Agosto da Oscar – Reading Challenge

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Siamo, signori, al quarantanovesimo libro letto dall’inizio dell’anno, con due volumi di vantaggio rispetto al passo che dovrei tenere per concludere in tempo la sfida di lettura. Potrebbe andare peggio. ^^

Agosto, mese solitamente critico per quanto riguarda la lettura, è stato invece di grande ripresa, soprattutto a causa dei libri decisamente di alta qualità che mi sono passati fra le mani.
Sono partita per il mare con l’intenzione di non portarmi libri in spiaggia, di andarci piano con la lettura, insomma, che vacanza è vacanza da tutto. Penso mi sia riuscito per le prime 48 ore, poi ho gettato la spugna e ho anche assaltato una bancarella che vendeva libri in spiaggia… Non che non fosse prevedibile: tu, venditore, ti piazzi proprio di fronte a me con i tuoi libri? Allora te la stai cercando!
La seconda metà di agosto mi ha invece vista nuovamente in compagnia del mio amico Oscar (Wilde), che io adoro in ogni sua sfumatura – e, se non avete letto nulla di suo oltre agli Aforismi e a Il Ritratto di Dorian Gray, allora non lo conoscete affatto. Wilde è parola, è armonia di suoni e immagini, è la bellezza, lo spirito esotico, la cupezza, l’ironia più brillante e il sarcasmo più amaro. Oscar è un intero universo, insomma, che molti purtroppo lasciano inesplorato.

Ma torniamo ai libri di questo mese.
Five Quarters of the Orange, J. Harris. Joanne Harris che sto rivalutando moltissimo! Dopo aver letto The Gospel of Loki, in inverno, e averlo trovato assolutamente splendido, mi sono buttata in questo romanzo che con la mitologia ha pochissimo a che fare, ma che mantiene la fluidità narrativa caratteristica dell’autrice. Ho apprezzato davvero molto il gioco di flashback su cui si regge l’intreccio narrativo.
High-Rise, J.G. Ballard. Divorato in dieci ore. Signori, è il miglior libro di Ballard che io abbia mai letto, è straordinario (e inquietante)!! Leggetelo!!!!
Colosseum, S. Sarasso. Mah, ho letto romanzi storici migliori. Non amo molto il linguaggio eccessivamente crudo di Sarasso, ma ammetto che ha una sua fluidità.
The Canterville Ghost, O. Wilde. Una splendida commistione di commedia, ironia e dramma in puro stile Wilde.
The Happy Prince, O. Wilde. Qui, invece, c’è il dramma puro. Per quanto il racconto sia incentrato sul cuore d’oro del principe felice, io trovo che sia di un’amarezza e una tristezza infinite. Bellissimo, però.
The Fisherman and His Soul, O. Wilde. Questo è esotismo puro, è fiaba, magia. Con il sapore delle mandorle amare.

E ci stiamo avviando verso le letture d’autunno… Avete dei suggerimenti che ben s’accostano alla caduta delle foglie? ;)

Formiconi e Locomotive Giganti. Ant-Man

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Io penso che mi stancherò prima io di andare a vedere i film Marvel che loro di produrli…

Ultimo arrivato dall’universo fumettistico più conosciuto di sempre è Ant-Man, altrimenti detto l’Uomo Formica, per la regia di P. Reed.

Il film ha un cast di tutto rispetto.
Paul Rudd – non so voi, ma io non lo vedevo dal ’95/96 – è il simpatico eroe lillipuziano che fa amicizia con le formiche, Evangeline Lilly ha smesso i panni dell’elfa Tauriel per indossare quelli di Hope Van Dyne, il cattivone è Corey Stoll, che abbiamo già visto nella prima stagione di House of Cards (e che non fa una fine migliore). Micheal Douglas, evidentemente contagiato da Redford, è Hank Pym (non lasciate mai che vi offra dello zucchero). Mannaggia, il film non era in lingua originale.

Ho trovato particolarmente gradevoli gli scambi di battute, frizzanti e leggeri come solo in una caciaronata americana, e le scene di combattimento che, grazie ai vari cambi di dimensioni, risultano originali e fresche.

Tra una formica gigante che si nutre di polpettone e una gigantesca locomotiva di un trenino per bambini, ho trovato Ant-Man particolarmente leggero, perfetto per una serata senza impegno e sicuramente lontano dalla profondità che è stata conferita agli altri film della collana, Guardiani della Galassia esclusi (diamine, lì c’erano pur sempre una gigantesca pianta d’appartamento ballerina e un procione con un mitra!), senza però raggiungere l’estrosità di quest’ultimo e quindi rimanendo un po’ banalotto per i miei gusti.
Chissà se con il secondo capitolo e l’introduzione di nuovi, mirabolanti uomini insetto, L’Uomo Formica riuscirà a risollevarsi?

Mission Impossible…5: ma quando sono usciti il 3 e il 4??!

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Ricordatelo sempre: un Rambo annoiato è un Rambo pericoloso.
Ho documentato più di una volta quello che succede quando il mio rambico e annoiato genitore sceglie il film da andare a vedere al cinema, ma questa volta sono stata salvata dal signor Hunt, che ha ben deciso di uscire con il quinto (…ho chiaramente avuto un vuoto di memoria dopo il numero due) capitolo delle sue avventure in periodo vacanziero, giusto prima dell’apertura dell’attività rambica.

E’ così che, in una freschina serata di un weekend tardoestivo, mi sono recata con Rambo e la Genitrice ha vedere Mission: Impossible – Rogue Nation, diretto da Christopher McQuarrie. Non l’ho neanche trovato così male.

La trama non è particolarmente complicata – risulta molto più intuibile dei capitoli uno e due, per intenderci – e la pellicola punta, neanche a dirlo, quasi completamente sulle scene d’azione, che sono poi il marchio di fabbrica di Ethan Hunt. Niente di profondo e riflessivo, dunque: un perfetto film per una serata estiva.
Nel cast segnaliamo un Tom Cruise/E. Hunt che si tiene sorprendentemente bene e che, come è oramai noto anche ai pesci rossi, visto che è stato sbandierato ai quattro venti, anche stavolta ha insistito per lavorare quanto più possibile senza controfigura. Si è fatto pure appendere a un aereo in decollo, il signor Scientology, incurante dei suoi cinquant’anni! Nonostante tutto quello che si può dire di lui, è sempre piacevole rivedere Tom sullo schermo, anche se non capisco perché si ostini ad accettare solo film d’azione: era un gran bravo attore in passato, sapete? E suppongo che lo sia anche ora.
Il cattivone di turno è interpretato da Sean Harris (che rivedremo anche in Macbeth al fianco di Michael Fassbender, io già non vedo l’ora), affiancato da quella che i giornali osannano come la futura diva di Hollywood, Rebecca Ferguson (a me è sembrata scialbetta. Bella, eh! Ma che vuoi osannare in un ruolo come il suo?). A completare la squadra dell’IMF ci sono Simon Pegg, Ving Rhames e Jeremy Renner, che ormai è peggio del prezzemolo, si trova ovunque!

Gli effetti speciali sono ovviamente degni della perizia di Ethan Hunt e compagni, non c’è nulla di assolutamente nuovo o sconcertante, ma è tutto godibile. Menzione a parte meritano i costumi della Ferguson, che in una scena indossa uno splendido vestito giallo e ha sempre delle scarpe stupende (scusate, è la Strega modaiola che è in me). Insomma, promuoviamo il signor Hunt anche stavolta! ;)

Ciò che invece è difficile non criticare è il protocollo di proiezione dei cinema di circuito UCI, che ultimamente perde qualità a vista d’occhio.
Non solo il biglietto intero, stampato anche a mo’ di scontrino, ora costa la bellezza di 9,20 €, ma i minuti di pubblicità prima del film si avvicinano a quaranta – in pratica, una sequela infinita di trailer e spot che gettano lo spettatore in uno stato di prostrazione completa al termine del quale qualsiasi film può essere accolto con sollievo – e, siccome evidentemente non sono abbastanza, è anche inserito un intervallo di cinque minuti. Ma mica alla conclusione di una scena, eh! No, dove capita, anche ad interrompere un dialogo o, nel caso del film di questo weekend, una scena d’azione. Due sere fa Tom Cruise mi è rimasto in apnea per 7’30”.

Signori dell’UCI, salvate un attore anziano: rimuovete gli intervalli dalla proiezione dei film!

L’Enigma che un po’ perplime e un po’ affascina

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“Many Times”, J. Munoz

Proseguendo sul viale estivo del Facciamoci Una Cultura, ieri sono entrata all’Hangar Bicocca per le mostre correntemente ospitate: “Double Bind & Around”, di Juan Munoz e “Casino”, di Damian Ortega. Più info qui e qui.
Premetto che il target della mia mattinata culturale era, in realtà, la sola mostra di Munoz, di cui mi affascinavano le sculture, ma anche la visita alle opere proposte di Ortega è stata curiosa.

Sia Munoz che Ortega sono due artisti messicani contemporanei (Munoz è morto nei primi anni 2000), che però hanno trovato modi diversissimi di rapportarsi alla realtà e all’arte.
Ortega analizza il rapporto tra l’uomo e gli utensili – che non solo lo definiscono, ma diventano parte della mitologia moderna – e quello con lo spazio (vedasi Controller of the Universe, che sicuramente colpisce, ma anche le tre opere che compongono The Beetle Trilogy, che hanno per soggetto un maggiolino bianco della Volkswagen). Ammetto che comprendere e apprezzare la sua arte mi è risultato ostico: inutile dire che ho trovato il maggiolino esploso di Cosmic Thing più che degno di nota e che il resto dei pezzi in esposizione mi ha strappato un sorriso o due, ma non sono riuscita a varcare la freddezza che mi pare permei i lavori di Ortega, freddezza che per quanto mi riguarda si traduce in enigmaticità.

“Controller of the Universe”, D. Ortega

E’ un peccato che uno spazio così ben utilizzato come quello dell’Hangar non sia riuscito a fare un po’ più di chiarezza sul titolo e sul significato delle opere esposte: nella mostra di Ortega i cartellini erano minimali e attaccati al muro, spesso molto distanti dalle opere a cui si riferivano, e tra i custodi erano pochi quelli a cui si poteva fare una domanda pertinente all’artista e ai suoi lavori sperando di ottenere una risposta.

Double Bind & Around riflette la percezione di Munoz, che rimette l’uomo al centro dell’opera d’arte.
Le sue opere giocano sul senso di straniamento tra lo spettatore e i suoi soggetti. Fa uno strano effetto avere la possibilità di girare attorno e in mezzo alle opere dell’artista – i maggiori pezzi consistono in gruppi di sculture umane impegnate in interazioni – e sentirsi comunque esclusi da esse: è come se i fruitori della mostra si trovassero in una dimensione differente rispetto agli uomini di Munoz, dalla quale hanno la possibilità di vedere quest’ultimi, senza però essere visti a loro volta; eppure, permane la sensazione che la statua a noi più vicina stia proprio per voltarsi verso di noi e muovere qualche passo… il che è inquietante, ma fortunatamente impossibile. :)

Ho scoperto solo a fine mostra che il titolo è preso dalla più grande installazione di Munoz, Double Bind appunto, che si svolge su tre diversi piani distinti, collegati tra loro da due ascensori vuoti che salgono e scendono incessantemente e che mi ha lasciato un po’ perplessa, probabilmente perché le indicazioni su come fruire dell’opera non erano sufficientemente chiare. Anche in questo caso, come per la mostra di Ortega, erano presenti delle guide pubbliche in incognito (intuizione maturata in seguito) che avrebbero dovuto aiutare lo spettatore a comprendere le installazioni… posto che lo spettatore fosse cosciente della loro presenza. L’idea di un aiuto personalizzato è ottima, ma forse un approccio più attivo al fruitore sarebbe da perseguire (o almeno date a quei poveri ragazzi delle magliette, delle pettorine, qualcosa che li identifichi!)

Piccoli difetti a parte, la mia prima volta all’Hangar è stata comunque un’esperienza interessante, di cui probabilmente devo ancora digerire qualcosa. Se tutto fosse immediatamente comprensibile, dove starebbe il suo fascino?

La Storia dello Spinosauro

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Come di certo avrete intuito, la scelta per la tradizionale Mostra da Ritorno dalle Vacanze è caduta su Spinosaurus – Il Gigante Perduto del Cretaceo, ospitata nello splendido Palazzo Dugnani, all’interno dei Giardini I. Montanelli, a Milano (info).

La mostra è organizzata in più sale, con una predominanza degli schermi, che riproducono degli spezzoni di un documentario dello sponsor National Geographic sul signor Spinosauro, rispetto ai classici pannelli esplicativi, il che col senno di poi non è stata una pessima idea, considerando la povera traduzione italiana delle spiegazioni… Il dizionario non morde, signori, e un compendio di anatomia nemmeno.
Tolto questo piccolo particolare, però, la mostra mi ha lasciato decisamente soddisfatta, non tanto per la quantità di informazioni date, che effettivamente risultano diluite rispetto alla quantità di sale utilizzate, ma per la sua organizzazione.

Più che informare il visitatore, Spinosaurus racconta una storia, quella cominciata con la scoperta di Ernst Stromer all’inizio del Novecento e continuata fino a ieri. Una storia di scoperte sensazionali, grandi intuizioni, perdite disastrose e ritrovamenti miracolosi, il tutto in salsa romantico-epicheggiante – decisamente american style -, ma senza risultare melenso. Gli organizzatori dello spazio espositivo hanno saputo sfruttare il tono narrativo della mostra e hanno costruito delle piccole location, al posto che arredare sale; si passa quindi da un polveroso studio con le finestre che si affacciano sulla Monaco degli Anni Venti, ad un suk marocchino, sfilando accanto alle macerie dei bombardamenti del 1944, fino ad arrivare al pezzo forte della mostra: la ricostruzione dello scheletro dello Spinosaurus a grandezza naturale. In pratica, un lucertolone di quindici metri di lunghezza, con una bella cresta vertebrale e dei dentini da fare spavento, inserito, qui a Milano, in una sala con ampi finestroni, che fa quasi fatica a contenerlo.

Già che ci sono, spendo due parole sulla sede italiana della mostra.
Palazzo Dugnani è una splendida residenza settecentesca nel cuore di Milano, passata di mano nel corso del secolo a tre diverse famiglie nobiliari, tutte ben decise a lasciare il loro segno sulla struttura. Colpisce lo scalone d’ingresso e gli affreschi sui soffitti (sì, anche quelli delle sale in cui c’è la mostra. Putti, Dei e angeli che guardano fossili e ricostruzioni di giganteschi pescioni: un’esperienza surreale), ma mai quanto la m e r a v i g l i o s a sala da ballo completamente affrescata da Tiepolo con scene della vita di Scipione, in un tripudio di architetture dipinte trompe l’oeil e figure storiche e mitologiche. Se ci andate (uscite dalla mostra direttamente sulla sala da ballo), cercate di resistere alla tentazione di sdraiarvi sul pavimento per ammirare meglio il soffitto, eh?

Tornando all’esposizione, ho apprezzato il fatto che fare foto non fosse vietato, a patto di non utilizzare il flash: oramai è impensabile allestire una mostra senza considerare il desiderio dei fruitori di condividere la loro esperienza sui social network (d’accordo, a volte condividono troppo e non ricordano nulla) e la pubblicità che conseguentemente ne deriva. In fondo, se qualcuno è appassionato di lucertoloni et similia, non si accontenterà mai di guardare un paio di foto sfuocate, invece di pagare il biglietto per assistere alla mostra, no?

Di Ritorno

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Ebbene, signori, sì: ieri mattina alle ore dieci la qui scrivente Strega rientrava nella sua amata Milano, con il cuore che cantava O Mia Bela Madunina a squarciagola.

Tutto sommato, sono state delle vacanze estive soddisfacenti: il luogo prescelto era l’ideale per staccare dalla caotica vita milanese, non fosse stato per i romani che anche quest’anno hanno deciso di circondare il rambico ombrellone, intervallati da una famiglia toscana, così da mescolare ben bene gli accenti e fondere i timpani alla sottoscritta… Ma bello, eh! Che dire poi dell’effetto visivo che producono una ventina di costumi succinti indossati da uomini e donne più o meno (tanto meno) in forma, in uno sfarfallio di paillettes e tessuti leopardati e pitonati che rilucevano al caldo sole agostano? Ditelo, che volete sapere dove sono stata esattamente in vacanza. :D

I clienti si sono fatti sentire di rado, il primo per dirmi, alle sette del mattino, che mi chiamava nonostante avesse ricevuto il messaggio di risposta automatica che avvisava delle mie ferie, perché <<non si sa mai, qualcosa poteva essere andato male>>. Il secondo e fortunatamente ultimo cliente a disturbarmi nei quindici giorni di ferie che ho osato prendermi, invece, era completamente ignaro delle mie vacanze, ma questo non l’ha comunque fermato: avendo saputo che mi trovavo fuori Milano, l’irriducibile mi ha chiesto se comunque potevo farcela ad incontrarlo in centro la mattina seguente, per un preventivo. Lascio che la vostra creatività si scateni nell’immaginare la mia risposta.

Chiedete degli aneddoti sulla mia vita da spiaggia?
E’ probabile che ce ne saranno, ma non stasera: ho promesso l’anteprima ad un paio di amici e, mea culpa, sto scrivendo mentre seguo la partita del Milan: non riuscirei a rendere giustizia alla marmaglia di incredibili imbecilli che ho avuto la fortuna di incontrare durante le mie vacanze.
Vi lascio comunque un teaser, giusto per farvi stare un po’ sulle spine.

Porthos
Aramis

Il Risveglio Muscolare Zumbato
SeaYoga

Il Cacciatore di Meduse

Il Fan dei Karateki
L’Uomo Tatuato
Er Piacione.

Scatenatevi. ;)

Settimo mese dell’anno, 60% – Reading Challenge

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Alla sfida di lettura dell’anno scorso ho aggiunto dodici libri, un libro in più al mese, ma si fanno sentire, eh!
Ad ogni modo, nell’ultimo giorno (negli ultimi giorni: questo post è programmato, l’ho scritto qualche giorno fa) del mese di luglio, sono stabile sul 60% di libri letti (me ne mancano ventinove), con un margine di tre tomi che devo farmi fruttare meglio dei cinque o sei che avevo l’anno scorso al momento della mia partenza.

Ebbene sì, signori, la Strega va in vacanza! Indi per cui, il blog chiude per una quindicina di giorni (Twitter no: non riuscirei a stare senza Twitter!), in cui si spera che il suo proprietario ricaricherà le batterie. Non appena di nuovo a MaduninaLand provvederò ad aggiornare il blog con tutte le interessanti peripezie da me (sicuramente: è inevitabile come le maree, o il cambio delle stagioni) affrontate durante la trasferta marina. Ma, prima dei saluti, diamo un’occhiata ai libri di luglio.

“Il Conte di Montecristo”, A. Dumas. Va beh, ho già scritto tutto qui. Io adoro il buon vecchio Alexandre, lo adoro!
“The Complete Poems”, W. Blake. Ehm… Questa è un’estate all’insegna della poesia. Blake mi è straordinariamente di conforto nei periodi di blocco.
“Cassandra al matrimonio”, D. Baker. Non conoscevo questa scrittrice americana e chiaramente era una mancanza mia. Questo romanzo è piuttosto agile e scritto con una fluidità meravigliosa. In più, i personaggi sono straordinariamente vividi.
“Tristan”, T. Mann. Ogni tanto rileggo anche le opere di Mann, che riservano sorprese anche quando si pensa di conoscerle a fondo. Tristano è un racconto breve, molto suggestivo, da ascoltare possibilmente con le note di Wagner in sottofondo. Non ve ne pentirete.
“L’amicizia”, M.T. Cicerone. Inseguivo questo trattato praticamente dal liceo, ma per un motivo o per l’altro non sono mai riuscita ad averlo tra le mie grinfie fino ad oggi. E’… diverso da come me lo aspettavo, migliore, con meno slanci emotivi e più sostanza. Cicerone offre una descrizione del rapporto amicale indubbiamente figlia del suo tempo, con meno sfumature rispetto a quelle che siamo abituati a percepire noi, ma gran parte delle sue osservazioni sono ancora applicabili.

Ebbene, questo è quanto, signori, ora devo proprio partire.
Ci si rivede in giro, eh! ;)
Buone vacanze!

Blocco del Blogger, dello Scrittore e pure del Ghostwriter

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I miei lettori (se ce ne sono), che sono certamente all’altezza di Sherlock Holmes nel suo periodo più acuto, avranno già intuito che la sottoscritta si trova in un periodo di blocco dal semplice ma chiaro indizio che non pubblico un post da più di dieci giorni. In effetti, sto passando un periodo di blocco del blogger piuttosto ostico e non avete idea di quanta fatica mi stia costando riempire il foglio di testo con queste poche righe.

Perché, mi chiedete (oppure lo chiedete agli Dei, modello invocazione dell’Apocalisse Divino?)?
Il fatto è che il blocco di cui sopra si è ahimè esteso ad altri campi della vita stregata, evolvendosi in un blocco dello scrittore alquanto preoccupante e in un blocco del ghostwriter che si rivela generatore di ancora più problematiche. Speriamo che non mi venga anche il blocco del traduttore, altrimenti finisco sul lastrico. :P

L’origine di tutto, temo, è da ricercare nella noia dei compiti estivi e nel periodo di afa, che mi ha privata dei clienti più succosi e mi ha impedito di registrare le uscite dei miei pargoli nelle dovute maniere. A ciò si è aggiunto un progetto di ghostwriting particolarmente difficile, perché si discosta dalla mia generale percezione del mondo e perché… beh, non posso rivelarvi nulla riguardo al cliente, ma diciamo che se le persone pensassero a leggere qualche libro, prima di provare a scriverne uno, sarebbe una cosa buona e giusta (e risparmierebbe a me tanti dolori). Ultimamente, il blocco del ghostwriter si è acutizzato, gettandomi nella più cupa disperazione e creando un circolo vizioso di blocchi (blogger-scrittore-ghostwriter) da cui trovo difficoltà ad uscire, ma che DEVO superare, altrimenti verrò mangiata viva.

Da qui, le parole che sto infilando una dopo l’altra in questo post senza senso, pensando che a breve sarà il momento di chiudere baracca e burattini per qualche giorno e partire alla volta del mare. Sperando di schivare balere itineranti, vicini d’ombrellone curiosi et similia.
Il blocco del blogger mi rende curiosamente ottimista. ;)

Sogno e Razionalità – Leonardo Da Vinci 1452 – 1519

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 In extremis, sono riuscita a vedere la mostra ospitata a Palazzo Reale su Leonardo da Vinci (Leonardo Da Vinci 1452 – 1519, appunto).

Partiamo col dire che è veramente molto bella.
Le opere sono installate in un contesto di toni grigi, tendenti all’oscuro, e illuminate da faretti; alcune sedie e un paio di panche in plastica trasparente sono disposti nelle sale ad uso dei visitatori, anche se, vista la dimensione spesso ridotta dei numerosi schizzi e disegni, sedersi equivale a non essere in grado di apprezzare quasi nulla. Il tutto risulta comunque semplice e elegante.

La mostra è organizzata in dodici sezioni tematiche, per un tempo di percorrenza media di circa un’ora e mezza (se evitate di sdilinguirvi su ogni linea di Leonardo come è successo a me, almeno), che coprono praticamente ogni campo del sapere esplorato da Leonardo Da Vinci.
La prima sezione riguarda non a caso il disegno, di cui – e chi non lo sa?? – Leonardo è maestro forse più che della pittura. Potreste rischiare di perdervi tra panneggi, splendidi volti di donna, mani affusolate e sorrisi misteriosi molto prima di arrivare ad ammirare le opere celebri esposte, tra cui il Ritratto di Donna (che è anche l’immagine di locandina della mostra) o la Vergine dell’Annunciazione.
In mostra sono poi presenti anche diverse opere di altri pittori più o meno collegati a Leonardo, tra cui la strepitosa Fortezza di Botticelli e un busto (La Dama col Mazzolino) di Verrocchio che mi rimanda prepotentemente alla leggenda di Pigmalione.

Il volto di Leda, uno studio per un dipinto sfortunatamente andato perduto. Non è assolutamente meraviglioso?

E’ straordinario ed emozionante avere la possibilità di sostare a pochi centimetri da semplici fogli di carta con qualche tratto a matita o penna, che però risalgono a cinque secoli fa e che sono appartenuti nientemeno che a una delle figure più geniali della storia dell’umanità! Il solo immaginare un ideale Leonardo – giovane o vecchio, ma di sicuro con le sopracciglia aggrottate e gli occhi penetranti, le mani nervose strette attorno allo stilo – intento a rendere con poche linee il volto di un passante per le vie di Firenze o Milano, ma anche i suoi pensieri e le sue emozioni (perché questo è il grande talento di quest’uomo! Il saper rendere l’intero animo umano nell’espressione di un volto, nel moto di una mano) crea un forte senso di straniamento con la realtà che sappiamo di vivere.

Ho apprezzato particolarmente le sale dedicate alla pura opera pittorica, con gli studi e i dipinti, e meno quelle sulla progettazione e sulle invenzioni, probabilmente perché erano meglio rappresentate in una mostra interattiva che ho visto in precedenza, anche se naturalmente anche queste ultime sono necessarie per rendere la complessità del pensiero del pittore, scultore, ingegnere, musico e inventore toscano, secondo cui tutte le scienze e la Natura sono collegate. Particolarmente curiosa in questo senso è l’associazione che Leonardo fa a margine di uno dei suoi schizzi sul movimento delle acque, comparandolo a quello dei capelli; era ancora perplessa su questo punto, quando mi sono voltata verso l’opera successiva e sono stata colpita dal malizioso sorriso di San Giovanni Battista, che emerge dal buio con i suoi riccioli liquidi, il volto efebico e quella mano così ben fatta con l’indice che indica l’alto. Una piacevolissima sorpresa.

Dopo aver passato il tempo necessario (tanto) davanti a San Girolamo, Giovanni Battista, per non parlare di un magnifico schizzo di Ercole preso di spalle davanti al Leone di Nemea, aver abilmente schivato due turisti inglesi, una famiglia americana e due amici francesi ed essermi innamorata del volto di Leda, per poi rimanere decisamente frustrata davanti alla copia dagli Uffizi del dipinto perduto che pure la guida definisce di qualità, sono uscita al torrido clima estivo milanese piacevolmente soddisfatta e quasi con il desiderio di rifare il percorso della mostra da capo. Chiaro segno della sua buona riuscita, anche se viene da un’ammiratrice del Genio da Vinci come la sottoscritta. ;)

Di Sinbad il Marinaio, del Signor Zaccone, Di Don Busoni… Insomma, Del Conte di Montecristo.

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Comincio con una breve premessa. Scrivere un post su un romanzo come Il Conte di Montecristo è come fare un riassunto, che so, della Divina Commedia. Come fai a commentare una storia così ricca di sottotrame, di particolari, di sentimenti? Come può venirne fuori un articolo degno di questo nome?
Tuttavia, eccomi a scrivere queste due righe, consapevole del mio prossimo fallimento, perché Il Conte di Montecristo è uno dei miei romanzi preferiti, perché ne amo quasi ogni singola pagina e non sono indifferente a nessuno di quei personaggi che il buon Dumas inserisce a decine in ogni capitolo.

Dunque, da dove cominciamo?
La trama del romanzo credo sia più o meno nota a tutti, dato che nel tempo sono stati girati innumerevoli film e sceneggiati (bellino quello con Depardieu) che vi si ispiravano e che però non riuscivano a coprire la complessità dell’intera vicenda, né a rendere la tridimensionalità dei personaggi coinvolti.
Diciamo che Edmond Dantes è un bravo giovane affettuoso e un po’ (tanto) tordo, innamorato, ricambiato, della bella Mercedes e che non vede che le sue fortune possono essere l’oggetto dell’invidia di molti. Per questo, finisce in prigione come conseguenza delle azioni di un gruppo di uomini più o meno interessati alla sua disfatta, due dei quali lui crede amici. Dantes rimane in prigione per più di una decina d’anni, nella più cupa disperazione e accarezzando l’idea del suicidio, fino a quando non conosce un altro prigioniero, Faria, un intellettuale imprigionato per reati politici, che non solo gli insegna tutto ciò che sa, ma lo aiuta anche a comprendere finalmente il motivo per cui ora si trova relegato in carcere. Dopo una provvidenziale svolta del destino, Edmond riesce ad evadere e scopre che tutti coloro che hanno partecipato alla sua disfatta hanno fatto fortuna, che il suo amato padre è morto di stenti aspettando il suo ritorno e che persino Mercedes ha tradito la sua memoria sposando proprio l’uomo che l’ha denunciato alla giustizia. Giura quindi di vendicarsi e per farlo rinviene uno straordinario tesoro sull’isola di Montecristo, di cui Faria era l’unico depositario… Il resto del romanzo ci vede seguire il protagonista nello sviluppo del suo machiavellico piano di vendetta, che non ha nulla a che vedere, credetemi, con quello che avete letto o visto finora.

Una trama così densa deve essere sostenuta da due cose: un’ottimo stile narrativo e dei personaggi degni di questo nome.
Per quanto riguarda lo stile, quello di Dumas è uno dei migliori che io abbia mai incontrato: è fluido, mantiene sempre un buon ritmo narrativo, sa veicolare ironia quando serve e, al contempo, la più vivida rabbia. I personaggi sono, come ho già scritto, caratterizzati in modo così preciso e in così poche linee descrittive, che sembra davvero che siano reali più che frutto di fantasia.
Edmond Dantes compie un’evoluzione straordinaria dalla prime pagine del romanzo alle ultime: da giovane uomo ingenuo e capace di provare i più puri e amabili sentimenti – risultando, tra l’altro, anche un po’ bidimensionale, proprio come tante persone che abbiamo la fortuna di incontrare ogni giorno – diventa un uomo scaltro, forte, dotato di un’intelligenza vivissima e pronta e un bagaglio di conoscenza senza limiti e, soprattutto, animato da un’energia, da uno spirito e da una volontà che lo rendono assolutamente inconfondibile. Lo spettro emozionale di Edmond si allarga, nella sua maturità è in grado di provare anche la più fredda furia e il disprezzo più assoluto, il che lo rende paradossalmente in grado di amare con più intensità le poche persone che lo meritano.
Mercedes è un personaggio che ho sempre odiato, non tanto perché decide di sposare Fernand, ma perché la trovo scialba, troppo buona e umile anche nella sua colpa. Ciononostante, è un personaggio molto moderno nelle sue scelte, così moderno che non c’è una riproduzione del romanzo che a) non giustifichi il suo tradimento con qualche stratagemma totalmente estraneo alla vicenda vera e b) non la faccia tornare, ad un certo punto, assieme ad Edmond, come se nemmeno chi si avvicina alla storia dopo oltre un secolo dalla sua creazione sia in grado di digerirlo completamente. E forse non ci riesce lo stesso Dumas, dato che nelle ultime pagine, pur concedendo ai lettori, ancora traumatizzati per un suo ultimo atto di puro egoismo, sembra voler legittimare la povera Mercedes, pur attribuendole una sorta di punizione per le sue azioni.
Non posso parlarvi di nessun altro personaggio senza rischiare di fare degli spoiler, quindi mi accontento di dirvi che verrete catturati dalla diligenza di Bertuccio, Baptistin e Alì, che guarderete a Haydé con occhio benevolo, che tiferete per Maximillien, anche se Valentine vi risulterà vagamente indigesta e che preferirete senza dubbio Villefort padre che figlio. Nella lettura, compariranno anche briganti, contrabbandieri, marinai, un re, la bella società di Parigi e quant’altro. Tanto per non farvi annoiare, assisterete ad una ottocentesca cena con delitto, ad un ballo estivo, a svariate serate a teatro, ad un duello, ad un’imboscata, al ritorno di un vascello fantasma… Insomma, avete capito che ne Il Conte di Montecristo vi attende un universo intero. ;)

Concludo queste breve e indegna analisi del romanzo con un paragone che mi capita sempre di fare tra esso e un altro capolavoro del mio amico Alexandre, che tra l’altro mi è quasi altrettanto caro: I Tre Moschettieri.
E’ curioso – o, almeno, io trovo che lo sia particolarmente – che due romanzi così differenti e scritti dallo stesso autore trattino tematiche simili in modo sì diverso, ma paragonabile. O forse sono io che, mentre leggo uno di questi due libri, non posso non pensare anche all’altro. :)
Prendiamo ad esempio uno dei temi portanti delle vicende di Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan: l’amicizia. Il sentimento che lega i moschettieri, forte, puro e impermeabile a qualsiasi sorta di gelosia e tradimento, diventa, nella storia di Edmond Dantes, il punto di inizio di tutte le sventure del personaggio. Edmond viene tradito da chi considera amico e più avanti si fa amico chi intende ferire, quando spesso è appoggiandosi uno all’altro che gli impavidi uomini di Re Luigi riescono a compiere le loro missioni. Ancora più curiosamente, all’inizio della sua storia Dantes è un giovane d’Artagnan, per così dire, anche se non altrettanto fortunato (perché, diciamocelo, il novello moschettiere del Re ha dei fondelli biblici!), che si trasforma in un Richelieu fatto e finito, privo anche dell’ideale della patria che animava il buon cardinale. L’allegra guasconeria dei Tre Moschettieri si contrappone alla cupezza e alla drammaticità del Conte di Montecristo, ma lo stile narrativo rimane miracolosamente lo stesso. E’ sempre Alexandre Dumas, il buon vecchio narratore che somiglia tanto a Porthos, a raccontarci una delle sue storie per farci volare con la fantasia.
Verrebbe quasi da fargli un brindisi.