Il Faust e l’Opera di Pechino

Tag

, , ,

Faust, anziano studioso, tentato da Mefistofele. Foto della galleria del Teatro Elfo Puccini, come tutte le altre di questo post.

Quella di Faust è una figura letteraria affascinante; generalmente si tratta di un uomo ricco di conoscenza, talvolta un mago, che cede al diavolo la sua anima in cambio di poter godere di poteri sovrannaturali. Dal XVI secolo in poi, questo mito è stato trattato da una gran varietà di autori (basti pensare al Doctor Faustus di Christopher Marlowe, oppure alla resa di Alexandr Puskin o di Hector Berlioz), ma – e questo è un parere estremamente personale, badate bene! -mai con la stessa profondità e intimità del poema drammatico di Johann Wolfgang von Goethe (1749 – 1832).

Questo mostro sacro della letteratura mondiale mi è sempre piaciuto, sia perché amo follemente le sue opere, che per il ritratto dell’uomo che la storia ci ha affidato. Dovete sapere che il signor Goethe non si è distinto solo in campo letterario, ma anche nella pittura, nella scienza, nella filosofia e – last but not least! – nella politica. Ha avuto una vita lunga, ricca e proficua – gli riusciva tutto bene, sempre e in qualunque circostanza: pazzesco! -, durante la quale non ha mai smesso di lavorare al suo Faust. Oltre alla straordinaria resa del personaggio che da il nome all’opera e del diavolo Mefistofele, è enormemente interessante notare come nel testo emergano i cambiamenti avvenuti nello stesso autore durante le fasi della sua vita, da quella più passionale e ribelle dello Sturm un Drang giovanile al periodo classico degli anni maturi, fino alla posatezza dell’età avanzata… d’accordo, d’accordo: mi fermo qui. L’elenco dettagliato dei motivi per cui io adoro il Faust non è l’oggetto di questo post.

Qualche giorno fa, infatti, sono andata a vedere una rappresentazione della prima parte del dramma di Goethe, rivisitata per aderire agli schemi dell’Opera di Pechino, ovvero il particolare genere teatrale cinese dalla tradizione secolare e dai rigidi schemi interpretativi, che unisce canto, recitazione, danza e tecniche acrobatiche in un unico spettacolo.

faustvalentinomefistofele_phzhang_xinwei1

Faust, Valentino e Mefistofele.

mefistofele_phzhang_xinwei1

Mefistofele, in tutta la sua gloria da diavolaccio!

É stata un’esperienza entusiasmante!
La visione dello spettacolo è molto affascinante, nonostante le barriere linguistiche (gli attori, cinesi, parlano in mandarino poetico e, anche se ci sono i sovratitoli in italiano, l’occhio dello spettatore non può contemporaneamente seguire i movimenti degli interpreti e lo scorrere delle parole). I colori dei costumi e del trucco di scena colpiscono per la loro vivacità quanto le movenze incredibilmente aggraziate dei quattro attori catturano l’occhio del pubblico fino alla fine della scena. A tutto si aggiunge una musica suonata dal vivo – gli strumenti hanno posto sul palco, da un lato -, che mescola strumenti e melodie tipicamente cinesi con altri di della tradizione occidentale, in un connubio che da un lato ci rende le sonorità orientali più appetibili e dall’altro è terreno fertile per alcune uscite umoristiche che spezzano la tensione.

faustvalentino_phzhang_xinwei

Valentino cerca di accoppare Faust, che si è preso un po’ troppe libertà con sua sorella Margherita, ma Mefistofele è di altro avviso.

Quello che però mi ha colpito di più non è il livello visivo, ma quello concettuale della rappresentazione, perché, nonostante tutti siano tremendamente cinesi, nonostante le acrobazie, i combattimenti e un diavolo con un copricapo che lo faceva assomigliare più a uno scarabeo che a un demonio tentatore, i personaggi sono esattamente gli stessi usciti dalla penna di Johann Wolfgang von Goethe nel primo Ottocento. Il fascino ironico di Mefistofele è lì, vicino alla disperazione di Margherita, all’impulsività di Valentino e al desiderio di Faust di approfittare a piene della seconda possibilità che gli viene offerta su un piatto d’argento, sia quel che sia.

 

 

É come se la giovane regista tedesca Anna Perschke, coadiuvata dalla China National Peking Opera Company, avesse voluto mostrarci che, nonostante Occidente e Oriente sembrino due mondi lontani e distinti, sono più simili, intimamente, di quanto potremmo sospettare.

Stacco la Spina

Tag

,

Trovandomi in necessità di dover rinnovare la mia licenza di pilotaggio della scopa, qualche settimana fa ho preso appuntamento per la visita medica prevista per il rilascio del permesso di volo. Per tale visita – volta senza dubbio a un approfondito esame della mia attitudine fisica a viaggiare a diversi piedi da terra – è ovviamente d’uopo pagare anticipatamente alcuni bollettini postali.

Questo è il motivo per cui alcuni giorni fa mi sono recata all’ufficio postale, ho preso il numerino e ho atteso diligentemente il mio turno, quando, tentando di pagare con il bancomat…

Impiegata: “Non ci posso credere. Non. Ci. Posso. Credere!”
La Strega: “Ahem, mi scusi, a cosa non può credere di preciso?”
Impiegata: “Il computer si è bloccato! Di nuovo! Non ci posso credere!”

Intuisco che la cosa si è già verificata in passato, il che non mi sorprende, e che nessuno è stato in grado di trovare il punto dolente del problema e risolverlo, causando grande sconcerto negli impiegati e – immagino – molte scocciature a chi vorrebbe evitare di passare la propria giornata alle Poste. La signora dello sportello mi sembra comunque un po’ troppo frustrata e soprattutto impaziente di sbloccare la situazione per poter tornare a lavorare. Inizialmente, non capisco perché, ma poi…

“Insomma, io non posso mica stare qui senza far nulla! Alle 11:00 ho la pausa caffè con le mie colleghe!”

Non finisco nemmeno di dirmi Ah, ecco!, che la geniale impiegata trova la soluzione al suo problema.

“Ecco che faccio! Io stacco la spina!”

Per un breve istante, penso che intenda prenotare una vacanza alle Hawaii o in Costa Rica, poi mi rendo drammaticamente conto che sta parlando della spina del computer. Sbianco, tento inutilmente di convincerla a non farlo. Le preannuncio conseguenze che nessuno vorrebbe si verificassero, le descrivo una catastrofe che ha toni palesemente apocalittici, ma lei rimane indifferente ai miei sforzi.
Anzi, si china agilmente sotto la scrivania e…

E stacca la spina.

Nell’intero ufficio postale si sente quel particolare rumore che associamo allo spegnimento di qualcosa di grandi dimensioni alimentato a elettricità. Qualcosa di molto grosso. Tipo l’intero sistema dei computer in uso nell’ufficio postale, i dispositivi POS, il totem dei numerini e i due display che li chiamano.
Tutto così, in un soffio.

Una morte dignitosa.

Tale as old as time… Beauty and the Beast

Tag

,

beauty-and-the-beast-imax-poster-700x1021

La Bella e la Bestia, il film animato Disney del 1991, è probabilmente il primo che io mi ricordi di aver visto al cinema. Quando correva quel glorioso anno, la Strega era una treenne con i codini biondi, le fossette sulle guance e già qualcosa che non andava, che si è fatta portare al cinema per vedere lo stesso film almeno quattro volte. Probabilmente la mia passione per il cinema – e intendo l’ambiente dei cinema tanto quanto i film – è nata proprio lì, sulle poltroncine bordeaux dell’Odeon in centro a Milano, mentre Belle andava alla ricerca di un nuovo libro da leggere e suo padre faceva esplodere la casa.

Tutto quanto sopra premesso, pensavate davvero che, seppur con una certa angoscia, io non sarei andata a vedere il remake live action diretto da Bill Condon? Tanto più che uno degli interpreti è Ian McKellen, che ha una voce fantastica, e che fortunatamente esistono sale in cui lo danno in lingua originale… insomma, perdere la possibilità di distruggere un gioioso ricordo della mia infanzia era impensabile!
Ciò che è davvero sorprendente è che, a differenza degli ultimi film sulle favole che ho visto (ahem… vi ricordate Hansel e Gretel, sì? E che ne diciamo di Biancaneve e il Cacciatore?), La Bella e la Bestia è una cosina godibile, a tratti anche divertente, che ho trovato piuttosto piacevole.

La storia, immagino, la sapete tutti e dire che non ci sono grossi stravolgimenti rispetto alla trama del cartone è un eufemismo, perché, in effetti, il 90% delle scene del live action sono esattamente riprese dal film animato, mentre le poche aggiunte aggiungono un lieve realismo alla vicenda dei personaggi, non tanto a favore dei nuovi bimbi, ma palesemente per i bimbi cresciuti che si recano al cinema per puro senso di nostalgia verso l’infanzia passata.

Emma Watson/Belle è affiancata da un Dan Stevens coperto di tutti i pixel della Bestia. Sir Ian McKellen/Tockins non è l’unico altro nome noto del cast, che vanta anche Luke Evans nei panni di un Gaston che ci crede tantissimo (e che non mi è nemmeno dispiaciuto, vi dirò!), Kevin Kline (Maurice), Ewan McGregor (Lumiere), Stanley Tucci ed Emma Thompson (Mrs. Bric). Devo dire che se la cavano tutti anche nelle frequenti parti cantate e coreografate.

tumblr_o7n5s65vua1qfv89lo2_500

Le scenografie e i costumi sono un sogno fatto realtà: curati fino nei minimi dettagli, per una resa d’insieme che colpisce gli animi fantasiosi e quelli malinconici. Ogni tanto il CGI della Bestia fa i capricci, ma è un dettaglio che notano solo i più puntigliosi.
La colonna sonora è quella originale, con l’aggiunta di un paio di brani inediti che probabilmente potevano rimanere in un cassetto, e delle coreografie in puro stile Disney, che mi hanno strappato molti sorrisi.

tumblr_okn6tfvndq1vgf5r3o4_400

…Quante botte, Gaston! Nella rissa chi morde più forte è Gaston!

 

Veniamo alla parte più cicciosa del post, quella che riguarda le polemiche che un film che ricalca un cartone animato vecchio di sedici anni è riuscito inspiegabilmente a portarsi dietro. La prima riguarda il doppiaggio, che non solo pare essere peggiore – ma è effettivamente possibile? – del solito, ma è reo di aver cambiato le parole delle canzoni originali. Come ho già detto, io ho visto Beauty and the Beast in lingua originale, e quindi non posso confermare né smentire questa diceria, anche se vi posso assicurare che, se fossi stata testimone dello scempio dei vecchi testi, non l’avrei presa per niente bene.
La seconda polemica paragona il film a un’apologia dell’amore omosessuale – parole di una cliente dell’attività rambica, che mi ha informata di ciò.

Pare, infatti, che le attitudini di un particolare personaggio della storia (Le Tont, la spalla di Gaston) abbiano fatto scoppiare uno scandalo di proporzioni notevoli, perché… Signori, io ho visto il film, ma non l’ho mica capito perché. Onestamente, se la resa di Le Tont e/o il fotogramma della scena finale sono apologetici all’amore gay, allora si può dire la stessa cosa di metà dei film con Franco e Ciccio, senza parlare di tutti gli sketch e le scene in cui in Italia si fa comicità ritraendo una “checca”. Io direi che non ci conviene, eh?

Che mi dite, voi? Avete già visto La Bella e la Bestia o avete in programma di vederlo?
Fatemi sapere che cosa ne pensate nei commenti! Io vi aspetterò qui, canticchiando sobriamente tra me e me…

landscape-1485847765-lumiere

Curiose Etimologie

Tag

,

Lezione di storia a uno dei pargoli, vertente sul tema della Caduta dell’impero bizantino.
Come mio solito, parto con una descrizione estatica della capitale dell’Impero Romano d’Oriente, volta ad appassionare la piccola capretta alla storia (e a soddisfare il mio particolare gusto romantico per essa, lo ammetto):

Pargolo, devi immaginarti una città densamente frequentata da uomini e donne di tutte le razze e tutte le religioni. Una città ricca, con alti edifici decorati, rutilante di suoni e di colori…

Quasi come se l’avessi punto come uno spillone, il pargolo m’interrompe:

Bleah, ma che schifo!

Io, interdetta, mi e gli domando cosa nel quadretto che avevo diligentemente composto faccia schifo.

Hai detto rutilante, da rutto. C’era gente che ruttava tutt’attorno: che schifo!!

 

…Dimenticavo che l’unico sinonimo di “pieno” che i pargoli di oggi conoscono è “sold out”. -.-‘

 

Febbraio di Libri e Vecchi Amici

Tag

, ,

No, non ho scordato di relazionarvi le mie letture del mese scorso, ma ho avuto qualche difficoltà a farlo, ecco. Diciamo che concludere febbraio con la visione di Ivan, che pure mi è piaciuto molto, mi ha un tantinello scombussolata. Poi, ci sono stati i film degli Oscar – insomma, non tutti: devo ancora vedere Moonlight, ma, chissà perché, non mi sembrava una buona idea farlo a ridosso dell’ultimo spettacolo teatrale che ho visto. Chiamiamola autoconservazione -, e così uno dei miei personaggi del cuore ha dovuto aspettare fino a oggi per venirvi presentato.

ben-hur-nueva-version-644x562

Il film del ’59 è la terza rappresentazione cinematografica della storia. All’attivo ce ne sono ben cinque

É lui, Giuda Ben Hur, qui ritratto con le sembianze di Charlton Heston, che lo interpretò nel bellissimo film di William Wyler (1959-60, vincitore di undici Oscar), che è uno dei miei preferiti in assoluto, fin da quando ero una bimba, ma pur sempre Strega.
Proprio per amore del film, molte e molte lune or sono lessi il libro di Lew Wallace (1880) e m’innamorai ancora di più sia della storia che del personaggio, senza però mai riuscire a entrare veramente in possesso di una copia di Ben Hur fino all’inizio di quest’anno, quando mi è stata graditamente regalata per Natale. ♥

La storia è quella di Giuda Ben Hur, un nobile ebreo di Gerusalemme, ma s’intreccia spesso e volentieri con quella del Cristo. A volte, lo ammetto, l’eccessivo trasporto dell’autore verso il cristianesimo mi disturba, ma la storia di Giuda è talmente bella che tendo a ingoiare la pillola e proseguire. Che succede al nostro Giuda, dunque?
Dovete sapere che nella sua infanzia il principe ebreo è stato molto amico del figlio di un noto cittadino romano, Messala, e che i due ragazzi sono cresciuti insieme finché quest’ultimo, di qualche anno più grande dell’ebreo, non è stato mandato a Roma per completare la sua istruzione. Messala torna a Gerusalemme profondamente cambiato: non c’è traccia del ragazzo innocente e buono che Giuda ammirava fino all’adorazione e, anzi, le nuove vesti del suo amico appaiono tracotanti e decisamente insopportabili. Giuda è profondamente deluso, ma ha poco tempo per rimuginare sui cambiamenti della vita, perché il giorno dopo la sfortuna vuole che una delle tegole del tetto di casa sua finisca accidentalmente in testa al nuovo governatore della provincia, Valerio Grato. Tutta la famiglia degli Hur viene dunque arrestata e, su suggerimento dello stesso Messala, condannata senza processo. Giuda viene spedito alle galee, mentre sua madre e sua sorella vengono imprigionate nella terribile Torre Antonia. Dopo qualche anno, Giuda trova il modo di riscattare la sua condizione salvando la vita di un generale romano, Quinto Arrio, che poi lo adotta e lo nomina suo erede, rendendolo in grado di tornare nella sua terra natale e cercare la vendetta…

Il film è arcinoto, è vero, ma si discosta un po’ dalla trama del libro, perciò non farò ulteriori spoiler. Vi dirò solo che rileggere le pagine dell’opera di Wallace è stata un’esperienza ricca di ricordi passati, che ho apprezzato tantissimo. Molti dettagli del libro e del film si confondevano ormai nella mia testa

ben-hur-orizzontale

Non questo film, questo film non esiste. E chiudi la bocca, che sembri un merluzzo!

 

ben-hur-2010-joseph-morgan-29147504-500-287

Nemmeno questo esiste: che è, non gli davano fa mangiare?! E’ denutrito!

 

e la rilettura di Ben Hur (il titolo originale è Ben Hur – A Tale of Christ) ha ricostruito due immagini distinte, ma non sbiadite delle opere dedicate al coraggioso Giuda.

Voi avete mai letto Ben Hur? Che cosa ne pensate?
E quale dei cinque film avete visto? Fatemelo sapere nei commenti, mi raccomando! Nel frattempo, io riprendo la lettura dei libri di marzo… il cui numero spero si attesti a più di un volume! Lo sapremo tutti a fine mese, immagino. 😉

Meraviglie Nascoste Sotto Ai Piedi dei Milanesi – l’Albergo Diurno Venezia

Tag

, ,

diurnotop1

Il Salone degli Artigiani, così com’è adesso

Milano è una città piena di misteri. Immagino si possa dire lo stesso per qualsiasi altro luogo in Italia, perché non abbiamo mai idea di quello che c’è sotto le nostre scarpe; oltre l’asfalto su cui camminiamo possono esserci i resti di qualche edificio romano, tanto per dirne una, oppure le spoglie di qualche antico abitante della zona, che è stato sepolto di fronte al vostro negozio preferito mille anni fa, e così via. Se, però, questa è una condizione applicabile un po’ a tutto il nostro territorio, si fa fatica a pensare che anche la pratica Milano, quella che fa andare le manine e non sta a pettinare le bambole, possa avere dei lati nascosti, e invece ne ha moltissimi! Qualche giorno fa io ne ho scoperto uno particolare, di cui conoscevo sì l’esistenza, ma che non pensavo potesse essere fatto così: L’Albergo Diurno Metropolitano Venezia.

beni-del-fai-milano-lalbergo-diurno-venezia-l-09_exw

Cos’è un albergo diurno? Bagni pubblici, lettori miei, si tratta di bagni pubblici. Ma non solo, come vedremo in seguito.

Il posto si trova in piazza Oberdan, dal lato di via Tadino, e vi si accede dalla scala che porta alla metropolitana di Porta Venezia, sulla linea rossa, perché negli anni Cinquanta parte della struttura fu demolita proprio per fare posto alla linea metropolitana. Attualmente l’Albergo Diurno Venezia è di proprietà del Comune di Milano, che sta vagliando dei progetti di ristrutturazione con la collaborazione del FAI: più che mai, faccio il tifo per loro, perché la visita a questo luogo, che pure è lontano dai fasti e dal lusso di un tempo, è un’esperienza ai limiti della magia.

Eccovi una breve pillola sulla storia della struttura. Fu progettata nel 1923, ma realizzata solo nel 1925. Gli interni sono in stile art deco, realizzati nientemeno che dal celebre architetto Piero Portaluppi (lo stesso di Villa Necchi Campiglio, per dirne una), e mascherano la struttura in cemento armato dell’ingegner Troiani con elementi realizzati in una mescolanza di materiali di pregio e moderni, come il marmo lucidato e il linoleum, oppure le bellissime piastrelle in vetro-civer. Lo spazio, di circa 1200 mq, è diviso in due ambienti distinti: la zona delle terme (ovvero, i bagni ^^) e quella del Salone degli Artigiani: una vera e propria via del commercio sotterranea, dove si poteva ricorrere al servizio di parrucchieri, barbieri, manicuriste, si potevano acquistare biglietti per il tram o per i treni, parlare di affari seduti sui divanetti, magari bevendo un drink preso al bar.

diurno_1930

Il Salone degli Artigiani con l’arredo originale. Ditemi voi se non è un luogo magico!

La zona delle Terme è stata chiusa nel 1985, quando ormai i bagni pubblici non avevano più motivo di esistere, ma il Salone degli Artigiani è rimasto più o meno attivo fino agli anni Novanta. Dal 2006, l’Albergo Diurno è rimasto chiuso e solo recentemente sono stati fatti accertamenti di stabilità sul luogo ed è stata conclusa un’opera di riqualificazione della piazza sovrastante, che ai tempi di massima attività della struttura avremmo visto delimitata sui lati corti da due pensiline d’entrata in stile Liberty e sul lato che da verso i Giardini Montanelli, da due colonne che contenevano lo sfiato per i fumi della caldaia e l’aria viziata.

diurno

Una delle pensiline d’entrata, realizzata in cemento, acciaio e vetro secondo lo stile Liberty, che era molto apprezzato. Una di queste pensiline esiste ancora, verso via Tadino.

800px-diurnostatua14

La Dea Igea, figlia di Asclepio, che ha signoria della salute.

La visita che potete prenotare gratuitamente tramite il FAI, a giornate stabilite, comprende un breve esame della piazza prima di scendere nell’Albergo Diurno vero e proprio, soffermarsi sui negozi ancora visitabili e poi passare all’ambiente delle Terme, accolti da una bellissima statua bronzea di Luigi Fabris.
Con l’aria viziata e umida che vi riempie le narici, potrete esplorare le diverse stanze da bagno, che conservano l’impronta dell’antico splendore sotto una patina d’incuria, e, se volete, provare a immaginare come dovesse essere questo luogo incantato agli inizi del secolo scorso, quando i signori e le signore, ma anche i membri di classi sociali inferiori, si asciugavano dopo il bagno o la doccia con una salvietta riscaldata, si rassettavano allo specchio e poi uscivano, soffermandosi magari a rimirarsi in uno degli specchi a figura intera del Salone degli Artigiani.

la_bottega_del_barbiere_fondoambiente-it-2

Il barbiere. Ma non vi viene da cantare Figarooo?

La visita dura circa quaranta minuti, ed è una porzione ben spesa del vostro tempo, credetemi: il fascino del luogo non lascia nessuno indifferente, e sicuramente non potrete dire di aver visitato la solita chiesa o il classico museo!

Trovate maggiori informazioni sulle visite guidate e le prenotazioni sul sito del FAI e, se vorrete raccontarmi com’è andata la vostra esperienza con l’Albergo Diurno Metropolitano Venezia, mi trovate qui ad aspettare il vostro commento. 😉

Ivan Karamazov e la Letteratura Russa, a Teatro

Tag

, ,

la-magia-di-un-teatro-che-si-riempieguardate-il-sociale-con-ivan-video_d77de57a-f508-11e6-b097-eae885e85f74_700_455_big_story_linked_ima

Io, l’avrete capito, apprezzo molto la letteratura russa. Penso che la sua forza risieda nella particolare sensazione che lascia nel lettore, che non è tristezza, non è orrore, disgusto o compassione… In un certo senso, non è una vera emozione, perché si tratta di una specie di annichilimento di fronte a una verità che l’autore – Dostoevskij in questo è maestro – ti pone davanti in tutta la sua nudità e nel modo più crudo che conosce.
Vi chiederete perché, allora, valga la pena leggere un qualsivoglia romanzo russo, perché non si possa semplicemente chiudere il volume – che è tutto fuorché agile – e cambiare genere. La verità è che, almeno per quanto mi riguarda, subentra una specie di attenzione morbosa alle pagine del romanzo, non tanto per la conclusione di una vicenda che in genere non raccoglie chissà quali fatti mirabolanti, ma proprio per scoprire quella nuda verità che ho citato prima. Per bere tutto d’un fiato, se vogliamo essere poetici, l’amara fiele contenuta nella coppa che Dostoevskij, ma anche Tolstoj, o Cechov, Puskin e altri ci porgono.

Ecco, Ivan – in scena fino a oggi al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano – contiene tutto quello che vi ho appena descritto e anche molto di più.
Lo spettacolo, diretto da Serena Sinigaglia, è una riscrittura del celebre e ostico romanzo I Fratelli Karamazov, di Fëdor Dostoevskij, con una particolare attenzione al capitolo del Grande Inquisitore. Protagonista di questa pièce messa assieme da Letizia Russo è Ivan Karamazov, il fratello di mezzo della famiglia, il ragazzo troppo maturo per la sua età, intelligente, colto e raffinato che già nel romanzo subisce un terribile risveglio da quelli che potremmo ben definire i suoi sogni, ma che sulla scena del Teatro Studio scopre un mistero orribile e inimmaginabile. E noi lo scopriamo con lui, una cruda rivelazione dietro l’altra in una successione che sul ritmo di uno spettacolo di un’ora e un quarto anziché di un romanzo di settecento e passa pagine.

1459363552494363467_719194371_16790288_790242774456922_697591955470680064_n

Eccolo, un primo piano del ciclone di pensieri di Ivan. Come vedete, è disseminato delle pagine di un quaderno.

L’unico attore in scena è Fausto Russo Alesi, che interpreta non uno, ma mille Ivan, anche se quello che più mi è rimasto nel cuore è il ragazzo ventitreenne che è troppo maturo per la sua età, nella cui testa si agitano pensieri e riflessioni che lui non riesce a esprimere. Il momento in cui si siede di fronte al fratellino e gli chiede un’ora – solo un’ora! – del suo tempo per farsi conoscere da lui è di una tenerezza travolgente e rivela una sensibilità che non è immediatamente distinguibile nel personaggio del più intelligente membro della famiglia Karamazov. Ho apprezzato la performance dell’attore per la sua intensità e ancora di più perché essa è resa senza l’ausilio di ampi movimenti, dato che l’attore recita rimanendo al centro della scena, nell’occhio di una specie di vortice di metallo che costituisce l’unico arredamento del palco altrimenti oscuro.

Non vi mentirò, però, dicendovi che la visione di Ivan è stata facile o che sono uscita dal teatro contenta di avervi assistito, anche se lo spettacolo mi è piaciuto moltissimo. In verità, mi sto riprendendo dall’esperienza solo adesso, mentre scrivo queste parole, ma va bene così. D’altronde, che letteratura russa sarebbe, altrimenti?

Aggiorniamo il bottino premi

Tag

, , ,

versatilebloggeraward

 

Aggiorniamo il bottino premi di questo umile Grimorio con il Versatile Blogger Award conferitomi qualche giorno fa da Jejesunflower, che qui ringrazio nuovamente in conformità alle regole del premio, che sono:

1) Mostrare il premio sul tuo blog. – tadaaaan! É qui, proprio sopra le mie parole.

2) Ringraziare i blogger che ti hanno nominato e fornire il loro link. –
Fatto!

3) Condividere 7 fatti su di te. – Li trovate di seguito: cercherò di non ripetermi

4) Nominare 10 blogger e fornire i loro link. – Ecco… ehm… Chi nomino? Facciamo che vi autorizzo a sentirvi tutti nominati? Dai, facciamo così!

Allora, le sette cose sulla Strega.

9ebdf3e6974f72539311e0ee81694af8
La Strega ama i libri e ama il tè. Ancora meglio, ama il tè bevuto mentre legge un libro. Di norma prediligo il tè verde aromatizzato e rigorosamente senza zucchero, ma non disdegno nulla purché contenga caffeina. Da brava Strega, preferisco la miscela sciolta alle bustine: da più l’idea del filtro magico! 😉
Per quanto riguarda l’amore per i libri… scommetto che l’avevate intuito.

Il buon vecchio C.S. Lewis diceva: You can never get a cup of tea large enough or a book long enough to suit me – Non troverai mai una tazza di tè grande abbastanza, o un libro lungo abbastanza, per me – e io concordo in pieno.

Ho un gatto, il mio personale famiglio. Una divinità egizia in miniatura che è al mio fianco da quasi dodici anni, una palla di pelo viziata, pretenziosa e poco avvezza alle coccole. Il succitato agglomerato di pelo, occhioni e fusa è anche un po’ snob e ama essere ammirata.
Sì, in effetti abbiamo dei punti in comune.

Ho una quantità smisurata di interessi, troppi e a volte troppo diversi per poter appartenere a una sola persona normale. Ne consegue che non sono normale.
Anche questo lo sapevate già, vero? ^^

La quantità di interessi tutti diversi va di pari passo con la quantità di impieghi che ricopro nel corso della giornata: lavoro all’attività rambica, traduco, do ripetizioni ai pargoli, correggo bozze e faccio ghostwriting. Sì, a volte dormo anche e no, non mi pagano abbastanza.

Vivo in una specie di dimensione limbo occupata, per quello che sembra al momento, solo da me medesima, in cui s’incrociano trame di vita e progetti d’esistenza diversi, alcuni imprevisti, non tutti piacevoli. Tipo quello della manager d’azienda che si scontra con l’umanista, che aveva in precedenza fatto conoscenza con la creativa. Senza contare l’esteta, la salutista, la sportiva. Potrei andare avanti all’infinito, ma ci fermiamo qui.

author-writing-writer

Ritratto in salsa retrò della Strega. Notate bene che la penna è solo appoggiata alle labbra: io non ho mai masticato penne o matite in vita mia.

Scrivo. 
Lo so che sapete che scrivo, d’altronde mi leggete! Quello che intendevo è che non scrivo solo post per il blog e testi per i miei clienti, ma anche recensioni per una testata di arte e spettacolo e – il meglio alla fine – storie. Racconti brevi, per lo più, ma da anni lavoro a qualcosa si più lungo. Sì, qualcosa tipo un romanzo, che devo aver riscritto decine di volte (che volete, dall’adolescenza all’età simil-adulta è un turbinio di cambiamenti).

Last but not least, sono completamente immune a qualsiasi tipo di spoiler, in qualsiasi occasione. Lo spoiler non mi infastidisce, sapere come finisce una storia – se Tizio muore, se Caio riesce a conquistare Petronilla o se Sempronio fallirà nel suo tentativo di conquistare il mondo – non me la fa godere di meno. Ciò che più conta per me è il modo in cui la vicenda di Tizio, Caio, Sempronio e Petronilla viene raccontata, lo stile narrativo, il modo in cui sono resi i personaggi… Alla fin fine, quante storie veramente originali ci sono al mondo? La mente umana è vecchia di millenni, tutto finisce inevitabilmente per essere tratto da… o una rivisitazione di… non trovate?

 

Se la matematica non mi tradisce, vi ho dette sette cose di me, più un piccolo bonus. Pare quindi che io abbia espletato il mio compito, voi che dite?

Mi raccomando, però, non mi lasciate appesa: fatemi sapere le vostre 7 curiosità qui sotto nei commenti, se non tramite un post sul vostro blog. Non sarete mica timidi, eh? 😉

Il Miglior Film di Molti Anni -Il Diritto di Contare

Tag

,

mv5bmjqxotkxoduyn15bml5banbnxkftztgwntu3ntm3ote-_v1_uy1200_cr9006301200_al_

Il titolo originale del film si riferisce alle tre protagoniste e alla scarsa notorietà di cui, nonostante i loro raggiungimenti siano epocali, hanno goduto fino a ora.

Mentre scrivo, la notte degli Oscar non è ancora arrivata. Non sappiamo chi si aggiudicherà quelle belle statuette luccicanti, non sappiamo se le previsioni che un po’ tutti si sono divertiti a fare si avvereranno. Quello che io, nel mio cuoricino stregato e assolutamente ininfluente per quanto riguarda le decisioni di questo tipo, so per certo è che Il Diritto di Contare (Hidden Figures in lingua originale) è uno dei migliori film che ho visto negli ultimi cinque anni, almeno.

La pellicola, tratta dal libro di Margot Lee Shetterly, a sua volta ispirato a una storia vera, racconta la storia di Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson che collaborarono con la NASA a partire dal 1961, quando, per fare un piccolo ripassino, i primi uomini venivano lanciati nello spazio e John Glenn divenne il primo astronauta americano a fare un’orbita (anzi, tre) completa attorno alla Terra. Le tre donne, afroamericane, lottarono per affermare la propria professionalità e il proprio valore in un’America ancora segnata dalla segregazione razziale, superando ostacoli sociali e di fatto contribuendo non solo al successo di missioni che hanno influenzato la nostra epoca (oltre a quella che è l’oggetto del film, potremmo citare il Programma Mercury, o la Missione Apollo 11: quisquiglie, no?), ma anche la nostra società.

tumblr_ojs543cnqk1snteogo2_r1_500

Il film è diretto da Theodore Melfi e vanta un cast di tutto rispetto: Taraji P. Henson (s t u p e n d a nel ruolo di Katherine Johnson!), Octavia Spencer (Dorothy Vaughan: per questo ruolo è nominata all’Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista), Janelle Monàe (Mary Jackson), Kevin Costner (Al Harrison), Kirsten Dunst, Jim Parsons e altri. La colonna sonora è uno spettacolo, un’adorabile sinfonia di motivi arcinoti e nuovi tocchi che creano un’alchimia favolosa.

Se le performance strepitose degli interpreti – di tutti gli interpreti, nessuno escluso! -, la storia toccante con un finale al cardiopalma (sì, anche se sappiamo perfettamente com’è andata a finire!) e un copione vivace, intrigante e significativo non sono sufficienti a catturarvi, sono sicura che nemmeno il più insensibile di voi rimarrebbe indifferente di fronte al metodo narrativo scelto dagli sceneggiatori e dai registi, che rompe completamente il classico schema americano per i film di questo genere.

Non sono presenti lunghe spiegazioni di com’era divisa la società americana in quel periodo, non ci sono estenuanti monologhi che celebrano la volontà di un eroico americano bianco che decide di sbattersene della segregazione e di celebrare l’unità, no… Ci sono i fatti. E i fatti, infondo, sono molto meglio delle parole.
La scena iniziale delle tre protagoniste le vede interrogate da un poliziotto, solo perché sono tre donne di colore, ferme sul ciglio della strada a causa di un guasto alla macchina.

tumblr_obyer2nulf1vbeidjo2_500

 

tumblr_ojsgdjmqcd1svlqpoo1_400Katherine Johnson, trasferita in un’unità che la vede come prima impiegata di colore, deve percorrere mezzo miglio per trovare una toilette adatta a lei, e lo fa correndo sui tacchi più volte durante il film, portandosi dietro il lavoro per non rimanere indietro, e la scena strappa la risata, finché non raggiunge il suo climax con una bellissima, perfetta battuta – al limite del monologo – di sfogo di Katherine, che è appena tornata in ufficio gocciolante, perché fuori c’è un tempo da lupi e lei ha appena fatto un miglio tra andata e ritorno al bagno, senza ombrello.

E allora lo sapete cosa fa il personaggio di Costner, Al Harrison? Non parla, non fa discorsi, non s’impone come dominante maschio alfa americano, no. Prende un martello e abbatte la segnaletica che divide i bagni per i bianchi da quelli per i neri.

hidden-figures-kevin-costner-300x170

Ed è una scena forte, e toccante più di mille parole inutili che trasformerebbero Il Diritto di Contare in un polpettone assurdo che potrebbe veramente piacere solo ai patriottici eredi dello zio Sam.

Invece, questo film mi ha divertita e commossa, spaventata ed esaltata: tutto nello stesso tempo. Infatti, non capisco come sia possibile che Hidden Figures sia candidato solo a tre premi Oscar (Miglior Film, Miglior Attrice Non Protagonista e Migliore Sceneggiatura Non Originale), quando io invece avrei aggiunto almeno la Nomination come Migliore Attrice per la Henson e quella per la Miglior Colonna Sonora.
La mia speranza, per il momento, è che questo film si aggiudichi la statuetta più importante di tutte e che abbia la visibilità e la diffusione che si merita, non tanto per il messaggio di cui è indubbiamente portatore – se ricordiamo che siamo nell’epoca in cui Trump è Presidente degli Stati Uniti e in cui, allo stesso tempo, la NASA scopre pianeti abitabili a quaranta anni luce da noi, dobbiamo ammettere che anche il messaggio ha la sua importanza! -, ma perché Il Diritto di Contare è bello, diverso, poetico e ricco di emozioni. Ecco. E dal momento in cui programmerò l’uscita di questo post fino alla notte del 26 febbraio terrò le dita incrociate.

 

Voi l’avete visto?
Se sì, ditemi che cosa ne pensate: sono curiosissima!!

Arrival

Tag

,

mv5bmtexmzu0odcxndheqtjeqwpwz15bbwu4mde1oti4mzay-_v1_ux182_cr00182268_al_Sarò sincera: visti i trailer e il tono in cui è stato pubblicizzato, io non avrei dato nemmeno una possibilità ad Arrival, ultimo film di Denis Villeneuve e candidato all’Oscar per il Miglior Film. Invece mi sono dovuta ricredere e ora mi trovo qui a scrivervi che questo film mi è piaciuto moltissimo, non tanto per le sue componenti fantascientifiche, ma per il background in cui sono inserite. Non temete, mi spiegherò meglio più avanti.

La sceneggiatura di Eric Heisserer è tratta da un racconto di Ted Chiang intitolato Story of Your Life, che personalmente mi sono ripromessa di leggere quanto prima, e racconta la storia della linguista Louise Banks, chiamata a dare il suo contributo per risolvere una situazione inaspettata. Dodici navi aliene, che sono state chiamate gusci, sono atterrate sulla terra, in luoghi apparentemente casuali, ed è di vitale importanza che l’umanità riesca a comunicare con le forme aliene a un livello sufficiente per poter discernere le loro intenzioni. Per questo, appunto, viene arruolata Louise, che sarà affiancata dal fisico teorico Ian Donnelly nel difficile compito di trovare un vocabolario comune con questi esseri (gli eptapodi, perché sembrano avere sette zampe). Man mano che Louise s’immerge nello studio del loro complicato sistema di comunicazione, che sembra procedere per vie grafiche, la mente della linguista è attanagliata da ricordi, sogni intensi e visioni che le offrono un’immagine di se stessa che lei al momento non riesce a concepire e che la stravolge nel profondo. Tutto si complica quando gli eptapodi rispondono alla domanda di Louise, ovvero qual è il vostro scopo sulla Terra, con un criptico “offrire armi”… Come al solito non vi racconto nient’altro della trama, perché lo spoiler sarebbe un’azione da Strega poco educata. 😉

hqdefault

Il linguaggio grafico attraverso il quale si esprimono gli eptapodi. Ha qualcosa di vagamente Zen.

Come ho scritto all’inizio del post, il film mi è piaciuto al di là degli elementi di fantascienza, che sono sicuramente ben fatti e ben gestiti, ma che non presentano il mio pane quotidiano. Anzi, si potrebbe dire che Arrival mi è piaciuto nonostante i suoi elementi fantascientifici, perché essi, a ben vedere, non sono poi così necessari per la comprensione della storia, che gira attorno a temi profondi, come il mistero della vita e dello scorrere del tempo, l’amore, gli affetti, il destino… E quella domanda, così semplicemente posta:

se conoscessi tutta la tua vita, dall’inizio alla fine, cambieresti qualcosa?

É questo piccolo quesito il perno di tutta la storia che gira attorno agli eptapodi, a Louise e a Ian, e la scelta della nostra linguista, interpretata meravigliosamente da Amy Adams da il senso a tutto il film, che a me è parso impregnato da una ventata di leggera mestizia, che non si può definire malinconia, ma che non è nemmeno assimilabile alla tristezza vera e propria.

Ora, non vi spaventate! Arrival non è un polpettone noioso, non è una lungaggine infinita (anche se il ritmo narrativo è piuttosto lento ed è inficiato da alcune ripetitività che però sono necessarie allo svolgimento della storia) che vi tiene incollati al divano solo perché vi priva delle forze per alzarvene, e per questo ammetto che bisogna dare credito proprio al fatto che si tratta di un film di fantascienza. Insomma, ci sono gli alieni, ci sono i militari e i governanti del mondo che non sanno bene se attaccare i gusci o intraprendere delle missioni diplomatiche, c’è il rischio di una prima guerra spaziale, c’è la paura generale che serpeggia tra la popolazione comune, alimentata dai media, che ha esiti disastrosi… Insomma, attorno al nocciolo della questione ci sono moltissimi elementi piacevoli e qualche citazione interessante, come quella dell’ipotesi Sapir-Whorf, secondo la quale, in soldoni, la nostra mente sarebbe influenzata dalla lingua che parliamo, fino all’estrema conseguenza che la lingua che parliamo potrebbe determinare il modo in cui pensiamo.

Tutto questo fa di Arrival un film sicuramente da vedere, anche se all’inizio potreste trovarvi un po’ spaesati dall’assenza di una vera e propria colonna sonora e dalla particolarità della fotografia, con questa luce fredda e fumosa, che si contrappone al calore luminoso dei ricordi di Louise.

Che mi dite, qualcuno di voi ha già visto il film di Villeneuve? Che ne pensate?
S’involerà mica la statuetta più ambita?! Ditemi tutto nei commenti!