Alla Scoperta delle Case Editrici – ABEditore

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logo_abe_-_pngNel primo post della categoria StregaTopo di Biblioteca vi racconto la mia esplorazione nella sede milanese di ABEditore, una piccola casa editrice nata circa sette anni fa a Milano. Il punto vendita di via Grasselli 4 è stato aperto circa un anno fa in sostituzione di una libreria a San Donato ed è un piccolo scrigno zeppo di oggettini curiosi e libri dalle copertine meravigliose, come vedremo in seguito.

I miei primi due volumi editi da ABEditore mi sono stati regalati per il mio compleanno dalla zia migliore del mondo (no, non è una marchetta), che a sua volta ne ha commissionato l’acquisto a una sua amica che abita in zona… Insomma, un passamano non indifferente per due libricini di un centinaio di pagine ciascuno, che però mi hanno colpita subito per la cura di copertina e impaginazione.

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Questo è uno dei miei regali di compleanno: la grafica è bellissima e nelle ultime pagine trovate anche un beve elenco di opere sullo stesso argomento, per facilitarvi un eventuale approfondimento del tema. 🙂

Completamente conquistata dalla bellezza della grafica, ho fatto una piccola indagine sul grande mondo del Web e mi sono definitivamente innamorata di ABEditore leggendo la loro mission, ovvero il loro scopo aziendale, il motivo per cui sfidano la giungla del mondo editoriale italiano. La casa editrice si propone – cito testualmente dal loro sito web – di promulgare una cultura esistenzialmente decisiva e umanamente affascinante, stampando testi appartenenti ad aree diverse delle scibile umano, ma accumunate da validità e qualità certificate.

Cultura esistenzialmente decisiva, validità e qualità certificate… è tutto un po’ criptico, lo so; il concetto si percepisce più che comprende una volta che si prende in mano uno dei libri usciti dalle fornaci di ABEditore. Il lettore veramente appassionato non può che rimanere colpito dalla cura dei dettagli insita in ogni opera, sia essa una pubblicazione inedita – e ce ne sono davvero tante! – o la riproposizione di un classico.

I classici, lo sapete, sono un mio punto debole: io li adoro follemente. Come non avrei potuto appezzare, dunque, una casa editrice che conferisce una discreta importanza nel riproporli infondendo loro una veste più moderna e appetibile alle nuove generazioni? La collana Piccoli Mondi, a cui appartengono i miei regali di compleanno, è sicuramente la mia preferita, perché non solo tratta dei classici, ma si concentra sui racconti brevi, che ultimamente non godono di molta popolarità, meglio se inediti in italiano (per questi ultimi si avvale spesso della collaborazione con la Bottega dei Traduttori, un’altra incredibile iniziativa che ho scoperto di recente e che non potevo non citare: date un’occhiata al loro sito!) Ultimamente, hanno pubblicato un bellissimo racconto breve di Trollope, di cui vi parlerò nel post dei libri letti in estate, e una raccolta di Artur Conan Doyle (come dite? Non pensavate ci fossero testi dell’autore di Sherlock Holmes che non fossero mai stati pubblicati in Italia? Ragazzi miei, c’è sempre da imparare qualcosa nel mondo: date un’occhiata qui).
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In un momento storico in cui la maggior parte dei libri che ci capitano in mano sono il prodotto asettico di grandi catene editoriali che propongono modelli che si assomigliano un po’ tutti, è rinfrescante imbattersi in qualcosa che invece sembra emanare ancora il calore degli individui che sono stati coinvolti nella loro produzione ed è per questo motivo che ho scelto di parlarvi del progetto ABEditore.
Se siete di Milano, vi suggerisco di fare un salto nel punto vendita che vi ho menzionato e fare la loro conoscenza: sono tutti gentilissimi e disponibili a fare una chiacchierata. In caso contrario, considerate di sfogliare uno dei loro libri (li trovate in libreria oppure presso gli online shop più gettonati) e di mettere alla prova tutto quello che vi ho detto in questo post. Poi mi farete sapere. 😉

Captain Fantastic, tra la brezza estiva e le zanzare metropolitane

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locandinaIl cinema all’aperto è un’esperienza prettamente collegata all’estate, e in genere anche ai paesini di mare, con tante famiglie che ci vanno in vacanza, ma da alcuni anni è possibile goderne anche a Milano, sempre muniti di lozione antizanzare di ordinanza, perché altrimenti rischiate di tornare a casa senza una goccia di sangue in corpo. La mia adorata città ha – se posso dirlo – elevato lo standard del cinema all’aperto, aprendo a sale sotto le stelle alcuni luoghi unici, come il cortile di Palazzo Reale, oppure il Chiostro dell’Umanitaria.

É proprio lì, a pochi passi dal Tribunale, che in genere mi causa tanta pena, che qualche sera fa sono andata a vedere Captain Fantastic, film del 2016 diretto da Matt Ross, miglior regia nella sezione Uncertain Regard al Festival di Cannes dello stesso anno.

La storia è quella di Ben Cash (Viggo Mortensen), padre di sei figli che ha cresciuto lontano dal sistema in comune accordo con la moglie, Leslie, che però è ricoverata in ospedale da qualche tempo. Ben vive nei boschi della costa nord occidentale degli Stati Uniti, dove prepara i figli ad affrontare le sfide e gli ostacoli che potrebbero – secondo lui – incontrare sul loro cammino. Ne consegue che i ragazzi hanno la capacità polmonare di atleti olimpionici, sono in grado di sopravvivere nella foresta procacciandosi il cibo e combattendo per averlo, ma sono anche dotati di una cultura ampia ed estesa ben oltre la media dell’uomo moderno. La vita della famiglia Cash sembra trascorrere serena, finché non arriva la notizia del suicidio di Leslie, che porta la rottura del menage famigliare e costringe Ben a tornare nel sistema, portandosi dietro i figli, per fare in modo che le ultime volontà della sua amata moglie siano rispettate. Durante questo viaggio (dalla costa nord occidentale all’estremo sud degli Stati Uniti: una bella scampagnata!), la famiglia Cash scoprirà che la preparazione alla quale si è rigidamente sottoposta non serve a nulla davanti alle insidie del mondo reale, di fronte al quale i figli di Ben sono completamente impreparati.

Captain Fantastic è un film difficile, perché il suo contesto (che trae ispirazione dall’infanzia del regista, che ha trascorso del tempo presso alcune comunità hippie della California e dell’Oregon) è al limite della verosimiglianza: una famiglia che, oggi, sopravvive nei boschi con tecniche degne di Rambo e che nel frattempo non disdegna l’approfondimento culturale. I ragazzi Cash sono nel contempo d’incredibile apertura e ristrettezza mentale, perché, nonostante sappiano più cose di quanto un normale umano riuscirà mai a imparare, sono completamente ignoranti riguardo alla vita.

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I Cash al primo confronto con il problema del tasso di obesità in USA. La bambina con il cappello di gatto selvatico è un personaggino inquietante. Chi ha visto il film sa di che cosa parlo.

In più, per quanto gli scambi tra i membri della famiglia siano esilaranti e la situazione in cui versano sia invece di assoluta drammaticità, non è possibile provare empatia per i Cash perché sono i Cash, ma solo quando rapportati alla società moderna e ai suoi molteplici difetti. Ad esempio, non è quando i figli organizzano una battuta di caccia al cerbiatto che proviamo affetto per loro, ma quando li guardiamo reagire allo stimolo della convivenza con il sistema, quando si ribellano alle regole assurde che detta o alle piccole prevaricazioni che noi in effetti sopportiamo ogni giorno senza accorgercene.

Per il tipo di narrazione scelta e per la quantità di personaggi sullo schermo, Captain Fantastic non può che reggersi sull’interpretazione di un attore di talento e Viggo Mortensen – che nel 2017 è stato candidato come miglior attore per praticamente ogni premio senza inspiegabilmente vincerne nessuno – da vita a un personaggio stupendo, pieno di sfaccettature e di lati oscuri. Ben è il motore trascinante della trama e della sua famiglia, è il perno su cui ruotano le emozioni di tutti i personaggi che vediamo in scena. Riesce a essere esasperante nelle sue convinzioni e nel contempo a veicolare il profondo amore che nutre per la moglie e i figli con una facilità unica e più che lodevole.

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Il funerale di Leslie Cash è la scena più bella di Captain Fantastic. Forse il film avrebbe dovuto chiudersi qui, o poco più avanti.

In questo caso più che in altri non è poi possibile non citare la colonna sonora curata da Alex Somers. La musica gioca un ruolo fondamentale in almeno due delle scene del film, che altrimenti sarebbero mute. Oltre a quella dipinta qui sopra, c’è un momento, nella prima parte del film, in cui tutta la famiglia improvvisa una melodia davanti al fuoco. Per come è strutturata, mi è subito venuto in mente l’inizio del Silmarillion di J.R.R. Tolkien quando tutti i Valar suonano assieme, ma uno si discosta dalla melodia del gruppo. Proseguendo con la visione del film, il collegamento mi è parso azzeccato.

Per il tipo di piega che aveva preso la storia, però, confesso di non essere rimasta particolarmente colpita dal finale, che risulta un pochino edulcorato. Questo happy ending alternativo, che non vi svelerò, cozza con il resto della pellicola, che invece è molto schietta (a volte anche troppo), ma mi rendo conto che il rischio che un finale diverso non sarebbe stato accettato da una critica che tra l’uccisione di animali, la caccia, la bordata contro la religione o contro il capitalismo ha scelto di condannare una scena di nudo frontale di meno di dieci secondi era alto.

Finale a parte, Captain Fantastic è un film che dovete recuperare, se non l’avete visto al cinema, perché la sua anticonvenzionalità offre notevoli spunti di riflessione senza lasciare da parte un po’ di sano umorismo. Una volta tanto riflettere fa bene anche al cinema.

Esplorazioni da StregaTopo di Biblioteca

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Mi somiglia abbastanza, ma io non ho gli occhi così scuri. 😀

Con il tenero esemplare di mus minutoides qui sopra inauguro una nuova rubrica di post a tema, l’avrete capito, libri. La lettura di queste piccole raccolte di carta inchiostrata, le sensazioni e le emozioni che evoca, i ricordi che costruiamo sulle pagine dei nostri volumi preferiti… Ho argomenti a iosa da esplorare, forse troppi! Così ho deciso di restringere un pochino il campo.

L’altra parola chiave del titolo di questo post è “esplorazioni”. La qui presente rubrica – che potrete seguire tramite la categoria StregaTopo di Biblioteca – racconterà una serie di esplorazioni collegate con il mondo dei libri. Aspettatevi viaggi e gite a tema letterario (tanti, se il portafoglio della Strega lo permette!), quindi, ma anche segnalazioni di nuovi volumi, autori emergenti, case editrici e quanto di meglio e non convenzionale offra il mondo della lettura.

Naturalmente, ogni tipo di segnalazione e/o suggerimento è ben accetto: anzi, date un’occhiata alla nuova pagina del blog. 😉

Bimboragno torna a casa – Spiderman Homecoming

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Io sono una di quelle che dice che i film Marvel hanno un po’ rotto le balle.
Non è solo il fatto che ormai ne escano almeno due all’anno, o che anche il mondo dei tv show cominci a essere infettato di supereroi, quello che mi annoia è lo schema canonico che regge l’impalcatura di tutti questi film. Ecco, uno dei punti a favore del nuovo Spiderman Homecoming è che si discosta quanto più possibile dallo schema di cui sopra, pur rimanendo la storia di un supereroe.

Il film di Jon Watts, come sanno anche i sassi, è il primo dedicato all’amichevole Spiderman di quartiere ambientato nel Marvel Cinematic Universe (quello dove risiedono Thor, Ironman, Captain America e via dicendo), grazie all’accordo stipulato tra la Marvel Studios e la Sony nel 2015, ed è anche il primo che valga a pena di guardare con riferimento ad ambientazione, casting, scrittura e – manco a dirlo, effetti speciali.

La vicenda si svolge subito dopo i fatti di Civil Wars, quando il nostro Peter Parker è già Spiderman (risparmiandoci quindi tutta la tiritera del morso di ragno radioattivo/geneticamente modificato/ semplicemente con la luna storta) e sta lavorando sodo per diventare un Avenger, perché, diciamocelo, fare cricca con Occhio di Falco e la vedova Nera risolleverebbe le sorti di un qualsiasi genietto sfigato che frequenta il liceo. Non sono le nobili intenzioni a muovere le gesta di questo Peter Parker, quindi, ma è una sana irresponsabilità adolescenziale mista a sogni di gloria e desiderio di rivalsa, il tutto condito dalla scelta  di un role model francamente discutibile: il genio, miliardario, playboy, filantropo che l’ha reclutato.

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Nelle sue ultime apparizioni Tony Stark si era un po’ fossilizzato, era diventato uno stereotipo, insomma. In Spiderman Homecoming, invece, mostra un’altra sfumatura di sé, senza perdere i suoi tratti più riconoscibili.

I momenti più curiosi di Spiderman Homecoming sono appunto quelli che illuminano il rapporto tra Stark e Peter (ricordiamoci che in questa rivisitazione non c’è traccia dello zio Ben, che francamente con il suo grandi poteri – grandi responsabilità mi è sempre suonato un po’ noioso), perché mostrano uno Spiderman finalmente teenager, con tutte le insicurezze proprie di un ragazzo in crescita e privo di una qualsivoglia forte figura maschile, e conferiscono un’accezione diversa a Ironman.

Ho apprezzato tantissimo che, nonostante l’ingombrante presenza di Tony Stark, Spiderman Homecoming appartenga a Spiderman, per l’appunto, e che, nonostante tutte le scene di lotta e inseguimento e gli effetti speciali tipici dei film del genere, questo sia prettamente ambientato nel mondo scolastico. I problemi di Peter non concernono la salvezza dell’umanità, riguardano invece l’andare al ballo con la ragazza che gli piace, fare in modo che sua zia May sia felice, e avere la sua vendetta sul bulletto della scuola: lo trovo rinfrescante!

Le scelte del casting mi sono piaciute.
Peter Parker è interpretato dal ventenne Tom Holland, il che significa che non hanno dovuto immergerlo nel correttore per farlo sembrare un adolescente, zia May ha il volto di una frizzantissima Marisa Tomei e naturalmente Robert Downey Junior è Tony Stark.

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Una menzione a parte va a Micheal Keaton e al suo Adrian Toomes/Avvoltoio. Erano secoli che non si vedeva un cattivo così ben strutturato e carismatico, e il merito va diviso equamente tra chi ha scritto la parte e chi l’ha interpretata. La buona riuscita dell’Avvoltoio dimostra anche che non serve avere un’ampia esposizione (Loki/Hiddleston, sto parlando di te: quante te ne hanno dette?!) per creare un villain tridimensionale, perché lo spazio di Keaton sulla scena è poco. Un buon cattivo, signori, ha bisogno di un attore di talento a cui vengano date buone battute e un personaggio con motivazioni, scopi, e valori. Conquistare il mondo MHUAHHAHAHAH! non è una motivazione sufficiente, ricordatevelo.

Degli effetti speciali non dico nulla, perché tanto sapete già che sono molto belli e molto godibili. Accenno, invece, a una colonna sonora molto carina ed effettivamente ragionata, un po’ come succede per Guardians of the Galaxy o per il primo Ironman.

Voi avete in programma di vedere l’ultima fatica dell’universo Marvel?
C’è qualcuno di voi che, invece, l’ha già visto?

Fatemelo sapere nei commenti, io volo a fare una commissioncina. 😉

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Incontrare la Strega (a vostro rischio e pericolo)

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Pargoli e clienti languono in questo periodo, ve ne sarete accorti.
Il problema è che, nonostante io mi lamenti dei casi umani che incontro per tutto l’anno, quando non li ho più sotto gli occhi sento la loro mancanza. Ecco perché devo tentare di distrarmi con qualche tag game, come Meet the Reader (“incontra il lettore”), che ho rubacchiato a MariaSte.

Le classiche domande sono tutte a tema libri, un argomento di cui potrei parlare ore intere, e sono in inglese, ma mi occuperò di tradurvele come meglio posso. 😀

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Quanti libri sei in gradi di leggere nello stesso periodo?

Il mio record, segnato ai tempi del liceo, è di sette libri nello stesso periodo, ma sono sicura di poter fare di meglio, se mi impegno. 🙂 Sono molto volubile, quindi capita che al mattino io abbia voglia di leggere un certo libro e che nell’ora di pranzo sia pronta a cominciarne un altro totalmente diverso… Anche in periodi stabili è difficile che io abbia meno di due o tre libri sul comodino.

domanda2

Qual è il tuo “drink da lettura” preferito?

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Qual è il tuo “snack da lettura” preferito?

State scherzando? Io non mangio né bevo mentre leggo! Che succederebbe se sporcassi le preziose (in senso metaforico e letterale: avete presente quanto costano i libri al giorno d’oggi?!) pagine di un buon libro per soddisfare un languorino?

domanda4

Com’è organizzata la tua libreria?

In modo maniacale.
Tutti i libri di letteratura (i classici e in generale quelli che ho letto durante i miei studi) sono organizzati per nazionalità dell’autore e lingua in cui sono stampati e hanno naturalmente uno scaffale tutto per loro. Tolkien sta comodo comodo sul suo ripiano della libreria in salotto, proprio sopra le enciclopedie e sotto i libri moderni in copertina rigida. Poi ci sono le edizioni economiche e i dizionari di lingua. In camera da letto ho un delizioso scaffale per Harry Potter e un posticino al caldo per Bernie (Bernard Cornwell: se mi seguite da un po’ sapete che per lui ho un’adorazione particolare) vicino ai saggi e ai miei romanzi storici preferiti.

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Copertina rigida o edizione economica?

Per questioni sia economiche che di spazio, gran parte dei miei libri sono in brossura. L’occhio vuole la sua parte durante la lettura, ma quello che conta davvero sono le parole stampate sul foglio, non credete?

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Cosa stai leggendo ora?

Nell’esatto momento in cui scrivo sono arrivata a un impasse. Ho alcuni libri da cominciare, ma non sono in grado di decidere su cosa buttarmi, così sto recuperando dei vecchi numeri di Focus in attesa che l’illuminazione mi colpisca. Avete curiosità sulla vita dei microfunghi e dei batteri cigliati, per caso?

 

Quali sono le vostre abitudini di lettori incalliti? Dite dite, che qui nessuno è normale! 😉

Cronaca di una Calda Giornata nella Busseto di Verdi

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La piazza principale di Busseto, con la Rocca Pallavicino e la celebre statua di Verdi

Quella che segue è la cronaca di una gita di un giorno nella ridente terra che diede i Natali a Giuseppe Verdi, Busseto, svoltasi nel weekend più caldo della stagione… per ora. Mai pretendere che ci sia fine al peggio! 😉
Scherzi a parte, è stata una bellissima giornata e il caldo patito è stato ben sotto le mie previsioni, senza contare che la poca affluenza ai luoghi turistici mi ha permesso di vedere tutto quello che era in programma con molta calma e senza essere disturbata dalla folla di turisti.

Prima di raccontarvi come ho scelto di immergermi nella vita di uno dei maggiori compositori di tutti i tempi, vi do qualche informazioni sul suo luogo natale.
Busseto è una città di circa settemila abitanti situata nella bassa parmense e costeggiata dal torrente Ongina. Il suo nome ha probabilmente origine dal latino buxetum o buxus, ovvero “bosco di bossi”. Parte del territorio cremonese dal 1100, nel XII secolo Busseto entra nel dominio della casata signorile dei Pallavicino, che vi dimoreranno per qualche decade. Nel 1587, poi, la città passa alla famiglia Farnese ed entra a far parte del Ducato di Parma, cui rimarrà soggetta fino alla formazione del Regno d’Italia. Qualche decennio prima, nel 1813, l’oste di una frazione della città annuncia la nascita di suo figlio Giuseppe, ignorando beatamente i doni che la natura gli aveva destinato.

Visitare Busseto è semplice e poco impegnativo, perché il costo dei biglietti delle attrazioni turistiche è contenuto e ci sono svariate tipologie di ticket cumulativi che vi permettono di risparmiare ancora qualcosa. Dati il tempo a disposizione e la temperatura, io e Pennylane on the Tube, mia fida compagna di gita, abbiamo scelto di visitare il Teatro Verdi, la Casa Museo Barezzi e la Casa Natale di Giuseppe Verdi (biglietto cumulativo: 10 € a testa).

Il Teatro Verdi è situato all’interno della Rocca Pallavicino ed è stato inaugurato nel 1868, senza che il Maestro a cui è stato dedicato vi mettesse mai piede. Dovete infatti sapere che il buon Giuseppe Verdi era dotato di un carattere testardo e tendeva a covare rancore contro chiunque gli portasse la minima offesa, motivo per il quale la sua relazione con gli abitanti della sua terra d’origine non fu sempre idilliaca. Per quanto riguarda il teatro, ad esempio, le cose andarono così.
L’idea di dedicare un teatro alla personalità musicale più di spicco di Busseto era nata attorno al 1845; Verdi non solo non era d’accordo, ma non voleva neppure donare del denaro per portare avanti la gloriosa opera. Dopo qualche tempo in cui, nonostante le sue numerose donazioni per i reduci di guerra e per i poveri bussetani, i suoi concittadini gli tennero il broncio, il Maestro si decise infine a donare una quota al comune, a patto che una minima parte di essa fosse utilizzata per il teatro e il resto per aiutare i bisognosi. Naturalmente avvenne l’esatto contrario e Verdi si arrabbiò molto, tanto che non solo non mise piede in teatro, ma prese l’abitudine di andare a curarsi alle terme di Tabiano durante tutta la stagione di attività del teatro. Buono come il pane, l’illustre signor Verdi!

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La sala del teatro e il palco, profondo 12 metri, perché costruito in un tempo in cui l’orchestra non suonava dalla “buca”, ma prendeva posto in scena.

Il teatro è piccolo, la sua massima capacità è di poco più di trecento persone, ma veramente ben curato e molto ben decorato. Il soffitto è affrescato con allegorie delle arti teatrali, mentre i palchi sono arricchiti da stucchi e applicazioni in cartapesta dorata, per mantenere un’acustica ottimale. Il ridotto e la sala fumatori, entrambi visitabili, conservano solo la pavimentazione originale, perché gli arredi sono stati rifatti seguendo lo stile dell’epoca, come vi farà sapere una gentile guida che vi porterà in giro per i vari ambienti per circa venti minuti.

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Antonio Barezzi

Dall’altra parte della piazza principale, proprio di fronte alla Rocca, trovate la Casa Museo Barezzi. Essa apparteneva ad Antonio Barezzi, ricco commerciante bussetano e primo mecenate di Giuseppe Verdi, cui era legato da un misto di ammirazione e di affetto sconfinati. Il primo piano della dimora si è oggi trasformato in un piccolo museo che raccoglie ritratti, lettere e immagini d’epoca relativi alla vita e alle opere di Giuseppe Verdi. Durante i sessanta minuti di visita – forse un po’ troppi, considerati gli effettivi metri quadri del museo – avrete l’occasione di esaminarli tutti e di imparare qualcosa di più sulla prima moglie di Verdi – Margherita Barezzi, la figlia di Antonio – e sulla seconda moglie, Giuseppina Strepponi, che non era ben vista dai bussetani (cosa che immancabilmente generò l’ennesimo cruccio mantenuto gelosamente vivo dal Maestro).

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La sala Barezzi, dove ancor oggi si tengono incontri musicali.

Se avete tempo e siete sufficientemente fortunati da trovarle entrambe aperte, di fianco alla Casa Barezzi ci sono due chiese che valgono la pena di essere viste, dedicate a San Bartolomeo e alla Santissima Trinità. In generale, questi piccoli paesini hanno sempre qualche meraviglia da scoprire, qualche curiosità, qualche tappa fuori dalle mappe e che merita di essere vista. Se avete tempo, quindi, vi consiglio una bella passeggiata per le stradine del centro.

A questo punto della giornata, io e la Penny avevamo un certo languorino, quindi ci siamo recate a Roncole Verdi (circa 4 chilometri di strada) e siamo andate a mangiare Alle Roncole, un grazioso ristorante con locanda (più info qui) a pochi passi dalla Casa Natale di Giuseppe Verdi. Il posto è molto accogliente, il cibo è buono, i prezzi non sono esosi ed esiste un vero e proprio menu dedicato ai celiaci, con piatti tipici della cucina della bassa.

Dopo esserci rifocillate, abbiamo intrapreso una curiosa visita alla casa natale del Cigno di Busseto. Dico curiosa, perché si tratta di un’esperienza interattiva con un tablet alla mano per le stanze della vecchia osteria di Carlo Verdi, ora ristrutturata. Gli arredi non sono più quelli originali e sono stati sostituiti, per così dire, da attrezzi di scena, che rendono l’esperienza meno realistica, ma permettono di girare attorno alle botti della cantina e sedere ai tavolacci della sala. Se in giro non c’è nessuno e siete dell’umore adatto, potete persino immaginare di essere circondati da altri avventori, qualcuno alticcio, qualche altro che propone al compagno, a metà tra un sussurro e un sibilo, un affare vantaggioso… voi invece volete solo che l’ostessa vi porti un po’ di polenta e pollo arrosto e vi versi altro vino nella ciotola e canticchiate tra voi un’arietta che vi è venuta in mente – Il giuoco ed il vino, le feste, la danza, battaglie, conviti, ben tutto gli sta…!

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Contrasto tra presente e passato su un tavolo di osteria. Non tutti sanno che tradizionalmente il vino veniva servito nelle ciotole e non nei bicchieri. Ci sono ancora alcune osterie e alcuni ristoranti che hanno mantenuto quest’uso.

Uscite da quest’ultima visita, è stato il momento di tornare alla rovente macchina (temperatura interna 48°C: in pratica è stata un’esperienza mistica!) e far vela verso casa, sperando nel temporalone che effettivamente ha rinfrescato l’aria in serata. 😀
Qualcuno di voi è già stato a Busseto? In caso contrario, e se ne avete la possibilità, andateci: il Maestro non la prenderebbe bene altrimenti. 😉

Libri di Giugno – Estate alle Porte

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thinkstock-katarzynabialasiewicz-readingMentre scrivo queste parole è in atto un temporale che ha poco dell’inizio del periodo estivo e tanto di uno sneak peak sul dietro le quinte del Diluvio Universale, ciò non toglie che giugno sia stato un mese caldo e decisamente soleggiato. Un mese perfetto per le letture all’aperto, splendido per cominciare qualche libro di avventura e in generale concentrarsi su volumi meno di concetto, perché inconsciamente o meno stiamo già pensando alle nostre agognate vacanze… Comprendo e condivido tutte queste emozioni, che hanno diretto i miei passi da lettrice verso pagine in gran parte leggere ed estremamente godibili. Diamoci un’occhiata!

Il Tulipano Nero, A. Dumas. Perché quando si parla di letture godibili non possiamo lasciare da parte il buon Alexandre! Il romanzo è ambientato nell’Olanda del Seicento (secolo caro all’autore, eh? ^^) e la vicenda ruota attorno alla storia di Cornelius Van Baerle, agricoltore specializzato in tulipani che riesce a selezionare il famoso tulipano nero, risultato per il quale è prevista la gloria imperitura e un premio di centomila fiorini. Peccato che un rivale voglia appropriarsi dei tre bulbi sperimentali e sia disposto a tutto per riuscirci, anche a incastrare Cornelius e farlo imprigionare a vita come traditore politico. Come nei più bei romanzi di avventura, però, non tutte le ciambelle riusciranno col buco e per il rivale di Cornelius non sarà affatto facile rubare il grande tulipano nero, mentre il protagonista potrebbe andare incontro a un destino inaspettato! Il Tulipano Nero mi è piaciuto molto, anche se non ai livelli, ad esempio, di I Tre Moschettieri o Il Conte di Montecristo. Manca, secondo me, quell’abilità di tracciare i contorni dei personaggi in modo che risultino estremamente realistici, nonché di una figura sufficientemente carismatica da gettare ombra su alcuni buchi di trama.

Racconti di Diavoli e Una Favola, R.L. Stevenson. Voi lo sapevate che Stevenson ha scritto dei racconti maledettamente stupendi? Io no – o meglio, sapevo che l’autore avesse scritto anche racconti, ma non che fossero così coinvolgenti -, finché non mi è stata regalata una copia di questo adorabile libretto targato ABEditore. Potete trovare una foto della copertina su Instagram: l’edizione è un gioiellino, curata in ogni minimo dettaglio e io l’amo pazzamente! Tornando ai racconti veri e propri, il volume ne raccoglie due – Markheim e Il Diavolo della Bottiglia – e una favola, Il Diavolo e l’Albergatore; essi dipingono altrettante figure diaboliche, a volte ironiche, a volte crudeli e altre insospettabilmente neutrali, ma tutte con una vividezza che vi catturerà.

Herland, C.P. Gilman. É la seconda opera della sociologa americana di cui vi ho parlato qui che leggo e credo si possa definire a metà tra un saggio breve e un racconti di avventura. “Herland” è traducibile come “la terra di lei” e si riferisce a una terra nascosta popolata esclusivamente da donne, che hanno imparato a riprodursi tramite la partenogenesi e hanno sviluppato una società molto evoluta coprendo interamente anche gli incarichi generalmente attribuiti al maschio. La storia è quella di tre amici che approdano in questa terra e vi vivono per circa due anni, assimilando la cultura di queste donne e nel contempo tentando di spiegare la loro, con risultati discutibili. L’idea per il libro è senza dubbio interessante anche oggi e deve essere stata rivoluzionaria nelle prime decadi del Novecento, ma confesso che mi aspettavo che il racconto – che sicuramente è solo un mezzo per veicolare alcune teorie della Gilman – fosse quantomeno portato a termine in modo decoroso e non tagliato bruscamente come accade alla fine del libro. Negli ultimi capitoli di Herland il desiderio dell’autrice di farla finita, giacché aveva detto tutto quello che voleva, è fin troppo evidente.

L’Avvelenatrice, A. Dumas. Altra piccola gemma di ABEditore, che mi da la possibilità di parlare di un Dumas diverso dall’immagine di autore dei grandi romanzi d’avventura con il quale lo identifichiamo. Prima di dedicarsi alle peripezie dei moschettieri di Sua Maestà o alla vendetta di Edmond Dantes, Dumas narrava di crimini violenti ed efferati spesso realmente accaduti, come nel caso della marchesa di Brinvilliers, che nella Francia del XVII secolo si diede da fare per sfoltire la sua famiglia. L’unico motivo per cui non ho letto L’Avvelenatrice tutto d’un fiato è che – ahimé – i clienti e l’attività rambica reclamavano la mia attenzione, ma il tono di cronaca misto all’usuale stile narrativo di Dumas mi ha conquistata subito!

 

La mia lista delle letture di giugno si conclude, quindi, con una bella storia di morti violente, per arrivare rilassati la mese che precede le sospiratissime vacanze. Devo darmi da fare per selezionare le letture di luglio! Voi cosa mi consigliate? 😉

La Strega e la Comunicazione Visiva

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“Vincolo d’unione”, M.C. Escher

Bentrovati, cari lettori!
A breve ripartirò con la pubblicazione dei post veri e propri, intanto qui sotto potete leggere una piccola comunicazione di servizio.

 

Dopo molte meditazioni in materia mi sono detta che non aveva senso rimuginarci ancora e dunque mi sono lanciata. Da oggi questo umile grimorio ha un account Instagram dedicato, su cui a breve compariranno degli scatti collegati o meno ai nuovi articoli di questo blog.

Io ci provo ad attuare una strategia di comunicazione visiva… voi, se vi va, potete seguire i miei progressi. 😉

Sineddoche Inglese

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Preparo una pargola al temuto esame di certificazione del livello B1 di conoscenza dell’Inglese (FCE). Ci concentriamo sulla fase di conversazione, che prevede che l’alunno sia in grado di descrivere due fotografie, cercando somiglianze e differenze, e che individui un tema ad esse comune su cui ergere un discorso di circa due minuti.

Le fotografie in oggetto sono quella di un giovane cameriere che serve ai tavoli di un caffè all’aperto e di un bagnino, il tema verte naturalmente sui lavori estivi.
La pargola mi descrive con un certo successo la foto con il cameriere, poi, passando a quella del bagnino…

Here we can see a baywatch…

 

D’altronde, se una casa si può indicare con il solo tetto, il bagnino si potrà ben nominare attraverso un telefilm degli anni Novanta!

Se una Pulce ruba la scena a Renzo e Lucia – I Promessi Sposi

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bannerGeneralmente ho un buon rapporto con il buon vecchio Alessandro Manzoni. Sarà che ho frequentato una scuola a lui intestata, sarà che l’Adelchi mi è sempre rimasto nel cuore, che quell’Ei fu mi è piaciuto fin da subito, ma sono riuscita a leggere e studiare (mai provato ad approcciarvi all’autore a cui la vostra scuola è intitolata? So vita, morte e miracoli di Alessandro ancora adesso!) con poca sofferenza anche il suo celeberrimo I Promessi Sposi. Negli anni, poi, vuoi per la nostalgia canaglia, vuoi per un pizzico di masochismo o perché io e le letture leggere abbiamo un relazione complicata, ho assistito a diverse rappresentazioni ispirate al primo romanzo moderno italiano. Spettacoli teatrali, letture, giochi di ruolo (non chiedete…) e musical, qualcuno più particolare di altro, ma mai, mai, strano come I Promessi Sposi di Michele Sinisi, in scena fino al 25 giugno al teatro Sala Fontana.

Che ha di strano questo Promessi Sposi?
La trama è esattamente la stessa, anzi, alcuni spezzoni sono proprio pari pari al romanzo, ma le scene e i personaggi sono stati rivisitati e rimaneggiati perché il loro collegamento con la società di oggi fosse il più duramente evidente possibile. Non solo, l’intera vicenda è raccontata e interpretata tramite allusioni, comparazioni, simboli e strategie metateatrali che non sempre sono comprensibili a prima vista, come nel caso della gigantesca riproduzione di una pulce che, a metà del secondo tempo, campeggia su una scena ferma e vuota e si lascia guardare dal pubblico per qualche interminabile minuto.

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Nella foto, un Bravo siede sull’impalcatura metallica che, mobile e smontabile, domina la scena. Il Bravo è un’ottimo cantante neomelodico. o_O

Come evincibile dalla foto qui sopra, i costumi non sono propriamente classici. ^^ Salvo alcune eccezioni, la maggioranza di essi è di stampo contemporaneo e presenta alcune scelte discutibili, come quella di dotare Lucia di una coroncina fosforescente e di un paio di rollerblade, sui quali sfreccia sul palco rischiando di rimanerci nubile e secca.

La fluidità della narrazione è tutta da imputare a un cast numeroso e composto da ottimi elementi, tra i quali lo stesso Sinisi, perché le diverse scene si succedono senza soluzione di continuità pur lasciando – le stesse sono diversissime! – lo spettatore alquanto spiazzato. Così, capita che un Rodrigo ballerino da discoteca (e di sesso femminile) ascolti volentieri la canzone neomelodica composta dal Griso sul passato di Fra’ Cristoforo, che Lucia diventi in un baleno la giovane Gertrude mentre la Monaca di Monza ripercorre la sua storia, che una lezione sulla Guerra dei Trent’anni diventi un’interrogazione in cui il professore viene a un certo punto contagiato dalla peste portata dalla famosa pulce… E non vi ho anticipato che un’unghia di quello che accade nelle due ore e venti minuti dello spettacolo, che non termina nemmeno dopo gli applausi finali, perché nell’ingresso – il teatro non ha confini! – è organizzata una bella festa di nozze per il lieto fine di Renzo e Lucia.

Per quanto spiazzante sia questa versione di I Promessi Sposi, per quanto non tutte le scelte di regia risultino comprensibili, io penso che si tratti di uno spettacolo da vedere, tanto per sperimentare cosa un vecchio classico ha ancora da dirci. What could possibly go wrong? 😉