Rush Primaverile

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Capita ogni anno che clienti vecchi e nuovi si sveglino in periodo primaverile e mi contattino, con preavviso alquanto scarso, per ottenere una traduzione. Sebbene questo comporti un aumento nelle finanze stregonesche, ammetto che i clienti di primavera non sono i miei preferiti. La ragione principale di ciò è che non amo chi sminuisce il lavoro degli altri, o lo minimizza: pretendere di contattare un traduttore e avere la traduzione, giurata, in meno di ventiquattr’ore presuppone che il cliente pensi di assegnare al professionista un lavoretto da nulla. Generalmente pretende anche di pagare il meno possibile, come se io avessi una bancarella al mercato.

La seconda ragione per cui non amo questi clienti è che – non so se sia per il clima che diventa più mite, oppure se sia effettivamente un fattore genetico – sono generalmente ancora più… tordi degli altri.
Facciamo l’esempio di questa mattina.

Mi reco alla grande T per giurare delle traduzioni. C’è più fila del solito, dunque contatto il cliente con cui avevo il primo appuntamento per la consegna e gli dico che potrei tardare di qualche minuto, ma che comunque il luogo di incontro non cambia (entrata x, dopo i metal detector). Lui mi invia un sms, chiedendomi se possiamo vederci al bar fuori dalla grande T. Io gli ricordo che il nostro appuntamento è dentro la grande T, differenza non da poco, considerando che per entrare si deve passare dai metal detector.
Assevero le mie traduzioni, corro per i corridoi della grande T, coadiuvata dal fatto che, evidentemente, oggi è la giornata del mese in cui passano la cera, faccio i gradini a tre a tre (e con la gonna stretta è, vi assicuro, tutt’altro che facile), ma arrivo al luogo dell’appuntamento spaccando il secondo. Il cliente non c’è. Lo chiamo.

Buon giorno, Lei sta arrivando?”

“Sono già qui! Dopo i metal detector sulla destra.

Io mi guardo attorno, ma non vedo nessuno. Glielo dico, lui insiste. Vengo colta dall’illuminazione.

Ma Lei è all’entrata x, vero?”

“No, no, all’entrata y!

Con somma padronanza di tutte le tecniche di meditazione da me mai sperimentate, evito di dare dell’idiota al cliente e pazientemente rispiego il luogo dell’incontro. Il cliente paga, io consegno le sue traduzioni e mi metto ad aspettare l’altro cliente.
Questo mi manda un sms, chiedendo se il prezzo concordato è giusto; io gli faccio presente che no, abbiamo concordato un prezzo superiore di 3€ rispetto a quello che ha scritto. Lui non risponde.
Ci incontriamo, lui sorride, ringrazia per il favore di avergli tradotto i documenti in tempo brevissimo, poi si spalma sul muro in posizione, credo, di macho disponibile.

Dai, allora non mi fai lo sconto?

Io rifiuto, gli faccio presente che, non avendogli accreditato nemmeno la maggiorazione d’urgenza, il prezzo è già di favore.

Ma sì, che ti costa! Mi offri un caffè!

Che mi costa? Tanto, io lavoro per la gloria.
Strappo il giusto prezzo per la mia traduzione dalle mani del cliente e vado in uno degli uffici della grande T, dove sono stata chiamata. Entro nell’ufficio, nessuno ha idea di chi io sia. Vago per l’ufficio, popolato da tre persone senza uno straccio di incarico, per un quarto d’ora, finché un signore mi passa di fianco, mi squadra dall’alto in basso e poi chiede se io sono la traduttrice o se invece prima stavo facendo uno scherzo a tutti. Rispondo che sì, sono la traduttrice, al che lui, con aria scettica, mi sottopone il documento da tradurre in tedesco.

E’ sicura di esserne in grado?

Ecco. Io respiro, gli enuncio il mio curriculum e gli dico che, tutto considerato, penso proprio di essere in grado di tradurre le sue pagine, posto che esse siano ordinate e costituiscano il documento completo. Le guardo, vedo che manca almeno una pagina al discorso, che altrimenti non avrebbe senso. Lo faccio notare allo scettico impiegato.

Ecco, lo sapevo! Con quelle come voi ci sono sempre dei problemi!

Io sospiro, guardando il foglio mancante del documento incastrato sotto la sua sedia ergonomica nuova di pacca. Già, è primavera.

Facepalm

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Cliente mi contatta per una traduzione giurata, urgente, che vuole consegnata a mano e non via raccomandata, che tanto lui lavora a MaduninaLand. Io faccio il preventivo e preciso che, se questo sarà confermato entro il giorno xx ore yy, potrò consegnare il documento in data zzz, in mattinata.
Lui.

Ah, perfetto. Allora, io sarò a Reggio Calabria per le vacanze. Vuole l’indirizzo?

Guardate il titolo del post.
Non ci sono altri commenti da fare.

Eh, ma lei…

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Ho già scritto più volte del curioso rapporto di Rambo con la tecnologia, ma fino a questo momento non avevo idea che anche altri esponenti della famigghia condividessero questa peculiare caratteristica. Pare infatti che detti esponenti della famigghia rambica usino sentirsi via telefono molto più di quanto sentano chi è ubicato al Covo, complice quelle nuove diavolerie di Whatsapp e della mail sul cellulare. Riguardo a quest’ultimo prodigio della tecnologia, sembrerebbe che i simpatici parenti abbiano afferrato come mandare e-mail, persino come creare gruppi di indirizzi, ma non come estromettere un particolare indirizzo (leggasi, il mio) da una mail in cui si parla del proprietario dell’indirizzo stesso.
Lo so, sono queste le cose che rallegrano la nostra vita giorno per giorno!

Ad ogni modo, la conversazione di questa mattina verteva su un argomento particolarmente sentito in questi tempi: le diete.
Non sto a relazionare la serie di incredibili imbecillità sparate da individui che condividono inspiegabilmente parte del mio codice genetico, arriviamo al punto della questione. Citato il mio nome in relazione al fatto che la sottoscritta non sia uno yo-yo umano, la risposta, altamente condivisa, di un esimio membro del gruppo di indirizzi è stata:

Eh, ma lei è celiaca. E’ avvantaggiata.

Ecco, io mi soffermerei qui.
Per dire, ad esempio, che asserire che una persona affetta da una patologia autoimmune sia avvantaggiata nel non esagerare col cibo è come dire che in Africa sono fortunati ad essere magri: una gargantuesca cavolata dettata da una profonda ignoranza in materia del problema, ma anche umana.
Ma, ahinoi, l’ignoranza (specie se colossale) è incurabile, quindi passiamo oltre questa piccola precisazione per farne un’altra di pubblico servizio.

Non c’è prova che la dieta senza glutine faccia dimagrire.
Dico di più, non è proprio assolutamente vero. Bandire pane, pasta, focacce, pizza e quant’altro dalla propria dieta in favore degli stessi alimenti in versione glutenfree non è il modo migliore per tenersi in forma, anzi, considerando che i prodotti senza glutine che trovate al supermercato sono più pieni di grassi, conservanti e quant’altro possa aiutare a migliorarne consistenza e sapore, è probabile che sia il modo migliore per non tenersi in forma. Quindi, non fatelo.
Se anche pensate di limitarvi a eliminare i cibi contenenti glutine dal vostro menu senza sostituirli, non scambiate il dimagrimento che probabilmente otterrete per conseguenza dell’eliminazione di questa innocente molecola. Eliminare pasta, pane, pizza, grissini e dolci dal vostro menu significa tagliare l’assunzione di carboidrati, il che può portare ad una perdita di peso ma, come qualsiasi medico vorrete consultare vi dirà, non è un metodo di dimagrimento sano. Quindi, di nuovo, evitate.

Volete dimagrire? Volete mangiare in modo più sano? Rivolgetevi ad un dietologo.
Non riuscite a seguire la dieta? Avete la forza di volontà di un cavalluccio marino? Non date la colpa alla mancanza di una malattia autoimmune nella vostra vita personale.

In conclusione di un tipico post da sfogo contro l’imbecillità generale (perché non penserete mica che commenti del genere escano solo dalla bocca dei miei parenti! La mia famiglia non detiene il copyright della stupidità, anche se lo si potrebbe pensare), mi occuperò del rovescio della medaglia.

Seguire la dieta senza glutine non è una punizione. Non è una condizione da purgatorio a cui i celiaci si sottopongono per espiare una non ben precisata colpa, è una cura medica. Per essere precisi, è l’unica cura ad oggi conosciuta per la celiachia.

E, a ben guardare altre cure per altre malattie ben più gravi, non è poi malaccio.

Siamo Fatti della Stessa Sostanza dei Sogni – La Tempesta dell’Elfo.

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Questo simpatico teschietto è parte della scenografia. Sta quasi a bordo del palcoscenico, alla destra dello spettatore, e non si può dire che non abbia valenza simbolica. E’ un omaggio al buon vecchio Will? E’ un memento mori riferito al potere terreno? E’ semplicemente un simbolo del tempo trascorso? A voi l’interpretazione

Diciamolo, andare a teatro con un accredito stampa ha il suo sporco perché, come la buona compagnia – fondamentale per passare una bella serata! -, e io sono stata particolarmente fortunata nell’aver ottenuto entrambe le cose e, come bonus, nell’aver visto un’ottima rappresentazione de “La Tempesta”, di William Shakespeare, al Teatro Elfo Puccini. 
Come sempre, qualche informazione sull’opera.
The Tempest è una delle ultime opere di Will, che l’ha scritta tra il 1610 e il 1611, in quella che i critici letterari definiscono la sua fase delle romances. Dopo un periodo della sua vita in cui Shakespeare si è abbandonato ad un cinismo sfrenato (e in cui ha scritto i suoi maggiori capolavori: Julius Ceasar, Hamlet, Othello, Macbeth…), l’autore torna ad aver fede nell’umanità e, forse sentendosi vicino alla morte, nel perdono. In questo contesto si colloca dunque la commedia in cinque atti che vede Prospero – mago potentissimo e Duca di Milano, spodestato dal fratello Antonio e abbandonato assieme alla figlia Miranda su un’isola lontana – alle prese con il desiderio di vendetta nei confronti di chi l’ha tradito (Antonio, ma anche Ferdinando, re di Napoli) e quello di restituire all’amatissima figlia il ruolo sociale che le spetta. Attraverso macchinazioni e stratagemmi, Prospero riesce a far sì che Miranda sposi il principe di Napoli e, nel contempo, a istillare terrore e pazzia nell’animo dei suoi nemici (tutti naufragati sull’isola a seguito di una tempesta provocata da Ariel, uno spirito fedele a Prospero), che poi però perdona.
Si tratta dell’unica opera shakespeariana che rispetta le tre unità aristoteliche di luogo (l’isola), tempo (meno di una giornata) e azione (beh… un’azione sola no, la trama è abbastanza complicata. Possiamo dire l’unità di intenti di Prospero, però), i cui temi sono quelli dell’amore, della vendetta, della temperanza e, naturalmente, della magia e del fantastico. Ritorna anche il tema del teatro della vita, tanto caro al mio caro Will, che qui sfocia nella celebre frase che da il titolo al mio post, we are made of the same substance of dreams…. oggi stampata su milioni di t-shirt in tutti il mondo. -.-‘
Sono talmente tanti i riferimenti letterari, storici e simbolici di cui La Tempesta è pregna, che mi ci vorrebbe un post solo per scriverli tutti, quindi passerò oltre e comincerò a parlare della rappresentazione, che è piuttosto singolare.

Si tratta di uno spettacolo ideato nel 2004 da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia (più info qui), con l’intento di “tornare alle radici del fare teatro […], con l’attore che assume su di sé l’intera storia”. La commedia di Shakespeare è dunque perfetta per questo scopo, considerando che tutto si svolge attorno a un solo personaggio, Prospero, che sembra muovere le fila degli altri, quasi come se fossero burattini… E i burattini, in questa particolare Tempesta, ci sono davvero, perché Bruni, che ha una padronanza vocale pazzesca, è l’unico attore in carne e ossa sul palco e, oltre a Prospero, da voce a tutti gli altri protagonisti della commedia, che non sono altro che marionette, mosse con l’aiuto dei due servi di scena, richiamando la tradizione giapponese del teatro Bunraku (teatro delle marionette, mosse da alcuni servi di scena, a cui il narratore da voce e anima).

Ferdinando Bruni (in nero) e Ariel, sorretto da uno dei due servi di scena.

Il palco è stato trasformato nella spiaggia di un’isola deserta, con sabbia, relitti e conchiglie, e i colori di scena vertono quasi tutti sui toni del sabbia e del marrone, con qualche punta di nero e rosso. La gestione delle luci è spesso drammatica, con chiaroscuri piuttosto netti, e sottolinea al pari di una scelta musicale perfetta, i momenti importanti o drammatici dell’opera teatrale.

Il tipo di interpretazione che è stata data di una commedia così altamente simbolica come La Tempesta è essa stessa ricca di riferimenti e simbolismi. Per citarne alcuni, i burattini dei nemici di Prospero sono dei veri e propri scheletri, a simboleggiare la parte oscura e malvagia – mortifera – dell’animo umano, mentre i due giovani, Miranda e Ferdinando, hanno più l’aspetto delle bambole e la nave che vediamo all’inizio è in realtà il carretto del burattinaio (a sottolineare la ben nota ambivalenza teatro-vita). Le scelte narrative sono a volte difficili da districare e possono portare lo spettatore ad annoiarsi un poco; ecco perché è fondamentale che l’attore sia dotato di un carisma fortissimo e di grande fascino, come d’altronde è Ferdinando Bruni, che, ripeto, sfoggia una padronanza della voce ben superiore alla media. La sua capacità di variare non solo tono e intensità del suo strumento vocale perché esso si adatti ai diversi personaggi, ma anche accento e cadenza in brevissimo tempo è ciò che veramente da vita ai personaggi ideati da Shakespeare e che cattura chiunque decida di assistere allo spettacolo.

L’apice della vicenda, Prospero chiama sui suoi nemici uno spirito maligno (nell’interpretazione di Bruni, metà arcangelo e metà maschera giapponese, con un tocco di bandiera pirata), che li conduce alla pazzia.

Mi capita di rado di vedere uno spettacolo teatrale italiano così ben riuscito, ed è ancora più infrequente che si veda qui da noi un’opera di Shakespeare resa tanto bene, perciò non posso che consigliare a chiunque ne abbia la possibilità di prenotare un posto al teatro Elfo Puccini di Milano e assistere a questa rappresentazione di 75 minuti (dai, è anche un tempo indolore!).

Chiudo il post con un’ultima osservazione, che mi ha incuriosito sia durante la visione dello spettacolo, sia mentre stavo assimilando tutti i messaggi di cui è latore.
Una resa di un’opera di Shakespeare più snob (con l’accezione di complicata, difficilmente intendibile da un pubblico non abituato) di questa non l’ho vista nemmeno in quelle inglesi che ho avuto il piacere e la fortuna di vedere in questi anni (ad esempio, qui. Ed anche qui. E qui. E non dimentichiamoci di qui). E’ come se i conterranei di Will facciano di tutto per rendere le sue opere accessibili ad un pubblico vastissimo, giovani compresi, mentre qui in Italia si ritenga che questo tipo di opere – ma non solo, immagino che questa riflessione si possa estendere a gran parte delle tipologie di teatro – sia destinato ad un pubblico elitario, il che, se prendiamo in esame La Tempesta di Bruni e Frongia, è veramente un peccato. Spero ardentemente che questo spettacolo – che, inutile negarlo, mi ha rubato un pezzetto di cuore – abbia nuovamente tutto il successo che merita.

Passate La Voce

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Che fare da copywriter per Rambo non sia un lavoro facile, l’ho già detto (breve reminder qui), ma forse non è chiaro quanto lavorare alla pubblicità dell’attività rambica possa essere sfiancante.

Vedete, il mio esimio genitore ha una concezione estremamente nebulosa di cosa significhi pubblicizzare qualcosa – il che potrebbe spiegare perché ritenga che il lavoro che svolgo per lui non sia poi questa gran cosa -, non afferra il semplice concetto che le notizie non si propagano via Etere per l’immenso mondo, raggiungendo esattamente le persone che potrebbero esserne interessate, senza il minimo sforzo da parte di chi cerca di spargerle per suddetto, fantasmagorico Etere (anzi, in realtà non credo nemmeno che lui immagini che ci sia qualcuno che si sforza di far girare le notizie, ci sarò una fatina apposita come quella del televisore).

Ad ogni modo, ecco quanto successo oggi, in pausa pranzo, quando Rambo…

Pubblicizza su facebook che il 23 maggio facciamo l’evento xxx all’attività rambica.

Io:

Me lo dici con poco preavviso. Qual è il programma?

Rambo:

Non lo so, ma tu spargi la notizia, che la gente arriva. Tanto su facebook non paghiamo nulla.

Io:

Ma perché dovrebbe arrivare, se non conosce nemmeno il programma?

Rambo:

Ma perché passano la voce! Si immaginano le cose, e poi vengono!

Ora, se volete scusarmi, vado a cercare Campanellino Trilly, che mi aiuterà a spargere la voce di un non ben precisato evento nel più breve tempo possibile, a costo zero. Se riesco, convinco anche Peter Pan e la sua ombra a darci una mano, che l’Etere non si percorre mica tutto in un giorno.

Nessun Dorma, che c’è l’Expo. – Turandot

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300px-Poster_TurandotNon c’è davvero nulla da dire riguardo ai disordini di ieri pomeriggio a Milano, dopo una mattinata iniziata nel migliore dei modi con l’inaugurazione dell’Expo, se non che i milanesi che sono scesi in strada a ripulire lo scempio fatto da un manipolo di idioti hanno dimostrato ancora una volta che la loro – la mia – è una città grande. Immensa. E che di stare a pettinare le bambole non è il caso, quindi parliamo di cose belle.

La Scala ha messo in scena ieri sera, appositamente per l’apertura dell’Esposizione Universale, la Turandot di Puccini, che i signori della Rai hanno gentilmente deciso di far apprezzare a tutti tramite una diretta televisiva a cui si poteva – come sempre – felicemente tagliare gli imbarazzanti commentari tra gli atti e prima dell’inizio dell’opera. Ma ci sarà pure qualche critico musicale che può sostituire la signora che ha il posto fisso lì nell’atrio!

Qualche informazione sull’opera.
Turandot nasce da una fiaba di Gozzo e la composizione della musica viene affidata a Puccini nel 1920. Sfortunatamente, il Maestro muore nel 1924, lasciando l’opera incompiuta poco dopo la morte di Liù, così il finale viene commissionato ad Alfano (non quello che conoscete, un altro). Al suo debutto nel 1926, però, il famoso direttore d’orchestra Toscanini decide di interrompere l’opera esattamente dove Puccini si era fermato, proclamando l’assoluta indegnità delle note di Alfano a fronte della poetica pucciniana. Diversi finali sono stati scritti per l’opera lirica in tre atti, incluso quello di Berio (2001), che è stato utilizzato per la rappresentazione di ieri sera.
La trama è piuttosto semplice. Calaf è un principe in esilio (e costretto all’anonimato) a Pechino, dove ritrova il padre e un’ancella, Liù, che è innamorata di lui. In città vige una tremenda legge secondo la quale qualunque nobile voglia sposare la principessa della Cina, la bellissima e crudele Turandot, dovrà risolvere i tre enigmi che ella proporrà e, in caso di fallimento, verrà decapitato. Durante l’esecuzione del dodicesimo principe citrullo dell’anno, Calaf vede Turandot e se ne innamora, così decide di affrontare la prova. Risolti i tre enigmi, però, offre a Turandot la possibilità di sfuggire al matrimonio se lei riuscirà a indovinare il suo nome prima dell’alba. Turandot ordina che, quella notte, nessuno dorma nella città di Pechino e che chiunque conosca il nome dello straniero sia trovato e costretto a parlare. Liù, per non tradire il suo amato, si suicida, sacrificandosi affinché egli possa avere la donna che desidera. All’alba, Turandot scopre il nome di Calaf e se ne innamora.

Secondo atto

La rappresentazione della Scala è una gioia sia per gli occhi che per le orecchie.
Regia, scenografia e costumi sono di un team tedesco (Lehnhoff, Bauer e Schimdt-Futterer), che ha fatto uno splendido lavoro. La scena è dominata da un’imponente  struttura chiusa irta di punte, quasi fosse un’armatura, sulla quale svetta una struttura/porta rotonda, che rappresenta di volta in volta la luna, il sole, il trono dell’imperatore. I toni utilizzati sono quelli del nero, del bianco latte, del blu notte (primo e terzo atto) e di uno splendido rosso fuoco. I costumi sono una mescolanza di stili diversi. I personaggi principali rimandano ai costumi tradizionali cinesi – Turandot, poi, è assolutamente favolosa -, mentre il coro ha costumi più moderni e indossa alcune maschere (junghiana memoria?), che lo rendono ancora più inquietante di quanto già Puccini l’aveva pensato.

L’orchestra è magistralmente diretta dal Maestro Riccardo Chailly, nuovo direttore artistico del teatro lirico milanese e amante di Puccini (si nota, eh!). Il coro della scala è – e non c’è altra parola per descriverlo – assolutamente fenomenale in un’opera in cui ha un ruolo quasi da protagonista.
Turandot è interpretata da Nina Stemme, già Brunhild nella Die Walkuere del 2011, dotata di una vocalità splendida e di un caratterino niente male. Personalmente, l’avevo preferita nell’opera di Wagner, ma ciò non toglie che sia straordinaria. Sopra tutti, ad ogni modo, c’è Maria Agresti/Liù, di una dolcezza e una leggiadria vocale senza paragoni. Peccato che il tenore Aleksrandrs Antonenko/Calaf non sia riuscito a dare sufficiente colore alla sua poderosa voce, che a mio avviso manca un poco di rotondità. Citiamo anche Veccia, Civatta e Nacoski (Ping, Pang e Pong, i ministri dell’imperatore), che sono autori di una performance di gruppo splendida; a volte sono quasi circensi, altre sono addirittura mefistofeliani. Raramente non sono inquietanti, ma sono sempre perfetti (e che costumi! Li avete visti i costumi??)

La Turandot di ieri è stata una degna apertura per l’Expo, non c’è dubbio, soprattutto perché, nonostante i tanti non italiani nel cast, è l’Italia – o la sua parte buona, creativa, poetica e passionale – quella che gli spettatori di ieri sera hanno avuto la fortuna di apprezzare e ammirare, quella che secondo i media tutta il Mondo ci invidia.
Io non sono esattamente sicura che sia così, in questi tempi gretti e troppo materiali sono altre le qualità che vengono invidiate, ma sono convinta che il Mondo dovrebbe voler essere in grado di ideare e mettere in piedi una cosa come quella di ieri sera, perché saremo anche ritardatari, pigri, furbetti e spesso raffazzonati, ma quando ci cale bene, noi ci facciamo vedere così.
E scusate se è poco. ;)

Aprile Dolce Dormire… Ma Ancor Più Dolce Leggere

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Siamo dunque giunti alla fine di un altro mese della Goodreads Reading Challenge.
Alla vigilia dell’apertura di Expo, con qualche preoccupazione riguardo alla qualità della vita dei milanesi nei prossimi sei mesi e spiccioli, passo a relazionarvi i libri che ho letto.

The Old Nurse’s Story, E. Gaskell. Altrimenti detto, La Storia della Vecchia Nutrice. Una buona novella gotica, ogni tanto, ci vuole, e questa è una delle più belle.
Io Non Avevo L’Avvocato, M. Rossetti. Una storia vera, anche se quasi non ci si crede. Ho divorato questo libro in pochissimo tempo, a dispetto di una narrazione non proprio fluidissima, proprio perché non potevo capacitarmi delle disgrazie sopportate da quest’uomo che non aveva fatto nulla, principalmente a causa dell’ignoranza, dell’ottusità e della scarsa preparazione delle forze di polizia e della magistratura qui in Italia. Da leggere assolutamente.
Mai Più Come Ti Ho Visto, M. Bocchiola. Una specie di flusso di coscienza del traduttore, estremamente piacevole nella sua interezza, anche se difficile da seguire, se non si conoscono i riferimenti letterari a cui si appoggia l’autore.
Perché non è in prima fila?, Scuola Holden. Una breve raccolta di aneddoti su personaggi famosi e le speranze, puntualmente disattese, che i genitori nutrivano per loro. Interessante.
I Ragazzi di Anansi, N. Gaiman. Insomma, volete anche che vi dica qualche cosa?? Gaiman è Gaiman, punto. :)
Lo Zen e la Cerimonia del Tè, K. Okakura. Scritto nel 1906, questo libro possiede ancora un fascino estremo, che non è possibile sintetizzare solo nel gusto dell’esotico. I sentimenti di Okakura, le sue emozioni e le sue parole contribuiscono a creare un’atmosfera particolarmente poetica.

E questo è quanto, signori.
Maggio porterà sicuramente nuove interessanti letture, per le quali in questi giorni sto facendo spazio nelle mie librerie…  un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. ;)

La Carta di Milano

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Forse non tutti sapranno che questa mattina è stata presentata la Carta di Milano, ovvero il frutto di quel misterioso incontro (almeno per me) che è stato l’Expo delle Idee, tenutosi a febbraio di quest’anno presso l’Hangar Bicocca a Milano. La Carta di Milano si propone di diventare una specie di Protocollo di Kyoto, verrà firmata da persone fisiche e nazioni e sarà presentata al segretario dell’ONU il 16 ottobre 2015.

E’ possibile leggere il testo completo della Carta qui, e anche scaricarla in un comodo formato pdf, se mai voleste più tempo di una veloce corsa in metropolitana per raggiungere casa, gli amici o il lavoro per rifletterci su e poi decidere se volete o meno firmarla.

Non vi sto dunque chiedendo di autografare la Carta a prescindere, come ormai si firmano troppe petizioni e come ben più colpevolmente si firma ogni cosa che ci chiedano di firmare: contratti con postille piccolissime e lunghissime che non abbiamo voglia di leggere (cosa di cui poi potremmo pentirci amaramente), normative sulla privacy, regolamenti di iscrizione a concorsi, tessere punti e quant’altro. Vi chiedo, però, di prendervi del tempo per leggere la Carta, tutta, e formarvi un’opinione al riguardo. Poi, fate pure le vostre considerazioni – sì, compresa quella legata all’equiparazione col protocollo di Kyoto, che come tutti sanno è andato liscio come l’olio… – e prendete una decisione sensata.

Ciò che mi ha colpito profondamente del documento, al di là degli obiettivi realistici o meno che si pone, è l’attenzione posta non soltanto al problema della malnutrizione – anche in questo caso, è bello che finalmente lo si contrapponga a quello dell’obesità: tanta gente che soffre la fame, ma anche tanta gente che soffre di sovralimentazione -, ma anche all’importanza che un’attenta e costante educazione alimentare ha nello sviluppo di un individuo e nelle scelte che compirà in futuro e che riguarderanno anche l’alimentazione e il pianeta. Mi piace che finalmente anche le imprese siano viste come parti integranti della “questione alimentare” (pag. 7 del file pdf) e anche della soluzione del problema.

In particolare, poi, voglio copiare questa parte, che è per me la più importante di tutte, perché qualsiasi cambiamento nello stile di vita o nella mentalità delle istituzioni parte dal cambiamento dell’atteggiamento di ciascuno di noi. Piantiamola di considerare le risorse che la Terra ci dona come un atto dovuto e impariamo a curarle e onorarle.

Poiché sappiamo di essere responsabili di lasciare un mondo più sano, equo e sostenibile alle generazioni future, in quanto cittadine e cittadini, noi ci impegniamo a:

  • avere cura e consapevolezza della natura del cibo di cui ci nutriamo, informandoci riguardo ai suoi ingredienti, alla loro origine e al come e dove è prodotto, al fine di compiere scelte responsabili;

  • consumare solo le quantità di cibo sufficienti al fabbisogno, assicurandoci che il cibo sia consumato prima che deperisca, donato qualora in eccesso e conservato in modo tale che non si deteriori;

  • evitare lo spreco di acqua in tutte le attività quotidiane, domestiche e produttive;

  • adottare comportamenti responsabili e pratiche virtuose, come riciclare, rigenerare e riusare gli oggetti di consumo al fine di proteggere l’ambiente;

  • promuovere l’educazione alimentare e ambientale in ambito familiare per una crescita consapevole delle nuove generazioni;

  • scegliere consapevolmente gli alimenti, considerando l’impatto della loro produzione sull’ambiente;

  • essere parte attiva nella costruzione di un mondo sostenibile, anche attraverso soluzioni innovative, frutto del nostro lavoro, della nostra creatività e ingegno.

Ecco, se c’è anche una parolina di quelle trascritte qui sopra che non vi convince, su cui non siete d’accordo o che nel vostro Io ritenete un po’ ridicola, non firmate. Potrete condividere su Facebook, Twitter et similia qualcos’altro e sentirvi ugualmente impegnati.

La Caotica Armonia di Whedon

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Nell’ultimo spettacolo della giornata, ieri ho avuto il piacere di vedere l’ultima chicca Marvel, Avengers – Age of Ultron, diretto da quell’incomparabile genio che è Joss Whedon.

In due ore e ventidue minuti assistiamo a un’incredibile accozzaglia di trame, sottotrame, discussioni di etica e morale, lotte all’ultimo sangue e presentazioni di nuovi personaggi, il tutto condito con le classiche battute salaci e il buon vecchio umorismo americano; non si sa esattamente come, ma niente di tutto questo stona di una virgola nel più bel film della categoria di sempre (o meglio, io lo so come: Whedon è un mago), non si avverte alcuna lacuna nella trama ed è francamente impossibile che lo spettatore possa stancarsi anche solo per un secondo durante la visione del film.

Fatta questa breve e assolutamente imparziale presentazione della pellicola in oggetto, passiamo a dire qualcosa di più preciso. ;)

L’inizio vero e proprio della storia si ha quando Tony Stark ha una visione piuttosto realistica di un ipotetico futuro in cui gli alieni hanno invaso la terra, i suoi amici sono morti e lui è torturato dalla consapevolezza che, con le sue straordinarie doti di intelligenza (Dei, quanto adoro quell’uomo!), avrebbe potuto fare di più per proteggere ciò che gli è caro. Condivide quindi con Banner i suoi timori e le sue speranze, ma non si accorge che c’è qualcun altro ad ascoltarli e a travisare le sue parole… Nasce così Ultron, una terribile intelligenza artificiale che fa suo il concetto di mondo migliore del suo pseudo-creatore e decide di estinguere il genere umano. Non vado oltre, perché sarebbe un crimine spoilerarvi anche il più piccolo dettaglio.
Quello che è veramente importante è che, a dispetto della trama estremamente lineare, che scorre liscia e per nulla complicata, si è raggiunto l’esatto punto medio tra la semplicità complessiva e quel tanto di sottolivelli della vicenda che interessano lo spettatore ma non lo impegnano a scervellarsi su quanto avverrà in seguito. E’ come se Whedon avesse voluto spiegarci molto chiaramente che, per costruire una buona storia, i colpi di scena non sono davvero necessari, che basta saper dosare tutti gli ingredienti. Certo, basta saperlo fare.

Il copione è un altro di quei gioielli (che faccio, le chiamo Gemme, tanto per restare in tema? XD) che fanno la fortuna di Avengers – Age of Ultron: è di una piacevolezza incredibile dalla prima all’ultima battuta, anche se purtroppo non ho avuto il piacere di guardare il film in lingua originale, e rispecchia l’armonia della trama unendo battute estremamente umoristiche a dialoghi ben più seri e ponderati. Tanto per darvi un’idea di quanto l’abbia trovato buono, vi faccio notare che non ho scritto una parola riguardo al doppiaggio italiano, e non l’ho fatto perché la sua estrema inadeguatezza è passata totalmente in secondo piano rispetto alle battute. Una rarità.

Grafica e costumi sono splendidi.
Ad essere del tutto sincera, se anche trama, cast e dialoghi di questo film fossero stati discreti o addirittura scarsi, sarebbe valsa comunque la pena di andarlo a vedere al cinema (e in IMAX! Se ne avete la possibilità, per questo film vale la pena spendere qualche euro in più). Il top della perizia in quest’arte viene raggiunto nelle caoticissime scene di combattimento, di un ritmo esaltante, con effetti speciali da urlo e una quantità di personaggi in movimento da gestire che si è oggettivamente vista pochissime volte e difficilmente con risultati del genere. Il tema di questo film sembra essere la confusione, perché le inquadrature sono affollate sempre e comunque, eppure – di nuovo, grazie alla magia di Whedon – non c’è mai un momento, nemmeno nell’ingarbugliatissima scena di combattimento finale, in cui lo spettatore abbia bisogno di tirare il fiato o perda l’orientamento nella scena. Il tutto, di nuovo, scorre una una tranquillità di fondo che è paradossale, se la compariamo al ritmo forsennato dell’intera pellicola.

Eccolo qua, il dream team. Che facce serie! :)

Parliamo del cast, e che cast!
Le nuove leve tra i Vendicatori, Scarlet Witch/Elizabeth Olsen e Quicksilver/Aaron Taylor Johnson si uniscono bene ai senatori dell’Universo Marvel. In particolare, la Olsen mi ha sorpreso (abbiate pazienza, tutte le volte che la vedo, mi ricordo delle altre due sue sorelle…). Ritroviamo in questo film un Chris Hemsworth/Thor un pelino insipido, anche se naturalmente il suo è un ruolo cruciale per il punto di svolta della trama, un altro Chris (Evans) nei panni di un Captain America più noioso che mai nelle questioni di morale, ma comunque meno impettito del solito – i due insipidi del film, tra l’altro, sembrano intendersela bene e hanno qualche scena di combattimento a due effettivamente molto carina -, Mark Ruffalo/Hulk più verde che mai (pregevolissimo lo scontro Hulk VS Ironman ft. Veronica!), Scarlett Johansson/Vedova Nera, Jeremy Renner/Hawkeye che è meno inutile del solito, e lui. Robert Downey Junior/Tony Stark, che è sempre un piacere rivedere in quei panni. Tra l’altro, quello di Stark è l’unico personaggio tra i buoni del film che non mi dia mai sui nervi, probabilmente perché proprio buono buono non è, e come potrebbe, con una mente come la sua?
Parlando di personaggi non buoni, non possiamo non dire niente di uno straordinario James Spader, che da voce e mimica ad un Ultron molto umano, con un problemino di gestione della rabbia e una leggera forma del complesso di Edipo – geniale, Joss! -: uno dei motivo per i quali mi è dispiaciuto tantissimo non avere la possibilità di guardare Avengers 2 in inglese.
Anche in questo campo, Whedon ci ricorda un altro concetto importante: se vuoi avere una bella storia, devi avere un antagonista di spessore. Non deve essere necessariamente cattivo o pazzo (anche se, tra l’Ultron di Spader e il Loki di Hiddleston, la pazzia sembra essere un requisito importante), e nemmeno necessariamente cattivissimo, ma deve, deve, avere personalità da vendere e, nel caso di un film d’insieme come questo, la capacità di fronteggiare da solo un gruppo di una decina di eroi. Mica facile!

Ho già un leggero senso di preoccupazione, se penso che Whedon ha rinunciato a girare il terzo capitolo della trilogia (terzo capitolo diviso in due. Quindi è una tetralogia, d’accordo, non stiamo a spaccare il capello in quattro), anche se trovo comprensibile che, dopo un parto del genere, questo pover’uomo voglia dedicarsi a qualcos’altro. Sarebbe un vero peccato, però, non essere testimoni del suo ultimo lavoro con la Marvel, non vi pare? E allora correte al cinema!!!

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Sveglia alle 7:15. Prendo atto della spalla destra semibloccata, mi alzo, dribblo il gatto che vuole i croccantini anche se Rambo – che è rumorosamente uscito un quarto d’ora prima – glieli ha dati come sempre prima di fare colazione.
Mi dirigo in cucina, scaldo la tisana del cambio di stagione, tiro fuori due arance per la spremuta, rispondo vagamente alla Genitrice che parla nel sonno, dico al gatto che no, non avrà altri croccantini prima delle 8. Il gatto va a chiedere l’elemosina dalla Genitrice. Bevo la tisana mentre spremo gli agrumi e li filtro, chiamo la Genitrice perché si svegli, apparecchio la tavola per la colazione, bevo l’acqua con l’echinacea, mangio i cereali gluten free, bevo la spremuta d’arancia, il caffè è pronto, bevo il caffè, controllo la posta elettronica dal cellulare, controllo il calendario dell’attività rambica, mi accerto che non ci siano questioni da risolvere subito, sparecchio perché il gatto possa essere pettinato.
Rifaccio i letti, la Genitrice si è attaccata al telefono, mi lavo, faccio yoga, i vicini di casa stanno facendo le pulizie di primavera alle 9 del mattino con la musica di Gigi d’Alessio a palla, medito, Gigi d’Alessio canta le cchiù bell’ ‘e canzoni de’ Napule, non ce la faccio a meditare questa mattina, Gigi d’Alessio continua, Nam mioho renghe kyo.
Devo andare a fare delle commissioni della palestra, la Genitrice mi detta la lista della spesa per negozio articoli cura della casa, è tutto? Sì, no, controlla se all’Esselunga costa meno. Controllo le promozioni dell’Esselunga, no, non costa meno, va bene, prendilo. Mi vesto, esco, vado a piedi fino alla banca, evito di rispondere ad un gruppo di anziani che mi fanno apprezzamenti volgari che potrebbero essere tutti mio nonno solo che lui era un essere civile, arrivo in banca, esco dalla banca, vado a fare la spesa nel negozio di articoli per la casa, in cassa non c’è nessuno, cerco la commessa, la trovo, pago, torno a casa, la Genitrice sta parlando con i vicini che hanno lasciato Gigi d’Alessio a cantare a tutto il condominio, mi tirano dentro nella conversazione, io voglio pranzare, sì, so parlare l’inglese, sono contenta che al negozio di prodotti per celiaci che ti ho suggerito ti abbiano trattato bene, certo che mi piace leggere, vuoi dei libri, ok te li passo, scusa suona il cellulare.
Vicini suonano il campanello per chiedermi se posso tagliare le unghie al loro gatto, taglio le unghie al gatto, ascolto i vicini che mi parlano del balcone, ammiro le decorazioni del balcone, non mi piacciono le farfalle colorate ma non lo dico, risuona il cellulare, lo sento attraverso le mura sottili che dividono la loro casa da casa mia, Gigi d’Alessio canta con la Tatangelo, devo rispondere al cellulare, devo, torno a casa.
Mangio, ricontrollo le e-mail, cliente mentecatto si fa sentire dopo quattro mesi, ho bisogno di te, che ne pensi di cominciare subito, immagino che il prezzo sia lo stesso dell’altra volta. L’altra volta è stata quasi un anno fa. Lavoro al computer, Rambo torna a casa, ha da dire su qualcosa, butta briciole di pane dappertutto, la Genitrice non è entusiasta, io sono nel mezzo, i vicini risuonano alla porta, mi fai avere un elenco dei libri, Genitrice e Rambo escono, mi preparo, devo andare a dare lezione, sono due settimane che non scrivo sul blog, devo trovare tempo per scrivere sul blog, la pargola mi aspetta, esco. La pargola ha fatto un riassunto dei primi cinque capitoli di Pride and Prejudice, ci sono più errori che parole giuste, correggo il riassunto, spiego dove ha sbagliato, riprendiamo a leggere il libro in inglese, legge lei, la sua pronuncia è orrenda, mantengo la calma, le orecchie sanguinano, spiego cosa sta succedendo, la sua pronuncia è orrenda non dico niente, se pronunci ancora Darci ti strozzo, penso, non dico niente, sì la Austen ha veramente fatto i soldi con questo libro, le due ore sono finite grazie agli Dei vado a casa Genitrice dice di accendere il minestrone mancano due ore alla cena quanto diamine deve cuocere un minestrone salgo in metropolitana c’è troppa gente quando aprirà l’Expo saremo rovinati controllo Twitter leggo la mail torno a casa nutro il gatto metto su il minestrone quattordici giorni che non scrivo sul blog devo scrivere sul blog.
Telefonata rilassante.
Il gatto vomita sul pavimento pulisco controllo il minestrone mi metto il pigiama controllo e-mail controllo calendario dell’attività rambica noto irregolarità mando e-mail all’autore irregolarità non mi risponde mando sms non risponde chiamo è una svista sua controllo l’orologio si è fatta una certa ora due settimane non blog devo scrivere blog minestrone-arriva-Genitrice-minestrone?-minestrone-settimane-due-blog-scrivo-scrivendo-stanca-Joyce-sempre-amato-Will-Amleto-meglio-meditare-fine-post.