Tornano i Premi – Blogger Recognition Award

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É passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho reso testimonianza di un premio ricevuto da questo Grimorio, ma questo è un anno in cui intendo rompere con alcune tradizioni, perciò raccolgo il testimone tesomi da Usquequaque invece che ringraziare e tenere per me il mio bel premietto. 🙂

Il Blogger Recognition Award (di seguito, BRA) è un’iniziativa carina, perché al posto che sottoporre ai premiati una serie di domande a cui rispondere sposta l’attenzione sul blog e sulla fatica di mantenerlo attivo. Cercare contenuti interessanti, farsi venire nuove idee, condividerle in modo chiaro e soprattutto usare costanza nel pubblicare i propri post: sembra uno scherzo, ma non lo è! Ci vogliono più energie di quello che si direbbe, e non sempre le soddisfazioni sono immediate, ma arrivano con un po’ di esperienza. Ora bando alle ciance e vediamo quali sono le regole del BRA:

  1. Ringraziare il blogger che ti ha nominata e inserire il link al suo Blog;
  2. Raccontare la nascita del proprio Blog;
  3. Dare consigli ai nuovi blogger;
  4. Nominare altri 15 blogger ai quali vuoi passare il segno di riconoscimento;
  5. Commentare sul Blog di chi ti ha nominato e fornirgli il link al tuo articolo (anche sulla pagina Fb).

Ordunque, il punto numero 1 è stato completato con successo: ringrazio ancora Samantha per aver pensato a me e spero di mettere assieme un post soddisfacente. Passiamo al punto due, la nascita del blog.

Il Grimorio della Strega è il mio primo tentativo di blogging su questa piattaforma. Per un bel po’ di anni ho avuto un blog sul compianto Splinder, che per svariati motivi ho lasciato in sospeso (e ho poi lasciato morire assieme alla piattaforma stessa). Sono rimasta senza scrivere un post per qualche anno, ma alla fine il blogging mi ha nuovamente intrappolata tra le sue spire; il Grimorio è nato il 4 gennaio del 2012 (volete leggere il mio primo post? Eccolo) e da allora prosegue senza grosse interruzioni.

Ora dovrei fornire consigli utili ad altri blogger, che si presume siano meno esperti di chi sta su un ideale palco, col premio BRA in mano, a pronunciare un discorso di ringraziamento. Ebbene: gentili ospiti, amati sostenitori e insostituibili membri dello staff, non sento di avere dei consigli da condividere. La bellezza del blog è che l’autore lo può utilizzare come meglio crede, che voglia trasformarlo in un diario personale o in uno sprone per raggiungere un certo obiettivo. Esso può essere lo strumento per condividere la propria passione e cercare persone con interessi affini, oppure il palcoscenico per mettere in luce il proprio dilagante egocentrismo senza far male a nessuno, o ancora un modo per tirare in barca qualche soldino. Tutte queste cose vanno bene, va tutto benissimo! L’importante è – credo – essere convinti di quello che si fa, in questo caso che si scrive, e metterci passione.

E ora è arrivato il momento delle nomine, vero? Eccole qui:

  1. Primula, Ma Bohème
  2. Il Lettore Curioso
  3. MariaSte – io non sono quella ragazza
  4. All that cinema
  5. Canti delle Balene
  6. Unreliable Hero
  7. La libreria di J.
  8. La lettrice sognatrice
  9. Il viaggiator glutenfree
  10. The Anglophile Corner
  11. Donut open this blog
  12. A fox among the books
  13. Martinaway
  14. TBS – The Book Seeker
  15. Yet, another fridge magnet

Se potete, fate un giro su qualcuno dei blog (mi rendo conto che sono tanti! Scegliete i nomi che vi ispirano di più, per cominciare!): non ve ne pentirete. 😉

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Letture Ottobrine

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Ottobre è stato uno di quei mesi in cui si ha appena la forza per arrivare alla fine, figuriamoci avere il tempo (e le energie!) per leggere con il solito ritmo. Sono riuscita a leggere qualcosina, però, e ne ho anche tratto una certa soddisfazione. Come accade da qualche tempo, nelle mie recensioni troverete un link che vi rimanda all’acquisto del libro tramite il mio codice di affiliazione Amazon. Se deciderete di diventare più poveri seguendolo, io riceverò una piccola percentuale devolutami interamente dal portale di e-commerce più famoso del mondo. Vi ringrazio già da ora!

Augustus, J. Williams. Ho già avuto modo di parlarne con dovizia di particolari qui. Il romanzo storico è il mio comfort book d’eccellenza, mi sono divertita.

Tor, G.D. Light. G.D. Light è un’autrice emergente di trent’anni, da sempre appassionata della lettura e del fantasy in particolare, e io la ringrazio moltissimo per avermi inviato una copia del primo libro della saga Il Cuore del Lupo. Tor è la storia di Aurora, una giovane donna apparentemente normale, ma che nasconde nel suo fisico esile uno sconvolgente segreto, di cui comincia appena a capire qualcosa quando approda in un mondo fantastico e fa la conoscenza del lupo Tor, che in realtà è un mutaforma intrappolato nell’animale in cui lui e il suo popolo riescono a trasformarsi…
Nella cura del testo e nello stile di scrittura si percepisce che la maturità della scrittrice, che è sicuramente più grande della gran parte delle autrici emergenti che scelgono di autopubblicarsi; ho apprezzato la sua scelta di movimentare la narrazione inserendo un punto di vista molteplice, quello di Rori e quello di Tor, anche se penso che il personaggio del lupo Alfa sia un po’ troppo raffinato per ciò che si intende del suo passato. Potete accaparrarvi una copia di Tor seguendo questo link.

Il Castello Rackrent, M. Edgeworth. Maria Edgeworth è una scrittrice inglese di origini irlandesi vissuta tra le seconda metà del Settecento e la prima dell’Ottocento. Il padre aveva dei terreni in Irlanda e lei agì come sua amministratrice, acquisendo le basi per alcuni suoi romanzi, tra cui anche Castle Rackrent, pubblicato nel 1800. L’edizione che ho letto io è nuova e mi è stata gentilmente inviata da Fazi Editore, che come sempre ringrazio. La storia dei tenutari dei terreni irlandesi attorno al castello di Rackrent è raccontata in un unico monologo dal vecchio custode Thady, un uomo semplice e profondamente radicato alla sua terra e alle sue usanze. Il tono del narrato mi è piaciuto moltissimo e in alcuni punti – nello specifico, quando Thady racconta qualche episodio in cui i suoi padroni non sono messi in ottima luce, ma lui cerca di rigirare la frittata – mi ha fatto sorridere. Si tratta di una lettura veloce, non sono più di 130 pagine, ma io ve la consiglio. Se volete acquistare il libro, potete farlo qui.

 

…Poche letture, vero? Spero davvero di potermi rifare a novembre! Voi fate il tifo per me e soprattutto ditemi che cosa avete letto nel mese appena trascorso!

Consigli di Lettura per uno Spooky Hallowe’en

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Come ogni buona strega che si rispetti sono ben consapevole che Hallowe’en si avvicina a passi da gigante e mi rendo anche conto che non tutti saranno impegnati come la sottoscritta in celebrazioni, riti mistici e sortilegi. A ben vedere, anch’io avrò tempo per sfogliare qualche pagina, tra una pozione e l’altra, ma quali libri è meglio scegliere?

Rispondere “un horror” è decisamente scontato, e poi vi confesso che io non sono una grande amante del genere, così ho pensato di darvi qualche suggerimento pescando nella lunga e mai troppo esplorata lista dei libri scritti in epoca vittoriana. I vittoriani – Penny Dreadful insegna! 😛 – avevano una vera e propria predilezione per gli aspetti oscuri, morbosi e criminali dell’animo umano e la lista che segue (in cui c’è una piccolissima eccezione) ve ne darà conferma. Al titolo di ogni libro inserisco un link per acquistarlo su Amazon tramite il mio codice di affiliazione: ricevo una piccolissima percentuale per ogni acquisto effettuato, di cui vi ringrazio in anticipo. 😉

The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, R. L. Stevenson. Stevenson scrive questo famosissimo libro nel 1886, tre anni dopo essere diventato celebre per aver pubblicato, a puntate, L’Isola del Tesoro. La storia è quella del dottor Jekyll, che inventa un siero capace di far affiorare il lato oscuro di un individuo, che per lui è il signor Hyde, suo doppio speculare, capace di ogni sordido atto e completamente estraneo al rimorso e al senso di colpa, che invece il buon dottore conosce fin troppo bene… La vicenda è raccontata come un giallo: all’inizio non sappiamo chi sia Mr. Hyde e in quali relazioni sia con il dottore, che tuttavia lo ha fatto beneficiario del suo testamento, e seguiamo le indagini dell’avvocato di Jekyll, Utterson. La rivelazione arriva nei capitoli finali della storia, dopo una serie di crimini efferati e scioccanti scoperte, e sicuramente questo tipo di narrazione contribuisce ad aumentare l’inquietudine nel lettore. Quello che però m ha sempre messo paura nella storia è che Hyde non è una creatura sovrumana, un alieno o un essere mitologico; Hyde è umano, Hyde non è altro che Jekyll quando gli prende male. I veri mostri sono dentro di noi.

Racconti di Diavoli e una Favola, R. L. Stevenson. Spendo poche parole su questo libro, che vi ho già citato più volte e che non potevo non nominare… Insomma, si parla mica del diavolo? Non è che queste storie facciano paura, però hanno un loro modo di inquietare e per le stesse ragioni di Lo strano caso del dr. Jekyll e del sig. Hyde. Il racconto che mi è piaciuto di più è sicuramente Markheim: mi batteva il cuore mentre seguivo il protagonista mettere in atto il suo piano!

tumblr_n812ixdcni1ttowf2o3_250Frankenstein, M Shelley. D’accordo, il libro è del 1816 e l’epoca vittoriana comincia nel 1837, ma come si fa a non citare Frankenstein? Mary Shelley scrisse questo bellissimo libro quando non aveva ancora vent’anni, a seguito di una notte tempestosa passata assieme al marito (il poeta della seconda generazione di romantici inglesi Percy B. Shelley) e a Lord G. G. Byron a raccontarsi storie dell’orrore, ed effettivamente faccio fatica a immaginarmi scene più inquietanti di alcune di quelle narrate da quest’autrice. La storia è presto detta: il giovane e idealista scienziato Viktor Frankenstein crea, nel suo delirante desiderio di sconfiggere la morte, un essere mostruoso mettendo insieme parti di vari cadaveri e dandogli la vita con una forte scarica elettrica. Riuscito nelle intenzioni che stavano consumando la sua salute fisica e mentale, Viktor fugge spaventato dalla sua Creatura, ma essa è decisa a non lasciargli scampo… fino alla fine. L’intensità delle emozioni dei personaggi della Shelley è devastante e aggiunge enfasi al narrato, che è già sufficientemente inquietante di suo, ça va sans dire.

Last but not least, Minima – 7 racconti neri e uno bizzarro, E. A. Poe. Anche di questo volume vi ho già parlato a sufficienza negli scorsi mesi, quindi cercherò di non ripetermi. Edgar Allan Poe è la vera eccezione di questa lista, non tanto per il periodo in cui scrive (che è quello giusto!) quanto perché lui è uno scrittore americano, non britannico. Non era tuttavia possibile parlare di inquietudine senza citare il re dei racconti noir! Nella raccolta di ABEditore sono presenti sia racconti famosissimi, come Il Cuore Rivelatore, che altri di cui io non conoscevo l’esistenza, come Hop Frog, la storia di un giullare, che… Mi fermo, perché detesterei rovinarvi la sorpresa! Trovo che Poe abbia la particolare abilità di mescolare elementi che rimandano al soprannaturale con quelli che invece sono propri della pazzia, della mania e in generale delle malattie mentali; i suoi personaggi possiedono una sensibilità abnorme, ed è quella – non la Creatura che viene da un paese esotico, non uno spirito malvagio – a metterli nei guai e a fare venire i brividi a noi.

La mia breve lista di consigli di lettura si conclude qui: voi aggiungereste qualche libro in particolare? Qual è la storia più spaventosa che avete mai letto? Fatemelo sapere nei commenti e… raccontatemi i vostri piani per Hallowe’en!

Libri di Me…lma

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Quello che vedete sopra queste parole è il banner del primissimo link party a cui partecipo, in cui sono stata nominata dalla sempre adorabile usqueaque e che mi è arrivato come una specie di dono dal cielo (nel senso di quelle volte in cui passate troppo vicino al cornicione di qualche casa e i piccioni hanno appena mangiato e…) in una serata particolarmente stressante al termine della quale avevo deciso di spegnere il cervello. Come molti di voi sapranno, il miglior modo per farlo è recuperare una di quelle serie tv che vanno sotto il nome di teen drama e che io personalmente definisco ammazzaneuroni sul sempre utile Netflix e trascorrere qualche tempo nella più completa apatia acritica. Il sorteggio ha favorito lo spin-off di una serie televisiva, tratta dai libri di cui vi parlerò, che – e il motivo va al di là della mia comprensione – ha avuto notevole successo; meno di otto ore dopo apprendevo del link party e della mia nomina, sapendo già di che cosa parlare.

41mda2bjxyul-_sx324_bo1204203200_The Vampire Diaries di Lisa Jane Smith è una serie di romanzi classificabili nel genere young adult scritti tra il 1991 e il 1992 (per quanto riguarda i primi quattro volumi, che mi sono stati gentilmente regalati in un Natale di qualche anno fa, perché i parenti rambici non si battono, signori) e poi tra il 2009 e il 2014 a seguito dell’inizio dell’omonima serie tv prodotta da CW e scritta da Kevin Williamson e Julie Plec. I primi quattro libri dei tredici (!) totali sono stati scritti praticamente di getto dalla Smith, che poi ha avuto qualche problema con i suoi editori, che l’hanno licenziata e rimpiazzata con dei ghostwriter… ma non sono gli spetteguless editoriali che ci interessano!

Come credo sia noto a tutti – fortunatamente a causa della serie tv, che nella sua banalità è comunque molto meglio del libro -, la storia è quella dell’umana Elena Gilbert – canonicamente bella, innocente, generosa e tanto, tanto romantica -, che si ritrova impegolata in un triangolo amoroso con i fratelli vampiri Stefan e Damon Salvatore – anche loro canonicamente belli, dannati, tenebrosi, con un alone di mistero e… tanto romantici! Il triangolo di base è complicato da uno passato ma mai sopito, che coinvolgeva i due fratelli – che però allora erano gli umani belli, innocenti e tanto romantici – e una vampira identica ad Elena – che quindi era la bella, dannata, tenebrosa, misteriosa eccetera -, che proprio non ha voglia di farsi da parte… Non ha senso che vi racconti il resto della storia, dato che confesso di non ricordarla che fino a un certo punto e che comunque è talmente piena di plot twist che finirei le parole del post prima di aver concluso il paragrafo sulla trama.

Passiamo dunque al motivo per cui ho scelto proprio Il Diario del Vampiro non già come un libro di me…lma, ma proprio come il capostipite di tutti i volumi del genere. Vedete, se il problema fosse solo l’immaturità dell’intero impianto narrativo – sono TUTTI belli, sono TUTTI poetici, i cattivi (che comunque sono bellissimi) sono ovviamente tutti pazzi, ad eccezione naturalmente del fratello più bello e dannato, e così via -, ci si potrebbe anche passare sopra, perché c’è di peggio. Il linguaggio è semplice a livello elementare, tanto da poter costituire un ottimo esercizio di comprensione della lingua inglese (ancora oggi voglio sperare che sia questo il motivo per cui mi hanno regalato quei dannati volumi), ma può anche andare bene, perché infondo la storia doveva parlare, anche negli anni Novanta, agli adolescenti. Per un’amante della letteratura sui vampiri, però, è fonte di una sofferenza quasi fisica vedere dei personaggi con potenzialità pressoché infinite (andiamo! Il vampiro è territorio inesplorato ed esplorabile da ogni lato per uno scrittore!) trattati alla stregua di adolescenti viziati e incapaci, quando va bene, di controllare i propri pantaloni o le proprie gonnelle. Un vampiro che si rifiuta di bere sangue umano perché gli dispiace… gli dispiace?! Ma gli dispiace cosa?? Di aver perso materia grigia per strada? No, ma lui è un vampiro speciale! 

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Questa GIF è tratta dalla serie tv e quando l’ho trovata su google mi ha fatta sorridere. Vi rendete conto che è effettivamente una battuta di un episodio?! A pronunciarla, però, è un personaggio che non esiste nei libri

Il tono narrativo mi ha disturbato in una maniera inenarrabile. Di libro in libro – presumibilmente di pari passo con la vena creativa che si esauriva – esso diventa sempre più petulante, tedioso e affettato, tanto che alla fine del secondo volume si riesce quasi a immaginare l’irritante vocetta lamentosa che associo alla scrittrice mentre ti legge le sue stesse parole… e tu vorresti prenderla a badilate, vorresti cavarle tutti i denti e poi farci una collana, vorresti… ci siamo capiti.

Insomma, sia cronologicamente che per le sue doti, Vampire Diaries si pone come il primo di una lunga carrellata di libri melmosi di genere horror, che peraltro vantano conosciuti esponenti come Twilight. Potevo, dunque, operare scelta migliore? Adesso non mi resta che eliminare ogni ricordo riesumato per la scrittura di questo post dal cervello; dicono che il training autogeno funziona. 😉

Se anche voi volete partecipare al link party indetto da The Book Seeker, trovate le regole nel suo post: sentitevi liberi di dare il vostro contributo! Per continuare la serie di libri da evitare come la peste, io nomino PennlyLane On The Tube (che d’altronde ha seguito le mie elucubrazioni sul libro in direttissima), Lettrice Assorta e – e questa è una nomina plurima: voglio un libro per ognuna delle curatrici del blog! – Canti delle Balene.

Parlami di Augusto – Augustus, J. E. Williams

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Come sapete c’è un posto speciale nel cuoricino stregato della qui scrivente per il romanzo storico, così, quando Fazi Editore mi ha proposto di leggere la nuova edizione di Augustus di John E. Williams, ho accettato in meno di un secondo, senza purtroppo tenere conto che settembre è per me un mese decisamente impegnativo… motivo per il quale questa recensione arriva un po’ in ritardo. Chiedo scusa!

John Edward Williams è stato uno scrittore, poeta e accademico americano vissuto nel secolo appena trascorso ed è probabile che voi lo conosciate come l’autore di Stoner. Augustus è il suo quarto romanzo, l’ultimo che sia riuscito a finire, che lui pubblicò nel 1972 e che gli fece vincere il National Book Award nel 1973. Si tratta, come vi anticipavo, di un romanzo storico, che ripercorre gli anni di regno di quello che noi conosciamo come Cesare Ottaviano Augusto, il primo imperatore romano.

Il metodo narrativo adottato dall’autore è molto interessante; la vicenda è raccontata per mezzo di scambi letterari, documenti e diari scritti da una moltitudine di personaggi e, se anche segue il filo cronologico, le date di queste testimonianze non lo fanno. Questo significa che accanto a una lettera inviata all’imperatore da un generale nel 43 a.C ci può essere un altro scambio sullo stesso argomento, ma risalente al 13 a.C, che quindi racconta un altro aspetto dell’evento in un altro tono e da un altro punto di vista. Questa molteplicità di tempi, luoghi e narratori è perfetta per conferire movimento alla vicenda – anche se questa particolare storia, soprattutto quando si fa riferimento agli, ehm… anni difficili prima della Pax Augustea, non ne ha bisogno – e soprattutto per fornire un ritratto tridimensionale e molto verosimile dei personaggi chiamati in causa.

Lo stesso Augusto è descritto per quasi tutto il libro da terzi e si risolve a parlare in prima persona solo nelle pagine finali della storia di Williams. La sua rappresentazione è quella di un uomo meno straordinario di quello che siamo abituati a immaginare e fondamentalmente solo, imprigionato dalla stessa chimera a cui lui ha idealmente voluto dare la libertà: Roma. Questo primo imperatore sembra più schiavo che monarca, più oppresso dall’ideale della sua Roma che fabbro della stessa Città Eterna, disposto (o costretto?) a rinunciare a ogni cosa, anche all’amata figlia Giulia, in nome dell’unica cosa che conta. Tutti i personaggi che ruotano attorno ad Augusto sono ben caratterizzati: Cicerone è un opportunista, Rufo è un idealista avulso dalla realtà, Marco Antonio è un cret- ehm… Marco Antonio, dicevo, è Marco Antonio 😉 e così via.

Il ritratto che è meglio riuscito a Williams, ad ogni modo, è quello di Giulia, che finalmente viene alla luce come una persona, fatta di sentimenti, desideri, gioie e tristezze e non come la solita debosciata che ci viene descritta sia dagli storici che nei romanzi. L’unica figlia di Augusto, che parla anche in prima persona attraverso il suo diario, è un personaggio molto complesso, che è spinta alle sue azioni da motivi ben definibili. Educata severamente tanto nelle pratiche femminili che in quelle maschili, all’età del suo primo matrimonio la figlia dell’imperatore è una giovane bella, intelligente e acculturata, che potrebbe benissimo occuparsi di politica tanto (e forse meglio) quanto il suo primo marito. Abituata all’amore incondizionato di suo padre, all’agio e al potere, viene maritata tre volte per soli fini politici, finendo per essere di fatto relegata a una mera figura rappresentativa e/o a una fattrice di eredi. Stupisce davvero che, quando Giulia conosce il piacere dei sensi e l’amore, non sia disposta a perderli?

Il linguaggio narrativo, per la maggior parte del tempo fluido, anche se verso la metà del romanzo compaiono dei tratti ampollosi di cui avrei sinceramente fatto a meno, mi è piaciuto molto, l’ho trovato molto contemporaneo, tanto che, se non avessi saputo che il libro è stato pubblicato per la prima volta negli anni Settanta, avrei detto fosse nuovo.

Se non avete ancora letto Augustus di J. E. Williams, potete acquistare qui una copia in copertina flessibile e qui una copia in formato ebook, con i miei più sentiti ringraziamenti per la percentualina che mi verrà corrisposta in quanto affiliata Amazon. Se invece l’avete già letto, fatemi sapere che cosa ne pensate con un commento: sono molto curiosa!

Cronache dal Palchetto – Jérusalem

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Questo è il mese del Festival Verdi, un evento musicale che celebra il famoso compositore italiano nel mese della sua nascita che si tiene tutti gli anni a Parma e in generale nelle Terre Verdiane. Io ho sempre voluto farne esperienza, ma – vuoi perché da Milano fino a Parma non sono esattamente due passi, vuoi perché al costo del biglietto c’è da aggiungere quello del viaggio, o perché non ho mai trovato nessuno sufficientemente melomane da accompagnarmi – non ci sono mai riuscita. La seconda metà di questo pazzo 2017 si sta tuttavia riservando piena di cambiamenti e sorprese, tra cui l’invito al Teatro Regio per vedere l’opera con cui è stato inaugurato il festival.

festival-verdiÉ stata un’esperienza bellissima, dall’inizio alla fine.
Il viaggio-lampo andata e ritorno, il teatro, i posti in palchetto (mi sentivo molto Ottocento!), il foyer affollatissimo e, naturalmente, l’opera in sé e per sé, il cui piacere è accresciuto dal fatto che la sua rappresentazione è cosa rara. Sto parlando, come avrete capito dall’immagine che apre questo post di Jérusalem, opera in quattro atti con musiche di Giuseppe Verdi e libretto in francese. L’opera – o meglio, la grand opéra – ha debuttato a Parigi nel 1847 ottenendo un discreto successo, cosa che non è avvenuta in Italia per due motivi precisi: la traduzione italiana del libretto era farraginosa e Jérusalem è in realtà un rifacimento di I Lombardi alla Prima Crociata, altra amatissima opera del giovane Verdi. In effetti, Jérusalem e I Lombardi alla Prima Crociata costituiscono il caso più unico che raro di due versioni della stessa opera tuttora coesistenti.

La trama è un po’ complicata anche per gli standard del melodramma. Siamo nel 1095, Papa Urbano II sta per dichiarare aperta la Prima Crociata. Il conte di Tolosa e il Visconte Gaston di Béarn si riappacificano dopo una faida durata anni e Hélène (figlia del conte) viene promessa in matrimonio a Gaston. I due giovani, che sono già innamorati, sono felicissimi, ma non sanno che c’è (naturalmente) qualcuno che trama alle loro spalle: Roger, il fratello del conte di Tolosa, vorrebbe infatti la nipote per sé e progetta di fare assassinare il suo rivale. A causa di un incidente, però, è il conte di Tolosa a essere ferito e creduto per morto; Gaston, ritenuto colpevole, è condannato all’esilio, mentre l’insospettato Roger sceglie di recarsi in Terrasanta per espiare con l’eremitaggio la sua colpa. Passano quattro anni e i Crociati giungono finalmente in Palestina alla guida del conte di Tolosa (vivo!) e seguiti da Hélène, che ha saputo che Gaston si trova prigioniero dell’emiro di Ramla. Ovviamente la ragazza tenta di liberarlo e finisce per essere relegata nell’harem dell’emiro, da dove lo stesso Gaston la salverà poco prima dell’entrata dei Crociati in città. Giunge il momento di conquistare Gerusalemme; Gaston – che non è propriamente il visconte più sveglio di Francia – viene spogliato del titolo nobiliare e del cavalierato, umiliato e condannato a morte tra le lacrime inconsolabili della sua amata, ma Roger – che intanto ha seguito l’esercito travestito da santo eremita e ha scoperto che suo fratello è ancora vivo – lo libera dal giogo del boia e gli intima di unirsi ai Crociati per morire con onore. La Città Santa viene presa, Gaston è sopravvissuto, ma Roger è ferito a morte e confessa la sua colpa con il suo ultimo respiro, ottenendo il perdono suo e dell’antico rivale.

Sebbene la musica sia stata scritta e rivista per la metrica francese, ascoltandola si respira tutto il Verdi dell’inizio, soprattutto per quanto riguarda a continuità narrativa e le arie del coro, la cui presenza ricorda moltissimo quella quasi protagonistica del Nabucco (1842. É quello di: Va’ pensiero sull’ali dorate…), ed è bellissima da seguire, anche se la lingua costringe a dover alzare spesso lo sguardo per leggere i sopratitoli.

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La scena iniziale dello spettacolo. Foto ufficiale di Roberto Ricci.

La Jérusalem del Teatro Regio di Parma è alla sua prima rappresentazione dopo trentasette (37!) anni ed è spettacolare sia dal punto di vista musicale che da quello visivo. Daniele Callegari dirige la Filarmonica Arturo Toscanini, sulle cui note gorgheggia un cast d’eccezione a cominciare proprio dal basso Michele Pertusi, assolutamente favoloso nei panni di Roger. Da ciò che ho scritto nel paragrafo precedente è evidente che non è possibile non citare anche il coro del Teatro Regio diretto da Martino Faggiani. La regia, la scenografia e i costumi sono curati dall’argentino Hugo de Ana, famosissimo anche per aver frequentemente collaborato con Riccardo Muti, che per la sua messa in scena ha creato un contesto del tutto particolare.

Il fondale di scena è scuro, con i toni del metallo e della roccia, e la scenografia è costituita da elementi concreti mescolati a contenuti multimediali (video e immagini) proiettati sulle pareti e su uno schermo aggiuntivo posto tra gli interpreti e il pubblico. É questo un velo sottilissimo e invisibile che permette di vedere con chiarezza cosa accade sul palco e nel contempo aumenta la realtà percepita dallo spettatore riflettendo i contenuti che vi vengono proiettati. L’effetto d’insieme è molto inclusivo, quasi come se fosse una realtà aumentata, e mi ha stupito moltissimo, perché non avevo mai visto un accorgimento del genere portato avanti su un’estensione così grande e per così tanto tempo (l’opera dura pur sempre tre ore e quello schermo è sempre in funzione!) Un contesto coinvolgente è doppiamente importante in un’opera in cui non si capisce che cosa cantano gli interpreti, perché aumenta la comprensione delle situazioni da parte del pubblico, ed è indubbio che Hugo de Ana sia riuscito nell’intento.

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Gaston viene spogliato dei suo titoli e condannato a morte. Nella foto sono visibili sia l’arredo e i personaggi veramente presenti sul palcoscenico che i cavalieri e le bandiere proiettate sullo schermo invisibile. Foto ufficiale di R. Ricci

Mi domando se d’ora in poi ci saranno più rappresentazioni di Jérusalem o se la prima grand opéra di Verdi tornerà tra le nebbie dell’oblio. Nel dubbio, io sono molto felice di averla potuta vedere. 😉

Letture Autunnali

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Questo post giunge in ritardo, lo so!
Se mi seguite su qualche altro social, vi siete accorti che negli ultimi trenta giorni ho avuto ben poco tempo per leggere o fare qualsiasi altra cosa mi piaccia fare nel tempo libero. Alcuni impegni settembrini sono stati più che piacevoli, altri una mera seccatura, ma tutti mi hanno purtroppo impedito di leggere quanto avrei voluto. La lista dei libri letti a settembre sarà dunque piuttosto breve, ma ce la metterò tutta per renderla interessante. 😉

Ventuno Vicende Vagamente Vergognose, W. Lazzarin. Questa raccolta di tautogrammi (non sapete cosa sono? Ve ne ho già parlato qui) è una lettura divertente e veloce, che quindi vi consiglio anche se non è il vostro genere. Io stessa mi ci sono approcciata sapendo a malapena che cosa fosse un tautogramma e non lo rimpiango! Se volete acquistare il libro, cliccate su questo link.

Ad ogni battito del tuo cuore, R. Chillé. Roberta è un’autrice emergente, che con fatica e impegno è riuscita a completare e autopubblicare due libri. Il primo è quello che ho letto durante il mese appena trascorso, ma confesso di averlo apprezzato poco; il romanzo rosa non è il mio genere letterario preferito, ma a parte questo trovo che il testo abbia bisogno di una revisione. Si tende ad apprezzare meno la narrazione, quando sono presenti un po’ di refusi e qualche errore di grammatica.

Perché le storie ci aiutano a Vivere, M. Cometa. Questo saggio mi è stato gentilmente spedito da Raffaello Cortina Editore ed è stata una lettura molto interessante, anche se più difficile di quello che mi aspettavo. Dalla prefazione non ci si rende conto che il corpo del saggio è molto tecnico e ricco di citazioni e riferimenti che ne inficiano la fluidità della scritto. Intendiamoci, è un libro veramente interessante, ma, se volete, non dovete leggerlo con la testa rivolta alla cena. 🙂 Potete acquistare il saggio di Michele Cometa qui.

Storie fantastiche di gente comune, S. Valente. A breve in arrivo su Amazon, per il momento potete acquistare qui il libro di questo autore emergente (ben due autori emergenti questo mese: che bello!). Stefano scrive bene e ha messo insieme una raccolta di tre racconti brevi incentrati su personaggi comunissimi: gente che potrebbe passarci di fianco per strada o che è seduta con noi in autobus. Le storie si leggono bene e non sono eccessivamente lunghe, ma non ho capito perché Stefano abbia scelto di utilizzare così tanto il grassetto e il corsivo all’interno del suo testo. Trovo che quest’alternanza di stili distolga un po’ la concentrazione dai suoi racconti, che invece meriterebbero di essere letti.

 

…Ve l’ho detto che ho letto poco durante l’ultimo mese, no? La mia lista si conclude qui, ma spero di poterne stilare una più lunga per il mese di ottobre!
Voi che libri avete letto? Vi sono piaciuti?
Fatemelo sapere con un commento!

Cercasi mescolanza tra anima e scienza – Dentro Caravaggio

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Finalmente ho qualche minuto di tempo per raccontarvi della mostra Dentro Caravaggio! Se mi seguite su Instagram, sapete già qualcosina. Ho partecipato all’anteprima per la stampa dello scorso 28 settembre e, dopo una conferenza non lunga quanto la cartella stampa lasciasse immaginare (e meno male!) ho goduto di tutto il tempo che volevo per ammirare le venti opere esposte.

Sappiamo che oggi Caravaggio è uno dei pittori più famosi di tutti i tempi – seriamente, chi non lo citerebbe assieme al Magico Trio rinascimentale? -, ma chi è stato questo signore? Diamo qualche informazione.
Michelangelo Merisi (aka, il nostro uomo: Caravaggio) nasce a Milano nel 1571 e qui comincia la sua formazione come un normalissimo pittore dell’epoca. Il gusto pittorico del tempo si rifà ai grandi maestri del Rinascimento (Leonardo, Michelangelo e Raffaello) e la fine del Concilio di Trento (in seguito al rebellott causato da Martin Lutero, che noi chiamiamo Riforma Protestante 😉 ) vuole l’esaltazione della drammaticità dei soggetti religiosi ritratti con una predilezione per le conversioni e gli atti di sacrificio per la fede.

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Esiste uno sceneggiato italiano sulla vita di Caravaggio, interpretato da Alessio Boni. La fotografia è veramente bella. 

Caravaggio dimostra fin da subito un grande talento, ma anche un carattere complicato che lo mette spesso nei guai; è irascibile, impulsivo e passionale, senza contare che è un profondo amante del vino e delle osterie, dove tende a spendere tutti i suoi soldi. Proprio per i suoi toni amabili, il nostro pittore è costretto a fuggire da Milano (perché, dite? Uccide un uomo, va in carcere ed evade un anno dopo: cose che capitano) e a recarsi a Roma, dove gli viene commissionato un grande lavoro nella Cappella Contarelli della chiesa di San Luigi dei Francesi. Il lavoro è di proporzioni gargantuesche (come la commissione), ma il tempo di consegna è pochissimo, e il pittore si rende conto che non riuscirà mai a finire in tempo utilizzando le consuete tecniche di pittura su tela.

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Il celeberrimo Canestro di Frutta ci dimostra il metodo di pittura tradizionale: sulla tela si stendeva una preparazione chiara, su cui si tracciavano le linee guida del disegno con un carboncino o un pennello sottile. Dopodiché si dipingeva tutto, stando attenti a non sovrapporre gli strati di colore ancora freschi per non combinare un disastro. E la pittura a olio ci mette un sacco ad asciugare!!

Cosa fa, dunque, Michelangelo Merisi? Scurisce il fondo di preparazione su tela e si limita a dipingere solo le parti dei soggetti e dello sfondo che si trovano in piena luce o in penombra. In pratica, quando vedete il fondo scuro in uno dei dipinti di Caravaggio e pensate che sia frutto di un’ombreggiatura molto carica, state sbagliando, perché in quelle zone quasi nere non c’è semplicemente niente, nemmeno un tratto di disegno!

Da questo momento, Caravaggio diventa famoso in tutta la penisola italica e oltre, e abbandona totalmente il vecchio modo di dipingere. Il suo carattere, però, resta quello di sempre: pochi anni dopo il suo arrivo alla ribalta, uccide un altro uomo ed è costretto a fuggire da Roma recandosi a Napoli, Malta e in Sicilia. Morirà nel 1610, a trentanove anni di cui solo quindici di vita artistica, a Porto d’Ercole. Nel Novecento il Merisi assurgerà alla fama odierna grazie alla mostra curata da Roberto Longhi nel 1951, proprio a Palazzo Reale.

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Un cavaliere di Malta. Pare che anche Caravaggio sia entrato nell’Ordine.

Di Caravaggio mi piace la passionalità violenta delle sue opere, specialmente quelle mature, la teatralità di quel fondo scuro da cui i soggetti emergono, irradiati da un unico fascio di luce. Altro elemento di pregio è il realismo della sua pittura: fateci caso, nessuna delle sue figura è perfetta. Il cavaliere di Malta qui di fianco non è un fulgido eroe mitologico, il canestro di frutta di qualche paragrafo fa ha una mela bacata e le foglie di vite sono piene di buchi. Caravaggio introduce nei suoi dipinti il sudore, il sangue e la sporcizia, vi dipinge finalmente l’umanità ed è bellissimo.

 

 

La mostra Dentro Caravaggio del Palazzo Reale è costata oltre 3,5 milioni di euro, una cifra enorme! L’idea, credo, è promuovere una commistione tra l’emozione suscitata dall’arte di Michelangelo Merisi e la curiosità scientifica che dovrebbe risvegliarsi alla luce delle recenti nuove scoperte che le moderne tecnologie della diagnostica hanno reso possibili. In pratica, dal 2009 sono stati fatti studi approfonditi su una trentina di dipinti autografi utilizzando radiografie, analisi sulla composizione della pittura e quant’altro la Modernità possa offrire, da cui si è evinto cosa ci fosse sotto la crosta di pittura di ogni capolavoro e come quella crosta sia stata applicata. Dentro Caravaggio porta così in scena venti dei dipinti che sono stati selezionati affiancati da venti clip della durata di meno di un minuto in cui sono riversate le nuove scoperte.

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La Flagellazione di Cristo: uno dei miei preferiti!

La realtà, però, è che quando ci si trova davanti a un’opera di Caravaggio si rimane stupiti, quasi sbigottiti davanti alla sua forza emozionale, ed è difficile ricordarsi che girando attorno a quel meraviglioso capolavoro che ti strappa il cuore dal petto ci sia un filmatino muto proiettato senza sonoro su un triste schermino. L’arredo e le luci, che sono magnifici, intensi e teatrali, non supportano la missione di divulgazione scientifica, ecco. ^^
Mano a mano che ci si addentra nel percorso espositivo – disposto in tre fasi: la giovinezza, la rivoluzione dopo la Cappella Contarelli e la maturità artistica -, le sale sprofondano sempre più nella penombra, proprio come succede alle figure dei dipinti di Caravaggio, che si muovono su un fondale sempre più buio e drammatico. Arrivati nelle ultime sale la collaborazione tra ambiente e opere è tale che scoprire il prossimo quadro, sostare davanti ad esso, così vicino da poter toccare la pittura, è quasi commuovente.

Voi avete avuto occasione di vedere Dentro Caravaggio? Siete mai stati a Palazzo Reale? Fatemelo sapere nei commenti qui sotto!

 

Come, come?
Volete sapere cosa è stato tratto dalla giornata passata all’anteprima stampa? Qui c’è il mio articolo ufficiale sulla mostra: se volete darci un’occhiata e farmi sapere che ne pensate, ne sarò felice!

Piraterie da Traduttrice

Qualche giorno fa l’ennesimo cliente particolare mi ha commissionato la traduzione di un plico di documenti relativi a scambi tra Nassau (capitale delle Bahamas e famosa per essere stata un covo di pirati lungo il XVIII secolo) e svariati individui.

Il plico, essendo composto da documenti ufficiali e lettere formalissime, non presentava particolari voli pindarici o difficoltà di traduzione e devo dire che stavo cominciando a trovare il lavoro abbastanza noioso, quando sono arrivata a una petizione che mi ha risollevato la giornata.

Il richiedente si rivolgeva alle autorità di Nassau, naturalmente, in merito ad alcune questioni che non vi posso elencare, ma che comunque non sono fondamentale perché capiate il motivo del mio divertimento. Il signore in questione, infatti, si chiamava J. Flint.

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Un J. Flint che si rivolge alle autorità di Nassau, e non in una serie televisiva

Da fan dei racconti pirateschi ancora prima della fortunata serie tv della Starz – Black Sails: se non l’avete ancora vista, rimediate! – mi è scappato il risolino isterico, nonché la tentazione di includere una nota del traduttore al margine del documento, consigliando vivamente chiunque di dare al signor Flint qualsiasi cosa lui chiedesse, così nessuno si sarebbe fatto male. Il momento massimo di ilarità, a ogni modo, è arrivato quando sul finale della petizione era riportata una frase che più o meno faceva così:

“il richiedente si riserverà il diritto di compiere altre azioni, qualora la presente petizione venga rifiutata.”

A mio modesto parere, la parafrasi di questo giro di parole è più o meno questa:

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…Voi che dite? XD

Villain, villain!

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Che una storia non sia una (buona) storia senza un buon cattivo è una verità nota a ogni amante della narrativa, ma quali sono i personaggi più diabolici dei libri? Mi sono fatta questa domanda mentre mi trovavo a rispondere a un booktag su instagram che mi aveva fatta sprofondare in un dilemma amletico mica da poco.
Vedete, io ai cattivi mi affeziono. É veramente difficile che sia l’eroe di una qualsiasi storia a conquistarmi, perché, diciamocelo, spesso i buoni sono noiosi con il loro aspetto patinato, i loro alti valori e le loro ineccepibili scelte. I perfidi, invece, sono tutta un’altra cosa! Hanno personalità, intelligenza, e sono in grado di sorprendere il lettore quando il fulgido cavaliere senza macchia e senza paura non sa più cosa inventarsi. Un buon racconto può reggersi sulle forti spalle di un eroe, ma – datemi retta – non brillerà mai senza un cattivo degno di questo nome.

Scegliere un solo villain per rispondere al gioco, insomma, mi sembrava troppo poco, così ho deciso che non sarebbe stato male scrivere un post in cui raggruppare – senza fare una classifica vera e propria: questi gentiluomini e madamigelle sarebbero capaci di scannarsi l’un l’altro per arrivare sul gradino più alto del podio! – i dieci cattivi più riusciti della letteratura secondo il mio modesto e stregato parere.

Non posso che cominciare l’articolo con il personaggio ritratto nell’immagine in evidenza: Richard III, del dramma omonimo di William Shakespeare. Riccardo III è un personaggio particolare: spietato, deforme e difficilmente amabile, è dotato di un carisma eccezionale e di una crudezza che rimane impressa. In un dramma solo questo signore è in grado di uccidere svariati membri della sua famiglia (adulti e bambini, non fa differenza!), corteggiare e sposare la vedova di una sua vittima quando il corpo del marito è ancora caldo, imporsi come marito alla giovane figlia di un’altra vittima e molto, molto ancora. Se siete amanti del teatro, vale la pena vedere Richard III almeno una volta e farsi cogliere dal fascino e dal ribrezzo che ammantano la figura del protagonista in egual misura.

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L’ottimo Rory Kinnear nella produzione del National Theatre di un paio di anni fa. Il ruolo di Iago gli è valso il prezioso premio Olivier

Sempre zio Will ha coniato un altro dei malvagi che rimangono nella memoria comune dell’uomo, anche se non ha mai letto una parola della tragedia di cui fa parte, anzi, in cui gioca il ruolo di vero protagonista occulto della storia. Sto naturalmente parlando di Iago, il fine e perfido stratega che pone il tardo della gelosia nella mente di Otello e manovra tutti come burattini. Iago è uno dei miei cattivi preferiti, ogni volta che leggo o assisto all’Otello io tifo per lui. Particolarmente degna di nota negli ultimi anni è stata la rappresentazione del personaggio a opera di Rory Kinnear (vi ricordate?) attore che io apprezzo moltissimo e che la maggioranza di voi conoscerà per il ruolo della Creatura nella serie tv Penny Dreadful. A differenza di Riccardo III, Iago risulta in qualche modo meno spregevole, anche se non è meno spietato. A me è sempre sembrato molto umano, soprattutto se messo a confronto con quella macchina di sangue, odio e acciaio di Richard.

Per esaurire le citazioni del Bardo in questo articolo, inserisco il nome di una signora, che di certo non sfigura in questa bella compagnia: Lady Macbeth. Algida, fredda e spietata, è lei la vera forza motrice della tragedia che ne vede il marito diventare regicida, lei che convince Macbeth a compiere il destino profetizzato dalle spaventevoli streghe. Queste ultime sono il terrore dell’oscurità, quello suscitato dalla pazzia, dal furore religioso (pagano, ma religioso), dai riti che ormai sono stati dimenticati, ma non sono nulla – nulla! – contro la spietata ambizione di Lady Macbeth.

Dostoevskij è capace di infondere il puro terrore nell’animo del lettore, quando è in vena, di dipingere con un’esattezza dolorosa le più oscure emozioni dell’animo umano. Nikolaj Vsevolodovic Stavrogin, personaggio di I Demoni, è uno dei cattivi a cui non mi sono mai affezionata, ma che non mi sarebbe stato possibile non citare qui. Il fatto che non appaia per lunghi tratti del romanzo, che quasi non abbia voce e che nella gran parte delle sue scene sia posato e perfettamente padrone di sé è la migliore prova del carisma di quest’uomo che è sostanzialmente l’incarnazione stessa della perfidia morale, alla maniera russa.

signore-oscuro-sauronIn un post sui cattivi poteva mai mancare il Signore Sauron? Tolkien forgia la figura del suo personaggio di perfido nell’arco non solo della trilogia del Signore degli Anelli, ma anche all’interno di Lo Hobbit, per non parlare del racconto nudo e crudo della sua discesa (o ascesa?) verso le tenebre nel Silmarillon. Di Sauron sono interessanti due aspetti; il primo è che per gran parte della storia lui non ha effettivamente un corpo. É un essere immateriale, impersonificato da un’orbita infuocata e inavvicinabile più o meno come il Dio di Dante era simboleggiato da un globo luminoso. Nessuna connotazione fisica, nessuna traccia di umanità, dunque, per il male assoluto. La seconda cosa che colpisce è che in ogni caso la sua presenza e la sua personalità rimangono impresse nel lettore e permeano l’intera vicenda. Non male per una palla di fuoco, no?

In 1984 di Orwell si è tentati di conferire la parte del cattivo della storia al Grande Fratello, ma io personalmente trovo che O’Brien faccia di più per meritarsela. Chi non ha letto il libro (che potete recuperare qui, con tanti ringraziamenti da parte mia :D) potrebbe non capire perché accludo questa personcina poco famosa nell’elenco di personaggi noti del Mondo Malvagio che sto facendo. Lasciate che vi spieghi: O’Brien è un ufficiale della Psicopolizia che si occupa di trovare i cittadini non interamente compiacenti e obbedienti al regime e… cambiarli. Winston e Julia (i personaggi principali della storia) lo incontrano sotto le mentite spoglie di un ribelle al Grande Fratello, vengono da lui catturati e torturati, subendo con successo un doloroso e terribile processo di lavaggio del cervello condotto, naturalmente, dal viscido O’Brien in persona.

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Luke Arnold, ovvero il Silver di Blacksails, accanto al mio adorato Capitano Flint, interpretato da Toby Stephens.

Long John Silver è uno dei pirati più conosciuti di sempre ed è recentemente tornato in auge grazie alla serie tv Blacksails, ma gli amanti di L’Isola del Tesoro di R. L. Stevenson lo ricordano anche come una delle figure più maligne e spaventose di sempre. Long John è pericoloso perché è un pirata, perché è avido e crudele, ma il motivo per cui fa così paura, secondo me, è che non te l’aspetti. Il personaggio di Stevenson è capace di abbindolarti, di farti abbandonare le difese, di farsi considerare innocuo e persino simpatico, quando invece… Beh, chiedetelo a Israel Hands o al signor Bones!

Durante le sue avventure Sherlock Holmes si scontra con una buona serie di personaggi malvagi, ma nessuno è rimasto impresso nell’immaginario collettivo come il Professor Moriarty, la vera nemesi del detective inventato da Arthur Conan Doyle. Intelligentissimo e più che perfido, nei racconti appare molto meno di quanto ci si aspetta oggigiorno (non credo in più di tre avventure), e mai per molto tempo, eppure è impossibile negare che il pubblico gli sia rimasto affezionato. In un certo qual senso Moriarty condivide l’immaterialità di Sauron; naturalmente il professore è un uomo, ma Watson non lo vede mai e la sua descrizione è fatta solamente per bocca di Holmes. Un’interpretazione molto psicanalitica lo potrebbe anche associare a uno sdoppiamento della personalità del celebre investigatore, immagino.

La Milady de Winter descritta da Alexandre Dumas non è quella che viene dipinta nelle numerose trasposizioni cinematografiche, teatrali e televisive di oggi e di ieri. La donna bellissima e scaltra che incontriamo nei romanzi è una iena, priva di qualsiasi tipo di rimorso e disposta a tutto pur di raggiungere i suoi scopi. Il Cardinale Richelieu – che io personalmente fatico a considerare cattivo: è semplicemente uno di quei meravigliosi personaggi che abitano la zona grigia tra Bene e Male – le fa un baffo, veramente, e pertanto la signora entra di diritto in questa lista.

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Al cinema Voldemort è interpretato da Ralph Fiennes, che d’altronde con i pazzi, crudeli e megalomani sembra avere un feeling particolare: ricordate la sua performance in Schindler’s List?

Concludiamo il post con l’ultimo arrivato tra la schiera dei cattivi che fanno gelare il sangue nelle vene: Lord Voldemort, uscito dalla magica penna di J.K. Rowling. Voldemort, al secolo Tom Orvoloson Riddle, è un personaggio dal grande carisma – non per niente ha una nutrita schiera di seguaci – e ambizione, coadiuvati da un enorme talento per le arti magiche, che lo portano a diventare il più grande mago oscuro di tutti i tempi. Il potere, però, non si può ottenere senza sacrificio e infatti man mano che la sua forza cresce, Voldemort si priva di pezzetti di sé per creare gli Horcrux. La sua apparenza cambia, diventando sempre meno umana, finché il suo fisico non si trasforma nella vera e propria incarnazione del male, che questa volta, però, conserva fattezze individuali. Sotto la pelle trasparente, il volto dai tratti serpentini e gli occhi a fessura, Voldemort rimane sempre un uomo, o ciò che tristemente ne resta, e questo contribuisce a renderlo inquietante forse più delle nefandezze che compie. In tutta sincerità, non ho mai amato il modo in cui la Rowling racconta la sua dipartita: lo trovo troppo semplice per una personalità così complessa come quella che la scrittrice ha creato per l’antagonista principale della storia, ma immagino si tratti di gusto personale.

 

E voi avete mai pensato a quali sono i cattivi più cattivi che avete incontrato durante le vostre letture? Pensate che io abbia lasciato qualcuno di meritevole fuori da questo elenco? Fatemelo sapere in un commento qui sotto!