Nessun Dorma, che c’è l’Expo. – Turandot

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300px-Poster_TurandotNon c’è davvero nulla da dire riguardo ai disordini di ieri pomeriggio a Milano, dopo una mattinata iniziata nel migliore dei modi con l’inaugurazione dell’Expo, se non che i milanesi che sono scesi in strada a ripulire lo scempio fatto da un manipolo di idioti hanno dimostrato ancora una volta che la loro – la mia – è una città grande. Immensa. E che di stare a pettinare le bambole non è il caso, quindi parliamo di cose belle.

La Scala ha messo in scena ieri sera, appositamente per l’apertura dell’Esposizione Universale, la Turandot di Puccini, che i signori della Rai hanno gentilmente deciso di far apprezzare a tutti tramite una diretta televisiva a cui si poteva – come sempre – felicemente tagliare gli imbarazzanti commentari tra gli atti e prima dell’inizio dell’opera. Ma ci sarà pure qualche critico musicale che può sostituire la signora che ha il posto fisso lì nell’atrio!

Qualche informazione sull’opera.
Turandot nasce da una fiaba di Gozzo e la composizione della musica viene affidata a Puccini nel 1920. Sfortunatamente, il Maestro muore nel 1924, lasciando l’opera incompiuta poco dopo la morte di Liù, così il finale viene commissionato ad Alfano (non quello che conoscete, un altro). Al suo debutto nel 1926, però, il famoso direttore d’orchestra Toscanini decide di interrompere l’opera esattamente dove Puccini si era fermato, proclamando l’assoluta indegnità delle note di Alfano a fronte della poetica pucciniana. Diversi finali sono stati scritti per l’opera lirica in tre atti, incluso quello di Berio (2001), che è stato utilizzato per la rappresentazione di ieri sera.
La trama è piuttosto semplice. Calaf è un principe in esilio (e costretto all’anonimato) a Pechino, dove ritrova il padre e un’ancella, Liù, che è innamorata di lui. In città vige una tremenda legge secondo la quale qualunque nobile voglia sposare la principessa della Cina, la bellissima e crudele Turandot, dovrà risolvere i tre enigmi che ella proporrà e, in caso di fallimento, verrà decapitato. Durante l’esecuzione del dodicesimo principe citrullo dell’anno, Calaf vede Turandot e se ne innamora, così decide di affrontare la prova. Risolti i tre enigmi, però, offre a Turandot la possibilità di sfuggire al matrimonio se lei riuscirà a indovinare il suo nome prima dell’alba. Turandot ordina che, quella notte, nessuno dorma nella città di Pechino e che chiunque conosca il nome dello straniero sia trovato e costretto a parlare. Liù, per non tradire il suo amato, si suicida, sacrificandosi affinché egli possa avere la donna che desidera. All’alba, Turandot scopre il nome di Calaf e se ne innamora.

Secondo atto

La rappresentazione della Scala è una gioia sia per gli occhi che per le orecchie.
Regia, scenografia e costumi sono di un team tedesco (Lehnhoff, Bauer e Schimdt-Futterer), che ha fatto uno splendido lavoro. La scena è dominata da un’imponente  struttura chiusa irta di punte, quasi fosse un’armatura, sulla quale svetta una struttura/porta rotonda, che rappresenta di volta in volta la luna, il sole, il trono dell’imperatore. I toni utilizzati sono quelli del nero, del bianco latte, del blu notte (primo e terzo atto) e di uno splendido rosso fuoco. I costumi sono una mescolanza di stili diversi. I personaggi principali rimandano ai costumi tradizionali cinesi – Turandot, poi, è assolutamente favolosa -, mentre il coro ha costumi più moderni e indossa alcune maschere (junghiana memoria?), che lo rendono ancora più inquietante di quanto già Puccini l’aveva pensato.

L’orchestra è magistralmente diretta dal Maestro Riccardo Chailly, nuovo direttore artistico del teatro lirico milanese e amante di Puccini (si nota, eh!). Il coro della scala è – e non c’è altra parola per descriverlo – assolutamente fenomenale in un’opera in cui ha un ruolo quasi da protagonista.
Turandot è interpretata da Nina Stemme, già Brunhild nella Die Walkuere del 2011, dotata di una vocalità splendida e di un caratterino niente male. Personalmente, l’avevo preferita nell’opera di Wagner, ma ciò non toglie che sia straordinaria. Sopra tutti, ad ogni modo, c’è Maria Agresti/Liù, di una dolcezza e una leggiadria vocale senza paragoni. Peccato che il tenore Aleksrandrs Antonenko/Calaf non sia riuscito a dare sufficiente colore alla sua poderosa voce, che a mio avviso manca un poco di rotondità. Citiamo anche Veccia, Civatta e Nacoski (Ping, Pang e Pong, i ministri dell’imperatore), che sono autori di una performance di gruppo splendida; a volte sono quasi circensi, altre sono addirittura mefistofeliani. Raramente non sono inquietanti, ma sono sempre perfetti (e che costumi! Li avete visti i costumi??)

La Turandot di ieri è stata una degna apertura per l’Expo, non c’è dubbio, soprattutto perché, nonostante i tanti non italiani nel cast, è l’Italia – o la sua parte buona, creativa, poetica e passionale – quella che gli spettatori di ieri sera hanno avuto la fortuna di apprezzare e ammirare, quella che secondo i media tutta il Mondo ci invidia.
Io non sono esattamente sicura che sia così, in questi tempi gretti e troppo materiali sono altre le qualità che vengono invidiate, ma sono convinta che il Mondo dovrebbe voler essere in grado di ideare e mettere in piedi una cosa come quella di ieri sera, perché saremo anche ritardatari, pigri, furbetti e spesso raffazzonati, ma quando ci cale bene, noi ci facciamo vedere così.
E scusate se è poco. ;)

Aprile Dolce Dormire… Ma Ancor Più Dolce Leggere

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Siamo dunque giunti alla fine di un altro mese della Goodreads Reading Challenge.
Alla vigilia dell’apertura di Expo, con qualche preoccupazione riguardo alla qualità della vita dei milanesi nei prossimi sei mesi e spiccioli, passo a relazionarvi i libri che ho letto.

The Old Nurse’s Story, E. Gaskell. Altrimenti detto, La Storia della Vecchia Nutrice. Una buona novella gotica, ogni tanto, ci vuole, e questa è una delle più belle.
Io Non Avevo L’Avvocato, M. Rossetti. Una storia vera, anche se quasi non ci si crede. Ho divorato questo libro in pochissimo tempo, a dispetto di una narrazione non proprio fluidissima, proprio perché non potevo capacitarmi delle disgrazie sopportate da quest’uomo che non aveva fatto nulla, principalmente a causa dell’ignoranza, dell’ottusità e della scarsa preparazione delle forze di polizia e della magistratura qui in Italia. Da leggere assolutamente.
Mai Più Come Ti Ho Visto, M. Bocchiola. Una specie di flusso di coscienza del traduttore, estremamente piacevole nella sua interezza, anche se difficile da seguire, se non si conoscono i riferimenti letterari a cui si appoggia l’autore.
Perché non è in prima fila?, Scuola Holden. Una breve raccolta di aneddoti su personaggi famosi e le speranze, puntualmente disattese, che i genitori nutrivano per loro. Interessante.
I Ragazzi di Anansi, N. Gaiman. Insomma, volete anche che vi dica qualche cosa?? Gaiman è Gaiman, punto. :)
Lo Zen e la Cerimonia del Tè, K. Okakura. Scritto nel 1906, questo libro possiede ancora un fascino estremo, che non è possibile sintetizzare solo nel gusto dell’esotico. I sentimenti di Okakura, le sue emozioni e le sue parole contribuiscono a creare un’atmosfera particolarmente poetica.

E questo è quanto, signori.
Maggio porterà sicuramente nuove interessanti letture, per le quali in questi giorni sto facendo spazio nelle mie librerie…  un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. ;)

La Carta di Milano

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Forse non tutti sapranno che questa mattina è stata presentata la Carta di Milano, ovvero il frutto di quel misterioso incontro (almeno per me) che è stato l’Expo delle Idee, tenutosi a febbraio di quest’anno presso l’Hangar Bicocca a Milano. La Carta di Milano si propone di diventare una specie di Protocollo di Kyoto, verrà firmata da persone fisiche e nazioni e sarà presentata al segretario dell’ONU il 16 ottobre 2015.

E’ possibile leggere il testo completo della Carta qui, e anche scaricarla in un comodo formato pdf, se mai voleste più tempo di una veloce corsa in metropolitana per raggiungere casa, gli amici o il lavoro per rifletterci su e poi decidere se volete o meno firmarla.

Non vi sto dunque chiedendo di autografare la Carta a prescindere, come ormai si firmano troppe petizioni e come ben più colpevolmente si firma ogni cosa che ci chiedano di firmare: contratti con postille piccolissime e lunghissime che non abbiamo voglia di leggere (cosa di cui poi potremmo pentirci amaramente), normative sulla privacy, regolamenti di iscrizione a concorsi, tessere punti e quant’altro. Vi chiedo, però, di prendervi del tempo per leggere la Carta, tutta, e formarvi un’opinione al riguardo. Poi, fate pure le vostre considerazioni – sì, compresa quella legata all’equiparazione col protocollo di Kyoto, che come tutti sanno è andato liscio come l’olio… – e prendete una decisione sensata.

Ciò che mi ha colpito profondamente del documento, al di là degli obiettivi realistici o meno che si pone, è l’attenzione posta non soltanto al problema della malnutrizione – anche in questo caso, è bello che finalmente lo si contrapponga a quello dell’obesità: tanta gente che soffre la fame, ma anche tanta gente che soffre di sovralimentazione -, ma anche all’importanza che un’attenta e costante educazione alimentare ha nello sviluppo di un individuo e nelle scelte che compirà in futuro e che riguarderanno anche l’alimentazione e il pianeta. Mi piace che finalmente anche le imprese siano viste come parti integranti della “questione alimentare” (pag. 7 del file pdf) e anche della soluzione del problema.

In particolare, poi, voglio copiare questa parte, che è per me la più importante di tutte, perché qualsiasi cambiamento nello stile di vita o nella mentalità delle istituzioni parte dal cambiamento dell’atteggiamento di ciascuno di noi. Piantiamola di considerare le risorse che la Terra ci dona come un atto dovuto e impariamo a curarle e onorarle.

Poiché sappiamo di essere responsabili di lasciare un mondo più sano, equo e sostenibile alle generazioni future, in quanto cittadine e cittadini, noi ci impegniamo a:

  • avere cura e consapevolezza della natura del cibo di cui ci nutriamo, informandoci riguardo ai suoi ingredienti, alla loro origine e al come e dove è prodotto, al fine di compiere scelte responsabili;

  • consumare solo le quantità di cibo sufficienti al fabbisogno, assicurandoci che il cibo sia consumato prima che deperisca, donato qualora in eccesso e conservato in modo tale che non si deteriori;

  • evitare lo spreco di acqua in tutte le attività quotidiane, domestiche e produttive;

  • adottare comportamenti responsabili e pratiche virtuose, come riciclare, rigenerare e riusare gli oggetti di consumo al fine di proteggere l’ambiente;

  • promuovere l’educazione alimentare e ambientale in ambito familiare per una crescita consapevole delle nuove generazioni;

  • scegliere consapevolmente gli alimenti, considerando l’impatto della loro produzione sull’ambiente;

  • essere parte attiva nella costruzione di un mondo sostenibile, anche attraverso soluzioni innovative, frutto del nostro lavoro, della nostra creatività e ingegno.

Ecco, se c’è anche una parolina di quelle trascritte qui sopra che non vi convince, su cui non siete d’accordo o che nel vostro Io ritenete un po’ ridicola, non firmate. Potrete condividere su Facebook, Twitter et similia qualcos’altro e sentirvi ugualmente impegnati.

La Caotica Armonia di Whedon

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Nell’ultimo spettacolo della giornata, ieri ho avuto il piacere di vedere l’ultima chicca Marvel, Avengers – Age of Ultron, diretto da quell’incomparabile genio che è Joss Whedon.

In due ore e ventidue minuti assistiamo a un’incredibile accozzaglia di trame, sottotrame, discussioni di etica e morale, lotte all’ultimo sangue e presentazioni di nuovi personaggi, il tutto condito con le classiche battute salaci e il buon vecchio umorismo americano; non si sa esattamente come, ma niente di tutto questo stona di una virgola nel più bel film della categoria di sempre (o meglio, io lo so come: Whedon è un mago), non si avverte alcuna lacuna nella trama ed è francamente impossibile che lo spettatore possa stancarsi anche solo per un secondo durante la visione del film.

Fatta questa breve e assolutamente imparziale presentazione della pellicola in oggetto, passiamo a dire qualcosa di più preciso. ;)

L’inizio vero e proprio della storia si ha quando Tony Stark ha una visione piuttosto realistica di un ipotetico futuro in cui gli alieni hanno invaso la terra, i suoi amici sono morti e lui è torturato dalla consapevolezza che, con le sue straordinarie doti di intelligenza (Dei, quanto adoro quell’uomo!), avrebbe potuto fare di più per proteggere ciò che gli è caro. Condivide quindi con Banner i suoi timori e le sue speranze, ma non si accorge che c’è qualcun altro ad ascoltarli e a travisare le sue parole… Nasce così Ultron, una terribile intelligenza artificiale che fa suo il concetto di mondo migliore del suo pseudo-creatore e decide di estinguere il genere umano. Non vado oltre, perché sarebbe un crimine spoilerarvi anche il più piccolo dettaglio.
Quello che è veramente importante è che, a dispetto della trama estremamente lineare, che scorre liscia e per nulla complicata, si è raggiunto l’esatto punto medio tra la semplicità complessiva e quel tanto di sottolivelli della vicenda che interessano lo spettatore ma non lo impegnano a scervellarsi su quanto avverrà in seguito. E’ come se Whedon avesse voluto spiegarci molto chiaramente che, per costruire una buona storia, i colpi di scena non sono davvero necessari, che basta saper dosare tutti gli ingredienti. Certo, basta saperlo fare.

Il copione è un altro di quei gioielli (che faccio, le chiamo Gemme, tanto per restare in tema? XD) che fanno la fortuna di Avengers – Age of Ultron: è di una piacevolezza incredibile dalla prima all’ultima battuta, anche se purtroppo non ho avuto il piacere di guardare il film in lingua originale, e rispecchia l’armonia della trama unendo battute estremamente umoristiche a dialoghi ben più seri e ponderati. Tanto per darvi un’idea di quanto l’abbia trovato buono, vi faccio notare che non ho scritto una parola riguardo al doppiaggio italiano, e non l’ho fatto perché la sua estrema inadeguatezza è passata totalmente in secondo piano rispetto alle battute. Una rarità.

Grafica e costumi sono splendidi.
Ad essere del tutto sincera, se anche trama, cast e dialoghi di questo film fossero stati discreti o addirittura scarsi, sarebbe valsa comunque la pena di andarlo a vedere al cinema (e in IMAX! Se ne avete la possibilità, per questo film vale la pena spendere qualche euro in più). Il top della perizia in quest’arte viene raggiunto nelle caoticissime scene di combattimento, di un ritmo esaltante, con effetti speciali da urlo e una quantità di personaggi in movimento da gestire che si è oggettivamente vista pochissime volte e difficilmente con risultati del genere. Il tema di questo film sembra essere la confusione, perché le inquadrature sono affollate sempre e comunque, eppure – di nuovo, grazie alla magia di Whedon – non c’è mai un momento, nemmeno nell’ingarbugliatissima scena di combattimento finale, in cui lo spettatore abbia bisogno di tirare il fiato o perda l’orientamento nella scena. Il tutto, di nuovo, scorre una una tranquillità di fondo che è paradossale, se la compariamo al ritmo forsennato dell’intera pellicola.

Eccolo qua, il dream team. Che facce serie! :)

Parliamo del cast, e che cast!
Le nuove leve tra i Vendicatori, Scarlet Witch/Elizabeth Olsen e Quicksilver/Aaron Taylor Johnson si uniscono bene ai senatori dell’Universo Marvel. In particolare, la Olsen mi ha sorpreso (abbiate pazienza, tutte le volte che la vedo, mi ricordo delle altre due sue sorelle…). Ritroviamo in questo film un Chris Hemsworth/Thor un pelino insipido, anche se naturalmente il suo è un ruolo cruciale per il punto di svolta della trama, un altro Chris (Evans) nei panni di un Captain America più noioso che mai nelle questioni di morale, ma comunque meno impettito del solito – i due insipidi del film, tra l’altro, sembrano intendersela bene e hanno qualche scena di combattimento a due effettivamente molto carina -, Mark Ruffalo/Hulk più verde che mai (pregevolissimo lo scontro Hulk VS Ironman ft. Veronica!), Scarlett Johansson/Vedova Nera, Jeremy Renner/Hawkeye che è meno inutile del solito, e lui. Robert Downey Junior/Tony Stark, che è sempre un piacere rivedere in quei panni. Tra l’altro, quello di Stark è l’unico personaggio tra i buoni del film che non mi dia mai sui nervi, probabilmente perché proprio buono buono non è, e come potrebbe, con una mente come la sua?
Parlando di personaggi non buoni, non possiamo non dire niente di uno straordinario James Spader, che da voce e mimica ad un Ultron molto umano, con un problemino di gestione della rabbia e una leggera forma del complesso di Edipo – geniale, Joss! -: uno dei motivo per i quali mi è dispiaciuto tantissimo non avere la possibilità di guardare Avengers 2 in inglese.
Anche in questo campo, Whedon ci ricorda un altro concetto importante: se vuoi avere una bella storia, devi avere un antagonista di spessore. Non deve essere necessariamente cattivo o pazzo (anche se, tra l’Ultron di Spader e il Loki di Hiddleston, la pazzia sembra essere un requisito importante), e nemmeno necessariamente cattivissimo, ma deve, deve, avere personalità da vendere e, nel caso di un film d’insieme come questo, la capacità di fronteggiare da solo un gruppo di una decina di eroi. Mica facile!

Ho già un leggero senso di preoccupazione, se penso che Whedon ha rinunciato a girare il terzo capitolo della trilogia (terzo capitolo diviso in due. Quindi è una tetralogia, d’accordo, non stiamo a spaccare il capello in quattro), anche se trovo comprensibile che, dopo un parto del genere, questo pover’uomo voglia dedicarsi a qualcos’altro. Sarebbe un vero peccato, però, non essere testimoni del suo ultimo lavoro con la Marvel, non vi pare? E allora correte al cinema!!!

Stream of Thoughts

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Sveglia alle 7:15. Prendo atto della spalla destra semibloccata, mi alzo, dribblo il gatto che vuole i croccantini anche se Rambo – che è rumorosamente uscito un quarto d’ora prima – glieli ha dati come sempre prima di fare colazione.
Mi dirigo in cucina, scaldo la tisana del cambio di stagione, tiro fuori due arance per la spremuta, rispondo vagamente alla Genitrice che parla nel sonno, dico al gatto che no, non avrà altri croccantini prima delle 8. Il gatto va a chiedere l’elemosina dalla Genitrice. Bevo la tisana mentre spremo gli agrumi e li filtro, chiamo la Genitrice perché si svegli, apparecchio la tavola per la colazione, bevo l’acqua con l’echinacea, mangio i cereali gluten free, bevo la spremuta d’arancia, il caffè è pronto, bevo il caffè, controllo la posta elettronica dal cellulare, controllo il calendario dell’attività rambica, mi accerto che non ci siano questioni da risolvere subito, sparecchio perché il gatto possa essere pettinato.
Rifaccio i letti, la Genitrice si è attaccata al telefono, mi lavo, faccio yoga, i vicini di casa stanno facendo le pulizie di primavera alle 9 del mattino con la musica di Gigi d’Alessio a palla, medito, Gigi d’Alessio canta le cchiù bell’ ‘e canzoni de’ Napule, non ce la faccio a meditare questa mattina, Gigi d’Alessio continua, Nam mioho renghe kyo.
Devo andare a fare delle commissioni della palestra, la Genitrice mi detta la lista della spesa per negozio articoli cura della casa, è tutto? Sì, no, controlla se all’Esselunga costa meno. Controllo le promozioni dell’Esselunga, no, non costa meno, va bene, prendilo. Mi vesto, esco, vado a piedi fino alla banca, evito di rispondere ad un gruppo di anziani che mi fanno apprezzamenti volgari che potrebbero essere tutti mio nonno solo che lui era un essere civile, arrivo in banca, esco dalla banca, vado a fare la spesa nel negozio di articoli per la casa, in cassa non c’è nessuno, cerco la commessa, la trovo, pago, torno a casa, la Genitrice sta parlando con i vicini che hanno lasciato Gigi d’Alessio a cantare a tutto il condominio, mi tirano dentro nella conversazione, io voglio pranzare, sì, so parlare l’inglese, sono contenta che al negozio di prodotti per celiaci che ti ho suggerito ti abbiano trattato bene, certo che mi piace leggere, vuoi dei libri, ok te li passo, scusa suona il cellulare.
Vicini suonano il campanello per chiedermi se posso tagliare le unghie al loro gatto, taglio le unghie al gatto, ascolto i vicini che mi parlano del balcone, ammiro le decorazioni del balcone, non mi piacciono le farfalle colorate ma non lo dico, risuona il cellulare, lo sento attraverso le mura sottili che dividono la loro casa da casa mia, Gigi d’Alessio canta con la Tatangelo, devo rispondere al cellulare, devo, torno a casa.
Mangio, ricontrollo le e-mail, cliente mentecatto si fa sentire dopo quattro mesi, ho bisogno di te, che ne pensi di cominciare subito, immagino che il prezzo sia lo stesso dell’altra volta. L’altra volta è stata quasi un anno fa. Lavoro al computer, Rambo torna a casa, ha da dire su qualcosa, butta briciole di pane dappertutto, la Genitrice non è entusiasta, io sono nel mezzo, i vicini risuonano alla porta, mi fai avere un elenco dei libri, Genitrice e Rambo escono, mi preparo, devo andare a dare lezione, sono due settimane che non scrivo sul blog, devo trovare tempo per scrivere sul blog, la pargola mi aspetta, esco. La pargola ha fatto un riassunto dei primi cinque capitoli di Pride and Prejudice, ci sono più errori che parole giuste, correggo il riassunto, spiego dove ha sbagliato, riprendiamo a leggere il libro in inglese, legge lei, la sua pronuncia è orrenda, mantengo la calma, le orecchie sanguinano, spiego cosa sta succedendo, la sua pronuncia è orrenda non dico niente, se pronunci ancora Darci ti strozzo, penso, non dico niente, sì la Austen ha veramente fatto i soldi con questo libro, le due ore sono finite grazie agli Dei vado a casa Genitrice dice di accendere il minestrone mancano due ore alla cena quanto diamine deve cuocere un minestrone salgo in metropolitana c’è troppa gente quando aprirà l’Expo saremo rovinati controllo Twitter leggo la mail torno a casa nutro il gatto metto su il minestrone quattordici giorni che non scrivo sul blog devo scrivere sul blog.
Telefonata rilassante.
Il gatto vomita sul pavimento pulisco controllo il minestrone mi metto il pigiama controllo e-mail controllo calendario dell’attività rambica noto irregolarità mando e-mail all’autore irregolarità non mi risponde mando sms non risponde chiamo è una svista sua controllo l’orologio si è fatta una certa ora due settimane non blog devo scrivere blog minestrone-arriva-Genitrice-minestrone?-minestrone-settimane-due-blog-scrivo-scrivendo-stanca-Joyce-sempre-amato-Will-Amleto-meglio-meditare-fine-post.

Cantando Sotto le Fronde – Into the Woods

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Va bene, confesso che io e la fiabe al cinema siamo un mix pericoloso (quante volte mi è andata bene? Una. Quante non mi è andata malaccio? Con quella di ieri sono due. Il resto, è disastro, ma del tipo Apocalisse, eh!).

Into the Woods, per la regia di Rob Marshall (“Memorie di una Geisha”, “Chicago”) è un musical che mixa le più conosciute fiabe della buonanotte e che vanta la partecipazione di Meryl Streep (motivo per cui sono andata al cinema a vederlo, ignoravo la parte musicale… purtroppo). Altri interpreti sono Johnny Depp/Lupo cattivo, che oramai è stato consacrato a macchietta di Hollywood, Chris Pine/Principe Azzurro n°1, che stava meglio quando andava in giro con Spock e non con il fratello (il Principe Azzurro n°2), Emily Blunt/Fornaia e James Corden/Fornaio, fratello di Raperonzolo (non chiedete. Non chiedete!!)

Come anticipavo, non è che il film non sia godibile. La prima parte scorre indubbiamente meglio della seconda, che perde qualità soprattutto grazie alla morale Disney che era proprio necessario inserire, immagino, e che ha guastato completamente la sottile aura ironica che la vicenda aveva assunto (un bambino stupido a cui viene data responsabilità attira un gigante tra i boschi, una bambina che mangia troppo scuoia il lupo che le ha dato i fiori per la nonna, due fornai vogliono un figlio e quindi rapano a zero una povera fanciulla, rubano le scarpe a Cenerentola e fanno morire una mucca di stenti. Poi dicono che i bambini sono una gioia). Certo, forse non era proprio il caso di inserire ben due principi azzurri – e entrambi completamente inutili! – nella vicenda, e magari nemmeno di farli esibire in un duetto con similballetto annesso nelle acque di un torrentello (“Agoniaaaaa!” mia prima che tua); forse il nuovo mantello di Cappuccetto Rosso foderato di pelliccia di lupo non trasmette una morale in linea con l’idea del perdono e della seconda chance per tutti. Forse, una Cenerentola che Uccelli di Hitchcock gli fa un baffo è un tantino diversa da quella che mi ricordavo io (e tra l’altro mi ricordavo che il salice piangente canterino parlasse con Pocahontas, non con la principessa delle pulizie di casa)… Ma non è stato malaccio, dai!

E no, non sto cercando di convincermi nonostante l’evidenza. :P

La Potenza Catartica di Medea

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L’immagine utilizzata per la locandina non è presa dallo spettacolo, ma è originaria di un servizio fotografico. E’ comunque veramente splendida.

Complice il solito sistema di trasmissione degli eventi teatrali e non, che così generosamente mi ha aiutato ad alimentare la mia leggerissima ossessione per Shakespeare l’anno scorso, ieri sera ho visto “Medea”, produzione di quel luogo meravigliosa che è il National Theatre di Londra.

Come sempre, vi fornisco un paio di nozioncine sull’opera.
Medea è una tragedia (spoiler: non finisce bene. Per nulla) di Euripide, rappresentata per la prima volta ad Atene nel 431 a.C. La protagonista è, per l’appunto, la maga della Colchide Medea – secondo la mitologia greca, imparentata con il Dio Sole e con nientemeno che Circe e Ecate -, che ha aiutato Giasone ha conquistare il celeberrimo Vello d’Oro e, per sfuggire all’ira del padre (re della Colchide, a cui il Vello è stato rubato), uccide il fratello e ne semina i pezzi in mare, in modo che il padre ne sia distratto e non raggiunga la nave dell’amato Giasone. Non contenta, Medea si vendica anche di Pelia, re di Iolco che aveva promesso il suo trono a Giasone se questi fosse tornato con il Vello, ma che non intende tener fede al patto con il suo amato, convincendo le sue figlie a ucciderlo, tagliarlo a pezzi e poi farlo bollire in una pozione che lo avrebbe ringiovanito.
Nella tragedia di Euripide, ritroviamo questa cara donna a Corinto, dove lei e Giasone sono stati costretti a fuggire, dieci anni dopo la conquista del vello. Re Creonte ha offerto all’Argonauta (aka, Giasone. Sempre lui) la mano di sua figlia Creusa/Glauce e, dunque, il trono, e Giasone ha accettato… Ripudiando implicitamente la prima moglie e i due figli avuti da lei.
Medea è distrutta dal dolore, dall’umiliazione e dalla rabbia, e quindi medita la sua vendetta. Invia in dono alla principessa una veste avvelenata, che ne provoca la morte atroce, e poi fa violenza a se stessa uccidendo i suoi figli, perché Giasone soffra quanto lei e non abbia discendenza… In ogni caso, dato che Giasone l’ha lasciata, lei non è più nulla. Compiuto questo misfatto, Medea fugge ad Atene sul carro del Dio Sole, dove sposerà Re Egeo e gli darà un figlio, Medo.

Torniamo comunque alla rappresentazione del National Theatre, che si ferma alla fuga di

Il palco.

Medea da Corinto.
La regia è di Carrie Cracknell, e vanta, oltre ad uno splendido cast, scelte narrative eccezionali.

Il palcoscenico è diviso in due piani, quello più alto – che rappresenta la civiltà, il mondo di Corinto, la società a cui Giasone desidera appartenere – e quello più basso, che è in realtà a casa in cui Medea e Giasone hanno vissuto e che si apre su uno splendido bosco immerso in una notte senza fine, che altri non è che il mondo primitivo, istintuale e magico a cui Medea realmente

Il matrimonio di Giasone e Creusa (nella rappresentazione di ieri. Io ho sempre trovato scritto Glauce).

appartiene.
Tra le scelte di rappresentazione che più ho apprezzato, c’è la musica dal vivo, vibrante e ancor più d’effetto proprio perché proviene dallo stesso piano in cui si muovono gli attori, e il coro delle donne corinzie, che è stato trasformato in un corpo di ballo, la cui prima ballerina è paradossalmente Creusa/Cammie Sveaas.

Medea è una straordinaria Helen McCrory, terribile e affascinante, che riesce a dipingere con una vividezza estrema le due anime che dividono il suo personaggio e le motivazioni che la spingono a compiere il gesto con cui si conclude la tragedia. Contrapposto a lei, c’è Giasone/ Danny Sapani, la cui figura è effettivamente il contrario di quella di Medea, sia come atteggiamento che fisicamente.

La narrazione procede, sospinta dalla musica, inquietando sempre di più il pubblico, fino al culmine della storia, evidenziato da un ultimo “balletto” del coro, poco prima dell’entrata in scena di Giasone, che scopre la morte dei suoi due figli… Cento minuti, o poco meno, di rappresentazione che vi lasciano letteralmente con la pelle d’oca.
Le azioni di Medea, sia che vediate la tragedia o che la leggiate, non sembrano poi così illogiche nel contesto in cui i personaggi sono immersi, affiancate alla grande frustrazione  a cui questa donna è stata sottoposta non solo lasciando la terra natia con la violenza, ma anche approdando in un luogo a cui non apparterrà mai, perché lei è altro; nemmeno l’uomo che lei ama le assomiglia o la accetta per ciò che realmente è, nonostante lei gli abbia dato tutto – due figli, è vero, ma anche la sua fama, la sua corrente posizione sociale di eroe: tutto deriva non dalla forza del capitano dell’Argo, ma dalle azioni che Medea ha saputo intraprendere. Medea ha dato tutto a Giasone, ma non ha ricevuto nulla e, quando anche l’amore del marito le viene tolto, non ha nulla che possa consolarla o sostenerla, nemmeno se stessa, perché è stata proprio lei a decidere di annullarsi per l’uomo che ora la ripudia.
La tragedia di cui narra Euripide non sta nell’omicidio di bambini, re o principesse, ma nel fato stesso della protagonista del drammaturgo, e la Cracknell riesce ad evidenziare bene questo aspetto.
Dubito che sia ancora possibile vedere questa Medea al cinema, ma forse siete ancora in tempo per recuperarne qualche frammento su Internet… Senza contare che le pagine di Euripide sono eterne, e che potete farvi la vostra idea su questa eroina della Grecia Antica leggendole, è chiaro. ;)

Riflessioni più o meno sparse sul concetto di famiglia.

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Quello di famiglia è un concetto piuttosto ampio e arduo da definire, soprattutto perché è più soggettivo di quanto dizionari e enciclopedie ci diano da pensare.

Intendiamoci, il concetto di famiglia racchiuso in un universo ben preciso, quello zoologico ad esempio, è noto a tutti (beh, ai miei pargoli probabilmente no: ma non stiamo a spaccare il capello in quattro); una categoria di cose, accomunate da alcune caratteristiche comuni. C’è la famiglia delle magnoliacee, quelle delle drosofile, quella degli ominidi, eccetera. A livello storico, il termine può essere utilizzato per indicare una casata o clan, ma anche l’insieme di persone che abitano nella stessa casa, come da etimologia latina. Antropologicamente parlando, la famiglia è il nucleo elementare della società umana, formato da genitori, figli e eventuali parenti addizionali.

Sono tutte definizioni scientifiche, e pertanto oggettive, che però non comprendono la sfera dei sentimenti che le persone che compongono la famiglia dovrebbero ispirare negli altri appartenenti al gruppo e che loro stessi dovrebbero provare, almeno secondo la tradizione corrente. Mettiamo per il momento da parte gli svariati casi in cui i membri della stessa famiglia, per usare un eufemismo, non si amavano. Caino e Abele, l’intera famiglia di Agamennone, Edipo (ecco, forse qui ci si amava un po’ troppo) o, se vogliamo allontanarci dalla letteratura, i Borgia o Cleopatra e Tolomeo. E’ un fatto che io ho sempre trovato curioso, per non dire alquanto stupido, che si debba voler bene a qualcuno soltanto perché condivide una parte del nostro DNA (dovrei dunque voler bene all’intera specie umana? E che cosa ne pensiamo dei maiali, dato che recenti ricerche sul loro genoma hanno sentenziato la loro estrema somiglianza a quello umano?).
Perché qualcosa d’impalpabile e inspiegabile come l’affetto debba essere collegato con prove biologiche o anagrafiche, non è mai riuscito a spiegarmelo nessuno; da quanto ho capito, si tratta di una specie di dogma, come l’infallibilità papale, la transustatazione o la costruzione del passato prossimo in tedesco per i miei pargoli. E io, i dogmi, non li ho mai sopportati (eccetto quelli creati da me per il beneficio dei pargoli e della mia sanità mentale: quelli sono intoccabili), e quindi non ho mai accettato di dover provare dell’affetto per qualcuno perché è geneticamente correlato ad uno dei miei genitori.

Naturalmente, questa mia convinzione ha portato a conseguenze più o meno logiche.
La prima è che, se esprimo questa mia opinione, vengo tacciata di essere una persona fredda, addirittura priva di sentimenti. E’ una convinzione che non mi è possibile modificare, come non posso modificare il fatto che qualcuno creda all’immacolata concezione, per quanti sforzi io faccia. E, sarà che lo yoga fa miracoli o che sto diventando veramente zen, proprio perché non mi è possibile cambiare questo fatto, non me ne preoccupo. Ci sono momenti in cui arrivo a trovare preferibile che chi è tenacemente avvinto a questa idea si lanci dalla finestra alla volta dell’Isola Che Non C’è, gorgheggiando un gioioso Puoi volar, puoi volar, puoi volaaarr!, ma non spreco energie inutili a lottare contro i mulini a vento. La seconda conseguenza alla mia intolleranza ai dogmi, è che mi è toccato costruirmi un concetto di famiglia personale, che rispondesse non solo alle mie esigenze, ma anche a quello che sento. Tale concetto è riassumibile in quanto segue.

La famiglia può essere composta da persone dello stesso sangue, ma in definitiva genetica, biologia, zoologia e botanica (non ridete, voi i parenti rambici non li avete mai visti!) non c’entrano proprio nulla.
La famiglia è chi ti ama, anche nei momenti in cui sei meno amabile, e chi tu riesci ad amare anche e soprattutto nei momenti in cui non è per nulla amabile. Ma per nulla, eh!
La famiglia è chi, nel tempo, ha saputo darti amore, perché tu ne costruissi da donare a loro; sono le persone con cui hai costruito un rapporto fatto di intesa e condivisione. In certi casi, anche di buone litigate.
La famiglia è chi ti chiama, perché vuole sentire la tua voce. Ma anche chi non si sente per un tempo lunghissimo, ma con cui si ha condiviso talmente tanto che, quando ci si ritrova, è come se ci si fosse lasciati il giorno prima.
La famiglia è chi ha paura di averti fatto un torto perché non ti sente da un po’, non perché non ti vede alle feste comandate. Da ciò si deduce che la famiglia è chi c’é trecentosessantacinque giorni all’anno, non quattro.
La famiglia è chi condivide con te un pezzetto di anima prima del sangue, chi ti è amico prima che parente. Chi non ti da per scontato solo perché sei un personaggio marginale della sua vita da tanto.

E si vuole limitare la famiglia ad un gruppo di persone imparentate tra loro perché si sono sposate e generate a vicenda. Chi è la persona fredda, allora?

Marzo al 31%

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Ebbene sì, signori, il terzo mese dell’anno si conclude con la percentuale di libri letti per il Goodreads Reading Challenge che da il titolo a questo post. Quasi quasi è un nuovo record personale. ;)

Insomma, stiamo parlando di 22 libri letti in tre mesi, alcuni dei quali sono riletture di opere che mi hanno lasciato un particolare ricordo la prima volta che le ho lette – a dirla tutta, alcuni di questi libri li ho riletti anche più di due volte, lo confesso. Quando parliamo di vicende e persone di carta, tendo a lasciarmi andare al sentimentalismo.

Quali libri mi hanno dunque accompagnato in questo mese pazzerello come da proverbio? Vediamoli.

“Lettera sulla felicità”, Epicuro. In realtà, sarebbe più giusto chiamarla “Lettera a Meneceo”, dato che il buon filosofo greco l’ha scritta proprio a quel suo amico lì, ma comprendo che il titolo scelto sia più accattivante. Non è difficile trovare una versione di questo scritto, che è piuttosto breve, anche in rete, e io personalmente vi consiglio di leggerlo almeno una volta. Non se ne parla quasi mai, di Epicuro, neanche a scuola, ma in realtà il suo pensiero è tutto da scoprire. E chissà, potreste trovare i suoi consigli di una qualche utilità.
“Maria Antonietta”, S. Zweig. Una biografia sul, diciamolo, personaggio più interessante del suo tempo, il cui mito è in realtà stato costruito sulla figura di una donna piuttosto banale. Le curiosità che potrete soddisfare su Maria Antonietta d’Austria e sull’intero periodo storico che ha vissuto sono tante, e sicuramente godrete anche dello splendido stile di Zweig, voleste leggere anche voi questo libro.
“Suite Francese”, I. Némirovsky. Non dovrei avere bisogno di dirvi nulla, vi basta leggere il nome dell’autrice. Il fatto che il libro sia in realtà un incompiuto, e che quindi la storia dei personaggi rimanga aperta, accresce il fascino dell’intera vicenda.
“Allegro ma non troppo”, C. M. Cipolla. Questo è uno di quei libri che, dalla prima volta che l’ho aperto, rileggo di tanto in tanto. Perché Carlo Maria Cipolla è dotato di un’ironia pregevolissima, perché scrive in modo superbo, perché queste pagine mi fanno piangere dal ridere… Perché ci sono momenti in cui rileggo il saggio sulla stupidità come un credente che cerchi conforto nella Bibbia.
“Much Ado About Nothing”, W. Shakespeare. Ehm, sì. E’ possibile che io abbia già parlato di questa commedia, unita ad una sua splendida rappresentazione cinematografica ad opera di Joss Whedon. Per l’ennesima volta, scrivo che il Will che io amo di più è quello delle tragedie, ma leggere le sue parole è sempre magico.
“I Tre Moschettieri”, A. Dumas. I miei amici Athos, Porthos e Aramis! E, via! ci mettiamo anche D’Artagnan. Non solo, incontrare di nuovo Treville e sostare nel suo ufficio, macchinare congiure con Richelieu e Rochefort, giocare a carte con il re di Francia… Un mondo che sicuramente mi era mancato.
“I Cospiratori del Baklava”, J. Goodwin. Potete non amare i gialli, potete nn appassionarvi alla vicenda narrata, ma non potrete mai dire che le atmosfere che Goodwin ha creato dipingendo luoghi e personaggi non siano da sogno. Consiglierei di dare una scorsa a questo volume (o ad uno degli altri libri della serie) solo per questo.
“The Lifted Veil”, G. Eliot. Altrimenti detto, Il velo dissolto. E’ una novella splendida, la prima e l’ultima in cui George Eliot scrive del soprannaturale. Più di tutto, apprezzo il personaggio di Latimer, così eccezionalmente sensibile e così, al termine della sua vita, disilluso nei confronti del mondo e delle persone.

E con George Eliot, sono finiti i libri che ho letto a marzo (al momento, sul mio comodino c’è The Old Nurse’s Story, di Elizabeth Gaskell: chissà che non riesca a finirlo prima dell’ultimo rintocco?) Necessito di letture più primaverili, adesso, di qualcosa di più fresco per le serate d’aprile… Ovviamente ogni consiglio è ben accetto. ;)

Di Kenneth Branagh e Delle Favole della Buona Notte

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Intendiamoci, penso che Cenerentola sia una delle favole più sessiste che mai siano state raccontate (e, se consideriamo le concorrenti della nostra cenerina amica, è tutto dire). Insomma, c’era una volta una bella e buona ragazza, che veniva trattata male da tutti, ma che era gentile e non rispondeva mai, ed era bravissima a fare tutti i lavori di casa, anche se in realtà veniva schiavizzata da una matrigna che il padre le aveva piazzato in casa (assieme a due sorellastre) poco prima di tirare le cuoia. Aveva anche una figura delicata e un piede piccolo, e così un principe s’innamorò di lei e la portò nel suo palazzo, dove visse felice e contenta. Wow, la vita che sognano tutte! Aspetta un po’, che mi specializzo nella pulitura di mensole e credenze, che non si sa mai…

Cinismi sulle favole rimaneggiate a parte, il film che sono andata a vedere ieri è di quel fratello il Shakespeare di Kenneth Branagh, quell’attore splendido e regista notevole, che ha dichiarato, a proposito della scelta di girare una Cenerentola per la Disney, che lo zio Will gli ha insegnato a prendere le fiabe sul serio. Toccava adattarsi al pensiero di Kenneth e farsi forza, anche se le ultime esperienze in fatto di favole al cinema non sono state delle migliori (potete rinfrescarvi la memoria qui, qui e sfortunatamente anche qui).

Devo dire che Cenerentola non è un brutto film.
O meglio, la storia è praticamente ripresa pari pari dal cartone Disney, ma è visivamente molto piacevole da vedere (scenografie splendide di Dante Ferretti, costumi da favola di Sandy Powell), e la grafica è carinissima, soprattutto nella resa di quegli adorabili topolini! :)
Di Branagh si nota poco; sicuramente le scelte nell’inquadratura e nella gestione della luce (ci sono alcuni fotogrammi che sembrano dei quadri) e la scena della fuga dal ballo, quando sembra che la natura tutta condivida l’agitazione di Cenerentola. Cito anche la classica scena del ballo, che deve essere stata preparata con una certa cura.

Del cast si può dire pochino.
Lily James è straordinaria nella parte della piccola, insipida, innocente e gentile fino all’ossessione protagonista della storia. Lo dico in tutta sincerità, nel senso che dopo cinque minuti dall’inizio del film aveva già voglia di spaccarle tutti i denti, il che significa che stava facendo bene il suo lavoro. Il Principe è Richard Madden, che ha provato l’ebrezza di sedersi su un trono senza morire di morte violenta, e la Fata Madrina è quella svalvolata di Helena Bonhan Carter. Una menzione a parte va per Cate Blanchett nel ruolo della Matrigna, non per la particolare intensità dell’interpretazione (guardiamoci negli occhi: che intensità esattamente vogliamo metterci in un film su Cenerentola??), ma perché risalta assolutamente su tutto il cast per fascino e costumi: dimenticate le scarpette di cristallo, signori, è chiedete a lady Tremaine un paio delle sue!

Sembra che, grazie a Branagh e alla sua necessità di pagare il mutuo, la media dei film tratti dalle favole della buona notte sia salita. Spero però di non vederla ridiscendere a breve (per evitarlo, penso che mi dedicherò a pellicole di altro genere per qualche tempo. Facciamo almeno un paio d’anni. ;) )