gioia (ah, Marie!) non può necessariamente e legalmente essere buttato, venduto o regalato. Il mio era una sorta di gesto simbolico, insomma, per propiziarmi una vita più leggera e serena?
Per il momento tutto ciò che ho impetrato con il decluttering di ieri è un’unghia dallo smalto sbeccato e un livido sulla spalla (perché, se un libro deve caderti addosso dall’ultimo scaffale in alto, ovviamente sarà un volume pesante e in copertina rigida), ma non si può mai sapere, no? 😉

Voi avete mai avuto qualche esperienza con il decluttering? Che ne pensate?
Avete mai letto il libro di Marie Kondo?
Raccontatemi tutto nei commenti!

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La Strega e i Tautogrammi – Ventuno Vicende Vagamente Vergognose

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Da qualche giorno ho iniziato una cooperazione con CasaSirio, la casa editrice POP nata nel vicino 2014 che promuove testi di qualità e fruibili per ogni tipo di lettore. Di loro mi piace moltissimo la cura e la dedizione nella scelta della pubblicazioni, che non sono mai scontate, come il libro che mi è stato gentilmente spedito: Ventuno vicende vagamente vergognose, di Walter Lazzarin.

logoc_432c_cmykL’autore, classe 1982, ha scritto il suo primo libro nel 2011 e nel 2015 decide di promuovere il suo terzo libro (Il drago non si droga) in un modo inusuale. Lascia l’insegnamento e gira per le piazze d’Italia armato di una Olivetti 32, scrivendo tautogrammi sulla strada.

Come, come? Non avete idea di cosa sia un tautogramma?
Ebbene, un tautogramma è una composizione di lunghezza variabile formata da parole che cominciano tutte con la stessa lettera.

Il libro di Lazzarin è una raccolta di ventuno di questi componimenti, uno per ogni lettera dell’alfabeto, che raccontano storie vergognose; dèfaillances di letto, insomma, di personaggi noti, che siano realmente esistiti o meno. Tra giochi linguistici, goliardate più o meno pesanti e poesia classica assistiamo dunque alle vicende vergognose di Aristotele, Socrate (a personal favorite), Einstein, ma anche Dylan Dog, Harry Potter e l’immancabile Zorro. Ogni tautogramma è poi corredato da una nota dell’autore, che a volte ne mitiga il tono e altri lo cavalca.

Leggere una sequenza così lunga di tautogrammi è stata un’esperienza particolare, strana in un certo senso, ma non spiacevole. Probabilmente è necessario abituarsi al surrealismo del genere, che in questo caso si accorda a quello delle vicende raccontate – ed è cosa tutt’altro che semplice, se, come me, non si è stati testimoni diretti di più di dieci tautogrammi prima di leggere Ventuno Vicende Vagamente Vergognose. A ogni modo, il libro di Lazzarin è stata una lettura rinfrescante, ottima per passare un paio di ore di relax e sicuramente un’esperienza da fare almeno una volta nella vita, motivo per il quale vi raccomando caldamente di darci una scorsa.

 

 

Se volete comprare Ventuno Vicende Vagamente Vergognose e farmi un favore, acquistate il libro su Amazon passando da questo link, così i signori dell’ultra-famoso portale di e-commerce saranno contenti e non mi sbatteranno fuori dal loro programma di affiliazione appena entrata. 😀 Vi ringrazio in anticipo.

Siccome qualche giorno fa avevo accennato su Instagram al mio matto desiderio di cimentarmi nella creazione di componimenti simili, vi lascio concludendo questo post con il mio personale tributo all’arte del tautogramma. Per la mia prima (e ultima? Fatemi sapere che ne pensate!) creazione ho scelto la lettera S, di Strega. What else?

Strega

Spezzetta, soffrigge, scotta, sobbolle salamandre, serpi, salmoni, senza stracuocerli. Se sono serate stellate, stufa serenamente sughi stregati.
Scartabella superati sortilegi, sorseggiando stillati succhi scribacchia sagaci sciocchezze su sere soleggiate, soli soffusi, saggi somari. Sveglia, saltella su strade solitarie seguendo scie serpeggianti sui sogni. Scrive sorti sospirate salmodiando scrupolose stregonerie serbanti sapore di salvia.

Tra Pesci Colorati e Fontane Liberty – Acquario Civico di Milano

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Una cartolina d’epoca che ritrae il padiglione dell’Acquario Civico.

 

Sito in Viale Gadio 2, di poco all’intero del parco Sempione, l’Acquario Civico di Milano è un piccolo gioiellino di arte Liberty che venne costruito e inaugurato nel 1906 per l’Esposizione Internazionale di Milano che celebrava l’inaugurazione del traforo del Sempione con più di duecento padiglioni sparsi per la città. Unico di quelli all’interno del parco a non essere abbattuto dopo la fine dell’evento, questo museo vivente rimase in attività come acquario vero e proprio, ma anche centro di studi e ricerche ittiologiche fino al 1943, quando fu severamente colpito dai bombardamenti USA. La struttura riaprì nel 1963, ma noi la vediamo con l’aspetto conferitole dal restauro del 2003-06, che ha mantenuto e in certi casi recuperato la struttura esterna in liberty milanese modernizzandone al contempo le vasche e il percorso espositivo.

A oggi l’Acquario Civico di Milano, il terzo acquario più antico d’Europa, vanta vasche di ultima generazione, aule didattiche e spazi per eventi e conferenze, il tutto racchiuso in uno dei più belli e romantici edifici della zona (e stiamo parlando di quella tra il Castello Sforzesco e l’Arena Civica!) e contornato da un giardino che ospita la ricostruzione di alcuni ambienti padani. Al suo interno si continua anche a fare ricerca.

 

Il percorso espositivo è al piano terra; le vasche, disposte a ellisse, offrono la visione degli ambienti acquatici italiani seguendo la storia dell’acqua, dalla sua immissione nei torrenti di montagna fino al mare Mediterraneo. Unica eccezione a questo panorama italico sottomarino e l’ambiente che riproduce il Mar Rosso, esposto come possibile evoluzione del Mediterraneo in quest’era di cambiamenti climatici.

Come anticipavo, le dimensioni dell’acquario sono decisamente ridotte, soprattutto se comparate ai grandi mostri americani o allo stesso acquario di Genova, eppure visitarlo è un’esperienza particolare e non paragonabile alle altre. L’atmosfera che si respira è intima, raccolta, e invoglia a soffermarsi per più tempo di quello che probabilmente sarebbe necessario davanti alle vasche. Forse è per questo che il percorso è disseminato di divanetti su cui ci si può riposare, non da una camminata eccessivamente lunga, ma dall’assordante ménage quotidiano, dalle proprie preoccupazioni o dalle mille cose futili che ci frullano costantemente in testa e ci impediscono di pensare e riflettere.
Dal giardino, nelle cui pozze artificiali nuotano carpe, cavedani, tartarughe, ma anche anatre e gallinelle d’acqua, si può ammirare appieno la bellezza della struttura che ospita l’acquario e perdersi definitivamente nelle reminiscenze di Jules Verne.

acquario-civico-brunettiSeguendo i dettami dello stile architettonico tanto caro alla borghesia milanese del primo Novecento, l’edificio è decorato con elementi in ferro battuto, cemento e calcestruzzo, qui rappresentanti la flora e la fauna del mondo subacqueo. Una bellissima fontana con la statua del dio Nettuno accoglie i visitatori subito dopo il cancello d’entrata, invitandoli a penetrare nel mondo di sogno, fatto di rumori ovattati e luci blu, di cui vi ho già parlato.
Sebbene l’architettura appaia alquanto solida, tutto rimanda alla fluidità e alla leggerezza dell’acqua, a partire dalle decorazioni sulle piastrelle, fino ai doccioni delle mura e alle applicazioni a parete, che sono di un realismo quasi commuovente.

 

Essendo un Museo Civico, potete visitare l’acquario pagando un biglietto di cinque euro (un prezzo più che giusto, anche se gli spazi didattici e ricreativi potrebbero essere implementati), oppure usufruendo delle entrate gratuite previste nell’ultima ora di apertura (dalle 16:30) o il martedì dalle 14. Magari, potete portarvi dietro un bel libro di racconti marinari e leggerlo vicino alla vasca dei pesci tropicali, così, tanto per entrare nell’atmosfera! Io sospetto che nei prossimi mesi tornerò all’acquario con un buon volume sottobraccio e qualche ora da spendere in relax. 😉

 

Un Film che Tutti Dovrebbero Guardare – Dunkirk

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Dunkirk è l’ultimo film di Christopher Nolan, che l’ha scritto e diretto, e racconta l’evaquazione di Dunkerque (27 maggio – 4 giugno 1940) in un intreccio di tre diversi luoghi – la terraferma, il mare e l’aria – e tre diversi spazi temporali – una settimana, un giorno e un’ora-. I personaggi che seguiamo più da vicino, quindi, sono sempre gli stessi e la staticità della trama tipica dei film di guerra è movimentata dai continui flashback e flashforward che l’intreccio di cui sopra permette e supporta.

Pare che Nolan abbia progettato di scrivere una storia riguardante l’operazione Dynamo (l’evacuazione della spiaggia di Dunkerque) per oltre venticinque anni, e sicuramente si nota una grande cura nei dettagli, nelle inquadrature e nella resa dei personaggi, che risultano tremendamente umani, eroici e fallibili al tempo stesso. Il copione è stringato e ridotto all’essenziale, lasciando il dovuto spazio all’azione e alle emozioni che trapelano dagli sguardi e dai gesti, in modo che l’inquietudine, il terrore e l’atrocità della situazione risaltino al meglio.

Il cast vanta nomi ben noti, altri da intenditori e alcuni persino sconosciuti. Tra tutti, non è possibile citare Mark Rylance, che dopo Il Ponte delle Spie è autore di un’altra performance che potrebbe valergli uno o due premi, Tom Hardy, intenso nonostante reciti quasi sempre a volto coperto, e il come sempre meraviglioso Kenneth Branagh.

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Branagh interpreta il capitano di marina Bolton. Una delle sue scene – assolutamente muta, senza neanche un sospiro – mi ha fatto piangere tante di quelle lacrime!

Al di là delle singole performance, comunque, quello che più mi rimarrà impresso di Dunkirk è il miscuglio assolutamente realistico tra orrore e speranza, tra l’eroismo più alto e la codardia, il baratro più nero della disfatta e la luce che arriva da luoghi inaspettati di cui sembra essere intessuto. Ho pianto, ed era da tantissimo tempo che non versavo lacrime davanti al grande schermo, e in più punti della narrazione.

Rifacendoci, dunque, al titolo di questo post, perché tutti dovrebbero guardare Dunkirk? É un bellissimo film, questo è certo, ma i gusti sono soggettivi e c’è sempre qualcuno che la pensa diversamente. Nemmeno i volti noti del cast (e qui faccio un appello alle giovanissime: sì, Harry Stiles c’è, ma non ha una parte così preponderante e il film impressiona, quindi andateci preparate, e non solo per vedere un bel faccino) bastano a giustificare la mia affermazione, né la firma della regia o quella della colonna sonora (Hans Zimmer). Tutti dovrebbero vedere Dunkirk perché una cosa che orribile e spaventosa com’è ritratta è successa davvero, meno di ottant’anni fa. La violenza, le ferite, la mancanza di una via di fuga, la disperazione, in ultimo la strenua lotta per la sopravvivenza sono parte della nostra storia recente e mai come in questo periodo, in cui sembra che molto sia stato dimenticato, sono importanti.

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Altra scena di calde lacrime: l’arrivo dal nulla delle imbarcazioni civili, che accorrono per riportare a casa i soldati inglesi quando tutto sembra perduto. 

In ultimo, mentre l’animo dello spettatore è forse scosso dal pensiero di quello che stato come da quello che potrebbe ancora essere, Dunkirk è un film da vedere per il suo finale, in cui la sconfitta più grande si tramuta in una vittoria impensata; penso che storie come queste ci siano necessarie.

Letture Agostane

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Il mare è il posto perfetto per leggere in santa pace, baciati dal sole, cullati dal rumore delle onde e dalle urla dei bamb-… Ehm, no, quest’ultima cosa non è ideale. ^^
Ad ogni modo, il mese che sta tristemente per finire ha segnato un bel record di libri letti, che spero di ripetere e magari superare nei mesi futuri, anche se con la ripresa dell’attività rambica ci credo poco.

In questa trentina di giorni ho letto un po’ di tutto, dai racconti brevi ai romanzi storici ai saggi, portandomi dietro una pila di volumi in valigia e comunque acquistandone alcuni alle bancarelle (altrimenti dette tentazioni demoniache o anche supplizio dei portafogli), e devo dire che sono in generale soddisfatta dalla qualità dei libri che sono finiti tra le mie grinfie accuratamente smaltate. Vediamoli.

Minima – 7 racconti neri e uno bizzarro, E. A. Poe. Un altro volume della collana Piccoli Mondi di ABEditore, che per l’appunto consta di alcuni racconti dello scrittore inglese. Ne avevo già letto qualcuno, mentre altri mi erano del tutto sconosciuti e forse per questo li ho apprezzati di più. Non posso che sottolineare la bellezza dell’impaginazione di questo libro, in cui le immagini sono veramente tra i protagonisti dei racconti: affascinante!

Danger e Altre Storie, A. Conan Doyle. Sempre per ABEditore, questa è una raccolta di racconti che è rimasta inedita in Italia fino a quest’anno. Ho particolarmente apprezzato la versatilità dell’autore di Sherlock Holmes (in questa raccolta il celebre detective non entra nemmeno di striscio), che è capace di raccontare storie fantastiche, dell’orrore, ridicole e persino di vita ordinaria senza annoiare mai. Ho naturalmente dei racconti che mi sono piaciuti più di altri, ma sono rimasta particolarmente colpita dal primo di essi – Danger, che da anche il nome alla raccolta – perché, sebbene Arthur Conan Doyle l’abbia scritto poco tempo prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, contiene una predizione esatta dei punti deboli del regno britannico che risulteranno evidenti al mondo pochi mesi dopo la pubblicazione della storia.

Il Viva Verdi, J. Ghilardotti. Chi bazzica in questo Grimorio da qualche tempo sa già che io sono un’amante della musica lirica e delle opere di Giuseppe Verdi in particolare. Questo è il motivo per cui, quando ho adocchiato Il Viva Verdi sommerso da altri volumi in una bancarella sulla spiaggia, non ho potuto resistere e me lo sono portato sotto l’ombrellone. Il romanzo è ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, a Milano, mentre il grande compositore è alle prese con la creazione di quel capolavoro che è l’Otello. Il narratore è Tobia Gorrio, un alter ego del librettista Arrigo Boito (che poi firmerà le parole dell’opera) inserito nell’ormai languente panorama intellettuale milanese. Ho particolarmente amato l’atmosfera brumosa che si respira all’interno dell’intero romanzo, che d’altronde è ambientato nella mia amata città; mi ha fatto un certo effetto sentire il narratore parlare di vie, edifici e quartieri che io conosco benissimo e in cui mi reco anche abbastanza spesso.

Gli Anni della Leggerezza, E. J. Howard. Il primo volume della Saga dei Cazalet mi è stato regalato in occasione del mio ultimo compleanno e – ingombrante e pesante com’è – mi ha seguita al mare, sul fondo di una capiente valigia. La storia è incentrata sulle vicende della grande famiglia borghese dei Cazalet, nell’Inghilterra degli anni Trenta, ed è veramente affascinante, anche se il ritmo narrativo è piuttosto lento. Nel suo stile fluido e delicato la Howard mette assieme quello che mi sembra un gigantesco studio di personaggi – la sola presentazione di tutti i membri della famiglia occupa tranquillamente l’intero libro – peculiari e realistici, spesso, credo, anche perché la saga contiene numerose note autobiografiche della scrittrice. É stata sicuramente una lettura piacevole, ma non sono ancora pronta per recuperare il secondo volume della saga.

101 storie di regine e principesse che non ti hanno mai raccontato, M. Minelli. Amazon mi ha cortesemente omaggiata di una settimana di prova gratuita per Kindle Unlimited e questo è il primo libro che ho letto approfittandone. Che dire se non che le mie aspettative riguardo a questa raccolta di aneddoti storici sono state disattese? L’inizio di ogni capitolo (ognuno ha una protagonista differente) parte bene, con una narrazione dai toni leggeri e un ritmo adeguato, salvo poi sorprendere negativamente il lettore con una seconda parte tagliata a colpi d’accetta, come se l’autrice continuasse ad accorgersi, a ogni nuovo aneddoto, di essersi dilungata troppo nel racconto.

La Legione di Cesare, S. Daldo-Collins. Il sottotitolo di questo saggio è le imprese e la storia della decima legione dell’esercito romano e sintetizza in maniera congrua il soggetto delle ricerche dell’autore. In uno stile per nulla asettico e che quasi ricalca il racconto Stephen Daldo-Collins passa in rassegna la storia della prima legione creata da Giulio Cesare nella sua folle corsa verso il potere e la gloria, dalla sua nascita all’età imperiale. Molto interessante e a tratti appassionante!

 

In questo momento non ho nessun libro in lettura, sto cercando di godermi gli ultimi scampoli del mese (l’attività rambica è ancora in orario estivo) prima della ripresa del solito orario lavorativo… Non preoccupatevi, dunque, a brevissimo tornano anche gli aneddoti sui clienti. 😉

Voi cosa avete letto in agosto? Siete lettori da spiaggia, oppure preferite gli ambienti chiusi per sprofondare tra le pagine di un buon volume? Fatemi sapere questo e molto altro nei commenti, mi raccomando!

Fino all’Osso del cliché

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totheboneposterQuando ho saputo dell’arrivo di To The Bone, primo film di Marti Noxon (una delle sceneggiatrici di Buffy l’Ammazzavampiri) prodotto da Netflix, mi sono detta che la sua visione sarebbe stata un’esperienza da fare in un periodo in cui l’umore sarebbe stato sufficientemente rilassato e sereno, onde evitare l’ondata di tristezza e di pianto che si sarebbe accompagnata alla tragedia. Molto coerentemente, quindi, ho scelto di guardare questo film di ritorno dalle ferie, quando sentivo più che acutamente la mancanza del mare e della spiaggia e percepivo come prossimo il ritorno al lavoro. Gli ingredienti per il clamoroso pianto senza freni c’erano dunque tutti, peccato che è mancato il, ehm… beh, il motivo.

Mi ero fatta certe aspettative su Fino all’Osso, che raccontava la storia autobiografica della regista e aveva come interprete Lily Collins – che forse non sarà l’attrice più di talento del momento, ma a me non dispiace -, che dice di aver sofferto lei stessa di disturbi alimentari. L’argomento doveva essere sentito dal cast in modo decisamente acuto e il film in se stesso aveva causato un po’ di bagarre ancora prima della sua uscita, perché si temeva che incoraggiasse le ragazze anoressiche a sprofondare ulteriormente nella loro malattia, piuttosto che scuoterle. Dopo aver affrontato l’ora e diciassette minuti della pellicola, però, posso dire che To The Bone non corre il rischio di affascinare né tantomeno sconvolgere nessuno.

L’accusa di rendere glamour la malattia è per quanto mi riguarda totalmente infondata, perché non ci sono rimandi all’ideale estetico né le atmosfere sono in qualche modo appetibili. La sola presenza di un’attrice come la Collins (amata dalle adolescenti? Dal fisico esile per natura?) non può bastare a rendere affascinante il film né a elevarlo a modello per gli spettatori che soffrono di disturbi alimentari. Quanto detto riassume le qualità del film, che per il resto si erge su una sceneggiatura alquanto piatta e su personaggi che più che essere a tutto tondo risultano delle macchiette più o meno simpatiche. Alcune, come le ospiti della casa di cura in cui si svolge gran parte della vicenda, sono solamente immagini di contorno alla triste ma non ben specificata vicenda della protagonista, la Ellen interpretata da Lily Collins, il cui background è accennato e non ben definito. I suoi stessi sentimenti compaiono, quando siamo fortunati, da sotto uno spesso strato di intorpidimento emozionale che, mancando il contesto, non fa breccia nello spettatore.

Il maggiore elemento di delusione di Fino all’Osso sta nel fatto che credo che nel 2017 un film dichiaratamente sull’anoressia – non con una protagonista che ha un passato tragico ed è anche anoressica, ma dove la malattia sia l’elemento centrale della vicenda – debba essere una storia di denuncia. In questo tempo in cui sotto i filtri e i ritocchi fotografici regna la disillusione e i “contenuti sensibili” non impressionano più nemmeno i bambini un film sull’anoressia deve sconvolgere, deve mostrare tutti gli aspetti del problema e non solo l’eccessiva magrezza e un po’ di peluria sul corpo. Gli aspetti fisici della malattia si devono vedere – il reparto trucco è lì apposta, no? – tanto quanto quelli psicologici, non ci si può limitare a inquadrare una ragazza nutrita con un sondino e a lasciare spazio a una conversazione sulla mancanza del ciclo mestruale con Keanu Reeves.

 

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Keanu Reeves interpreta il medico “anticonvenzionale” William Beckham. La recensione dell’Independent ha definito il suo personaggio il medico patriarcale che sa come curare le donne.

Non so ancora dire se la delusione e la noia originate dalla visione di questo film dipendano solo dall’opinione che ho espresso qui sopra o anche dall’opinabile scelta di inserire un avviso sui contenuti sensibili prima dell’inizio della storia. Certo, se lo spettatore viene avvisato di prepararsi a scene forti, quelle scene, lui o lei, se le aspetta, giusto? Se Netflix sconsiglia la visione di Fino all’Osso a un pubblico di giovane età, chi procede coraggiosamente con lo streaming si aspetta qualcosa, che invece non c’è. Tanto per fare un raffronto, ricordo di essere stata molto più colpita dalla campagna contro l’anoressia di una decina di anni fa (qui un articolo di giornale, se non vi ricordate di cosa parlo), quando l’immagine che ritraeva una modella malata erano visibili per le strade, senza possibilità di filtro o censura per i giovanissimi, durante la settimana milanese della moda.

Centosette minuti della mia vita stregonesca sprecati, dunque, e nessun motivo per versare qualche lacrima se non l’imminente fine delle mie ferie, segnano la mia esperienza con le “produzioni impegnate” di Netflix. Non ho ancora visto Tredici per le stesse motivazioni che mi avevano trattenuto da vedere To The Bone, ma sto considerando la possibilità di ridimensionare le mie aspettative.

Voi che ne pensate? Avete visto il film della Collins o il celebre Tredici? Che cosa ne pensate? Fatemelo sapere nei commenti!

Di nuovo qui

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Sì, lo so che sono già tornata dalla vacanze da qualche giorno e che mi metto a scrivere solo ora… perdonatemi: l’inerzia da fine ferie mi ha colpita e sono riuscita a liberarmene solo oggi.

É stata una vacanza tranquilla e rilassante, proprio come mi aspettavo, e mi ha dato modo di raccogliere le energie per tanti progetti che spero si realizzino in quest’anno. Oddei, non è sempre detto che quelle che ci sovvengono sotto l’ombrellone siano delle grandi idee – le insolazioni e i colpi di calore sono sempre in agguato! -, ma posso dire con un certo orgoglio misto a una punta di paura che ho posto le basi per qualcosa di importante. Mi rassicura anche il fatto che in spiaggia metto sempre il cappello e bevo molto. XD

 

Ordunque a brevissimo il Grimorio tornerà a pieno regime, mentre l’account Instagram non ha mai smesso di funzionare (a proposito, voi mi seguite? Fatelo, non perdetevi i miei sproloqui estemporanei!) e fra poco metterà il turbo. Allacciate le cinture e soprattutto ditemi: come avete passato le vostre vacanze?

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Due giorni prima dell’inizio delle mie amate ferie ricevo una chiamata da una nuova cliente, che versa in uno stato di profonda agitazione. É il crepuscolo, all’attività rambica è stata una giornata tranquilla e io penso già al mare e alla spiaggia, perciò parlo serenamente alla cliente, cercando di calmarla a sufficienza da intendere quale sia il suo problema.

Pare che sua figlia sedicenne debba partire per il Sudamerica, in vacanza studio, e che lei debba far tradurre urgentemente l’autorizzazione al viaggio. La traduzione necessita anche di asseverazione e legalizzazione, essendo quest’ultima il risultato di un processo per il quale vengono richiesti tre giorni lavorativi. Pongo la domanda fondamentale.

Signora, quando dovrebbe partire Sua figlia?

Risposta.

Dopodomani mattina.

Ovvero, in trentasei ore… Ho come il sospetto che la ragazza perderà l’aereo e lo comunico alla madre con il dovuto tatto.

Lei dice?

Dico, dico.

Senta, non si può fare qualcosa in merito?

Una madre che non vuole perdersi d’animo, mi piace! Si fosse solo svegliata un po’ prima…

Signora, purtroppo non vedo come poterla aiut-

Lei m’interrompe, colta da quelle illuminazioni che di solito mi fanno una paura tremenda. Leggete il seguito e ditemi che non ho ragione.

Senta, e se io la facessi chiamare in dogana? Così parla Lei con l’ufficiale e gli spiega tutta la questione! Non credo che poi mia figlia dovrebbe avere problemi a passare.

 

Ma certo! Mi faccio una bella chiacchierata informale con l’ufficiale di dogana e quello di sicuro farà entrare la ragazza nel suo paese. Sicuro!

Top 5 – Personaggi Letterari Maschili

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Libro orologio studiare, leggere

Qualche giorno  fa sono stata inserita in un delizioso tag game su Instagram, che chiedeva di stilare una personale classifica dei cinque migliori personaggi maschili nei libri. L’idea mi è subito piaciuta, anche perché trovare dei signori di carta degni di nota non è cosa ostica, la difficoltà sta nel nominarne solo cinque! Mi sono a ogni modo messa d’impegno e ho riposto al gioco, se non che mi sono accorta che sarebbe stato alquanto difficile spiegare tutte le mie ragioni nella didascalia di una foto su Instagram (scrivo un papiro!) e che associarci un post sarebbe stata la scelta migliore.

Eccoci dunque qui, a parlare della mia top 5 dei personaggi maschili letterari, in cui i seguenti signori sono menzionati in ordine assolutamente casuale: per me sono tutti da podio!

Fedja Dolokhov, da Guerra e Pace di Lev Tolstoj. 
Ho parlato tanto di questo personaggio l’anno scorso, complice la rilettura del capolavoro di Tolstoj e la bellissima serie BBC. Fedja non è uno dei protagonisti della vicenda, anzi, rimane quasi sempre ai suoi margini e sparisce per lunghi tratti di narrazione, eppure la sua personalità complessa e affascinante spicca tra le parole dell’autore. Io amo il suo lato spericolato e indipendente, soprattutto quando è associato a quello più dolce e nascosto.

2194-Sovra.inddAthos, da Athos di Alberto Ongaro.
Questo è un libro che mi è rimasto nel cuore per svariati motivi, non da ultimo perché tratta di uno dei miei personaggi preferiti di sempre, ma in una veste del tutto nuova: la sua primissima gioventù, quando non c’erano ancora Milady né gli altri moschettieri, e i suoi ultimi giorni di vita. Ongaro mantiene i tratti caratteriali del personaggio: il suo Athos è coraggioso, intrepido, leale e onesto, ma anche più luminoso in qualche modo. In gran parte della vicenda è un giovane che non si è mai innamorato e dunque non è mai stato tradito, ingannato, inoltre, l’età lo vuole meno riflessivo e più propenso agli scherzi e a reagire agli impulsi. Credo che Dumas, se mai avesse pensato a una background story per Athos, l’avrebbe immaginata non molto dissimile da questa.

Loki, creato da Joanne Harris nella sua Trilogia delle Rune.
Il dio degli inganni come non l’avete mai visto! Soprattutto in The Gospel of Loki (Il Canto del Ribelle, in italiano), siamo davanti a un personaggio a tutto tondo: intelligente, furbo, ironico e sarcastico, è anche molto più sensibile di quello che lui stesso vuole dare a vedere. Nonostante tutti i problemi che causa (vedere la mitologia norrena: la Harris non cambia una virgola), non è possibile non prendere le sue parti, soprattutto perché gli altri Dei non sono esattamente propensi a trattarlo da pari a pari ed è evidente che lui ne soffre.

giphy1Albus Perceval Wulfric Brian Silente, da Harry Potter di J. K. Rowling.
Gettiamo la maschera, a me Silente è sempre piaciuto, dal primo libro. La figura di questo preside strambo, all’apparenza innocuo ma in realtà uno dei più grandi maghi mai esistiti mi ha conquistata subito per mezzo della sua sottile ironia. É solo proseguendo nella lettura dei sette romanzi, però, che ci si rende conto della complessità del personaggio e del fatto che non si tratta, come si è portati a pensare più o meno fino alla prima metà del quinto libro, di un uomo buono. Anzi, Albus Silente è tante cose, ma di sicuro non è buono, non nel generale senso del termine; pensate solo all’abilità strategica con cui pilota le persone attorno a lui, alla freddezza con la quale organizza persino la loro morte. Il preside di Hogwarts è un uomo fatto di zone grigie, tantissime, che si sono affastellate l’una sull’altra nei lunghi anni della sua vita che prometteva di essere numerosa e invece è stata costellata da vicende drammatiche.

Cormoran Strike, dalla serie delle indagini di Cormoran Strike di Robert Galbraith.
La Rowling è un genio letterario e pertanto non poteva che creare personaggi inconsueti e indimenticabili in ogni sua opera. Il detective protagonista di tre (per il momento!) dei suoi ultimi libri è un bellissimo esempio di ciò e nonostante il numero notevole di pagine in cui lo vediamo in azione il sospetto è che non abbiamo ancora grattato la superficie del vero Cormoran Strike. Su Instagram ho detto che si tratta del detective meglio riuscito dai tempi di Sherlock Holmes, e ci credo sul serio, perché quello che traspare dalla parole della scrittrice è un uomo, non un investigatore bidimensionale che non ha altro oltre al suo lavoro. Senza contare la particolarità del suo aspetto fisico, la cui descrizione mi ha colpita perché sembra mutare lievemente con il tempo, le situazioni e lo stato emotivo del personaggio, esattamente come succede a noi.

 

Ebbene, questa è la mia personale classifica, e la vostra? Fatemi sapere quali sono i vostri cinque personaggi maschili preferiti, intanto che io preparo un nuovo post: perché dobbiamo concentrarci solo sui gentiluomini, infondo? 😉

La Strega va in vacanza

Ebbene sì, siore e siori, mi prendo un meritato riposo e parto per altri lidi, ove permarrò per qualche settimana.

I post, quindi, si diraderanno un pochino, anche se – con la gentile collaborazione dello strumento di programmazione di WordPress – ne usciranno comunque un paio, da me diligentemente preparati prima della partenza.

Continuate a seguire i miei deliri, dunque! Io intanto ricarico le batterie per tornare più pimpante di prima a MaduninaLand! 😉

 

Buone vacanze a tutti voi. ♥