Afonie Stregate

Tag

original

No, una piovra con un trucco molto carico e i capelli biondo platino non c’entra nulla questa volta, la Strega si è semplicemente presa un colpo d’aria e letteralmente dalla sera alla mattina è rimasta senza voce. Ariel, fammi spazio.

Considerato che gran parte del lavoro – o meglio, dei lavori – stregoneschi implica l’utilizzo della parola come forma espressiva e comunicativa, questa mattina mi sono subito adoperata per andare a comprare il necessario per ritrovare la voce.

original1

Ehm… no. In questo caso non si tratta di un nordico e giovane lupo di mare.

Dopo una veloce visita dalla dottoressa per la prescrizione, mi reco dunque in farmacia, muta, con gli occhi lacrimanti e i capelli in disordine modello casalinga disperata.

Prendo il numerino sorridendo – non potendo salutare – ai vecchietti che a metà mattina affollano il luogo in cui tutti i propri risparmi sembrano svanire come neve al sole (la farmacia, appunto) e aspetto il mio turno, che giunge in tempi insospettabilmente brevi.

Mi reco alla postazione di un giovane farmacista, che mi sorride e mi chiede cosa desidero, al che io mi sforzo il più possibile per emettere un filo di voce per scusarmi della mia condizione. Tiro fuori il foglio della dottoressa, su cui campeggia la scritta AFONIA proprio sopra la prescrizione del farmaco desiderato. Lui:

“Sì, ma tiri fuori la voce! Non c’è ragione di essere timida.”

Ecco, sì, se fossi in grado di tirare fuori la voce probabilmente non mi troverei nella situazione di dover spiegare a gesti la mia condizione, ma sorvoliamo. Il farmacista sembra aver inteso. Ed è qui, a un passo dal raggiungimento del mio scopo, che insorge un altro problema.

“Senta, ma la Sua tosse è secca o grassa?”

Io non ho la tosse. Sono afona. Mimo di nuovo e indico il foglio.

“D’accordo, ma la tosse è secca o afona? Perché il farmaco è in due soluzioni diversi, altrimenti Le devo dare il colluttorio.”

Annuisco. Mi dia questo caspita di colluttorio!

“No, perché, capisce… Se la tosse è secca, allora c’è una formulazione specifica che…”

Mi. Dia. Questo. Benedetto. COLLUTTORIO!

L’occhiata da me prescelta (la N. 3, ti-spezzo-le-braccine-e-poi-chiamo-chi-ti-spezza-le-gambe) pare funzionare, perché il farmacista si interrompe a metà, va a prendere il colluttorio e mi permette di pagarlo. Mi lascia andare con un’ultima, gentilissima raccomandazione.

“Non beva il colluttorio, eh!”

 

1vcw

Annunci

Libri d’Aprile

Tag

, ,

giphy

Lo so. Lo so che sono di nuovo in ritardo, ma a mia difesa devo dirvi che gli inquilini dei piano di sopra – quello molto di sopra, per intenderci, diciamo il piano sopra le nuvole – si stanno divertendo un sacco con me. Credo di essere il loro corrispettivo della formica: sapete quando da bambini passavate il tempo a sbarrare il passaggio della tapina formicidae di turno ponendole davanti una serie di piccoli ostacoli? Ecco, così. Non abbattiamoci, però! Lenta e inevitabile, come le maree o l’Agenzia delle Entrate, posterò tutto quello che ho promesso, a partire dai libri che ho letto ad aprile.

Figure, Idoli, Maschere, J.P. Vernant (compratelo qui tramite la mia affiliazione Amazon). Gentilmente speditomi dalla casa editrice Il Saggiatore, questo saggio è enormemente interessante, sia che siate appassionati di mitologia, come me, che preferiate la storia dell’arte o l’antropologia. Jean Pierre Vernant è stato un eminentissimo storico della filosofia e delle religioni, nonché antropologo, morto nel 2007. Uno dei suoi libri più famosi è L’Universo, Gli Dei, Gli Uomini, che io ho amato profondamente e che ogni tanto riapro per una breve sbirciatina nostalgica. ^^ Figure, idoli e maschere tratta della rappresentazione del soprannaturale nell’antica Grecia, sia a livello artistico che mitologico, con numerosissimi riferimenti e molti approfondimenti sulla religione e i rituali greci. Inutile dire che io ci sono rimasta incollata fino all’ultima pagina, anche perché lo stile di scrittura di Vernant è scorrevolissimo e molto semplice.

An Occurrence at Owl Creek Bridge, A. Bierce. Si tratta di un racconto breve scritto nel 1890 dallo scrittore, giornalista e aforista americano Ambrose Gwinett Bierce, attivo tra la seconda metà del 1800 e la prima decade del 1900, i cui racconti brevi sono considerati tra i migliori della sua epoca. Effettivamente, Accadde al ponte di Owl Creek è una storia affascinante. Il protagonista è un uomo che è stato condannato a morte per impiccagione, proprio sul ponte citato nel titolo, e… Non posso svelarvi nulla, perché il racconto è una sequela velocissima di turning points e vi consiglio vivamente di leggerlo! A me è piaciuto moltissimo.

The Legend of Sleepy Hollow, W. Irving. Sebbene il film con Johnny Depp sia molto più famoso, non snobbate questo racconto breve di Washington Irving che si svolge negli stati uniti nell’ultimo ventennio del 1700. La trama si svolge attorno al tentativo del protagonista, Ichabod Crane, di corteggiare la ricca figlia di un possidente del luogo per elevarsi dal suo corrente status di istitutore, ma in realtà è solo un pretesto per esaminare le cupe leggende del luogo, tra cui spicca quella dell’arcinoto cavaliere senza testa. Una lettura veloce e carina, ma mi aspettavo qualcosina di più, lo confesso.

 

E con Sleepy Hollow finisce il mio elenco di letture di aprile, che sicuramente non è del volume sperato, ma presenta un miglioramento rispetto ai due miseri libri marzolini, no? ^^ Voi che cosa avete letto il mese scorso?

La Strega e il Bullet Journal

Tag

, , ,

bullet journal

Innanzitutto vorrei rassicurarvi: il bullet journal di cui si parla nel titolo – che pure richiama gesta vagamente eroiche, missioni impossibili e un che di avventuroso – non ha tentato di fagocitarmi. Non è a causa di un malefico spirito che risiede nel diario di cui sopra se non scrivo sul blog da qualche tempo, bensì colpa della tediosa e francamente fastidiosa vita di tutti i giorni, con brevi punte di inaspettato orrore che si possono trovare solamente in un reparto di pronto soccorso quando, che so, ti casca una padella di ghisa sul piede e devi rimaneggiare tutti i tuoi impegni delle settimane future. E meno male che non mi sono rotta nulla, tranne gli attributi! Ma torniamo all’oggetto di questo post.

Era chiaro fin dagli ultimi mesi del 2017 che la vita stregata aveva qualche problemino di tempo. I miei impegni sono cresciuti e sono diventati più variegati, senza contare che hanno cominciato a prevedere un minimo di organizzazione e suddivisione dei progetti in fasi intermedie. Avevo bisogno di maggiore flessibilità negli orari, di avere tutti i miei affari sotto controllo, sempre, e la mia fida agenda non poteva fare tutte queste cose. Il bullet journal mi prometteva di sì, e quindi a gennaio 2018 mi sono applicata con entusiasmo a costruire il mio primo taccuino fai da te.

bullet20journal-1

Partiamo dalle basi: cos’è un bullet journal? L’italiano maccheronico che risiede in ognuno di noi è tentato di tradurre alla lettera i due termini qui sopra e immaginarsi un futuristico ibrido tra un diario personale e un proiettile di luccicante metallo, ma no, signori! Il bullet journal, se sfruttato bene, è qualcosa di ben più devastante, di mille volte più sensazionale. Il bullet journal è un sistema di organizzazione delle proprie giornate che promette di adattarsi perfettamente a chiunque in forza della sua capacità di essere estremamente personalizzabile, e quindi molto, molto flessibile. Non per nulla il sistema è stato inventato da Ryder Carrd, un digital product designer newyorkese che aveva i suoi bravi motivi per aver bisogno di organizzare meglio la sua vita.

Detta ancora più in soldoni, il bullet journal è un taccuino bianco, intonso, che voi potete riempire registrandovi azioni, eventi, note, aspetti di interesse, progetti complessi… e qualsiasi altra cosa voi abbiate bisogno. Non tutti i bullet journal sono fatti allo stesso modo, quindi, ma generalmente includono almeno queste sezioni: l’indice, una legenda, un mini-calendario semestrale (“future log”), un calendario mensile (“monthly log”), l’agenda e un numero variabile di liste. Perché tutti – e specialmente tutte – amiamo le liste.

bullet-journal-collection-ideas-pretty-goals-page

Alcuni vantaggi del metodo mi sono subito sembrati ovvi: avere tutto quello che serve in un unico supporto e non limitarsi unicamente a tradurre fedelmente un unico aspetto della propria vita – il lavoro o il tempo libero? La famiglia, la scuola, le vacanze… – lasciando in sordina gli altri erano proprio quello che stavo cercando! Ero invece un po’ più scettica sulle decantate promesse di migliorare la propria produttività, mantenere i buoni propositi, creare nuove abitudini e soprattutto mantenere il controllo di una vita non proprio lineare, riducendo di fatto lo stress. Insomma, neanche l’acqua miracolosa delle montagne del Pamir nei Cavalieri dello Zodiaco prometteva tutti questi miracoli!

4a96cff11b87f7a424b23b6868ac78c9

Non fare quella faccia, Mu, sai benissimo che è così.

Tuttavia non possiamo essere certi che una cosa non funziona, se prima non la proviamo, giusto? E io mi sono dunque imbarcata in questa cosa del diario proiettile, scoprendo delle cose interessanti sia sul metodo, che sulla Strega medesima.
Ora il mio intento è quello di trasformarmi in un’organizzatissima cavia (sono o non sono una Strega? La trasmutazione in roditore dovrebbe essere la mia specialità) e raccontarvi il proseguimento del progetto, procedendo di quadrimestre in quadrimestre. Il primo, quello che va da gennaio ad aprile, sta giusto finendo, perciò aspettatevi un nuovo articolo a tema diario proiettile e magiche pozioni a breve!

C’è qualcuno di voi che utilizza già il metodo? Come vi trovate?
Quali sono le vostre schede preferite? 😀

Libri di Marzo

Tag

,

pexels-photo-545049.jpeg

Quello sulle letture di marzo sarà un post veramente molto breve. Oramai scrivo tanto spesso che il mese appena trascorso è stato densissimo di cose da fare, che mi sembra diventata solo una scusa per giustificare le mie poche letture, eppure di nuovi progetti, di cose da organizzare e di persone che esauriscono le mie energie sono veramente piena e confesso di non volermi liberare proprio di tutto quello che mi impedisce di leggere ai miei soliti ritmi.

I progetti, ad esempio, li terrei tutti e, per mantenerli, tocca organizzarne gli step, giusto? Tutte queste cose in ballo mi causano anche una leggerissima ansia da what if?, che io giustamente tengo a bada andando a leggermi una raccolta di racconti thriller… ma procediamo con ordine. Nel mese di marzo 2018 ho ahimè letto soltanto due libri.

Donne a Milano, C. Zanardi (acquistabile tramite i mio codice di affiliazione Amazon qui). Si tratta di una raccolta di racconti incentrata, come da titolo, sulle donne milanesi, ma le donne milanesi senza storia, quelle che non sono diventata famose, quelle che possono essere le nostre nonne, mamme, zie o sorelle. I racconti sono ambientati nella Milano delle case di ringhiera, tra gli anni Venti e gli anni Ottanta del Novecento, e sono storie veramente molto comuni, con pochissimi stravolgimenti di scena. Un paio, prese da sole, sono proprio noiose, ma volete mettere l’atmosfera della Milano di una volta? Più dei racconti in sé a me sono piaciute le descrizioni degli ambienti, delle abitudini di tutti i giorni e dei dettagli, come a esempio i rapporti tra i vicini. Quelle milanesi e quei milanesi che lavoravano, giravano in centro, mangiavano polenta e minestrone e tenevano le cose da conto mi sono subito stati simpatici e cari, forse anche perché nelle prime storie ho ritrovato tantissimo del carattere dei miei nonni. Donne a Milano è una bella lettura se siete donne, se amate la Città della Madunina e semplicemente se volete leggere qualcosa di particolare.

post-4571-1281386450

Una casa di ringhiera nella zona dei Navigli. Non fatevi ingannare dal bianco e nero, la foto è piuttosto recente e in effetti questo cortile è aperto al pubblico e popolato da numerose botteghine interessanti.

Mucho Mojo Club: Racconti, AAVV (acquistabile tramite il mio codice di affiliazione Amazon qui). Ve ne ho già parlato nel precedente articolo, questa è la raccolta di racconti thriller che mi ha tenuto compagnia negli ultimi giorni di marzo, con mia grande soddisfazione. Atmosfere uniche, personaggi di tutto rispetto e l’ansia della Strega che sale.

E con questo è (già) tutto! Spero tanto di leggere un po’ di più almeno ad aprile, altrimenti la mia coda di lettura farò tutto l’opposto che ringraziarmi. ^^ Voi con che libri vi siete dilettati nell’atmosfera marzolina?

La Strega e i Racconti brevi ft. Mucho Mojo Club

Tag

,

mucho mojo club

Quella tra la Strega e i racconti brevi è una storia lunga. Mi è sempre piaciuto leggerli, ma per lungo tempo sono stata frustrata dalla difficoltà di reperirne di nuovi – le raccolte di racconti non avevano molta diffusione e le cose sono cambiate solo di recente -, inoltre essi rappresentano la forma di scrittura che per il momento mi è più congeniale.

Ho sempre tantissime cose da fare, gli impegni e gli obblighi si affastellano uno sull’altro lasciandomi pochissimo spazio per dedicarmi alla scrittura (ogni tanto, come sapete, ne risentono anche i post su questo blog): le short stories hanno il vantaggio, essendo più brevi, di poter essere concluse in un’unica sessione di scrittura, avendone l’ispirazione, e di necessitare decisamente meno costanza di quanto servirebbe per completare un’opera più lunga, come un romanzo. Brevità di lettura e scrittura consentono a loro volta di avere a che fare con un numero di scenari e soggetti pressoché infiniti, dettati quasi esclusivamente dalla passione e dagli interessi del momento – e quelli della Strega, lo sapete, variano spesso e bruscamente. ^^ Oltre a ciò ho sempre l’impressione che i racconti brevi abbiano un impatto più immediato nel lettore. Di sicuro devono “colpire” il pubblico subito, già dalle prime righe della storia, perché non hanno tempo di insediarsi nella memoria e nel cuore con il tempo, e, dato che di rado raccontano l’intera vicenda di un personaggio, ma piuttosto lo colgono in un momento particolare della sua vita, i soggetti trattati sono molto vividi, proprio come piacciono a me.

mucho

 Il libro costa 12,75€ in formato cartaceo e circa 5€ in formato e-book. Qui affianco trovate il link per comprarlo direttamente da Amazon, con il mio codice di affiliazione.

Da amante e scrittrice di racconti brevi, quindi, non ho potuto resistere a CasaSirio Editore, quando mi ha proposto di leggere Mucho Mojo Club, che raccoglie undici short stories di altrettanti grandi autori del thriller internazionale, alcuni dei quali non sono mai stati tradotti in Italia. Il filo conduttore di questa raccolta, pubblicata per la prima volta nel 2016, si evince già dal titolo, che riprende il romanzo Mucho Mojo di Joe R. Lansdale (1994). “Mojo” è un termine africano che si riferisce alla magia, allo spirito arcano, e nel romanzo di Lansdale era utilizzato con accezione negativa. Mucho mojo, molta magia cattiva.

Ai narratori è stato chiesto di indagare nel lato oscuro e torbido della vita, di raccontare le storie di reietti, di personaggi che vivono ai margini della società e di altri che guardano oltre l’orlo dell’abisso tutti i giorni. Le storie di questi maestri del thriller mondiale sono piene, zuppe, di quell’atmosfera densa e fumosa tipica del romanzo noir, quella che ti s’incolla ai vestiti e ti rimane attaccata alle dita.

Ho apprezzato moltissimo tutti i testi – personal favourites, comunque, sono “Emma Sue” di D. Zeltserman, “Kitty” di G. Iglesias e il delicato “Il borseggiatore” di C. Cook – nella loro diversità sia di tecniche e toni narrativi che di atmosfera, il che è senza dubbio straordinario, considerato che le opere sono accomunata da un filo conduttore ben preciso, eppure naturale, date le diversità dei singoli autori. Ci sono storie ambientate nel Midwest americano, altre in Scozia, Irlanda, Parigi, e i protagonisti sono indistintamente uomini e donne, vecchi e giovani, tutti con qualcosa da raccontare. Alcuni racconti hanno una lieve pendenza al sovrannaturale, o comunque verso l’inspiegabile dalla ragione, altri invece sono meravigliosamente terreni, umani, e sono quelli che mi sono piaciuti di più, lo ammetto.

Siete appassionati di thriller? Vi piace avvertire il brivido freddo che vi scorre lungo la spina dorsale mente leggete? Allora Mucho Mojo Club è un libro che non può mancare nella vostra collezione: dovete leggerlo a ogni costo! Con sole 192 pagine, d’altronde, non è un passatempo perfetto per una thriller night?

thriller

Morto Stalin se ne fa un altro

Tag

,

the-death-of-stalin-locandina-696x442

The Death of Stalin, o Morto Stalin se ne fa un altro, è entrato nella  mia lista di visione nel momento esatto in cui ho appreso dell’esistenza della pellicola diretta da Armando Iannucci per due motivi ben precisi: ammiro molto il lavoro di almeno due membri del cast e il trailer, che gioca sull’ironia, mi ha conquistata. Approfittando, quindi, di uno scampolo di tempo libero graziosamente offertomi da un virus parainfluenzale (era il 7 marzo… questo post giunge paurosamente in ritardo), l’ho visto nel rassicurante silenzio del Covo, che di pomeriggio è sempre deserto, gatto a parte, e, benché mi aspettassi qualcosina di più, non sono rimasta delusa.

The Death of Stalin è un adattamento dell’omonimo graphic novel di Nury e Robins e nel 2017/18 ha vinto ed è stato candidato per numerosi premi, tra cui il Miglior Attore Non Protagonista (Russel Beale), il Miglior Casting e il Miglior Trucco e Acconciatura ai British Independent Film Awards. La trama è presto detta: l’1 marzo 1953 Iosif Stalin muore a seguito di un’emorragia cerebrale, ma la sua morte viene dichiarata soltanto due giorni dopo.

1505224592948_0570x0400_1505224618927

Da sinistra, Malenkov/Tambor, Kruscev/Buscemi e Berija/Russel Beale nello studio di Stalin, dove il dittatore è appena morto… rilasciando la vescica.

Cosa succede in quelle quarantott’ore? I membri della squadra ministeriale del defunto dittatore sovietico si scontrano per avere il potere, finché Malenkov emerge vincitore, ma naturalmente i sotterfugi e i trucchi per primeggiare non si fermano una volta incoronato il nuovo leader… anzi, tutto il contrario!

Il trailer del film prometteva tanta ironia, e indubbiamente così è. Gli scambi tra i personaggi, sia a livello di battute che di sguardi e mimica, sono curati nel dettaglio, con una ritmicità che sosterrebbe situazioni anche meno paradossali di quelle dipinte nel corso dello svolgimento della storia. Il sorriso si gela – com’è giusto – un po’ sulle bocche dello spettatore, se solo questi si ricorda che si sta parlando di eventi realmente accaduti, e nemmeno tanto tempo fa.

tumblr_p4riczd05w1wdx7cmo2_400

Vassilij Stalin, al centro, guarda dei giocatori semi-professionisti di hockey. La battuta qui sopra si riferisce all’incidente aereo del 1950, in cui morirono quasi tutti i componenti della squadra di hockey dell’Aeronautica Militare.

Le sfarzose ambientazioni sono di grande effetto e i reparti trucco e acconciature e costumi meritavano molti più premi di quelli che hanno effettivamente ottenuto, perché la somiglianza degli attori con i reali protagonisti delle vicende storiche è in molti casi a una virgola dall’essere completa. L’aspetto che fa fare un balzo di qualità al film di Iannucci, tuttavia, è il cast, che non solo è di tutto rispetto, ma è anche molto ben amalgamato.

tumblr_p2q6glrky81wdx7cmo3_r1_540

I figli di Stalin, al cospetto del cadavere aperto del padre, che deve esser eimbalsamato. Kruscev ha appena tentato di rassicurarli con un classico “andrà tutto bene”.

Oltre all’ottimo Simon Russel-Beale (Lavrentij Berija, capo dei servizi segreti sovietici e vice di Malenkov per un breve periodo), è doveroso citare Jeffrey Tambor (Georgij Malenkov, che succede a Stalin dal 1953 al 1955), Steve Buscemi (Nikita Kruscev), Jason Isaacs (Georgij Zukov, allora maresciallo dell’URSS, comandante delel truppe sovietiche e noto e amatissimo eroe di guerra) e Rupert Friend (Vasilij Stalin).

dkkyzhcxuaaktvy

Nel Cremlino nessuno ti sentirà complottare.

Se, come ho già ampiamente detto, l’interpretazione e le dinamiche tra i membri del cast sono aspetti ottimi (vi ho già detto che il copione è favoloso? No?! Beh, lo è: un gioiellino!), devo registrare che il ritmo di narrazione subisce qualche battuta di arresto, soprattutto attorno alla metà del film, che probabilmente poteva durare qualcosa meno dei suoi 106 minuti. Questa piccola critica non getta però ombra su The Death of Stalin, che complessivamente è un gran bel film indipendente. Anzi, mi arrischio a dire che non sarebbe male farlo vedere nelle scuole, magari come complemento allo studio del periodo storico (che oramai viene preso in considerazione molto poco), perché Morto Stalin se ne fa un altro ha il pregio di intrattenere senza nascondere nulla del contesto e dell’epoca in cui la storia – che, sottolineo di nuovo, è essenzialmente vera – è inserita. 

 

Voi avete già visto The Death of Stalin? Che cosa ne pensate, vi è piaciuto? Chi è il vostro cospiratore preferito? Fatemelo sapere nei commenti, io intanto mi metto comoda. 😉

tumblr_p6783qdhq91r3wshio4_540

Una Strega nel Percorso dei Segreti

Tag

, ,

nel percorso dei segreti

La Strega ha animo da esploratrice, ma purtroppo può concedergli libero sfogo solo di rado, e a spizzichi e bocconi. Nella seconda metà di giugno è in programma un viaggio memorabile, che sogno di fare da una vita, e nel frattempo mi accontento di scovare angoli nascosti nella mia amata, amatissima Milano. La scorsa settimana è stata la volta dell’Archivio Storico e del Sepolcreto della Ca’ Granda, durante una visita guidata denominata il Percorso dei Segreti che ha aperto i battenti solo a fine gennaio 2018.

71380968_c3y8bekappnubahyxluc-8lf9bvwvq2p-qljcuqelha

Veduta dell’Ospedale Maggiore, o Ca’ Granda, da un dipinto del 1842

Prima di raccontarvi la mia visita, vi do qualche informazione generale.
La Ca’ Granda (ovvero, la casa grande) è un edificio sito tra le odierne Via Francesco Sforza, Via Laghetto e Via Festa del Perdono (siamo in centro, tra le metropolitane di San Babila M1 e Missouri M3, vicini al Tribunale) che oggi è sede dell’Università Statale di Milano. La sua costruzione fu voluta dal neo duca di Milano Francesco Sforza (gli Sforza si erano appena appropriati della città un tempo viscontea) come unica casa di cura per i malati indigenti della città nella seconda metà del Quattrocento. 

1-trattato-di-architettura-del-filarete

L’iniziale progetto del Filarete. La pianta è rimasta più o meno la stessa (il cortile principale è più ampio e la chiesa è stata spostata dal suo centro, ma ci siamo. La facciata è un po’ meno… turrita. XD

I fondi per questa costruzione arrivarono in modo furbescamente italiano: in accordo con Papa Pio II fu istituita una Festa del Perdono, ovvero un momento in cui, versando una somma di denaro, la Chiesa avrebbe perdonato i peccati del benefattore, per il 25 marzo, la Festa dell’Annunciazione, a cui l’edificio e la chiesa ivi inserita erano dedicate. La Festa del Perdono istituita nel 1459 come periodo limitato fu proclamata poi ricorrenza da Pio IV. Avuti i fondi e l’approvazione del Papa, Francesco Sforza affidò il progetto della Ca’ Granda all’architetto toscano Filarete, che già stava lavorando al Castello Sforzesco. L’edificio fu ideato in stile rinascimentale (che non andava tanto d’accordo con il gusto tardogotico lombardo dell’epoca), ma nel corso dei secoli subì numerosi rimaneggiamenti e aggiunte sostanziose, tanto che la fine dei lavori di costruzione si fa risalire al 1805, periodo napoleonico. L’Ospedale Maggiore continuò la sua originaria fino al 1939, quando i degenti vengono trasferiti nella nuova sede nel quartiere Niguarda (motivo per cui, se chiedete a un Milanese dove sia la Ca’ Grande, c’è una buona probabilità che questo, sbagliando, dica che è l’ospedale Niguarda). Durante i bombardamenti USA del 1943 l’edificio subì notevoli danni, venne ristrutturato e diventò sede dell’Università negli anni Cinquanta.

porta-della-meraviglia

Via Francesco Sforza, la porta delle meraviglie nel caratteristico mattone rosso quattrocentesco. 

9073253515_65ed3b9418_b

Foto: Milan l’era inscì (Milano era così). La porta delle meraviglie, la Ca’ Granda e il Naviglio. 

Ora torniamo alla meravigliosa giornata di sole in cui, sentendo già la primavera nell’aria, ho intrapreso il Percorso dei Segreti. Bisogna entrare nell’edificio da Via Francesco Sforza, poco prima dei resti della “porta delle meraviglie”. Fino alla prima metà del Novecento in questa via trafficata a pochi passi dal Tribunale di Milano, scorreva il Naviglio, e la porta di cui sopra era collegata a un piccolo molo per l’attracco delle imbarcazioni e a un ponte per passare sull’altra riva. Si accede all’Archivio Storico da una porticina sulla destra, che da su un cortiletto dall’aria dimessa cui non dareste due lire. Armati di elmetto di ordinanza (il soffitto è affrescato, ma non in ottime condizioni: non vogliamo guastarci la piega, vero?), entrate nella prima sala dell’archivio, che altro non era che l’aula seicentesca per le riunioni estive del Consiglio Amministrativo della Ca’ Granda. Il consiglio fu sciolto da Napoleone nell’Ottocento e le stanze dedicate alle riunioni (quella estiva e quella invernale, più raccolta e interamente arredata in legno di noce) furono destinate ad archivio. Qui si respira odore di carta vecchia, polvere e umidità – il paradiso del bibliofilo, in pratica – e si ha la possibilità di vedere una quantità indescrivibile di faldoni vecchi di secoli relativi a pazienti, medici, personale, spese e donazioni. I benefattori che versavano una somma consistente di denaro, tra l’altro, avevano diritto a farsi dipingere in un quadro (le cui dimensioni variavano al variare della somma versata…) e in origine le stanze dell’archivio erano letteralmente tappezzate dai ritratti del Benefattori della Ca’ Granda. Molti di questi dipinti, alcuni di un certo pregio, ora si trovano a Brera.

image

La cripta è disseminata di “pozzetti”, dove venivano calate le salme. 

Il Sepolcreto è in realtà la cripta della Chiesa dell’Annunciazione, anch’essa costruita nel Seicento, a scopo di luogo di tumulazione dei morti dell’ospedale. La cripta aveva canaline di scolo che sbucavano direttamente nel Naviglio (lo vedete l’altare in fondo alla fotografia? Lì dietro c’è la porta delle meraviglie) e fu effettivamente utilizzata come sepolcreto per una cinquantina di anni. Nel 1695, dopo le continue proteste per gli umori malsani e la scarsità di igiene generata da una soluzione così bislacca, il cimitero della Ca’ Granda fu spostato nella vicina rotonda della Besana, costruita apposta lì vicino, e il Sepolcreto diventò un magazzino riprendendo valore solo nella prima metà dell’Ottocento, quando fu sede delle riunioni dei Carbonari e primo riposo dei caduti delle Cinque Giornate di Milano. Durante la seconda guerra mondiale il Sepolcreto divenne un’infermeria d’emergenza, e in effetti non subì troppi danni durante il bombardamento del ’43. Ultimamente è stato ristrutturato e messo in sicurezza, in modo da renderlo visitabile.

ospedale-maggiore-ca

La lista dei caduti durante le Cinque Giornate. I corpi dei deceduti furono successivamente spostati sotto il monumento di, appunto, Piazza Cinque Giornate.

Dell’originaria decorazione alla danse macabre non è rimasto che un alone. Immaginatevi scheletri danzanti dipinti sulla parete, teschi, ossa e altri simboli della caducità umana in un memento mori costante, che però non è sopravvissuto all’umidità del luogo. Anche le decorazioni ottocentesche sono in pessime condizioni, ma le lapidi, le statue e le stele funebri di alcuni benefattori fanno bella mostra di sé in un corridoio laterale e, nella penombra del Sepolcreto, hanno sicuramente il loro effetto. L’atmosfera del luogo, che ospita tutt’ora i resti di 150.000 persone, nel Seicento è andata irrimediabilmente persa, quindi, ma con uno sforzo dell’immaginazione si può tornare al primo Ottocento e, magari, ritrovarsi al lume di una lanterna cieca, circondati dai membri di un’organizzazione segreta, con lo sciabordio delle acque del Naviglio a coprire i sussurri dei cospiratori.

Il biglietto intero per la visita al Percorso dei Segreti è di 12 €, un prezzo un po’ altino, ma sul sito internet trovate spesso delle promozioni interessanti o dei biglietti cumulativi, che valgono sicuramente la pena di essere presi in considerazione dai turisti e, perché no?, dai milanesi con la voglia di conoscere la proprie – bellissima! – città.

Era meglio il Libro o la Serie TV? – Il racconto dell’Ancella

Tag

, ,

the handmaid's tale libro vs serie tv tw

Nel post sulle letture di febbraio vi avevo accennato alla lettura di The Handmaid’s Tale contestualmente alla visione della serie tv omonima e vi avevo anche detto che il libro mi era piaciuto di più, senza però dilungarmi sulle reali motivazioni. Lo faccio adesso in un post dedicato, in cui vi illustro le principali differenze tra il romanzo della Atwood e la pluripremiata serie tv cercando di fare solo spoiler minimi ed essenziali.

Margaret Atwood (Ottawa, 1939) è autrice di più di trentacinque volumi tra poesia, letteratura per bambini, narrativa e saggistica; ambientalista e femminista dagli anni Sessanta, vive in Canada con il compagno, anche lui scrittore. In gran parte dei suo scritti emerge una continua e profonda preoccupazione per la società occidentale, che lei vede in stato di crescente degrado (in questi giorni confesso di non riuscire a darle torto…). Il suo stile di scrittura è ironico e curato, molto fluido e soprattutto originale. La Atwood scrive Il Racconto dell’Ancella tra il 1984 e il 1985 (più precisamente, inizia il romanzo durante un suo soggiorno nella Berlino ovest), traendo ispirazione dai lavori di George Orwell, Aldous Huxley e Ray Bradbury. The Handmaid’s Tale suscita immediato scalpore per i temi trattati e le immagini veicolate, tanto da essere addirittura vietato in alcuni licei, è ha molto successo: viene tradotto in moltissime lingue, ottiene numerosi riconoscimenti e ne viene tratto un film. Negli ultimi vent’anni, però, la storia di Offred viene dimenticata o quasi, finché Hulu (è una compagnia che fornisce contenuti video on demand, un po’ come Netflix) decide di produrre una serie televisiva tratta dal romanzo.

The Handmaid’s Tale debutta nella seconda metà di aprile 2017, ha un enorme successo e viene riconfermato per la seconda stagione, che comincerà, pare, dopo il 20 aprile 2018. L’ideatore della serie è Bruce Miller, tra gli interpreti principali ci sono Elisabeth Moss (Offred) e Joseph Fiennes (Comandante Waterford), e tra il 2017 e il 2018 cast e produzione si sono portati a casa numerosissimi premi, tra cui Emmy Awards, Golden Globes e Critics’ Choice Awards. Non male, eh?

1_713xbgj7EfI2M80PJiUJKQ

Le “scene mute” come questa mi sono piaciute moltissimo. L’ordine, la sincronia dei movimenti, finanche dei passi, creano la giusta atmosfera di tensione, inquietudine e paura.

Sia libro che serie tv sono incentrati sul personaggio di Offred (o Difred nella versione italiana), un’Ancella destinata alla casa del Comandante Waterford, pezzo grosso del regime dittatoriale di Gilead (o Galahad in italiano). Numerose guerre nucleari hanno stremato le superpotenze mondiali e devastato l’ecosistema, mentre la popolazione è in gran parte sterile. Si sono quindi istituiti accordi di influenza che permettano ai vari stati ancora in piedi di costituire una loro organizzazione e sedare eventuali rivolte nel modo che desiderano, senza che gli altri paesi ci mettano becco. Gilead ha trovato un modo per ovviare alla sterilità della popolazione (e più precisamente dei potenti) creando le Ancelle, ovvero asservendo le donne ancora fertili a un regime di schiavismo sessuale a fini procreativi.

Joseph_Fiennes_Elisabeth_Moss_The_Handmaids_Tale_0018.jpg

Gilead trova giustificazione in tutte le sue manovre in interpretazioni del testo biblico. Anche la violenza sulle Ancelle è rielaborata affinché diventi una Cerimonia sulla falsa riga del mito di Abramo.

Tutto chiaro fino a qui? Bene, ora partiamo con il confronto.
Ancora una volta vi avviso che potrebbero esserci dei piccoli spoiler: non rivelerò finale né turning point della storia, ma se siete ipersensibili alle anticipazioni vi raccomando di procedere con cautela. 😉

Il romanzo della Atwood e la serie tv hanno praticamente la stessa trama, solo l’ordine cronologico di alcuni eventi viene invertito, e scelgono lo stesso metodo narrativo, ovvero quello stream of thoughts di una singola persona (Offred) di cui vi avevo parlato nel post sulle letture di febbraio. L’ambientazione della serie tv è decisamente conforme a quella che si immagina dal libro e devo dire che scenografie e costumi mi sono piaciuti moltissimo. Per tutto il periodo della lettura di Il Racconto dell’Ancella avevo notato l’attenzione per l’aspetto visivo nella scrittura della Atwood, le sue scene sembravano quasi dei singoli quadri, e la produzione Hulu ha riprodotto meravigliosamente questa sensazione. Certo, la lentezza narrativa e la ripetitività di alcune scene che non spiacciono nel romanzo tendono vagamente ad annoiare nella serie tv, in cui la mancanza di azione di sente moltissimo, ma secondo me il vero problema è un altro, e ve lo spiego subito.

The Other Side

Luke. L’inutilità fatta personaggio.

Per ovviare alla staticità di luoghi e situazioni, credo, la serie televisiva è stata arricchita da approfondimenti sui personaggi e addirittura una storyline parallela (quella di Luke, il compagno di Offred prima dell’avvento di Gilead), che però non mi hanno lasciato una grande impressione. Alcuni ampliamenti dei personaggi sono in verità interessanti, ma nella maggior parte dei casi si dilungano troppo, perché naturalmente perseguono uno scopo preciso, a cui arriveremo a breve. Trovo che il personaggio di Luke sia inconsistente, inoltre seguirlo spezza la tensione sulla situazione a Gilead, che, diciamocelo, è incredibilmente più interessante. Mi sembra che ci sia tanto nella serie tv che sia stato aggiunto per allungare al broda, diciamo, per arrivare a una quota minima di dieci episodi, e mi domando che cosa succederà nella seconda stagione, dato che con la prima la trama del libro si è praticamente esaurita (non scherzo, manca solo l’epilogo… che è la parte più interessante della storia della Atwood e che in questo momento nella serie tv non troverebbe che uno scampolo di spazio).

Non apprezzo infine la scelta di soffermarsi solo su alcuni aspetti del regime di asservimento, depersonalizzazione e infine di lavaggio del cervello attuato dalla Repubblica di Gilead trascurandone gli altri, o comunque conferendo loro meno spazio di quanto la Atwood fa nel libro. Detta in soldoni, questa storia della cerimonia… direi che basta farla vedere una volta, no? C’era bisogno di dare più spazio a Diglen (la prima Diglen, quella interpretata da Alexis Bledel) includendo quella punizione? Capisco che i lati fisici, pruriginosi della distopia immaginata dalla scrittrice attirano di più lo spettatore medio, e non è neanche giusto non ritrarli, perché nel libro ci sono (non in cotanta misura, però), ma mi sembra che per valorizzare questi la tensione di scena, l’inquietudine e anche la stessaOffred siano stati resi un po’ sottotono. La sparizione definitiva e improvvisa di alcuni personaggi, senza che se ne sapesse più nulla, dava un’emozione ben diversa dall’attrazione morbosa per alcuni particolari. Il carattere effimero del Mayday aveva più forza di una prova della sua reale esistenza, o così è sembrato a me.

Voi avete visto The Handmaid’s Tale, avete letto il libro o entrambi? Fatemi sapere che cosa ne pensate nei commenti, io vado a riprendermi dallo sforzo di aver evitato ogni spoiler principale come  un discesista in Coppa del Mondo. 😉

 

Tre Manifesti a Ebbing, in Missouri

Tag

,

three-billboards-poster-2

Il piano iniziale era, manco a dirlo, di vedere Tre Manifesti a Ebbing in Missouri prima dell’assegnazione degli Academy Awards dello scorso 4 marzo, ma come vi ho già detto il Fato si è pronunciato in modo contrario. Mi sono dunque approcciata alla pellicola diretta da Martin McDonagh un pomeriggio della settimana appena passata, mentre ero preda di uno di quei virus parainfluenzali che in questo periodo non potevo proprio farmi mancare, ben sapendo che alla Notte degli Oscar si era portata a casa ben due statuette.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è uno spaccato di vita, più che na storia vera e propria. Conosciamo tutti i protagonisti nel mezzo di una vicenda che è cominciata molto prima dell’inizio del film e di cui non ci saranno mai chiari tutti gli aspetti. Così, incontriamo Mildred Hayes (Frances McDormand, Oscar come Miglior Attrice Protagonista) mentre guida lungo una strada provinciale, deserta, e nota tre cartelloni pubblicitari in disuso; capiamo subito che le è venuta in mente un’idea, ma non conosciamo il motivo per cui lei decide di affittarli per un anno intero. Le cose cominciano a farsi un po’ più chiare solo quando vediamo i suoi manifesti, su cui sfondo rosso campeggiano tre frasi nere: Stuprata mentre stava morendo – E ancora nessun arresto – Come mai sceriffo Willoughby?

billboards1-0

Jason Dixon è interpetato da Sam Rockwell (qui con la McDormand), che ha vinto il premio Oscar come Miglior Attore Non protagonista

I concittadini si Mildred non parteggiano per lei, ma bensì per il corpo di polizia, e più precisamente per lo sceriffo Willoughby, membro ben voluto della società e sofferente di un tumore al pancreas, che è direttamente chiamato in causa dai cartelloni. Particolarmente duro con lei è l’agente Jason Dixon, che ha problemi di alcolismo e gestione della rabbia e vede in Willoughby la figura paterna che gli è sempre mancata. Mildred, che è una madre divorziata con un figlio a carico e il doloroso ricordo della morte dell’altra figlia (aggredita, stuprata e uccisa, appunto, un anno prima dell’inizio del film), diventa oggetto di piccoli dispetti e sabotaggi da parte del corpo di polizia e degli altri cittadini, finché – con una lentezza che ben si accorda con la paciosità delle piccole cittadine americane – non si arriva al climax del film.

a8hre43

I manifesti vengono incendiati da ignoti.

Da qui in poi non vi svelo null’altro, anche se potete ben immaginare che Mildred non reagisce in modo calmo e ragionato.

Il film non dura moltissimo – un’ora e tre quarti – ma confesso che mi è sembrato molto più lungo di quello che è, probabilmente a causa della lentezza della narrazione. Effettivamente il punto forte di Tre Manifesti a Ebbing in Missouri sta nella bravura degli attori; oltre ai due premiati è doverosa una menzione a Woody Harrelson, che interpreta lo sceriffo: un personaggio interessante a cui lui conferisce uno spessore particolare e una punta di ironia molto piacevole. Una trama come quella del film di McDonagh deve essere sostenuta da performance di un certo livello, altrimenti rischia di diventare noiosa e di non suscitare una partecipazione nello spettatore, che può rimanere impegolato nel ritmo narrativo.

Personalmente ho apprezzato anche che, contrariamente alla buona tradizione americana, non esista una parte che ha indiscutibilmente ragione contrapposta a una che ha torto. Mildred soffre per quello che è successo alla figlia, per i suoi sensi di colpa, e, sì, anche perché nessuno ha ancora trovato il colpevole, tuttavia è lei che decide di concentrarsi su quest’ultimo punto nel probabile tentativo di trovare un capro espiatorio per un evento di cui si sente colpevole. La polizia locale non è composta da agenti politically correct, anzi, ma non è possibile negare che Willoughby sembra una persona per bene, sia a livello privato che lavorativo, un uomo sensibile che non merita di essere attaccato così direttamente. Anche il lavoro d’indagine svolto non pare avere pecche: non può essere colpa dei poliziotti se sul corpo della ragazza non sono state trovate prove. Ecco, mi è piaciuto il realismo della sceneggiatura, anche se mi rendo conto che proprio questa caratteristica rende il film non completamente digeribile ai più.

Voi avete già guardato qualche pellicola candidata agli Oscar? Che cosa ne pensate?
E dei premiati? Ditemi, ditemi tutto! 😉

Libri di Febbraio e Contaminazioni Visive

Tag

,

87acf8bdc4cec4bbe5ef3af6ee342797

Come avrete capito dall’ammontare e dal tono dei post del mese, febbraio non è stato proprio facilissimo per la Strega, il che si è inevitabilmente tradotto sul fronte letture et similia. Ho visto poco di nuovo (volevo recuperare qualche film per la notte degli Oscar, sento ancora le Norne che mi ridono dietro) e ho letto ancora meno: solo due libri, e nemmeno tanto lunghi.

Il primo è stato The Handmaid’s Tale, di M. Atwood, ritornato in auge a seguito della pluripremiata serie televisiva andata in onda su Hulu la scorsa primavera. La distopia della Atwood è stata pubblicata nel 1985 e il mio iniziale piano era di leggerla prima di guardare la serie tv, ma alla fine dei conti ho finito per approcciarmi in contemporanea alle due versioni della storia, che, come credo sappiano ormai anche i sassi, si svolge nel regime post-nucleare di Gilead. La Repubblica di Gilead è una dittatura teocratica che presumibilmente copre il territorio del Massachussetts, negli ex Stati Uniti. Al suo interno le donne sono fortemente controllate e soggiogate all’autorità maschile, non è loro permesso avere proprietà, lavorare, leggere o scrivere, e come il resto della società si trovano divise in classi. Tra queste c’è quella delle Ancelle, che raggruppa le donne ancora fertili dopo un calo di fertilità con cause non ben precisate e le distribuisce tra i membri della classe dominante, affinché possano essere letteralmente montate e producano figli. La protagonista della storia è, appunto, un’Ancella.

Contrariamente a quanto ho letto nella maggioranza di commenti e recensioni, a me il libro è piaciuto più della serie televisiva (magari ne parliamo in un post a parte, non voglio dilungarmi qui). L’ho trovato interessante, ben scritto e alienante il giusto, esattamente come c’è da aspettarsi in una buona distopia. Un buon numero di chi ha letto Il Racconto dell’Ancella in italiano mi riferisce che non è riuscito a immergersi nella storia perché ha avuto problemi con lo stile dell’autrice: è possibile, immagino. La mia versione è in lingua originale e io non ho riscontrato lo stesso tipo di problema, anche se è indubbio che il metodo narrativo – il libro è un continuo stream of thought: la protagonista sembra semplicemente sfogarsi raccontando la sua storia senza un ordine cronologico e spesso senza accorgersi di compiere dei flashback – non ne fa una lettura leggera, al di là dei temi trattati. In alcuni momenti non mi è stato possibile non fare paragoni con Herland, di Charlotte Perkins Gillman (l’avevo letto a giugno), ed è un fatto senza dubbio curioso, dato che per certi versi il racconto della Perkins Gillman è un’utopia. Vi segnalo la particolarità dell’epilogo, che secondo me aggiunge un significato nuovo all’intero romanzo.

Il secondo libro che ho letto nel mese scorso è un altro classico tornato in auge grazie a una riproposizione visiva: The Beguiled (in italiano, L’Inganno), di Thomas Cullinan. Forse ricorderete che lo scorso autunno è uscito l’omonimo film di Sofia Coppola (lei ci ha vinto il premio per la Miglior Regia a Cannes 2017), che io non ho ancora visto, perché volevo come sempre leggere prima il libro… e stavolta ci sono riuscita! The Beguiled è un romanzo curioso: un po’ storico, un po’ gotico, un po’ thriller psicologico, di sicuro con un’ambientazione meravigliosa (si svolge nel sud degli Stati Uniti durante la Guerra di Secessione: immaginatevi Via col vento) e un ritmo narrativo purtroppo molto lento. La storia è quella di John McBurney, un soldato confederato che, ferito, trova rifugio in un collegio per signorine in territorio sudista e che naturalmente sconvolge il delicato equilibrio che si è stabilito tra tutte queste donne, che sono le narratrici in prima persona della vicenda, mentre McBurney rimane sempre oggetto del racconto, quasi come se non avesse una vera e propria parte attiva.

Probabilmente mi aspettavo tanto da questo libro e per questo ne sono rimasta decisamente delusa, anzi, ho proprio faticato a finirlo. In questo momento sono anche indecisa se recuperare o meno il film della Coppola, anche se lei è una bravissima regista e il cast è di tutto rispetto. Devo sicuramente aspettare che la delusione per il libro di Cullinan scemi ed evidentemente prepararmi a un pathos di intensità minore di quello che avevo calcolato guardando il trailer. ^^

Come vi anticipavo, questo è tristemente tutto quello che riguarda le mie letture di febbraio 2018. Voi che cosa mi dite? Cosa avete letto nel mese scorso?
Avete visto The Handmaid’s Tale o The Beguiled? Rispondetemi nei commenti!

 

P.S. Come sempre, ai titoli dei libri ho allacciato un link che vi porta alla pagina di Amazon da cui, se volete, potete acquistare il volume tramite il mio codice di affiliazione. Voi non pagate un centesimo in più del dovuto, ma i gentili signori del sito di e-commerce mi corrispondono una piccola percentuale di ogni vendita… Le pozioni costano care, signori. 😉