Di Sinbad il Marinaio, del Signor Zaccone, Di Don Busoni… Insomma, Del Conte di Montecristo.

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Comincio con una breve premessa. Scrivere un post su un romanzo come Il Conte di Montecristo è come fare un riassunto, che so, della Divina Commedia. Come fai a commentare una storia così ricca di sottotrame, di particolari, di sentimenti? Come può venirne fuori un articolo degno di questo nome?
Tuttavia, eccomi a scrivere queste due righe, consapevole del mio prossimo fallimento, perché Il Conte di Montecristo è uno dei miei romanzi preferiti, perché ne amo quasi ogni singola pagina e non sono indifferente a nessuno di quei personaggi che il buon Dumas inserisce a decine in ogni capitolo.

Dunque, da dove cominciamo?
La trama del romanzo credo sia più o meno nota a tutti, dato che nel tempo sono stati girati innumerevoli film e sceneggiati (bellino quello con Depardieu) che vi si ispiravano e che però non riuscivano a coprire la complessità dell’intera vicenda, né a rendere la tridimensionalità dei personaggi coinvolti.
Diciamo che Edmond Dantes è un bravo giovane affettuoso e un po’ (tanto) tordo, innamorato, ricambiato, della bella Mercedes e che non vede che le sue fortune possono essere l’oggetto dell’invidia di molti. Per questo, finisce in prigione come conseguenza delle azioni di un gruppo di uomini più o meno interessati alla sua disfatta, due dei quali lui crede amici. Dantes rimane in prigione per più di una decina d’anni, nella più cupa disperazione e accarezzando l’idea del suicidio, fino a quando non conosce un altro prigioniero, Faria, un intellettuale imprigionato per reati politici, che non solo gli insegna tutto ciò che sa, ma lo aiuta anche a comprendere finalmente il motivo per cui ora si trova relegato in carcere. Dopo una provvidenziale svolta del destino, Edmond riesce ad evadere e scopre che tutti coloro che hanno partecipato alla sua disfatta hanno fatto fortuna, che il suo amato padre è morto di stenti aspettando il suo ritorno e che persino Mercedes ha tradito la sua memoria sposando proprio l’uomo che l’ha denunciato alla giustizia. Giura quindi di vendicarsi e per farlo rinviene uno straordinario tesoro sull’isola di Montecristo, di cui Faria era l’unico depositario… Il resto del romanzo ci vede seguire il protagonista nello sviluppo del suo machiavellico piano di vendetta, che non ha nulla a che vedere, credetemi, con quello che avete letto o visto finora.

Una trama così densa deve essere sostenuta da due cose: un’ottimo stile narrativo e dei personaggi degni di questo nome.
Per quanto riguarda lo stile, quello di Dumas è uno dei migliori che io abbia mai incontrato: è fluido, mantiene sempre un buon ritmo narrativo, sa veicolare ironia quando serve e, al contempo, la più vivida rabbia. I personaggi sono, come ho già scritto, caratterizzati in modo così preciso e in così poche linee descrittive, che sembra davvero che siano reali più che frutto di fantasia.
Edmond Dantes compie un’evoluzione straordinaria dalla prime pagine del romanzo alle ultime: da giovane uomo ingenuo e capace di provare i più puri e amabili sentimenti – risultando, tra l’altro, anche un po’ bidimensionale, proprio come tante persone che abbiamo la fortuna di incontrare ogni giorno – diventa un uomo scaltro, forte, dotato di un’intelligenza vivissima e pronta e un bagaglio di conoscenza senza limiti e, soprattutto, animato da un’energia, da uno spirito e da una volontà che lo rendono assolutamente inconfondibile. Lo spettro emozionale di Edmond si allarga, nella sua maturità è in grado di provare anche la più fredda furia e il disprezzo più assoluto, il che lo rende paradossalmente in grado di amare con più intensità le poche persone che lo meritano.
Mercedes è un personaggio che ho sempre odiato, non tanto perché decide di sposare Fernand, ma perché la trovo scialba, troppo buona e umile anche nella sua colpa. Ciononostante, è un personaggio molto moderno nelle sue scelte, così moderno che non c’è una riproduzione del romanzo che a) non giustifichi il suo tradimento con qualche stratagemma totalmente estraneo alla vicenda vera e b) non la faccia tornare, ad un certo punto, assieme ad Edmond, come se nemmeno chi si avvicina alla storia dopo oltre un secolo dalla sua creazione sia in grado di digerirlo completamente. E forse non ci riesce lo stesso Dumas, dato che nelle ultime pagine, pur concedendo ai lettori, ancora traumatizzati per un suo ultimo atto di puro egoismo, sembra voler legittimare la povera Mercedes, pur attribuendole una sorta di punizione per le sue azioni.
Non posso parlarvi di nessun altro personaggio senza rischiare di fare degli spoiler, quindi mi accontento di dirvi che verrete catturati dalla diligenza di Bertuccio, Baptistin e Alì, che guarderete a Haydé con occhio benevolo, che tiferete per Maximillien, anche se Valentine vi risulterà vagamente indigesta e che preferirete senza dubbio Villefort padre che figlio. Nella lettura, compariranno anche briganti, contrabbandieri, marinai, un re, la bella società di Parigi e quant’altro. Tanto per non farvi annoiare, assisterete ad una ottocentesca cena con delitto, ad un ballo estivo, a svariate serate a teatro, ad un duello, ad un’imboscata, al ritorno di un vascello fantasma… Insomma, avete capito che ne Il Conte di Montecristo vi attende un universo intero. ;)

Concludo queste breve e indegna analisi del romanzo con un paragone che mi capita sempre di fare tra esso e un altro capolavoro del mio amico Alexandre, che tra l’altro mi è quasi altrettanto caro: I Tre Moschettieri.
E’ curioso – o, almeno, io trovo che lo sia particolarmente – che due romanzi così differenti e scritti dallo stesso autore trattino tematiche simili in modo sì diverso, ma paragonabile. O forse sono io che, mentre leggo uno di questi due libri, non posso non pensare anche all’altro. :)
Prendiamo ad esempio uno dei temi portanti delle vicende di Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan: l’amicizia. Il sentimento che lega i moschettieri, forte, puro e impermeabile a qualsiasi sorta di gelosia e tradimento, diventa, nella storia di Edmond Dantes, il punto di inizio di tutte le sventure del personaggio. Edmond viene tradito da chi considera amico e più avanti si fa amico chi intende ferire, quando spesso è appoggiandosi uno all’altro che gli impavidi uomini di Re Luigi riescono a compiere le loro missioni. Ancora più curiosamente, all’inizio della sua storia Dantes è un giovane d’Artagnan, per così dire, anche se non altrettanto fortunato (perché, diciamocelo, il novello moschettiere del Re ha dei fondelli biblici!), che si trasforma in un Richelieu fatto e finito, privo anche dell’ideale della patria che animava il buon cardinale. L’allegra guasconeria dei Tre Moschettieri si contrappone alla cupezza e alla drammaticità del Conte di Montecristo, ma lo stile narrativo rimane miracolosamente lo stesso. E’ sempre Alexandre Dumas, il buon vecchio narratore che somiglia tanto a Porthos, a raccontarci una delle sue storie per farci volare con la fantasia.
Verrebbe quasi da fargli un brindisi.

Libri d’Estate – Reading Challenge

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In questi ultimi giorni di giugno ho avuto qualcosina da fare, il che mi ha ahimè spinto a ritardare l’uscita del consueto post sulle letture del mese.
Ho scoperto ad esempio che dovrebbe esserci una norma che prescriva l’interdizione temporanea, ma con possibilità che diventi totale, a chi decide di estendere il fai da te alla ristrutturazione di casa propria senza avere un’adeguata esperienza in materia, sostituita da un particolare talento che diviene la causa di un cortocircuito all’impianto elettrico dell’edificio in cui si trova il Covo. I clienti, tra l’altro, non hanno fatto il modo che sentissi la loro mancanza, fissando e spostando ripetutamente gli appuntamenti per un pagamento (…più materiale per il post di qualche giorno fa -.-‘), o chiedendo preventivi urgenti, accettandoli e poi divenendo uccel di bosco. Sono tutte cose che al freelancer fanno piacere, ne converrete.
In più, e me ne scuserete, sono stata parecchio occupata a intrattenermi col mio vecchio amico Edmond; non ci vedevamo da un po’ e avevamo… bah, almeno 1200 cose da dirci. :)

Ma bando alle ciance e diamo un’occhiata ai libri di giugno.
“I Fiori del Male”, C. Baudelaire. Sì, il signore tanto triste che è stato citato dalla mia pargola qualche tempo fa in merito ad alcune farine non meglio specificate. XD Ci sono momenti in cui rimpiango di non aver deciso di studiare il francese al posto dello spagnolo, al liceo, non tanto per l’utilità pratica della lingua (oggettivamente lo spagnolo si usa di più), ma perché preferisco di gran lunga la letteratura francese rispetto a quella spagnola e sudamericana. Sono sempre in tempo per rifarmi, comunque, e godermi i versi del buon vecchio Baudelaire in lingua madre.
“Royal Assassin”, R. Hobb. Avevo letto il primo volume di questa trilogia qualche anno fa e non mi era dispiaciuto. Ho ritrovato le stesse caratteristiche che avevo apprezzato  – fluidità della narrazione, caratterizzazione dei personaggi – anche in questo secondo volume, che ha però il piccolo difetto di rallentare un po’ il ritmo nella sua seconda parte.
“House of Cards”, M. Dobbs. Sì, è il libro che ha ispirato l’omonima serie con Kevin Spacey e Robin Wright. Sì, il libro è anche meglio. Dirò di più, la violenza e la crudeltà che emanano le pagine di House of Cards è catartica e dosata minuziosamente per farvi stare con il fiato sospeso fino all’ultimo.
“Henry V”, W. Shakespeare. Beh, dovevo stare senza Will per un intero mese?? Impossibile! Stranamente rispetto ai miei canoni, Enrico V mi piace pur essendo un “buono” (altro che buono, è Re Artù reincarnato e senza quella piccola faccenda del migliore amico che s’è fatto un giro con la moglie), e sia le sue linee che il dialogo con la futura moglie sono pregevolissimi.
“Songs of Innocence and Experience”, W. Blake. Da Will a William! Giugno è stato un mese poetico e con una certa cupezza di fondo, non lo nego. Della raccolta ho sempre prediletto le Songs of Experience (su tutte, l’arcinota “The Tyger” per la sonorità inimitabile della strofa iniziale e “The Poison Tree”), perché mi riconosco in quella sorta di amarezza disillusa di fondo che molte delle poesie esprimono. C’è una musicalità, in Blake, che è in grado di trasportarti sulle ali dell’immaginazione (prodigiosa!) del poeta e che non riesce a lasciare nessuno indifferente. Magnifico.

Ebbene, come anticipavo all’inizio del post, al momento sono dedita a scambiare con Edmond un ultimo paio di aneddoti, quei due o tre accenni che me lo manterranno vivo nella memoria per molto, molto tempo.
Noi ci risentiamo, eh! ;)

Film “A Cipolla” – Youth

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Penso che questa sia di gran lunga l’immagine più famosa del film, il che è un peccato, perché ci sono inquadrature decisamente più particolari.

Con un leggero ritardo sulla tabella di marcia, lo ammetto, sono andata a vedere “Youth – La Giovinezza”, di Paolo Sorrentino.
Come ormai temo sia arcinoto, il film ha partecipato allo scorso festival di Cannes uscendone senza l’ambita Palma, il che ha scandalizzato tutti i bravi e patriottici opinionisti italiani. Per quanto io abbia apprezzato la pellicola (a differenza del film di Garrone, che tra gli interpreti vantava una gigantesca iguana albina e una pulce delle dimensioni di un maiale), devo dire che si tratta di un film che difficilmente vincerebbe qualche premio. Non perché non ne meriti, eh!, ma perché è talmente ricco di concetti, sensazioni, a volte solo accenni, che è sinceramente difficile apprezzarlo appieno vedendolo una sola volta.

Potete recuperare la trama del film un po’ dove vi pare, prometto di non fare spoiler e in ogni caso non è ciò che più ho amato del film, che possiede una leggerezza e un’ariosità che gli impediscono di diventare il solito polpettone intellettuale e che lo rendono anche più godibile de La Grande Bellezza.
Ciò che apprezzo di più in Sorrentino è la fotografia del suoi film, semplicemente splendida, e la perfetta gestione del sonoro, silenzi compresi (non a caso, è esattamente così che termina il film).

Gli interpreti per i ruoli principali (Micheal Caine una spanna sopra a tutti, poi Harvey Keitel e Rachel Weisz) danno inequivocabilmente una bella spinta ai loro personaggi che sembrano paradossalmente meno caratterizzati di quelli secondari, con il merito di conferire tridimensionalità alla vicenda e all’ambiente. Segnalo in particolare l’attore frustrato di Paul Dano, la vecchia guardia di Hollywood di Jane Fonda, la massaggiatrice campionessa di ballo alla Wii (ragazza di cui non ho trovato il nome, ma alla prese con un ruolo mica facile) e l’alpinista intraprendente, ma ci sono anche un sosia di Maradona, il marito fedifrago del personaggio della Weisz e la cantante pop Paloma Faith che aggiungono una buona dose di ironia ad una narrazione come sempre melanconica e le impediscono di sfociare nel dramma totale.
Confesso di trovare qualche difficoltà di comprendere non il ruolo di Miss Universo (Madalina Ghenea, credo), ma lo spazio che le viene conferito all’interno della vicenda. Ho apprezzato il suo scambio di battute con Dano – una perla di saggezza, a dire il vero -, apprezzo la scena della passerella in piazza San Marco con l’acqua alta, ma non arrivo a comprendere quella del bagno nella piscina termale, soprattutto se interrotta nel modo prescelto dal regista.

Vorrei rivedere Youth almeno un’altra volta, tanto per afferrare un poco di quello che mi è sicuramente sfuggito (o di quello che io immagino mi sia sfuggito), e magari anche in inglese, lingua in cui è stato girato, giusto per godermi quel gran signore che è Caine appieno. :)

Di Offerte Formative e Aperture Mentali

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Di ritorno dall’attività rambica, seduta più o meno comodamente sull’autobus, leggo questo articolo. A primo acchito, rimango colpita dall’acidità con cui l’autore di cotal pezzo di giornalismo si rivolge ai suoi lettori, a cui non va proprio bene nulla. E Moretti predica bene e razzola male, e le scuole non devono essere chiamate “istituti comprensivi” (per inciso, sono chiamati così solo quelle che raccolgono classi appartenenti a gradi diversi, come una scuola che ospita una scuola elementare e una media, per esempio. “Edificio pluriscolare” suonava peggio e così…), e i piani di offerta formativa sono un parto della burocrazia… ragazzo mio, prenditi un antiacido, iscriviti ad un corso di yoga e cerca di risolvere i tuoi problemi!

Superata la prima impressione, ho riletto l’articolo e mi sono soffermata su quanto dicesse e sui commenti che ha raccolto, e un po’ di vergogna per appartenere ad una società di questo genere l’ho provata.

Seriamente, trovate tanto brutta l’idea che gli studenti passino 6 ore all’anno, a fronte delle oltre 900 totali, ad acquisire informazioni (perché studiare è una parola grossa: come dice il signor Materi nel suo articolo, le parole sono importanti) su una cultura che è effettivamente ignota alla quasi totalità dei cittadini italiani e che pure appartiene a un gruppo piuttosto nutrito di individui che abita nelle nostre città?
Perché io, invece, ritengo che sia una cosa utile. Non sono tanto naïf da pensare che un’iniziativa del genere potrebbe portare all’accettazione dei Rom nella nostra società, Dei, non penso nemmeno che questo possa essere un passo in avanti verso una maggiore tolleranza e una ricerca di soluzioni valide per eliminare il problema dei campi nomadi. Però, penso che sapere qualcosa della cultura di un popolo possa portare i bambini, gli adulti di domani, a concepire questo popolo come insieme di persone e non di figure assimilabili ai personaggi cattivi dei fumetti. La cultura, la storia, i costumi sono propri degli esseri tridimensionali, veri. Ed è più difficile non curarsi del disagio di tali persone o asserire, ad esempio, che il loro problema si può risolvere con un veloce “passaggio di ruspa”.
Quanto all’affermazione dell’autore che i bambini italiani oggetto dell’iniziativa saranno costretti a “imparare forzatamente quanto i Rom sono belli e bravi”, mi sento di aggiungere che il signore, qui, parla senza conoscere il background al quale si riferisce. Disgraziatamente, ai bambini italiani non si riesce a insegnare forzatamente quasi nulla.

Non capisco come ci si possa indignare per sei ore l’anno di laboratorio di cultura nomade, o approfondimento sulla cultura dei Rom, chiamatelo come volete, denunciando la sua imposizione sui nostri figli, le cui giovani menti verranno – mi pare di intendere dalle parole dell’articolo – sicuramente plagiati da chi dirige queste sordide attività laboratoriali, quando accettiamo senza alcun tipo di problema che l’intero nostro apparato scolastico sia influenzato dalla religione cattolica. Sei ore di laboratorio sulle culture nomadi sono un affronto, ma il fatto che in un libro di storia medio esista quanto meno un capitolo dedicato alla predicazione di Gesù Cristo e dei suoi discepoli, invece, va bene? Non è plagio il fatto che il 95% degli studenti ignori totalmente gli eventi della prima età Cristiana? Se nei libri di scienze di elementari e medie si trova di frequente specificato (e altrimenti, ci pensano gli insegnanti) che la teoria del Big Bang spiega come si è sviluppata la vita, ma gli scienziati non sono riusciti a spiegare cosa o chi abbia provocato il Big Bang, va tutto bene?

Non capisco nemmeno come ci si possa rifugiare in una specie di benaltrismo, anche piuttosto ostinato, denunciando la mancata presenza di laboratori simili per lo studio di altre culture. Non ci sarebbe scelta più felice che istituirli, per gli stessi motivi per cui credo che l’iniziativa denunciata dall’articolo che ho linkato sia giusta, e forse sarà così. Forse, sull’esempio dei laboratori di cultura Rom per le classi con più presenza di alunni dell’etnia, si istituiranno laboratori di cultura islamica, ebraica, e via dicendo. Sicuramente, anche qui le giovani menti di cui sopra rischieranno di venir traviate, vedremo sempre più bambini italici con la kippah e sempre più bambine col burka…

Quanto alla giustificazione economica dell’ingiustizia perpetrata a danno dei bravi studenti italiani, la capisco. Capisco e compatisco il patetismo della denuncia del costo di questi laboratori (accertato? Da chi? Le fonti non ci sono date, le citazioni dai film di Moretti, sì). Sono assolutamente certa che l’iniziativa si potrebbe organizzare meglio e con un impatto economico minore, così come sono certa che l’organizzazione, la precisione e il senso pratico non siano propri dello spirito dell’italiano medio: citatemi, se ne siete capaci, una sola iniziativa che non potrebbe essere stata gestita meglio, progettata meglio, pagata meno. Ecco, appunto.

Forse è il caso di essere meno ottusi e fare meno i sedicenti contabili, e cercare di insegnare ai nostri figli come stare al mondo e condividerlo con gli altri, prima che le loro giovani menti diventino come quelle dei genitori.

Dribbling

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Tra ieri e oggi commentavo su Twitter con un’amica una scusa originale se non brillante per svicolare dal pagamento di un servizio e lì per lì mi sono accorta che ne ho vissuto parecchi esempi in prima persona, sia per quanto riguarda i clienti dell’attività rambica che i miei personali. Ci ho pensato su (leggasi, sono andata a spulciare nel mio diario personale), li ho raccolti su un pratico notes e ho effettivamente notato che la gente ha più fantasia si quanto io sia disposta a darne credito, se vuole.
Lasciando volutamente da parte ogni commento sull’incredibile faccia di bronzo di queste persone, che chissà come hanno ancora il coraggio di guardarti in faccia mentre si avvalgono di prestazioni che non pagano da mesi, e sui più o meno bruschi consigli del non chiedere l’aiuto di un professionista/non iscriverti al servizio se non disponi dei fondi necessari a pagarlo, eccovi gli svicolamenti più brillanti degli ultimi sei mesi. Facciamoci una risata, che quelle almeno sono gratis.

Gennaio ’15. Studio legale che è in debito con la sottoscritta dal settembre precedente, e che ha ignorato le e-mail e telefonate con cadenza bi-settimanale, settimanale e infine giornalieri della sottoscritta.
“Buon giorno, mi chiedevo che fine abbia fatto il mio onorario.”
La segretaria di turno è ovviamente nuova o estranea alla situazione.
“Oh, buon giorno a lei! Guardi, come sempre abbiamo inoltrato la richiesta di pagamento all’ufficio amministrativo non appena Lei ce l’ha presentata.”
“Quindi, nella prima settimana di settembre?”
“… Utilizziamo corrieri molto lenti. Sa, per il risparmio energetico.”

Stesso studio, stessa richiesta, altra segretaria, più informata della precedente.
“Sì, guardi (ma che guardo se stiamo al telefono??! NdB), abbiamo inoltrato il tutto alla persona che si occupa dei pagamenti.”
“E chi è che si occupa dei pagamenti?”
“Sono io!”

Febbraio ’15. Ufficio Liquidazioni di un ente statale.
Buon pomeriggio, sono qui per sapere quando mi verranno corrisposti gli onorari di ottobre e novembre 2013.”
“Ma deve avere pazienza, signorina! Siamo appena a febbraio!”
“Del 2015. è passato più di un anno.”
“San Gennaro! Mi sono dimenticato di cambiare il calendario!”

Il devoto impiegato statale mi affida ad una collega.
“Siamo oberati di lavoro, ma stiamo procedendo coi pagamenti in ordine cronologico…”
“Guardi, la interrompo subito perché mi sono arrivati i pagamenti di marzo 2014.”
“Infatti, se mi fa finire di parlare! Dicevo, in ordine cronologico… inverso.”

Attività Rambica, febbraio ’15.
Ragazzo si presenta, fa passare il badge, da cui risulta con abbonamento scaduto da un mese. Riferisce che la madre passerà a pagare in serata. La madre non passa, ma passa la settimana.
Il ragazzo si presenta, fa passare il badge da cui risulta con abbonamento scaduto da un mese e una settimana. Riferisce che la madre passerà a pagare in serata. La madre non passa, ma passa la settimana e pure il mese.
La madre passa per il pagamento e chiede lo sconto.

Marzo ’15. Chiamo l’Ufficio Liquidazioni di cui sopra per il solito pagamento dei mesi del 2013.
“Ma no, il pagamento oramai dovrebbe essere arrivato! Mi lasci controllare… Ah, ecco perché! Lei non è inserita nel database!”
“Scusi, ma se mi sono arrivati altri pagamenti!”
“…Ah. Sa, siccome ho accidentalmente versato il caffè sulla tastiera, la settimana scorsa…”

Marzo ’15. Eseguo una traduzione per uno studio di commercialisti, con pagamento alla consegna. Mi rivolgo alla segretaria.
“Buon giorno, devo consegnare questa traduzione e ricevere il mio onorario.”
“Buon giorno a Lei! Mi dia pure la traduzione e si sieda qui, che io vado a chiamare il dottore per l’assegno.”
“Facciamo che Lei va a chiamare il dottore, che arriva con l’assegno, e poi io consegno la traduzione.”
“Ah, Lei è una di quelli furbi, eh?”

Marzo ’15, attività rambica.
“Scusa, non ho contanti sufficienti e non vengo mai con la carta di credito. Passo dopo a saldare, eh?”
E’ passato dopo. Tre settimane.

Aprile ’15. Cliente mi chiama per interrompere l’afflusso di articoli al suo blog, perché non ha i fondi per sostenerli. Mi dimostro comprensiva, anche quando chiede di poter dilazionare il pagamento degli ultimi dieci articoli già usciti, perché può ben capitare di avere un imprevisto. Poi il cliente sgrida il figlio, quando è ancora al telefono.
“La vuoi finire di giocare con l’ipad nuova?? Guarda che la rompi!”

Maggio ’15. Giornata campale. Assevero traduzioni per tre clienti privati. Non chiedo sovrapprezzi per l’urgenza, attendo pazientemente di incontrarli, anche se ritardano enormemente. Tutti e tre mi chiedono lo sconto. Uno cerca di andarsene facendo finta di niente, senza pagare.

Maggio ’15. Giornata campale n°2.

Maggio ’15. Attività Rambica. Sono di turno durante la lezione di danza moderna delle bambine, è la penultima lezione prima del saggio di fine corso. Una mamma si avvicina per parlare del saldo dell’abbonamento della figlia, di cui aveva pagato solo il 50%, perché, a detta sua, non voleva rischiare che la figlia si stancasse di fare danza dopo poche lezioni.
“Senti, come avevo previsto mia figlia non vuole più continuare con il corso. Quindi con il saldo siamo a posto, no?”

Giugno ’15. Mi reco da un nuovo cliente per ritirare i documenti da tradurre e l’acconto per l’acquisto delle necessarie marche da bollo. Il cliente mi da i documenti e…
“Senti, per l’acconto… E’ proprio necessario? Guarda che di me ti puoi fidare!”
“Non è una questione di fiducia, è che le marche da acquistare sono davvero molte e ho necessità di avere un anticipo.”
“Ma non devi mica comprarle con anticipo, eh! Non sono mica low cost!”
“Sicuramente dovrò comprarle prima di asseverare le traduzioni, altrimenti non potrò farlo. Quindi se Lei vuole i documenti pronti per settimana prossima…”
“Capisco, ma… Ho dimenticato il portafoglio in ufficio.”
“E’ una fortuna, allora, che al momento noi ci troviamo proprio nel Suo ufficio”.
“No, ma l’ufficio l’altro.”

Giugno ’15. Attività Rambica.
“Mi spiace tanto che l’assegno sia tornato indietro. Passo venerdì a pagare in contanti.”
Non ha detto quale venerdì.

Considerato che tutti ora dovranno risparmiare per le agognate ferie estive, suppongo che raccoglierò presto altre perle di simile fattura. Finanziariamente forse no, m di aneddoti sono ricca di sicuro. ;)

Consigli Pratici per la Redazione di una Tesina

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Questa non è una critica, e nemmeno un post a uso personale. Desidero considerare la stesura di questo articolo come un servizio civile.
Quanti insegnanti, genitori, amici e semplici conoscenti hanno perso ore – che dico, giorni! – della loro vita ad ascoltare e/o leggere l’interminabile tesina per l’esame di un pargolo di terza media o di quinta liceo? Quanti hanno lottato invano per non cadere preda di una sonnolenza profonda, quanti sono stati vittime di annosi dubbi che li hanno perseguitati per giorni e notti, sia nei periodi di veglia che di sonno, finché non si sono svegliati nel cuore della notte estiva più nera, coperti di sudore, banchetto per le zanzare, strappandosi i capelli e urlando Che cosa c’entra con l’argomento principale della tesina??!!
Ecco, cari amici, cari fratelli nella sofferenza, questo post è per voi. Per voi tenterò di sensibilizzare anche uno solo dei vostri torturatori – aka, i pargoli o i genitori che scrivono per loro – e convincerlo a rivedere i piani per la temuta tesina dell’esame orale.

E dopo questa breve premessa, è il vostro turno, cari redattori wannabe. Facciamo un paio di chiacchiere.
Cominciamo con l’analizzare il sostantivo che indica e identifica il vostro lavoro. Tesina. Tesina, diminutivo di tesi. Quindi, tesi piccola. E’ chiaro, ora, qual è la parola chiave? Piccola, ovvero non di grandi dimensioni. Quello che dovete scrivere non è una tesi universitaria, nessuno dei vostri professori desidera che voi produciate un trattato sulle Olimpiadi del ’36 o sull’effetto serra, il concetto è che voi siate in grado di parlare di un qualsiasi argomento per il tempo dato, ovvero massimo quindici minuti. A meno che voi non parliate molto velocemente, in quindici minuti non si riesce a dire granché. Genitori col sogno nel cassetto di produrre un’opera di saggistica, non cedete alla tentazione di trasformare la tesina su Leopardi di vostro figlio nel nuovo saggio sulla letteratura ottocentesca italiana: avete idea del tipo di emozioni che potreste riuscire a veicolare perseguendo questo scopo? Questa è istigazione al suicidio!

Finalmente forti della conoscenza della lunghezza del lavoro che vi viene richiesto, concentriamoci sulla scelta dell’argomento principale.
Vi prego, cercate di essere originali. Dopo almeno quindici tesine sulla seconda guerra mondiale, venti tesine sulla Belle Epoque, dopo aver ascoltato innumerevoli volte le cause del surriscaldamento del pianeta e via dicendo, il vostro capolavoro potrebbe risultarmi noioso. E se è noioso per me, figuratevi per un insegnante con una carriera ventennale alle spalle.
Cari pargoli, avrete una passione. Non ascoltate i vostri genitori che vi dicono che partire da un libro, un fumetto o un film non è appropriato, ci sarà qualcosa di cui sapete parlare per più di cinque minuti e non a monosillabi: sfruttatelo! Vedrete che non sarà complicato collegarci alcuni argomenti del vostro programma di studio.
A questo proposito, ricordatevi che il gioco non è collega tutti i puntini per formare una figura, non dovete per forza collegare qualcosa che avete studiato in scienze alla vostra tesina su Sissi l’Imperatrice d’Austria adducendo motivazioni campate per aria (Mendels è nato nello stesso anno di Sissi e ha vissuto a Vienna per qualche anno. Come altre centinaia e centinaia di poveri Cristi, immagino). Il fatto che Massimiliano I d’Austria sia stato incoronato re del Messico da Napoleone III non è sufficiente per parlare del Messico subito dopo aver descritto la triste vita dell’imperatrice con i capelli più lunghi del mondo, non mi interessa con che fibre si possano produrre tessuti (perché Sissi amava vestirsi bene!) o come si possa descrivere il trotto di un cavallo.
Esiste un’espressone molto musicale e sintetica in inglese per definire il trattare qualcosa che non ha nulla o poco a che fare con l’argomento del vostro saggio/tema/trattato/tesina; per amore dei vostri insegnanti, dei parenti e di chi è pagato per ascoltarvi ripetere lo sgrammaticato prodotto delle vostre ricerche, cercate di non andare off topic.

(E, per amor mio, cercate di non parlare di Shakespeare. Ogni volta che mi massacrate Will sento un dolore terribile al petto.)

Vi svelo un segreto. Lo scopo della tesina non è farvi ripetere a memoria argomenti su cui siete stati già interrogati millantamila volte durante l’anno, è stimolare la vostra capacità di applicare i concetti che avete imparato, di farli vostri e di saperli collegare ad argomenti differenti rispetto quelli che studiate a scuola. Aprite il cervello, dunque, e chiudete Wikipedia.

Ora, veniamo all’esposizione del vostro lavoro.
Prima di provare a ripeterlo a qualcuno, studiatelo. Sembra un concetto banale, ma a mie spese ho scoperto che non lo è. La sola cosa peggiore di ascoltare un pargolo ripetere per un’ora e mezza le tristi vicissitudini di questo o quell’esponente della letteratura ottocentesca di qualsivoglia nazione europea è sentirlo balbettare frasi sconnesse e senza senso mentre cerca di sbirciare il plico di fogli che teniamo in mano.
Se potete, cercate di parlare con passione. Oramai non pretendo più un linguaggio fluido e privo di ripetizioni, ma un po’ di sentimento verso quello che state esponendo migliora di molto l’impressione che noi poveri tapini ne traiamo (senza contare che è più facile addormentarsi al suono di una lenta nenia, per quanto sgrammaticata, rispetto a un’alquanto scorretta tarantella). Imparate anche la corretta pronuncia dei nomi di origine straniera, cortesemente. Se sento un’altra pargola storpiarmi i cognome di George Gordon in Biròn, potrei non rispondere di me stessa e sono sicura di non essere l’unica a pensarla a questo modo.

Ecco, ora sapete tutto quello che occorre per preparare una tesina soddisfacente per voi e per noi, che vi ascoltiamo. Che dite, li mettete in pratica?

(Cari fratelli e sorelle, io ci ho provato. Nutro tuttavia poche speranze.
Coraggio, che il periodo degli esami dovrà pur finire!)

Prendere l’Ometto a Schiaffi

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Giornata stancante, quella di ieri, alla cui fine prendo la metropolitana per tornare al Covo.
Mi siedo di fianco ad un ragazzino di circa dieci anni, intento a giocare con il cellulare, assieme al padre, un signore composto in giacca e cravatta, dall’aria affidabile da persona perbene. Ad un certo punto, il bambino alza gli occhi dal cellulare, mi guarda e esclama:

Wow, che gambe! Una così me la farei.

Mentre cerco ancora di superare lo shock di una frase cotale in bocca ad un soldo di cacio nato, se va bene, nel 2005, il padre dice la sua. Per sgridare il bambino, direte. Per spiegargli che un linguaggio del genere è sbagliato, anche se magari lo sente alla tv, e che non va utilizzato.
Ebbene, no. Il padre sorride, accarezza la testa del bambino e dice:

E’ proprio un ometto!

Immaginate, se potete, quanto io mi sia alterata e quanto abbia lottato per rispondere a parole e non a ceffoni. Con tono fermo, faccio presente al padre dell’anno che una frase del genere, soprattutto in bocca a un decenne, non è l’immagine dell’uomo che il figlio diverrà, ma dell’animale che lui gli sta evidentemente insegnando ad essere. Il padre alza le spalle e dice che forse la sottoscritta sta esagerando, che tutto sommato si tratta di un complimento.

Se non ne vuole ricevere, badi a coprire le gambe.

Disgustata, rispondo di rimando che, se non desidera che il figlio riceva un sonoro ceffone, il suo papà dovrà ben badare a coprirgli la bocca.

Ulteriori riflessioni su come le cattolicissime e legalissime coppie etero educhino i figli non sono necessarie.

Toh, siamo già a fine maggio – Reading Challenge

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Mi manca veramente poco per sfiorare il compimento del 50% della mia sfida di lettura: tra pargoli, attività rambica e clienti vari non è mica poco!

Il maggio 2015 è stato un mese piuttosto impegnativo, in cui il tempo per cibarmi di libri è stato meno del previsto (che era già poco… Come dicevo qualche post fa, i clienti si svegliano sempre a maggio), ma mi sono comunque fatta valere, eh! Diamo un’occhiata ai libri letti.

“The Tempest”, W. Shakespeare. Riletto in preparazione allo spettacolo del Teatro Elfo, di cui ho parlato qui. E’ una delle commedie di Will che mi disturbano di meno, probabilmente perché è una delle commedie meno commedie.
“La congiura di Cortes”, M. Asensi. E con questo libro, ho concluso la trilogia della Asensi. E’ stata una lettura un po’ noiosa, devo essere sincera.
“Trigger Warning”, N. Gaiman. Perché io ho amici che mi passano libri splendidi e appena usciti. :) E’ la raccolta di racconti di Gaiman che mi è piaciuta di più e che ho apprezzato anche più dei romanzi degli stessi autori. Se potete, quindi, non aspettate l’uscita della versione italiana e recuperate subito una copia di Trigger Warning.
“Tutti i russi amano le betulle2, O. Grjasnowa. Un romanzo curioso, senza dubbio affascinante, anche se nella sua seconda metà la narrazione rallenta un poco.
“Il gatto venuto dal cielo” T. Hiraide. Un racconto molto delicato, di cui comprendo il successo anche se non condivido l’entusiasmo che la sua uscita ha suscitato. Per amanti delle storie sugli animali.

E dunque, adesso toccherà prepararsi per le letture di giugno. Un sporco lavoro, lo so. ;)

Strane maledizioni

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Pargola mi chiede se può farmi una domanda.
Considerato che sono di fronte a lei proprio per spiegarle vari concetti relativi al suo programma scolastico, rispondo che sì, può.

Ecco, perché io in letteratura non ho capito questa cosa delle Farine del Male…

Io strabuzzo gli occhi, per un momento penso di non aver sentito bene; magari è un mio personalissimo lapsus da celiaca, magari è vero che sono così puntigliosa riguardo a quello che mangio perché ho un problema nell’accettare la mia patologia… Devo saperlo, chiedo ulteriori precisazioni.

Ma sì, quello di quell’uomo francese tanto triste, Fleurs du Mal… Fleurs vuol mica dire farina in inglese?

… Non so se disperarmi perché non ha azzeccato nemmeno lo spelling corretto o perché, se l’uomo tanto triste (sic!) era francese, non si capisce perché abbia dovuto scrivere poesie in inglese.

Rush Primaverile

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Capita ogni anno che clienti vecchi e nuovi si sveglino in periodo primaverile e mi contattino, con preavviso alquanto scarso, per ottenere una traduzione. Sebbene questo comporti un aumento nelle finanze stregonesche, ammetto che i clienti di primavera non sono i miei preferiti. La ragione principale di ciò è che non amo chi sminuisce il lavoro degli altri, o lo minimizza: pretendere di contattare un traduttore e avere la traduzione, giurata, in meno di ventiquattr’ore presuppone che il cliente pensi di assegnare al professionista un lavoretto da nulla. Generalmente pretende anche di pagare il meno possibile, come se io avessi una bancarella al mercato.

La seconda ragione per cui non amo questi clienti è che – non so se sia per il clima che diventa più mite, oppure se sia effettivamente un fattore genetico – sono generalmente ancora più… tordi degli altri.
Facciamo l’esempio di questa mattina.

Mi reco alla grande T per giurare delle traduzioni. C’è più fila del solito, dunque contatto il cliente con cui avevo il primo appuntamento per la consegna e gli dico che potrei tardare di qualche minuto, ma che comunque il luogo di incontro non cambia (entrata x, dopo i metal detector). Lui mi invia un sms, chiedendomi se possiamo vederci al bar fuori dalla grande T. Io gli ricordo che il nostro appuntamento è dentro la grande T, differenza non da poco, considerando che per entrare si deve passare dai metal detector.
Assevero le mie traduzioni, corro per i corridoi della grande T, coadiuvata dal fatto che, evidentemente, oggi è la giornata del mese in cui passano la cera, faccio i gradini a tre a tre (e con la gonna stretta è, vi assicuro, tutt’altro che facile), ma arrivo al luogo dell’appuntamento spaccando il secondo. Il cliente non c’è. Lo chiamo.

Buon giorno, Lei sta arrivando?”

“Sono già qui! Dopo i metal detector sulla destra.

Io mi guardo attorno, ma non vedo nessuno. Glielo dico, lui insiste. Vengo colta dall’illuminazione.

Ma Lei è all’entrata x, vero?”

“No, no, all’entrata y!

Con somma padronanza di tutte le tecniche di meditazione da me mai sperimentate, evito di dare dell’idiota al cliente e pazientemente rispiego il luogo dell’incontro. Il cliente paga, io consegno le sue traduzioni e mi metto ad aspettare l’altro cliente.
Questo mi manda un sms, chiedendo se il prezzo concordato è giusto; io gli faccio presente che no, abbiamo concordato un prezzo superiore di 3€ rispetto a quello che ha scritto. Lui non risponde.
Ci incontriamo, lui sorride, ringrazia per il favore di avergli tradotto i documenti in tempo brevissimo, poi si spalma sul muro in posizione, credo, di macho disponibile.

Dai, allora non mi fai lo sconto?

Io rifiuto, gli faccio presente che, non avendogli accreditato nemmeno la maggiorazione d’urgenza, il prezzo è già di favore.

Ma sì, che ti costa! Mi offri un caffè!

Che mi costa? Tanto, io lavoro per la gloria.
Strappo il giusto prezzo per la mia traduzione dalle mani del cliente e vado in uno degli uffici della grande T, dove sono stata chiamata. Entro nell’ufficio, nessuno ha idea di chi io sia. Vago per l’ufficio, popolato da tre persone senza uno straccio di incarico, per un quarto d’ora, finché un signore mi passa di fianco, mi squadra dall’alto in basso e poi chiede se io sono la traduttrice o se invece prima stavo facendo uno scherzo a tutti. Rispondo che sì, sono la traduttrice, al che lui, con aria scettica, mi sottopone il documento da tradurre in tedesco.

E’ sicura di esserne in grado?

Ecco. Io respiro, gli enuncio il mio curriculum e gli dico che, tutto considerato, penso proprio di essere in grado di tradurre le sue pagine, posto che esse siano ordinate e costituiscano il documento completo. Le guardo, vedo che manca almeno una pagina al discorso, che altrimenti non avrebbe senso. Lo faccio notare allo scettico impiegato.

Ecco, lo sapevo! Con quelle come voi ci sono sempre dei problemi!

Io sospiro, guardando il foglio mancante del documento incastrato sotto la sua sedia ergonomica nuova di pacca. Già, è primavera.