Nel Backstage del Grimorio

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Vi è andata male anche stavolta, cari lettori: non ho abbandonato queste pagine virtuali, non vi ho liberato della mia presenza! Sono solo in uscita da un particolare periodo denso di sfide difficili, o da un periodo difficile denso di sfide particolari. In qualsiasi modo voi la vogliate mettere, sono sopravvissuta anche stavolta, ma magari ho perso un po’ di smalto nel mio scrivere post, quindi ricomincio da una cosuccia facile. Un bel tag game:313591_orig

Il tag è stato creato dal blog ladimoradelpensiero e io l’ho recuperato da quella fonte inesauribile di giochini di questo tipo che è La Libreria di J. Manco a dirlo, le regole sono le seguenti e la sottoscritta si premurerà di rispettarle fino alla numero 3:
– Menzionare chi ha creato il tag
– Utilizzare l’immagine o crearne una propria
– Elencare fino a 5 cose fatte quando pensiamo di trovarci soli con noi stessi
– Nominare massimo 10 amici
– Avvisarli

Questo tag game mi è suonato simpatico per la faccenda del “dietro le quinte”, che è un concetto che io ho sempre trovato interessante, non solo in ambito cinematografico o teatrale, sebbene sapere come una determinata rappresentazione arriva sotto ai miei occhi è una delle mie più grandi curiosità. Che succede, ad esempio, nel privato di una casa? O, per collegarci alle notizie contemporanee, che è successo prima e dopo le riunioni ufficiali del G7 di Taormina? Possibile che nessuno abbia dato dell’idiota a Trump? Ma non divaghiamo! Oggi, cari lettori, siete più o meno fortunati: vi porto nel backstage del Grimorio della Strega. Per la loro incolumità personale, i signori visitatori sono pregati di seguire il percorso e non rimanere indietro, da soli, per nessun motivo.

 

Non sono in grado di scrivere un post più lungo di ottocento parole senza buttare giù una prima bozza su carta. Avete capito bene, signori, carta. Gli articoli più brevi, invece, li scrivo di getto guardando lo schermo bianco del computer, ma pare che la differenza non si noti. Forse me ne devo preoccupare.

Parlo da sola – per meglio dire, con un’altra parte di me stessa – per tutto l’arco della mia giornata, tranne che quando scrivo un post. In questo caso sono sicura di dovermi preoccupare.

La situazione dei miei incontri con clienti e fornitori è diventata talmente desolante – ma un desolante che sfocia nel dissacratorio – che ho oramai un intero archivio di aneddoti che possono all’occorrenza trasformarsi in nuovi post. Dei pargoli non parlo nemmeno, perché potrei scriverci direttamente un libro.

L’iter per la scrittura di un nuovo post è il seguente.
La Strega immagina un titolo adatto, poi passa a compitare le righe di introduzione. A questo punto, qualcuno o qualcosa interrompe il suo filo di pensieri e la sprona a concentrarsi sui compiti della giornata. Alcune ore dopo – o, in un periodo impegnativo, alcuni giorni dopo – la Strega si mette finalmente davanti al computer per scrivere il post di cui sopra e lo conclude in una ventina di minuti. Un nanosecondo prima del decisivo clic sul bottone “pubblica” si scatena l’inferno: telefoni che squillano, clienti che richiedono attenzione esattamente in quel momento, gatti che miagolano e Genitrici che salgono in bilico su uno sgabello per operare il cambio dell’armadio in solitaria. Capite perché essere Streghe è dura?

Sono strenuamente alla ricerca di nuovi argomenti da trattare, o di vecchi argomenti da trattare sotto una luce nuova: adoro la lettura, amo andare al cinema e mi sdilinguisco di fronte al teatro, ma ogni tanto cambiare fa bene, no? E non posso mica sdrammatizzare il tutto sempre con i soliti aneddoti. Insomma, accetto suggerimenti, se ne avete.

 

Il tour previsto dal tag game “dietro le quinte” è finito, siore e siori. Siete pregati di recuperare i vostri effetti personali e dirigervi ordinatamente verso l’uscita. Qui c’è gente che deve lavorare! 😛

 

Etimologie… Mitologiche?

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La pargola, a cui stavo spiegando – a grandi linee, per la sua ricerca – Hobbes (filosofo britannico dei Seicento, che ha scritto un trattato politico nominato Il Leviatano), mi interrompe proprio sul più bello:

“Quindi, pargola, il Leviatano è un gigantesco mostro acquatico di tradizione biblica, che era molto vorace…”

“La prof. ha detto che è stato associato alla balena.”

“Sì, esatto. Questa è un’associazione possibile, in quanto, come ben sai, la balena è un cetaceo di grandi dimensioni…”

“Sì, ma perché gli ebrei erano convinti che volasse?”

A questo punto, la fervida immaginazione di una mente stregonesca e per di più sfiancata da un periodo per niente facile dipinge il quadro curioso di un Moby Dick dotato di soffici ali angeliche, che fluttua sopra gli oceani con ancora il corpo di Achab legato sulla schiena.

“Ehm… che cosa intendi, pargola?”

“Ma sì, Leviatano, da ‘levitare’. Sei tu che mi hai detto che vuol dire galleggiare nell’aria.”

 

Gliel’ho detto io.
Numi, cos’ho fatto di male?!

Soddisfazioni con i clienti

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Settimana scorsa, durante un turno all’attività rambica, ho seguito una nuova cliente. Si tratta di una signora un po’ in là con gli anni, ma che non vuole cedere di un’unghia al passaggio del tempo. Una donna molto magra, che viene ad allenarsi truccata di tutto punto, rossetto rosso compreso.

Ebbene, alla fine dell’allenamento la cliente mi ringrazia facendo lodi sperticate alla palestra (che fanno sempre piacere) e agli istruttori, dopodiché conclude così:

 

Anche tu sei brava, eh! Un po’ bruttina, un po’ robustina… Almeno sei simpatica: punta su quello e vedrai che troverai un uomo.

 

Ecco. Le soddisfazioni che solo i clienti sanno dare. ^^’

Quella Dannata Primula Rossa

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Il titolo del romanzo è preso da una rima inventata dall’alter ego della stessa Primula Rossa e che in italiano recita: La cercan qui, la cercan là, dove si trovi nessuno lo sa. Che catturare mai non si possa,quella dannata Primula Rossa?

Come promesso qui, eccomi a parlarvi di un ciclo di romanzi ingiustamente dimenticato, ovvero quelli dedicati a Scarlet Pimpernel – in italiano, la Primula Rossa – creata da Emmuska Orczy nei primi anni del Novecento.
Come ho già anticipato, io ho scoperto le storie della Primula Rossa grazie alla serie BBC dei primi anni Novanta, che aveva come protagonista Richard E. Grant e – essendo amante del genere cappa, maschera e spada – me ne sono innamorata all’istante, tanto da cercare in ogni dove i romanzi da cui era tratta la serie.

Emma Orczy (1865 – 1947) è stata una scrittrice, drammaturga e pittrice britannica di nobili origini ungheresi. La sua famiglia, baroni di lunga generazione, ha dovuto lasciare Budapest quando Emma era bambina per sfuggire alla rivoluzione popolare, approdando in Inghilterra durante gli anni della sua adolescenza. La Orczy, di visioni politiche conservatrici (sosteneva l’imperialismo britannico, il militarismo e la supremazia dell’aristocrazia sulle altre classi sociali), pubblica il primo romanzo della Primula Rossa nel 1905 e ottiene un grande successo. Durante l’arco della sua vita, dunque, ne scrive ben sedici, guadagnando enormemente, anche se non riuscirà mai a replicare gli esiti della prima Primula.

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Eccolo, Richard E. Grant, in una scena del primo episodio. Nei panni di Percy Blackeney, sta prendendo in giro Chauvelin, una spia francese, di fronte alla corte d’Inghilterra.

Il romanzo è ambientato tra Inghilterra e Francia nel 1793, ovvero durante il Regno del Terrore che ha seguito la Rivoluzione Francese. Ogni giorno, la ghigliottina miete le sue vittime tra francesi di ogni classe sociale, inclusi gli esponenti della nobiltà, che si trovano prigionieri in un paese che non è più il loro. La missione della Primula Rossa è quella di salvare questi aristocratici dall’incontro con Madama Ghigliottina e trasportarli al sicuro in Inghilterra, dove potranno cominciare una nuova vita, ringraziando per sempre il coraggio e l’abnegazione dell’eroe mascherato, che ha reso loro salva la vita, e dei suoi complici.

tumblr_no67k2gclb1rrjqbqo2_400Già, ma chi si nasconde sotto i panni della Primula Rossa?
L’eroe della storia è il baronetto Sir Percy Blackeney, un ricchissimo nobiluomo, molto famoso alla corte inglese, che gode dell’alta stima del Principe di Galles. Blackeney appare come un raffinato dandy dedito ai piaceri della vita e degli scherzi, amante delle stravaganze, non da ultima quella di aver sposato Marguerite, una francese di origini borghesi (a Parigi era un’affermatissima attrice), di spirito intelligente e ideali repubblicani. Nessuno, dunque, sospetta che sotto le costose vesti di Percy si nasconda l’eroe mascherato il cui nome è sulla bocca di tutti, men che meno Lady Blackeney, che nel primo romanzo arriverà a un soffio da commettere un atto di cui potrebbe pentirsi per i pochi istanti di vita che le restano…

 

Scarlet Pimpernel è il primo esempio in letteratura di quel genere di avventura che si svolge attorno a un eroe mascherato, ed è quindi l’antesignano di Zorro o Batman. Nel personaggio della Orczy compaiono già le caratteristiche principali del genere, che sono riprese ancora oggi in storie simili, ma che sono anche state assorbite dai supereroi che vanno tanto di moda. La Primula Rossa agisce con un’arma preferita (la spada), è abilissima nel mascherare la propria natura per mantenere l’anonimato, è dotata di abilità e intelligenza strategica, con la quale sconfigge gli avversari e, last but not least, rivendica sempre le sue azioni lasciando a mo’ di biglietto da visita una pergamena con un piccolo fiore rosso. Suona famigliare, nevvero? 😉

 

C’è qualcuno di voi che ha letto qualcosa di questa dannata Primula, o che ha visto la serie della BBC? Fatevi avanti e ditemi che cosa ne pensate!

Un procione insegna a una piantina come innescare una bomba

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…No, non è l’inizio di una barzelletta, ma è un’ottima sintesi per Guardians of the Galaxy vol. 2. 😉

mv5bmtg2mzi1mtg3of5bml5banbnxkftztgwntu3nda2mti-_v1_ux182_cr00182268_al_Il film è l’ultima fatica di James Gunn appartenente all’Universo Marvel ed è una chicca veramente divertente, che risolleva un pochino i film del genere dalla noia del già visto in cui – per me – erano precipitati.

Non vi anticipo nulla sulla trama, che si dipana per le due ore e spiccioli della pellicola senza essere portatrice di grandi colpi di scena. Come sempre, la genialità della narrazione di Gunn sta nell’estrema vivacità del copione, che in sostanza si compone di una serie pressoché ininterrotta di battute e gag che farebbero ridere anche la mummia di Tutankhamon.

 

Gli scambi tra i personaggi sono sostenuti da una splendida colonna sonora anni Ottanta, che, come è successo nel primo Guardians of the Galaxy, diventa una vera e propria protagonista del film. Sono altrettanto apprezzabili i soliti cammeo divertenti di alcuni attori e l’entrata in scena di quella che dovrebbe essere la prima generazione dei Guardiani, capitanati nientemeno che dal rambico Sylvester Stallone.

É apprezzabile che tutti i personaggi abbiano il loro spazio all’intero del film e che l’attenzione dello spettatore non sia concentrata solo su uno dei Guardiani (l’ho già detto che Peter Quill mi sta antipatico più o meno quanto l’attore che lo interpreta?), così come non è possibile non attribuire il giusto valore al sapiente dosaggio tra battute e argomenti un po’ più seri all’interno della sceneggiatura dello stesso Gunn.

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Baby Groot. Che gli vogliamo dire?

Guardians of the Galaxy vol. 2 è, com’è ovvio, visivamente molto bello (merita l’IMAX, se avete la possibilità di usufruirne), sia per quanto riguarda gli effetti speciali, che il reparto trucco e costumi. Una menzione a parte va alla resa dei due membri dei Guardiani che, per ragioni cristalline, non sarebbe stato possibile rendere in altro modo che attraverso la digitalizzazione.

babygroot3Groot, nella sua versione baby, è il protagonista di quasi tutte le scene più divertenti della pellicola, inclusa quella che da il titolo a questo post. Un’altra che mi ha fatto piangere dalle risate ha luogo poco prima della gif che ho inserito nel paragrafo precedente, e coinvolge la piccola piantina, un paio di prigionieri e una marmaglia di ravagers addormentati, ma non ve l’anticipo, perché sarebbe veramente un delitto. Fate conto che dopo averla vista ho riso per venti minuti (e solo perché mi ricordavo quella!).

Insomma, tra una battaglia aerospaziale che assomiglia a un videogioco, qualche balletto inframmezzato da una o due riflessioni sul rapporto padre-figlio e un bel po’ di sketch non originali ma dall’ottimo tempismo, il secondo capitolo di Guardians of the Galaxy rischia di essere un punto di arrivo insuperabile per i prossimi film Marvel. E quest’anno ne aspettiamo ancora due, almeno uno dei quali con una certa ansia.

Stai a vedere che il procione fa un bello scherzo al ragnetto?

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Certo, che se neanche Arianna aiuta…

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“Arianna”, J.W. Waterhouse, 1898

L’edificio che ospita i principali uffici del Tribunale e della Procura della Repubblica della mia città è un mastodontico esempio di architettura fascista, che occupa uno spazio quadrangolare di circa trentamila metri quadrati, raggiungendo un’altezza massima di trentotto metri. All’esterno è veramente bello a vedersi, con i suoi richiami al tempio romano e le sue sculture a rilievo, ma dentro… Beh, dentro somiglia più al labirinto di Dedalo: corridoi più o meno larghi, spesso tortuosi, piani che si confondono uno con l’altro peggio delle scale di Hogwarts, uffici evanescenti e veri e propri cumuli di reperti archeologici sotto forma di faldoni di processi vecchi di anni. Manca il Minotauro, è vero, ma può anche essere che io non l’abbia ancora trovato. 😉

Qualche giorno fa, mi sono addentrata nei meandri di questo affascinante edificio alla ricerca di uno specifico ufficio, situato al quarto piano, che poteva essere anche il quarto ammezzato, oppure il quinto (ricordate cosa dicevo dei piani? A loro piace cambiare). Raggiunto il piano desiderato, cerco una delle piantine formato A3 che si trovano appese ai muri e in cui sono indicati i numeri degli uffici raggiungibili dal luogo in cui ci si trova, proprio allo scopo di evitare ai viandanti di perdersi.
Fisso la piantina per qualche secondo, perché stranamente non mi ci ritrovo. Non sono una campionessa di orienteering, ma una mappa la so pur leggere, Santi Numi!, quindi che cosa può esserci che non va?

Perplessa, mi guardo attorno.
Secondo la piantina, dovrebbe esserci un ascensore alla mia destra, ma non ve n’è traccia. Guardo alla mia sinistra, ma non c’è nessun ascensore nemmeno lì. Conscia che l’opzione che durante la ristrutturazione abbiano spostato l’ascensore non sia verosimile, provo comunque a seguire il corridoio che, secondo la piantina, mi porterebbe all’ufficio desiderato, ma detto passaggio risulta essere un vicolo cieco. Ritornando al punto di partenza, passo davanti a un’altra piantina, ma anche questa non sembra rifarsi molto alla porzione di edificio che ritrae.

A questo punto, la mia logica stregonesca trae due ipotesi plausibili. La prima, che dopo i lavori di imbiancatura abbiano appeso le cartine all’incontrario, la seconda, che le abbiano scambiate di posto. Fortunatamente, un custode appare proprio a qualche metro da me, così lo chiamo per chiedere spiegazioni riguardo l’irraggiungibilità del beneamato ufficio xyz. Il custode sorride, benevolo:

Non riesce a leggere la piantina, eh? Non è la prima signorina a cui capita.

Combattendo l’istinto di mescolargli tutte le ossa e poi giocare al puzzle, rispondo che il problema è che la cartina sembra inesatta.

Sciocchezze, signorina! Vede, è semplicissimo: il cerchietto rosso rappresenta la posizione dove Lei si trova, ovvero qui dove siamo noi. L’ufficio che sta cercando è alla Sua destra, davanti a Lei c’è il muro e dietro di Lei lo scalone centrale…

Il saccente custode finalmente si gira e la voce gli viene meno. Naturalmente, dietro di noi non c’è lo scalone centrale, ma nemmeno una scaletta a chiocciola.
A questo punto, la mia personale Arianna afferra la cornice della piantina, la stacca dal chiodo a cui è appesa e la gira.

Oh. Ehm… Mi scusi un attimo.

Dice, prima di scomparire così come era arrivato.

 

Avevano scambiato la posizione delle piantine E le avevano attaccate al contrario. C’è mancato poco che per trovare l’ufficio che mi serviva dovessi affidarmi al muschio che cresceva sulle pareti. -.-‘

Aprile di Libri in Lingua

abandonedancientlibraryescapeLeggere i libri in lingua originale è un piacere che, in realtà, non mi nego mai, se posso, ma era da tanto tempo che non avevo l’occasione di leggere così tanti volumi in lingua (inglese, in questo caso) di fila.

Che poi, tre libri in un mese (o poco meno: la rubrica ex Goodreads Reading Challenge esce un pelo in anticipo questa volta) non sono poi tantissimi, ma, considerato il mese che ho avuto, mi accontento! 😉
Le mie letture del mese sono state facilitate anche da un’applicazione che ho installato di recente: Serial Reader. Questo grazioso programmino permette di leggere i libri del suo catalogo (e, se cercate classici o volumi che magari non pubblicano più, si tratta di una libreria virtuale di tutto rispetto!), suddividendoli in frazioni giornaliere e indicando il tempo medio di lettura delle stesse, sempre inferiore o uguale a venti minuti. La versione base di Serial Reader è gratuita, ma potete acquistare la possibilità di leggere giornalmente quanti capitoli volete, se proprio non riuscite a resistere. Fino ad adesso, il mio braccino corto ha vinto!

Ora che vi ho consigliato il metodo più appropriato per occupare qualche MB della memoria del vostro tablet o del vostro smartphone, passiamo ai libri letti in questo mese.

The Reigate Puzzle, A.C. Doyle. Un racconto breve che verte su un’indagine che si presenta a Sherlock Holmes mentre lui e Watson sono in vacanza in campagna. Mi capita spesso di meravigliarmi davanti all’incredibile produttività degli scrittori vittoriani: non importa quante raccolte di Sherlock Holmes io possa leggere, c’è sempre qualcosa che prima mi era sfuggita! The Reigate Puzzle, letto in tre comodi capitoli con la fida Serial Reader, è una storia semplice e sintetica, ma estremamente godibile.
The Scarlet Pimpernel, E. Orczy. Signori, voi non potete capire cos’è stato trovare finalmente una copia di questo libro – La Primula Rossa, in italiano – che non fosse troppo vetusta, o polverosa, o mancante di alcune pagine, per poterla leggere da cima a fondo. La mia passione per la serie di romanzi di Emmuska Orczy, scrittrice britannica di origini ungheresi vissuta tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento, risale al bel tempo andato della mia infanzia, quando per caso scoprii la serie tv della BBC, con Richard E. Grant nei panni del protagonista. Da quel momento ho tentato in tutti i modi di trovare i volumi che raccontano le peripezie della Primula Rossa, ma con scarso successo… fino ad oggi! Mi ci sono divertita un sacco, ed è l’unica cosa che vi anticipo: del resto parleremo in un post a parte. 😉
Norse Mithology, N. Gaiman. Ebbene sì, signori, possiedo una copia dell’ultimo libro di Neil Gaiman già da qualche tempo grazie a un amico viaggiatore che ha pensato a una povera, derelitta Strega, solitaria nel suo Covo sul finire dell’inverno… Beh, o questo, o non aveva voglia di prestarmi il suo personalissimo volume autografato. 😉 Come è evidente dal titolo, Norse Mithology è una specie di compendio della mitologia norrena (Odino, Thor, il Ragnarok e compagnia bella), raccontato dalla penna di Gaiman, piegata a uno stile narrativo che ricalca la tradizione dei cantastorie. Linguaggio molto semplice, dunque, e frasi non eccessivamente lunghe, che rendono il libro perfetto anche per chi si approccia da neofita alla lettura in lingua inglese. Confesso che le mie aspettative riguardo a Norse Mithology sono state in parte disattese: i miti sono – e non poteva essere altrimenti! – quelli già noti, ma il linguaggio in cui sono narrati non mi ha conquistata, perché mancava dalla poetica magica dei cantastorie, che pure Gaiman tentava di imitare. A questo si aggiunge una quasi totale spersonalizzazione dei personaggi, che si colgono quasi di sfuggita e non si rivelano mai nel loro fulgore. La lettura mi ha divertito, eh!, ma diciamo che non ho mai sentito il desiderio di riaprire il libro per divorarlo nel più breve tempo possibile.

 

E con l’ultimo libro di Gaiman è tutto, almeno per questo mese.
Voi che cosa avete letto? Avete fatto qualche scoperta letteraria interessante? Raccontatemi tutto nei commenti!

E al decimo giorno…

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Il Dio Mitra

 

…Al decimo giorno la Strega si rifece viva.
Lo so che generalmente – e soprattutto in questo periodo – ci si attende un ritorno dopo tre giorni di assenza, ma siamo seri: tre giorni non bastano mica per rientrare in grande spolvero!

A ogni modo, signore e signori, sono di nuovo qui a scrivere dopo un periodo che ha sommato lo stress pasquale a una settimana in cui ho dovuto coprire anche i compiti del ménage del Covo e dell’attività rambica che di solito spettano alla Genitrice. Di organizzare articoli per questo blog, lo capirete, non ne avevo il tempo e nemmeno la forza, ma lasciamoci il passato alle spalle! 😀

Infondo, il fatto che io non abbia scritto non significa che io non abbia raccolto aneddoti, quindi pazientate ancora un paio di giorni: saprete tutto di letture, clienti, personcine particolari et similia a tempo debito. 😉

Iron-MuscleMan

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Dopo anni e anni di acuta osservazione, sono giunta alla conclusione che i migliori aneddoti mi giungono dai clienti tranquilli, anche un po’ timidi. Quelli che salutano a mezza voce, sapete, che parlano poco e tengono gli occhi bassi, e magari arrossiscono anche un poco, quando chiedi loro come stanno o se puoi fare qualcosa per aiutarli.
Sono loro, in definitiva, le acque chete che erodono i ponti del mio benessere psichico.

L’ultimo cliente di questo genere è arrivato all’attività rambica un paio di settimane fa, per il suo allenamento. Io gli ho sorriso da dietro la reception, lui ha abbassato lo sguardo e mormorato un saluto non intelligibile. Io gli ho dato la chiave per un armadietto e poi ho continuato a svolgere gli altri incarichi, dimenticandomi di lui per circa quindici minuti, quando, sorridendo, passo lungo la sala pesi controllandone gli occupanti.

L’occhio mi cade, dunque, su detto cliente, che ha evidentemente qualcosa di strano, ma non registro subito che cosa sia. Mancavano pochi giorni alla mia partenza alla volta di Stonehenge, ed ero piena di cose da fare, così il mio cervello non ha immediatamente registrato quale fosse il problema e ha comandato al mio corpo di proseguire nel giro d’ispezione, come se nulla fosse. Il momento in cui ho coscientemente realizzato la stranezza a cui ero passata davanti è arrivato circa cinque secondi dopo l’impulso visivo che era stato inoltrato al mio organo del pensiero stregonesco. Immediatamente, mi sono bloccata. Poi, come in un film, ho ripercorso i miei passi fino a tornare davanti al cliente, certa di aver visto male, certa di aver sofferto di una specie di lapsus visivo, o che so io. Avevo visto benissimo.

Il cliente stava facendo gli squat indossando questo:

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…L’abbigliamento adatto per sviluppare muscoli d’acciaio!

La georgiana Bath, tra le terme romane e Jane Austen

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Veduta aerea del Royal Crescent e di The Circle

Bath è una cittadina termale inglese nella contea del Somerset, a circa tre ore di macchina da Londra, che sorge sulle due sponde del fiume Avon. Il luogo era conosciuto già all’epoca dei Celti (circa 2500 anni fa), ma le terme, che sfruttavano e sfruttano ancora l’unica sorgente di acqua sulfurea calda della Gran Bretagna, furono costruite nel 43 d.C. dai romani, che le chiamarono Aquae Sulis. Chi, come me, ha un’insana passione per i romanzi di Bernard Cornwell ha probabilmente avuto un tuffo al cuore nel leggere quelle due parole latine, ma nel periodo di Derfel, Merlino e Artù la storia della cittadina era appena cominciata, perciò ci tocca proseguire.

L’odierno nome della città è sassone, ma la Bath di adesso fu interamente costruita in Era Georgiana, ovvero a cavallo tra le decadi finali del 1700 e la prima metà del 1800, quando al trono d’Inghilterra si succedettero quattro “re Giorgio”. É stata un’epoca di grandi cambiamenti sia a livello politico- la perdita delle colonie americane, le guerre napoleoniche, la colonizzazione dell’Australia -, che sociale – vengono costruiti i primi orfanotrofi, la schiavitù viene abolita -, che naturalmente si riflettono anche sulle persone. Sempre più inglesi si trovano dotati di mezzi economici sufficienti per viaggiare e concedersi dei vizi, e gli abitanti di un anonimo villaggio in cui scorre una sorgente di acqua sulfurea con proprietà curative pensano di approfittarne. É in questo modo che nasce la Bath che possiamo visitare oggi, con il suo impianto neoclassico, l’abbazia neogotica e i riferimenti all’architettura rinascimentale italiana.

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Il Pulteney Bridge, completato nel 1774 in stile Palladiano sul modello del Ponte Vecchio di Firenze.

Non dimentichiamo, inoltre, che l’inizio dell’Ottocento è un periodo di grande ripresa per la cultura inglese (il British Museum di Londra fu fondato nel 1753) e la letteratura in particolare, con i lavori dei romantic poets della prima e della seconda generazione e i romanzi di Henry Fielding e Jane Austen, la cui personalità impregna Bath.

L’Autrice di Orgoglio e Pregiudizio e molti altri romanzi visse per meno di cinque anni in questa località termale e vi tornò saltuariamente per brevi periodi, inoltre, solo due dei suoi lavori – Persuasion e Northanger Abbey – sono qui ambientati, ma gli abitanti di Bath non hanno evidentemente perso il talento di approfittare di ogni scampolo d’interesse turistico disponibile. Passeggiando per le belle vie lastricate della cittadina, come vedremo, non è difficile ritrovare traccia della Austen quasi a ogni piè sospinto.

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La volta dell’Abbazia di Bath

Il fulcro della città è l’Abbazia, che ha origini normanne (ancora prima in loco esisteva un monastero sassone) ed è poi stata ampliata e ristrutturata in stile gotico. É possibile visitarla con un’offerta libera, oppure si può approfittare del Tower Tour (6 sterline): la salita lungo i duecentododici scalini della torre campanaria. La chiesa da sulla stessa piazza delle Terme Romane (entrata: 15 sterline) e del municipio (Guildhall), ed è proprio vicino al punto informativo per turisti, che in realtà a me è sembrato più un negozio di souvenir.
Dalla piazza dell’Abbazia ci si può incamminare verso la zona più “in” della città, oppure verso il fiume Avon per esplorare i suoi ponti e passeggiare lungo la North Parade.

 

ab9a81682eb9a44a15d71f244f0ee52eLa zona più elegante di Bath è a circa dieci minuti a piedi dalla piazza dell’Abbazia e consiste nel viale Royal Crescent, che si apre su un bellissimo parco, e nel The Circle, la piazza con una piccola aiuola verde al centro. Gli amanti della serie BBC di Persuasion non potranno non ricordare la topica scena di Anne Elliott che rincorre il capitano Wentworth sui lastricati di questa zona elegantissima, sotto la pioggia, gli altri possono approfittare di una giornata di sole per sedersi al parco del Royal Crescent, riposarsi e mangiare qualcosa.

Da The Circle, prendete Bennett Street, dove ha sede il Fashion Museum, il museo della moda, che raccoglie capi di stile ottocentesco. L’entrata costa 9 sterline (potete anche vestirvi con alcune riproduzioni dei vestiti dell’epoca e scattarvi una foto), ma è possibile visitare gratuitamente la parte dell’edificio che comprende le Assembly Rooms, ovvero le sale utilizzate per le feste e i ritrovi organizzati in città.

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Una delle Assembly Rooms, che si affacciano su una piccola saletta ottagonale

Prendendo invece Barton Street, sempre da The Circle, in cinque minuti arriverete al Jane Austen Centre (11 sterline per l’ingresso), un museo, manco a dirlo, dedicato alla figura dell’autrice inglese in cui lo staff vi accoglie nei panni e nello spirito dei personaggi più celebri usciti dalla sua penna. Al secondo piano del museo c’è una sala da tè il cui ingresso è gratuito e che effettua anche servizio gluten free, anche se è consigliabile prenotarlo prima, perché le scorte di scones et similia senza glutine si esauriscono in fretta, soprattutto nel weekend.

Tornare verso l’Avon è piuttosto semplice: vi basta puntare il campanile dell’abbazia, che è visibile più o meno ovunque in città, e raggiungerlo. Girando attorno alla chiesa vi troverete quindi sul lungofiume, che potrete percorrere fino al famoso Pulteney Bridge. In alternativa, potrete pagare le 4 sterline necessarie per fare un giro sulla North Parade, la stradina che segue la sponda nord del fiume, affiancata da un bellissimo giardino con ponticelli e gazebo.

La visita a questa cittadina termale è stata piacevole, ma personalmente non mi è rimasta nel cuore. Forse è a causa di una mentalità che punta un po’ troppo al guadagno dal turismo, che ha rivestito Bath intera di questa patina da “siamo cordiali e gioviali abitanti del sud dell’Inghilterra: amateci e visitate i nostri musei! Mangiate i nostri dolci tipici, fatevi una foto vicino al manichino di Jane Austen!”, che è un pochino sopra le righe. Sono però contenta di esserci stata, e soprattutto di aver goduto di una giornata favolosa, con una temperatura mite e un sole che scaldava le ossa. E pazienza, se Wentworth preferisce la pioggia. 😉