Discriminazioni a’ la Schwarzie

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Di turno all’attività rambica, seguo una nuova iscritta, una gentile signorina sui venticinque anni che fa palestra per la primissima volta e che si guarda attorno con aria affascinata, come se non avesse mai visto una cyclette prima d’ora (scoprirò poi che non era la cyclette a catturare il suo interesse, ma il prestante giovine che vi stava pedalando sopra, ma questa è un’altra storia).

Come da copione, prima di impostare un allenamento procedo con una breve anamnesi da cui risulta che la sciuretta (termine milanese che sta a indicare la signorina a modino) sta benone, praticamente è sana come un pesce. Domando quindi se vuole ottenere qualcosa in particolare dal suo allenamento in palestra, che so, rimettersi in forma, dimagrire, aumentare la forza fisica. 
Non lo so di preciso, solo non voglio diventare troppo grossa, ecco.

Capisco (ahimè, capisco) che la ragazza intende dire che non vuole sviluppare i muscolacci di un body builder veterano e cerco di rassicurarla dicendole che non credo sia possibile ottenere quei risultati, soprattutto non facendo palestra due ore a settimana e utilizzando pesetti da un chilo.

Eh, speriamo! Il fatto è che non voglio diventare come quel tipo… Quello biondo tutto muscoli. Dai, hai capito.

Ovviamente non ho capito. Mi si chiede di selezionare il corretto tipo tutto muscoli provvisto di una capigliatura bionda nell’universo mondo, anche una Strega può avere delle difficoltà in merito.

Ma dai, quello che fa così, come si chiama… Killerator.

Terminator, presumibilmente. Ha paura di diventare Schwarzenegger andando in palestra.

Per com’è strutturato il corpo femminile non è possibile mettere su tutta quella massa muscolare, soprattutto considerato che non prendi integr-

Come, scusa? Mi stai dicendo che non posso mettere su muscoli come un uomo?

Ehm… Non nella stessa misura.

Ma questa è una discriminazione bella e buona! Da te non me l’aspettavo.
Schwarzie, aiutami tu.

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Figaro, Figaro, Figaroooo!

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Nei primi giorni del 2018 avevo quasi considerato l’idea di lamentarmi per la scarsità di cose da fare, ma gli Dei – bontà loro – hanno prontamente ovviato al problema, ancora prima che effettivamente si presentasse, donandomi una serie pressoché infinita di problemini e problemucci da risolvere in fretta e possibilmente bene.

Tanto per cominciare, il computer dell’attività rambica.
L’apparecchio, comprato a settembre, ci da problemi dalla metà di novembre, motivo per il quale abbiamo chiamato un tecnico innumerevoli volte. A fine dicembre si era giunti alla trista situazione per cui le intere sorti dell’attività rambica (ovvero, il software che gestisce i clienti e i loro abbonamenti) abitava in un “muletto” che non andava assolutamente spento, perché altrimenti non si sarebbe riavviato. Nei primi giorni di gennaio è arrivato il nuovo computer, già configurato e in attesa – a sentire il tecnico – del solo intervento della ditta produttrice del software di cui sopra, quindi venerdì scorso mi sono recata in palestra per attaccare tutti i cavi, e…

E ovviamente il computer NUOVO non riconosceva la tastiera.

Il weekend è dunque trascorso all’attività rambica (chiusa) nel tentativo di munirsi di altre tastiere con cui fare prove di esito ovviamente negativo e in numerose telefonate con il tecnico, che asseriva che il problema fosse, appunto, di detta periferica e non del computer. Nel mentre che avevo già cominciato a tirare giù tutti i santi dell’ipotetico Paradiso dai loro scranni vuoi non completare l’opera e riporre tutti gli addobbi natalizi? Ma certo! Qualche glitter rosso e oro sulla polvere è sempre stato divinamente.

Lunedì mattina trovo finalmente una tastiera con attacco usb, abilitando gioiosamente il computer per l’intervento della teleassistenza, dopodiché schizzo a casa, faccio una pausa pranzo di circa venticinque minuti e mi collego al portale del CONI per risolvere il secondo problema dell’anno nuovo.

A fine 2017 ci era arrivato l’avviso della necessaria registrazione al nuovo portale del CONI, da fare a partire dall’1 gennaio 2018. Indovinate chi, o lettori, si era collegata al suddetto portale la mattina di Capodanno, con tutti i documenti pronti e in ordine?Sull’unica pagina disponibile campeggiava un messaggio che in sostanza diceva che il portale era attivo dall’1 gennaio come preventivato, ma che la trasmigrazione dei dati non aveva ancora avuto luogo, quindi non si sarebbe potuto fare nulla fino all’8 gennaio. Alzi la mano chi non l’aveva previsto.

Rieccoci dunque al lunedì nel primo pomeriggio, quando completo la registrazione in pochi semplici mosse (doveva venirmi il sospetto che qualcosa stesse bollendo in pentola!) e clicco sul tasto di conferma per far apparire un avviso secondo il quale mancavano dei documenti che avrebbe dovuto presentare l’organo sportivo di riferimento.

Piombo nel panico più totale e mi attacco al telefono, chiedendo alla segretaria di tale ente sportivo che diamine fosse successo. La gentile signorina casca dal pero e mi dice che evidentemente non abbiamo presentato alcuni documenti, il che è naturalmente improbabile, dato che essi si trovano in giacenza presso di loro dal lontano 2007. Finita l’irritante conversazione con la segretaria, da cui dirimo meramente che mi tocca risolvere la situazione da me, vengo a conoscenza che: a) l’istruttrice del corso delle 18 non potrà fare lezione (e, dato che il software gestionale ancora non funziona, non posso nemmeno avvisare i clienti); b) l’istruttrice che insegna pilates il martedì mattina e sera ha l’influenza. Cerco possibili sostituzioni per le due, ma ovviamente non le trovo.

Mi fiondo nuovamente all’attività rambica, dove devo chiamare la ditta per avviare la teleassistenza, ma ci arrivo in ritardo, perché la storia del portale CONI si è prolungata ben oltre il tempo che dovevo dedicarle. Il programmatore non è quindi disponibile fino alle 15:20, quando comincia a lavorare sul computer, mi conferma nuovamente (negli ultimi mesi l’avrà fatto almeno sette volte, tutte pagate) la licenza del software di gestione clienti, ma non riesce ad abilitarmi il tornello.

Per intenderci, quando un cliente passa la sua tessera sul tornello attivo, la reception si rende conto se il suo abbonamento è valido, se è in scadenza o se è addirittura scaduto, il che rende il recupero crediti infinitamente più facile e redditizio e permetta all’attività rambica di incassare qualcosa.

Ora, il tornello non funziona e cominciano ad arrivare TUTTI i bambini che faranno lezione di karate, unitamente ai clienti del tardo pomeriggio. La qui presente Strega schizza dunque tra la reception, dove il programmatore è collegato tramite telefono, la sala (perché l’istruttore è in sacrosanta e meritata pausa) e la zona relax, dove sono spiaggiate le mamme dei bambini. Tutti la vogliono, tutti la cercano.

Il cliente trentacinquenne racconta delle sue avventure col cellulare e necessita comprensione e ammirazione per il nuovo dispositivo, la mamma di un pargolo deve essere ascoltata mentre si dilunga nei dettagli dell’influenza del figlio, colpo di tosse grassa per colpo di tosse grassa. La cliente quarantenne ha avuto la sfortuna di incontrare un uomo veramente di sterco e va aiutata per quanto possibile, la graziosa adolescente si è dimenticata l’asciugamano, posso prestargliene uno io? Lo riporta domani, lavato! Un nuovo cliente deve essere presentato all’istruttore e un ragazzo si presenta per le concordate ore di formazione… Uno alla volta! Uno alla volta! Uno alla volta, per caritàààà!

Arrivata a casa – ovviamente più tardi di quanto preventivato, anche perché Rambo era dal dentista e indovinate quando una cosina da dieci minuti è diventata un lavoro di un’ora? Ecco -, mi mancano i compiti dei miei alunni da correggere e le note da inviare per e-mail.

Insomma, gli ultimi giorni mi sono sembrati eccessivamente simile a questa scena qui:

Però non si può dire che mi sia annoiata. 😀

Where it’s covered in all the colored lights – The Greatest Showman

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É tradizione del Covo di andare al cinema alla vigilia di Capodanno, e quest’anno come si poteva non scegliere l’ultimo film musicale uscita giusto a Natale?

The Greatest Showman, diretto da Micheal Gracey, è una pellicola che racconta la vita di P.T. Barnum, l’ideatore del celebre circo americano (The Greatest Show on Earth, 1842) e di fatto l’inventore dello show business, in modo molto romanzato. Il film, che vanta gli stessi produttori di La La Land, è candidato ai Golden Globes 2018 per il miglior film/commedia musicale (Hugh Jackman), il migliore attore in un film/commedia musicale e la migliore canzone.

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La prima scena del film, di grande effetto.

Io sono un’amante dei film musicali, perché conservano ancora quella lieve innocenza poetica che oramai gli altri film hanno perso. Mi piacciono le canzoni, mi piacciono le coreografie, l’improbabilità delle situazioni in cui i personaggi si alzano dalla sedia e si mettono, che so, a ballare sul bancone di un bar. Ecco perché sono rimasta piacevolmente soddisfatta da The Greatest Showman, che tra l’altro presenta un impianto narrativo originale e vivace, al contrario della malinconia piena di rimandi passati di La La Land.

Ho apprezzato moltissimo la colonna sonora soprattutto nei numeri corali, in cui tutta l’opulenza e l’esotismo del circo colpiscono lo spettatore come un pugno in un occhio. In generale, The Greatest Showman piace perché coinvolge il pubblico e perché il carisma dell’attore protagonista catalizza l’attenzione di tutti.
Non finirò infatti mai di stupirmi della bravura di Hugh Jackman – che non ha mai fatto troppo presto a smettere i panni di Wolverine! -, anche se lo apprezzo dai tempi non sospetti di Kate e Leopold (vogliamo poi parlare di Les Miserables?). Il suo PT Barnum è un perfetto incantatore, uno showman nato, un prestigiatore che senza nessuna fatica fa diventare invisibili quasi tutti i suoi comprimari, tanto che il passaggio di consegna con Zac Efron (che pure è bravissimo nei panni di Philip Carlyle) risulta quasi sgradito. Jackman da anche prova di una notevole eleganza nel muoversi (l’avevamo già visto alla cerimonia degli Oscar di qualche anno fa), soprattutto considerando che la sua fisicità è piuttosto importante. Degni di una citazione sono anche Zendaya (oh, la ragazzina sa recitare!) e Keala Settle (che voce!), mentre Michelle Williams, che interpreta la moglie di Barnum, non mi ha particolarmente convinta e infatti le scene di vita privata dell’imprenditore risultano un pochino sottotono rispetto al resto.

Il fascino della storia (confesso che una lacrimuccia l’ho versata, su un paio di canzoni) si riduce di un poco se si fa qualche indagine sulla reale avventura di PT Barnum – motivo per il quale definire il film una biografia non mi sembra particolarmente opportuno -, che è indubbiamente emozionante, ma molto meno piena della magia poetica che permea l’ora e quarantacinque minuti di The Greatest Showman, in cui agli spettacoli circensi si alternano i sogni, l’amore, la fiducia delusa e quel pizzico di idealistica integrazione che agli americani piace tanto. Immagino sia lo stesso effetto che si otterrebbe visitando il dietro le quinte di un circo, no? La polvere di fata non fa effetto se scopriamo come viene prodotta… quindi è meglio non saperlo e godersi l’avventura. 😉

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I, Tonya

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Seguo il pattinaggio artistico su ghiaccio da prima delle Olimpiadi di Torino 2006 (con estrema difficoltà, considerando la copertura che la tv italiana dava a questo sport) e avevo inserito I, Tonya nella mia coda di visione da qualche tempo, ancora prima delle sue candidature ai Golden Globes 2018, perché la vicenda raccontata è degno materiale per film e storie di tutti i generi.

La pattinatrice americana Tonya Harding è stata la seconda donna al mondo a eseguire un triplo axel in una competizione nel 1991. Era un’atleta potente e decisamente diversa dalle sue delicate e aggraziate colleghe, senza contare che aveva una situazione familiare difficile, cui compensava con un carattere prepotente, violento e molto, molto competitivo. Fu travolta da uno scandalo nel 1994, quando partecipò al progetto dell’aggressione di Nancy Kerrigan, pattinatrice USA, che venne colpita al ginocchio destro e fu dunque costretta ad abbandonare i Nazionali. L’oro andò alla Harding, che era già sospettata dell’aggressione anche prima che si scoprisse l’interessamento del suo ex marito, e che riuscì a partecipare alle Olimpiadi dello stesso anno, finendo però ottava. Successivamente fu squalificata dalla federazione americana di pattinaggio e dall’organismo internazionale (l’ISU), che la dichiarò persona non gradita. Lo scandalo sportivo in cui questa pattinatrice fu coinvolta è uno dei più famosi di sempre e viene citato ancora oggi.

I, Tonya, film del 2017 diretto da Craig Gillespie su sceneggiatura di Steven Rogers racconta la parabola discendente della Harding, dalla sua primissima infanzia agli anni successivi alla sua squalifica. La scelta del tono narrativo è ricaduta su uno stile quasi documentaristico, in cui le vicende di “filmato” si alternano a spezzoni di finte interviste dove i protagonisti della storia, invecchiati, raccontano idealmente a loro versione dei fatti, supportata da una colonna sonora piacevolissima e divertente.
Ho particolarmente apprezzato che la resa dei fatti fosse il più oggettiva possibile (cosa complicata, data la risonanza dello scandalo e la particolare attitudine degli statunitensi a fare sempre un gran casino), lasciando al pubblico di emettere o meno dei giudizi sui protagonisti, e che la regia si sia concentrata sulla rappresentazione delle scene e dei contesti in modo che fossero il più veritieri possibili. Su questo fronte il reparto trucco e quello costumi hanno fatto un lavoro veramente straordinario, per i primi minuti del film sono stata convinta che le interviste avessero coinvolto le persone realmente coinvolte e non gli attori.

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A proposito, nel caso vi domandaste in cosa consista un triplo axel, è questa cosina qui: tre giri e mezzo in aria, un salto alla cieca difficilissimo, qui eseguito dalla giapponese Mao Asada nelle Olimpiadi di Vancouver 2010. Le competitrici in grado di portare a termine questo salto sono tutt’ora pochissime e difficilmente lo rischiano in gara, dove devono comunque atterrare altri salti ed eseguire altre figure per vincere.

Il cast mi è piaciuto tantissimo, a cominciare da Margot Robbie, che interpreta Tonya in modo davvero mirabile. Non deve essere stato facile calarsi in un personaggi così tanto controverso e al contempo imparare quantomeno a muoversi sul ghiaccio. La Robbie ha replicato anche l’atteggiamento e le movenze della pattinatrice (sono andata anche a cercare materiale video su Internet dopo aver visto il film e ho apprezzato la performance dell’attrice ancora di più) e mi è parsa assolutamente perfetta.

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A sinistra Margot Robbie, a destra c’è la vera Tonya Harding. Ditemi se quanto dicevo del trucco e dei costumi non è vero.

Ho fatto fatica a riconoscere il soldato d’inverno Sebastian Stan nei panni di Jeff Gilooly (l’ex marito): nei film Marvel non l’ho mai apprezzato in modo particolare, ma qui devo rimangiarmi tutto e affermare che, quando gliene danno la possibilità, è anche capace di recitare. Mi sono piaciute moltissimo anche Julianne Nicholson (l’allenatrice) e Allison Janney, che da vita a una madre della Harding piacevolmente mostruosa e inquietante. Una scena nella seconda metà del film, dove madre e figlia sono sedute al tavolo della caffetteria dove lavora la prima, mi ha colpito in modo particolare, perché mette in luce il rapporto oppressivo tra queste due donne in modo più immediato rispetto alle scene precedenti, che pure non sono all’acqua di rose.

Insomma, I, Tonya, che poteva ben essere l’ennesimo polpettone che entra tra le candidature di premi importanti per motivi non facilmente identificabili, è un film che non solo vale la pena di essere visto, ma che nemmeno annoia. Penso, anzi, che possa essere goduto appieno anche da chi non segue il pattinaggio su ghiaccio, perché in effetti il lato sportivo della vicenda è un mero sfondo alla storia personale di Tonya e delle figure che la circondano. Gillespie racconta la storia di una donna prima che di un’atleta, e non è un caso che la narrazione non si interrompa con la squalifica della Harding dal pattinaggio, ma la segua anche negli anni successivi, per concludersi con un monologo molto intenso, che vi riporto tradotto da me qui sotto, in chiusura del post.

(…) ero la persona più famosa al mondo dopo Bill Clinton. Questo doveva significare qualcosa. Le persone volevano ancora vedermi, così diventai una boxeur. Insomma, perché no? Dopotutto ho sempre conosciuto la violenza. In America, sapete, vogliono qualcuno d’amare e qualcuno da odiare. E vogliono che la scelta sia facile.
Ma che cos’è facile? Chi mi odia dice sempre ‘Tonya, racconta semplicemente la verità’, ma la verità non esiste. É una stronzata. Ognuno ha la sua verità e la vita fa solo quel cazzo che le pare. Questa è la storia della mia vita ed è la fottuta verità! 

 

Buoni Propositi

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Sembrava che non sarebbe arrivato più, e invece eccoci nel 2018: auguri a tutti!

Spero che ormai vi siate ripresi dagli eventuali bagordi della notte del 31 dicembre e che siate pronti ad affrontare il nuovo anno con energia. Di mio io ho coccolato dei nuovi progetti, alcuni dei quali sono correlati a questo blog e quindi spero di potervene parlare al più presto.

Intanto le consuete rubriche sul blog continuano, eh!
Ci saranno libri da leggere, film da recensire (tanti, tanti spero!), spettacoli teatrali a cui andare e gli immancabili clienti che allieteranno le mie giornate lavorative con le loro bizze. Come lasciare inascoltate le loro voci, d’altronde? Come non raccontarvi le mie tragedie semiserie in Tribunale? Appunto.

Ora, però, ditemi: quali sono i vostri programmi per il nuovo anno? Avete qualcosa di speciale in mente?

Gli ultimi libri del 2017

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Ci credete che dicembre – l’ultimo mese di questo pazzo e difficile 2017! – finirà tra meno di quarantotto ore? Io faccio un po’ fatica a pensarci, lo confesso, se non altro perché il tempo mi sembra volare invece che scorrere alla sua normale velocità.

Di questo dicembre ho poche cose da salvare, ma una di queste è sicuramente la ripresa delle letture a ritmo più o meno umano: è vero che, quando le cose non vanno come vorremmo – via, siamo sinceri: quando le cose proprio non vanno! -, sprofondare in altri mondi è una grande consolazione. Poche volte sono stata tanto fortunata da trovare persone in carne e ossa che sapessero tirarmi su il morale come quelle che incontro nei loro mondi di carta. Ma non sprofondiamo nella malinconia e diamo subito un’occhiata ai libri letti in questo dicembre 2017, che non terminerà mai troppo presto!

The Dressmaker, R. Ham. Vi ricorderete che avevo scritto un post sul film omonimo, uscito nel 2016, che mi aveva divertito moltissimo e aveva inserito automaticamente il libro di Rosalie Ham nella mia coda di lettura. A fine novembre, approfittando di un’interessante scontistica su quella risorsa di libri che è Bookdepository, l’ho acquistato e mi sono messa quasi subito a leggerlo… trovandolo un po’ deludente, lo ammetto. Forse è perché avevo già visto il film, che presentava delle scene molto vivide, ma la narrazione non mi ha catturata quanto mi aspettavo. Peccato.

Assassinio sull’Orient Express, A. Christie. Avevo letto il celebre giallo di Agatha Christie una decina di anni fa, ma ho voluto riprenderlo prima di vedere il film omonimo di Kenneth Branagh, che è uscito a fine novembre. Il libro mi è piaciuto come sempre, la fluidità della Christie è straordinaria, il film mi ha lasciata con un amaro in bocca che non vorrei associare alle uscite cinematografiche di Kenneth (anche perché lui è un attore stupendo e un gran regista: perché ogni tanto mi esce con film così?).

tumblr_m1iydupzgo1qhwgauo2_250Via col Vento, M. Mitchell. Un’altra rilettura, è vero, ma come si fa a non farsi venire voglia di riprendere Via col vento? Non è solo la storia infinita, non sono solo i personaggi talmente vividi che rimangono nella memoria del lettore. É l’America Sudista, con le sue cittadine in pieno sviluppo, i suoi prati sterminati, i suoi contrasti. É, anche, il dettagliatissimo quadro storico dipinto dalla Mitchell, che nella sua narrazione inserisce numerose informazioni sulla situazione politica americana e sui reali motivi della guerra di secessione, informazioni che difficilmente si trovano nei testi scolastici (che tra l’altro sono anche infinitamente più noiosi!). So che il glorioso film del ’39 vi sembra già infinitamente lungo e che il romanzo è ancora più lungo, ma io vi suggerisco di dare una possibilità alle pagine di Via col Vento. Vedrete che ve le berrete in un secondo.

Waterloo, B. Cornwell. Questa è un’opera di non narrativa di uno – oramai lo sapete – dei miei scrittori preferiti. Bernard Cornwell mette insieme una cronaca di una delle battaglia più famose della storia: Waterloo, ovvero la definitiva sconfitta di Napoleone Bonaparte a opera delle truppe prussiane e soprattutto britanniche, guidate dal duca di Wellington (giugno 1815). Cornwell è particolarmente dotato nel narrare le scene d’azione e di battaglia e dunque non stupisce che questo libro sia molto emozionante e non risenta per nulla della mancanza di parti romanzate. Ho apprezzato molto che l’autore si sia soffermato sui contesti della guerra, che abbia descritto la battaglia partendo dalle condizioni stesse di chi l’ha combattuta.

 

Per questo mese è tutto: che dite, sono stata brava?
A giudicare dalla mia coda di lettura non mi sembra, ma forse è solo un’impressione. 😉 Da buona Strega organizzata e puntigliosa, ho già messo giù un programma di lettura per l’anno che verrà, ma non penso di aderire alla Goodreads Reading Challenge; mi rendo conto che stare dietro anche a una vera e propria sfida di lettura potrebbe risultare più pesante che utile in un anno in cui metterò tanta carne al fuoco, forse più di quella degli ultimi anni.

E voi che cosa avete letto questo mese? Avete in mente di iscrivervi a una sfida di lettura? Fatemelo sapere nei commenti, mi raccomando!
Nel frattempo vi auguro un felice, felicissimo anno nuovo: che sia pieno di nuove opportunità e sorprese. 😉

P.S. Volete un riassuntino delle mie letture del 2017? Cliccate qui!

 

Risposte Inaspettate

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21 dicembre, 2017

Gentile cliente,

Mi trovo a scriverLe su istruzione del signor Odin Borrson, mio superiore, e direttore di questo distaccamento della Babbo Natale & S.

Il signor Borrson attendeva con una certa impazienza il messaggio anonimo da recapitare ai Suoi parenti, dato che quello dell’anno scorso gli era tanto piaciuto, ma ora è preoccupato per la Sua persona, avendo egli notato una diminuzione di quel virulento sentimento vendicativo che tanto apprezza nel genere umano. Egli desidera quindi che io La avverta che sperare e/o credere che una situazione come quella in cui Lei versa migliori è comportamento che difficilmente si può definire ragionevole, opinione con la quale non posso che trovarmi d’accordo, come Lei capirebbe bene se mi conoscesse un poco. La principale fonte dei miei mali, il mio diretto superiore Si permette di suggerirLe di cambiare il testo del messaggio (non quello con le aggiunte da inviare al commercialista, che è stato molto apprezzato), azione per la quale Lei è ancora in tempo. Nell’eventualità – per me quasi certa – che Lei non desideri ravvederSi, egli nella sua infinita e monocola saggezza mi ha incaricato di provvedere affinché vendetta, per così dire, sia fatta.

Nella stragrande probabilità che i Suoi parenti non migliorino, che non La accettino come membro effettivo della famiglia, che continuino a ricordarsi di Lei solo in casi di estrema necessità; nella probabile eventualità, dicevo, che essi La scherniscano, La puniscano, Le cuciano la bocca con un ago smussato e filo grosso… Sto divagando: qui parliamo di Lei. Insomma, cosa desidera che io faccia?
Posso suggerirLe alcuni trucchetti del mio catalogo, come l’invasione di serpi nella camera da letto, o le illusioni che conducono a uno stato simile alla pazzia? Tra i miei talenti c’è il gioco delle parti: potrei fingermi un umano e insinuarmi nella loro cerchia di amici, scoprendo quali sono i loro punti deboli o a cosa essi tengano di più… È solo un suggerimento, naturalmente, ma mi permetto di assicurarLe che questo tipo di strategia si è rivelato particolarmente vincente – e, non lo nego, anche piacevole da adottare – l’ultima volta che ho risolto dei miei conti in sospeso. Ho tra l’altro dei contatti esterni all’azienda, individui discutibili che però mi sono vicini come dei figli, che potrebbero fare al caso Suo.

Rimanendo in attesa di Sue istruzioni, Le porgo cordiali saluti e gli omaggi del signor Borrson.

Ho… Mi rifiuto di usare uno slogan così banale.
In fede (si fa per dire),
L. Laufeyson

Dalla Lapponia

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Lapponia

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Milan (ci pregiamo di saperla granda)

15 dicembre, 2017

Gentilissima signorina,
Siamo felici che il nostro distintivo Lista dei Bambini Buoni 2017 sia stato di Suo gradimento e La ringraziamo per averci fatto pervenire la Sua letterina anche quest’anno. La Babbo Natale & S. si fregia nell’avere clienti come Lei, così devoti nonostante non tutti i desideri si possano esaudire.

La ringraziamo per il Suo costante interessamento e La informiamo che siamo abbastanza sicuri che il nostro inviato riuscirà come sempre a consegnarLe incolume i Suoi doni, nonostante la nuova aggiunta alle decorazioni natalizie del Suo quartiere. Non Le nascondiamo che le renne al femminile, come quella da Lei così piacevolmente descritta, sono ben più infide di qualsiasi luminaria per le nostre cavalcature, che in gran parte sono giovani renne maschio con il pallino della conquista (Lei capisce, sono gli esemplari più veloci). Siamo tuttavia abbastanza sicuri che Rudolph saprà tenerli a freno quanto e forse meglio di come tiene a freno se stesso, se non altro per non incorrere nelle ire della sua suscettibile consorte. Mrs. Rudolph è particolarmente gelosa e atta a violente rimostranze.

Veniamo alla Sua lista dei desideri, che come sempre è precisa e dettagliata fino al parossismo, come solo Lei sa fare: riconosceremmo le Sue lettere tra mille! Abbiamo inoltrato il testo del messaggio anonimo da recapitare secondo le Sue istruzioni a Mr. Borrson, che provvederà in merito, e abbiamo annotato quanto da Lei precisato sulle spugne e sulle porte un attimo prima di accludere ai Suoi regali anche un fiammante set di spugne abrasive color rosa shocking. Le auguriamo sinceramente di realizzare questi due desideri, che ci sembrano i più importanti da Lei espressi, e teniamo a precisare che tutta l’azienda farà il possibile per facilitarLe il compito.
Ci spiace doverLa informare che non ci è possibile fare nulla per quanto concerne il punto 2(B) nemmeno per il limitato periodo del 24, 25 e 26 p.v., come da Lei suggerito. Esaudire un desiderio cotale, Lei comprende, avrebbe come conseguenza l’arrembaggio della popolazione ai negozi di elettronica ove sostituire i riproduttori musicali di vario tipo che si sono misteriosamente guastati e il prezzo degli stessi verrebbe inflazionato a causa del picco improvviso e imprevedibile della loro domanda. In situazioni economiche già precarie come questa il Principale non se l’è sentita di approvare il compimento del suo desiderio.
Essendo oltremodo incuriositi dalla sua poetica descrizione del progresso dei Suoi cugini, descrizione per la quale Lei Si è addirittura paragonata a Charles Darwin, abbiamo inviato un nostro ispettore a svolgere una perizia. Le assicuriamo che faremo il possibile per la cugina con velleità rugbistiche e abbiamo già allegato ai doni dell’altra Sua stimata cugina un buono omaggio per un colloquio da una brava logopedista (una luminare nel suo campo che è stata decisiva nella risoluzione della lieve balbuzie della consorte del nostro Principale, derivatale da uno sfortunato scontro con uno dei dipendenti… non vogliamo annoiarLa con questa storia!) Al pacchetto di regali dei genitori dei due fratelli abbiamo discretamente incluso il biglietto da visita di un noto chirurgo, che sarà magicamente propenso a dispensare un forte sconto sulla rinoplastica che presumibilmente risolverà almeno uno dei problemi del loro figlio minore. Nel caso tutti questi accorgimenti dovessero fallire, Le andrebbe di ricevere un bel veliero come risarcimento? Una fregata, magari! Può chiamarla Beagle II.

Concludiamo dunque questa missiva sperando che essa La trovi in salute e, seppur decisamente Strega, sempre sulla strada della Bontà. Si ricordi che noi crediamo in Lei.
Certi di leggere Sue l’anno prossimo, Le porgiamo infine i nostri più sentiti omaggi.

Ho ho ho!
Babbo Natale & S.

Cronache dal Palchetto – Rigoletto al Ponchielli di Cremona

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I primi di dicembre sono un periodo meraviglioso per ascoltare (e vedere: non capirete mai la sua vera bellezza se tralascerete l’aspetto visivo) l’opera, sia comodamente spaparanzati sul proprio sofà che a maggior ragione a teatro, dal vivo. L’occasione di un invito al celebre Teatro Ponchielli di Cremona, poi, è proprio ghiotta e una Strega melomane come me non poteva farsela scappare, soprattutto perché era per una delle mie opere preferite di sempre, ovvero il Rigoletto di Giuseppe Verdi. Di quest’opera mi piacciono la cupezza di fondo, l’intenso rapporto padre/figlia che è al centro della storia e la profondità dei personaggi, che non sono mai scontati. I miei brani preferiti sono quelli del Duca di Mantova (Questa o quella, La donna è mobile…), Sparafucile e Vendetta, tremenda vendetta, ma li conosco quasi tutti a memoria, essendo questa proabilmente la prima opera lirica che io abbia mai ascoltato.

Rigoletto, opera in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave, debutta nel marzo del 1851 al Teatro La Fenice di Venezia; la storia è ripresa da un dramma di Victor Hugo, Le roi s’amuse, ed è presto detta: siamo alla corte di Mantova nel Cinquecento e il buffone di corte del Duca, Rigoletto, spadroneggia tra cortigiani e, purtroppo, padri e mariti che tentano invano di riavere le loro donne, rapite dal Duca, che è un vero donnaiolo. Nelle sue prese in giro, però, si spinge troppo in là e suscita l’ira del conte di Ceprano, che medita vendetta, e di quello di Monterone, che gli getta una maledizione. Rigoletto non si cura del primo, ma rimane terribilmente impressionato dal secondo, anche perché anche lui, proprio come Monterone, ha una figlia (Gilda), che tiene nascosta a tutti, segregata in una casa assieme a una governante. Quello che il buffone ignora è che il Duca già conosce Gilda (anche se naturalmente non sa di chi è figlia) ed è riuscita ad affascinarla, rimanendone a sua volta infatuato, fingendosi uno studente squattrinato. I cortigiani guidati da Ceprano rapiscono Gilda, che credono l’amante di Rigoletto, e la cedono poi al Duca, mentre Rigoletto la ritrova disonorata e con il cuore infranto, perciò medita vendetta e decide di assoldare un sicario di nome Sparafucile. Gilda, però, ha animo buono e caritatevole, ed è sempre innamorata del Duca, così si sacrifica per salvarlo, compiendo la maledizione preventivata da Monterone e lasciando il padre solo e disperato.

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La corte del Duca di Mantova, e cui mura diventano delle teche ove esporre le sue conquiste. Le scene e i costumi sono curati da Tommaso Lagattolla. (foto ufficiale, grazie a Barbara Sozzi)

La rappresentazione del Ponchielli presenta una scenografia molto interessante. I personaggi si muovono su uno sfondo scuro e spoglio cui sono aggiunte strutture semovibili di metallo, simili ai paraventi, che di volta in volta simboleggiano la corte, la casa di Rigoletto o l’osteria di Sparafucile. Le strutture hanno il grande pregio di essere sufficientemente manovrabili da essere spostati dagli interpreti in scena con agilità, senza disturbare la continuità della storia né distogliere lo spettatori con complicate opere di montaggio. I colori di gran parte dei personaggi rimangono scuri e fumosi, permettendo ai toni forti dei protagonisti di risaltare moltissimo sulla scena e di rendersi immediatamente noti al pubblico. Ho amato il viola freddo della Contessa e del Conte di Ceprano, il verde cupo di Gilda e soprattutto il rosso sangue di Rigoletto (rosso come il mantello di Monterone: un collegamento molto efficace che esalta a lettura del rapporto tra i personaggi), che in questa versione porta una gobba finta ed è dunque deforme più nell’animo che nella realtà.

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Rigoletto (Angelo Veccia) e Gilda (Lucrezia Drei), nel primo atto. Il buffone è appena tornato dalla corte, dove Monterone gliene ha dette di tutti i colori.

Degli interpreti ho apprezzato soprattutto i bassi e i baritoni, come Sparafucile e Monterone. Il tenore Matteo Falcier è partito un po’ sottotono nel ruolo dello spumeggiante Duca di Mantova, ma si è debitamente riscattato nel secondo e nel terzo atto. Il ruolo di Gilda è rivestito da Lucrezia Drei, soprano nemmeno trentenne di Milano, in decisa ascesa, che mi ha colpito per la voce piena e corposa. Ascoltando le sfumature del suo canto ho subito pensato che fosse molto giovane, ma ne ho apprezzato la vivacità; è un peccato, quindi, che la sua performance sia stata rovinata da quella stecca così,alla fine del secondo atto e proprio sulla caballetta Vendetta, Tremenda Vendetta! Chi mi ha veramente colpito, ad ogni modo, è il baritono Angelo Veccia nei panni (gobba e tutto) di Rigoletto. Poco prima dell’inizio dell’opera il teatro aveva annunciato una sua lieve indisposizione, ma devo dire che non me ne sarei per nulla accorta se non l’avessi saputo prima: il suo buffone, con la contrapposizione tra le movenze esagerate di corte e quelle contenute della vita privata, la voce lievemente pastosa e l’energia del canto è stato il migliore personaggio in scena.

Riesco difficilmente a immaginarmi una domenica spesa meglio come la scorsa, sotto la neve, al teatro Ponchielli, ad assistere all’avverarsi della maledizione di Monterone da un palchetto, tanto che medito di ripetere l’esperienza al più presto! ❤

 

Voi come avete speso il weekend?

Andrea Chénier alla Scala

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Come da tradizione alle 17:45 del giorno di Sant’Ambroeus ero in pole position sul cadreghino del Covo Stregonesco, in attesa dell’inizio della Prima della Scala, che oramai è trasmessa in tv con grande gioia della sottoscritta, che per il momento non può permettersi un biglietto per quel teatro. 🙂
Quest’anno la scelta dell’opera di apertura è caduta su Andrea Chénier, di Umberto Giordano, che debuttò proprio nel teatro meneghino nel lontano 1896. La storia si sviluppa su quattro quadri e ricalca la vita del poeta francese André Chénier, che nell’epoca del Terrore subì la ghigliottina. Il dramma ruota attorno al piano personale espresso dal triangolo amoroso dei tre personaggi principali, Andrea, la contessina Maddalena di Coigny e il rivoluzionario Carlo Gerard e a quello politico e sociale della Rivoluzione Francese e del periodo che ne è seguito; Maddalena e Andrea si incontrano poco prima dello scoppio della Rivoluzione Francese, a seguito della quale diventeranno entrambi nemici della Repubblica. Quando i due giovani si ritrovano si innamorano l’uno dell’altra, a vengono scoperti da Gerard che, ex servitore della famiglia Coigny, è da sempre innamorato della contessina e la vuole disperatamente per sé. Andrea ferisce gravemente Gerard e poi fugge con Maddalena, mentre il rivoluzionario si rifiuta di denunciare il suo assalitore per amore della giovane; quando però il poeta viene catturato il rivoluzionario non resiste alle pressioni a cui viene sottoposto e lo denuncia, anche se se ne pente. Il destino di Chénier è ormai segnato e nulla e nessuno può cambiarlo, ma Maddalena è decisa a non lasciare il suo amato e, sostituitasi a una condannata alla ghigliottina, muore assieme a lui, mentre a Gerard non restano che le lacrime per il suo amore e per il sogno della sua patria andato in frantumi.

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Il salone da ballo della contessa di Coigny. I due specchi decorati sono in realtà trasparenti: durante la festa da ballo vi si scorgono i visiti del popolo affamato di Francia, come un brutto presagio di ciò che avverrà per gli abitanti del bel mondo.

Quella di portare l’opera più famosa di Umberto Giordano come apertura della stagione della Scala è una scelta coraggiosa, che non tutti (anzi, pochi!) possono apprezzare, ma che tutto sommato è stato un successo, soprattutto grazie alla mirabile direzione del Maestro Riccardo Chailly e del regista Mario Martone, che da alle scene una corposità simile al dipinto. 

La scenografia (Margherita Palli) mi ha colpita in particolar modo. Sembra essere costituita da una pedana girevole, che può mostrare ora una faccia, ora un’altra, permettendo ai quadri di scena di murare sotto gli occhi degli spettatori e senza svuotare il palco degli interpreti, che in effetti si limitano a stare fermi al loro posto mentre la pedana li porta fuori di scena. Così da un lato della medaglia c’è la sontuosa dimora dei Coigny, dall’altro un bordello della Repubblica; mentre Bersi (una strepitosa Annalisa Stroppa) tenta di liberarsi della spia messa alle sue calcagna e di attirare l’attenzione di Andrea Chénier, la dimora dei defunti conti diventa il tribunale della rivoluzione e nel momento in cui il poeta si difende dalle sue accuse il bordello si trasforma nella prigione… Il tutto con una fluidità quasi magica, accentuata dai bellissimi costumi di Ursula Patzak e da una gestione della luce che crea delle ombre quasi solide.

Degli interpreti ho apprezzato moltissimo, oltre alla Stroppa, la performance di Luca Salsi, che veste i panni di Gerard. La Netrebko ha una voce che è sempre una garanzia, potente e ricca di sfumature, invece il tenore Yusif Eyvazov (Andrea Chénier) non mi ha particolarmente convinta. Non che la sua voce non abbia estensione o sfumature, ma nel complesso mi è sembrato molto distaccato, e mi pareva mancasse di potenza. Certo, il debutto alla Scala farebbe tremare le ginocchia a chiunque, ma mi aspettavo qualcosa di più, anche perché l’intera storia dell’opera di Giordano si regge sul pathos.

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Andrea Chénier e Maddalena di Coigny si incontrano di nuovo nella fredda e solitaria notte della Parigi repubblicana. La Netrebko (alla sua terza Prima alla Scala: alla quarta le diamo una bambolina?) ed Eyvazov sono sposati nella vita reale e c’è chi dice che si percepiva un feeling particolare.

Sarebbe stato meraviglioso poter assistere all’Andrea Chénier dal vivo, invece che accontentarsi della diretta RAI, che, pure nei suoi pregi (riconosciamo il merito di portare al grande pubblico, bene o male, un evento mondiale come l’apertura stagionale del teatro alla Scala) non riesce proprio a inserire contenuti e presentatori degni di questo nome. Quest’anno anche la regia televisiva mi ha disturbato, soprattutto nella prima parte dell’opera: non sono riuscita a capire come mai si focalizzasse su primi piani e inquadrature dall’alto, quando la struttura su cui si muovono i personaggi da un così grande colpo d’insieme.

Insomma, lievi sporcature a parte anche l’Andrea Chénier di Chailly e Martone è andata, proprio come il Sant’Ambrogio 2017. Non so ancora quale sarà l’opera scelta per il 7 dicembre 2018, ma di sicuro sarò sul solito cadreghino, con l’albero di Natale acceso, a guardarla. 🙂 Chi di voi ha visto l’opera? Che cosa ne pensate?