Acchiappali Tutti e Schiva le Scarpe

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025Pikachu_OS_anime_11Qualche giorno fa un cliente della palestra mi ha fatto una richiesta interessante.

Avvicinandosi di soppiatto alla reception, dopo essersi convinto che nessuno lo sentisse, mi ha fatto segno (sì, proprio col dito: come nei film!) di avvicinarmi e…

“Senti, ma quand’è che non ci sono signorine in palestra?”

 

Io sono perplessa. Insomma, perché dovrei sapere quando non ci sono clienti di sesso femminile in palestra e soprattutto perché la cosa dovrebbe interessare lui, ragazzo trentenne ben piazzato? Chiedo spiegazioni, lui, tergiversando:

“No, perché… Mi chiedevo quando potessi esplorare lo spogliatoio femminile.”

Io strabuzzo gli occhi, boccheggio per qualche minuto – modello pesce spada tirato in secco – e poi domando il motivo per cui lui voglia esplorare lo spogliatoio femminile, che tra l’altro è identico a quello maschile, cambiano solo i numero degli armadietti!
Lui arrossisce e confessa (tanto ci eravate arrivati tutti, vero?):

“Speravo di riuscire ad acchiappare qualche Pokemon che era sfuggito agli altri.”

 

Ora, la mia più grande tentazione è di consigliargli l’orario più affollato di signorine e guardarlo provare a catturare un mostriciattolo finto mentre schiva le scarpe tacco 10 che gli lanciano addosso le clienti. Eventualmente, posso fornire dei video.

Evasione Nel Mondo di Carta – Gli Young Adult

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libri-in-cerchioEccoci dunque giunti al secondo appuntamento dell’iniziativa Mille e un Genere Letterario, in cui io e la mia stimata compare PennyLane (qui il suo video) tenteremo di illuminarvi sul tema della letteratura per adolescenti, comunemente denominata Young Adult (YA).

Lo so, si tratta di un tema ostico. Spesso i romanzi che appartengono a questa categoria sono bistrattati, considerati libri di serie b, presi in giro dagli adulti che ne sanno sempre di più (ci rendiamo conto di quanto sappiamo essere snob, a volte?!), eppure quello degli YA è un fenomeno che non può essere lasciato da parte, e vi spiego il motivo fornendovi alcuni dati.
Negli USA gli Young Adult venduti nel 2014 erano undici (11) su un campione di venti (20) libri; nello stesso anno, i bestseller in Italia erano Storia di Una Ladra di Libri e Colpa delle Stelle. Entrambi YA. Nei primi mesi del 2015, sempre nel Bel Paese, si è registrato un incremento del 6,4% di libri venduti, tutti appartenente al genere di cui stiamo parlando qui. Insomma, i giovani stanno tornando a leggere, magari proprio non quello che vogliamo noi, ma intanto leggono! I motivi del successo di questo tipo di letteratura sono vari e li vedremo in seguito, adesso concentriamoci sullo spiegare esattamente che cosa si intende per Young Adult.

Lo Young Adult (YA) è un genere letterario che nasce per la fruizione di un pubblico adolescente (dai 13 anni ai 25), socialmente considerato troppo maturo per la letteratura dell’infanzia, ma ancora troppo acerbo per i romanzi per adulti; si sviluppa attorno agli anni Venti, quando l’età adolescenziale comincia a essere considerata come una realtà a se stante, ma sperimenta una crescita esponenziale negli ultimi dieci anni.
Va da sé che, per quanto detto qui sopra, i protagonisti delle storie sono tutti adolescenti che affrontano i classici problemi di un romanzo di formazione, a cui però vengono aggiunte delle connotazioni tipicamente moderne. Il linguaggio utilizzato è semplice, diretto, molto informale e spesso arricchito da neologismi. Il patto con il lettore è piuttosto semplice e, a mio parere, costituisce il vero fascino di questo genere letterario: l’autore si propone di far evadere il lettore dalla sua realtà quotidiana – dai problemi, certo, ma anche dalla mera e cruda realtà -, di portarlo in un mondo in cui le qualità che lo rendono inadatto alla vita sociale lo trasformino in un eroe.
E chi non sente il bisogno di un’affettuosa carezza sulla testa, di tanto in tanto? Di una voce suadente che ci ripeta che non è così grave essere smunto, scialbo e anche un po’ tardo e che, anzi, sono gli altri a non capire la nostra unicità?

Lo YA ha vari sottogeneri, tra cui i più famosi sono il fantasy, il paranormale e il distopico, anche se non dobbiamo pensare che non ci siano romanzi appartenenti a questa categoria che possono fare a meno di mostri, essere sovrumani e realtà apocalittiche! Generalmente, in questo caso si assiste a vicende strappalacrime in cui almeno uno dei personaggi principali muore, lasciando i suoi amici nella più profonda tristezza esistenziale, dalla quale riusciranno a prendere il meglio e a crescere in memoria del defunto… Insomma, il concetto è chiaro: lacrime. Fiumi di lacrime in una valle di disperazione.

 

Veniamo alle caratteristiche vere e proprie di ogni buon romanzo YA che si rispetti. Anzitutto, quella che oggi viene definita la  rivalutazione del ruolo femminile. Il protagonista delle storie è quasi sempre una ragazza, spesso un po’ goffa, o timida, o dal passato tragico (o tutte queste cose assieme), che inspiegabilmente diventa il faro per la

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Et voilà, qui c’è tutto: la signorina dal passato tragico, contesa dai due giovani, uno dolce e mansueto, l’altro bello e dannato, che diventa l’obiettivo per ogni Essere che abbia mai calcato la Terra, la trama con risvolti opinabili…

speranza dell’umanità. L’amore della giovine è ovviamente conteso da almeno due baldi giovanotti – bellissimi, perfettissimi, molto spesso con poteri soprannaturali -, che in barba alle loro mille possibilità farebbero tutto, ma proprio tutto, per la nostra protagonista, che invece vuole prendere le fila del suo futuro e intrecciarle con le sue mani. Certo, non sempre ci riesce e in molti casi questa rivalutazione del ruolo femminile finisce per generare dei personaggi che il lettore medio vedrebbe benissimo morti al secondo capitolo, ma il tentativo innegabilmente c’è.  Altro tratto caratteristico è la trama semplice, raccontata con tono narrativo discutibile ma che si rifà evidentemente al linguaggio visivo proprio di film e tv, con svolte pressoché sempre banali, che lascia ampio spazio alle riflessioni sentimentali rispetto alle azioni (le classiche pippe mentali, sì), oltreché alla tensione sessuale tra i personaggi principali – ricordiamoci che ci rivolgiamo prevalentemente a un pubblico di adolescenti! La sottotrama romantica è ovviamente molto presente (ti amo, ti odio, poi ti amo, poi ti odio eccetera, in tutte le sue declinazioni).

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E’ così, signori: i giovani di oggi hanno la capacità immaginativa di un pezzo di legno, e i produttori cinematografici lo sanno.

A questo punto avrete già capito qual è il segreto del successo degli Young Adult. Sì, la rivalutazione dello sfigato (lasciamo stare il ruolo femminile e diamo a Cesare quel che è di Cesare!), il romanticismo scontato, la tensione sessuale… Tutte cose che aiutano, ma che non sono novità. Ciò che è nuovo in questi ultimi dieci anni, ovvero nel periodo di boom del genere, è il collegamento di questi libri con le arti visive, soprattutto cinema e tv, che portano in vita i personaggi e le situazioni per la gioia degli occhi dei nostri adolescenti, che – a forza di film, serie tv e videogames – hanno una capacità immaginativa atrofizzata, quando ancora ce l’hanno.

 

Gran parte degli YA che ho letto è stata in favore della mia consueta rubrica Conosci i Tuoi Pargoli e ammetto che la lettura di volumi appartenenti a questo particolare genere letterario si è rivelata deludente nella maggior parte dei casi, soprattutto per quanto riguarda i titoli più conosciuti. Probabilmente un po’ di colpa è mia, perché sono di bocca buona per quanto riguarda i libri!
Ci sono innegabilmente dei buoni aspetti in ogni – Oddei, non esageriamo: in alcuni – Young Adult e sono sicura che, ad esempio, un libro del genere potrebbe riempire un paio delle vostre ore dedicate al relax non impegnato. Vi lascio alcuni titoli – quelli che si trovano in giro con più facilità – da cui prendere spunto, con un mio breve commento, nel caso li avessi letti.

La saga di Twilight, S. Meyers. Va beh. Nemmeno commento.
La saga di Vampire Diaries, L.J. Smith. Scritta negli anni Novanta, guarda caso è entrata in auge alla comparsa dell’omonimo telefilm, che cronologicamente parlando sembra aver quasi dato il via al fenomeno. Ho letto alcuni dei volumi, che mi erano stati regalati un Natale da amici con cui inspiegabilmente non parlo più: il primo volume è almeno carino, gli altri sono buoni per sedie e tavoli che ballano.
“Colpa delle Stelle”, J. Green
La saga di Divergent, V. Roth. Universo distopico, il primo volume può anche essere  interessante, ma nei seguenti viene fuori il mancato sviluppo dei personaggi. Peccato!
“Città di carta”, J. Green
“Maze Runner”, J. Dashner
“Noi Siamo Infinito”, S. Chbosky
La trilogia di Hunger Games, S. Collins. Vale esattamente tutto quello che ho scritto per Divergent, il che è irritante, perché il primo volume è molto promettente.
“L’accademia dei Vampiri”, R. Mead
La saga di Shadowhunters, C. Clare. Ti amo, poi ti odio, poi ti amo, poi ti odio all’ennesima potenza, e nel mezzo ti cito pure Dante, così facciamo svenire qualche buona insegnante di ripetizioni.
La Trilogia delle Gemme, K. Gier. Questi tre libri sono carini: li ho trovati freschi, non eccessivamente infantili e divertenti.
“Bianca come il latte rossa come il sangue”, A. D’Avenia

 

Ebbene, questo è tutto per quanto riguarda la narrativa per adolescenti! Vi ringrazio per aver avuto la pazienza di arrivare alla fine di questo post infinito, vi rimando al link del video di PennyLane, all’inizio dell’articolo, e attendo vostre opinioni su questo genere letterario. Avete mai letto qualcosa tra i titoli che ho elencato? Ne avete sperimentati altri? C’è qualche fan degli YA che è disposto a farmi ricredere su di loro in genere?
Attendo vostre!

Il re della giunga – Tarzan

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poster_largeAlla fine l’ho visto. Non credevo che l’avrei fatto, ma, dopo la lettura di un post che ha toccato le profonde corde della mia infanzia tra i libri di avventura, ho cambiato idea e ho visto l’ultima fatica di David Yates: La Leggenda di Tarzan.

Vi dico che non l’ho trovato affatto male per quello che è, ovvero un film d’avventura. Non vuole essere esageratamente profondo, non vuole essere accurato come un documentario di National Georaphic (anche perché, ehm… è Tarzan!), non vuole rivalutare il mito del buon selvaggio… Vuole essere una classica storia di avventura, che ti fa battere il cuore un po’ più forte, ti diverte e sì, ti fa anche scappare una lacrima.
David Yates ci riesce benissimo, direi che è uno dei suoi talenti.

La fotografia è bella e molto piacevole, e anche le ricostruzioni degli animali sono accurate a sufficienza da lasciare che il film proceda, senza essere troppo dettagliate da risultare finte. La trama scorre liscia e senza interruzioni, probabilmente grazie ai flashback sul mito di Tarzan – ovvero il passato di Lord Greystoke, con tutto il pacchetto della morte dei genitori, la vita con gli animali e il fatidico incontro con Jane – che interrompono la vicenda presente e che contribuiscono a mantenere viva l’attenzione dello spettatore.
Dei costumi posso dire poco, considerando che l’ottanta per cento dei protagonisti della storia girano mezzi nudi o coperti di peli, perciò direi di passare al cast.:)

In un film come questo, la scelta degli attori non è forse di particolare influenza per la buona riuscita del film. Voglio dire, sì, ci sono Samuel L. Jackson e Christoph Waltz, ma il loro spazio sullo schermo non è tale da rendere memorabile la loro performance, e onestamente nemmeno i loro personaggi sono stati costruiti in modo tanto preciso: sono niente più o meno di quelli che ci si aspetta di vedere in una storia di avventura e sono godibili proprio per questo. La fisicità di Alexander Skarsgard è impressionante e così dev’essere per il suo ruolo, di cui non c’è molto altro da dire, perché, anche se è dilaniato dal dubbio sulla sua natura, il Tarzan del film non esterna i suoi sentimenti (e non ne ha neanche il tempo: passa i 105 minuti della pellicola a correre per l’Africa e a bere tè col mignolino alzato!). Margot Robbie è una bellissima e biondissima Jane, l’unico personaggio su cui è bene dire qualcosa, perché effettivamente è quello meglio riuscito del film.
Non si tratta del fatto che, una buona volta, la protagonista femminile non sia una fragile damigella in pericolo, anzi, ormai siamo intasati da protagoniste che non sono donzelle in difficoltà! Verrebbe da urlare un bel ridatecele, tanto per cambiare. Spesso, però, questo genere di personaggi emancipati non riesce a emergere e rimane, ahimè, molto piatto (e qui parlo in generale sia di film che di libri! Ne parleremo più approfonditamente in un altro post: il discorso è lungo), ma questa Jane, invece no. Questa Jane è uno splendido concentrato di qualità appartenenti sia alla classica donzella che all’eroina emancipata, in un perfetto equilibrio che la rende dolce, simpatica e tridimensionale. La recitazione della Robbie c’entra poco in tutto questo, ma nutro speranze per la sua Harley Quinn.

 

Insomma, se volete passare un paio d’ore scarse al cinema, lontano dagli onnipresenti film d’azione iper-tecnologici, La Leggenda di Tarzan è un’ottima scelta. Fatemi sapere cosa ve ne pare.:)

Granchi e Altri Animali da Compagnia

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Questo pomeriggio una cliente dell’attività rambica mi ha fatto una dichiarazione che francamente mi ha colto un po’ alla sprovvista. Per carità, io ritengo di avere una mentalità abbastanza aperta: sono tollerante nei confronti di qualsiasi moda e/o abitudine dei clienti; per quanto imbecille io ritenga che sia, l’importante è che nessuno si faccia male. Insomma, permetto persona la caccia sfrenata ai Pokemon all’interno della palestra!

Eppure, il candore della cliente, una dolce ragazza che ha frequentato con successo il quarto anno di liceo linguistico e che mi ha sbattuto addosso gli occhioni bistrati, mi ha lasciata perplessa. Dei, diciamolo,mi ha anche inquietato un poco.

Ma forse sono io, forse voi siete più aperti e lungimiranti di me e non vi scandalizzerete più di tanto per questa cosuccia da niente, questa dichiarazione arrivata all’improvviso.
Questa:

 

Quest’estate devo avere l’AB Crab, perché se non ce l’hai non sei nessuno.

 

 

L’AB Crab, da “crab” = granchio. Da non confondere con “crack”= solco.
Una volta, al massimo si prendeva un cane.

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Adotta anche tu un granchio come Sebastian: sono animali docili, rassegnati e non lasciano peli in giro. Ariel ne sarà felice!

 

Movida

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Nuovo cliente, un avvocato che lavora sia qui che in Spagna e che mi chiede una traduzione di un atto piuttosto corposo e dal linguaggio ostico. L’avvocato è un tipo preciso, mi fa mille raccomandazioni sulla puntualità, esamina il preventivo nei minimi dettagli e poi si accorda per inviarmi il documento da tradurre entro venerdì, orario d’ufficio.

Il documento non arriva alle 17:00, non arriva alle 18:00.
Non arriva alle 18:30 e io perdo la speranza.
Mi alzo sabato mattina, presto come sempre, faccio colazione e controllo la posta, dove compare un’e-mail spedita alle ore 02:29, il cui testo recita:

Gent.ma dottoressa,
Spero di trovarLa ancora sveglia: Le invio il documento, come da accordi…

Alle 02:29. Del mattino, nel caso non si sia capito.
Eseguo la traduzione e anticipo il file domenica pomeriggio, chiedendo espressamente di farmi pervenire eventuali richieste di modifica entro le 13:00 di lunedì, dato che la consegna è prevista per martedì mattina.

Non ho notizie dell’avvocato alle 13:00, ma nemmeno alle 14:00 e alle 15:00.
Alle 17:00 stampo il documento e applico le marche da bollo.

L’avvocato chiama alle 21:00.

“Dottoressa, scusi se La disturbo.”
Il rumore di sottofondo è altissimo, mi chiedo quasi se il distinto signore non si trovi a una Corrida. Poi, distinguo varie profferte di chupitos e la melodia dell’ultimo tormentone estivo (Mira Sofiaaa! Sin tu mirada sigo, sin tu mirada sigo…) accompagnata da urla belluine che neanche un pellerossa potentemente incacchiato.
“Le chiedevo, se possibile, una modifica nell’impaginazione…”

Ora, tralasciando che mi viene richiesta una modifica di impaginazione in un semplicissimo foglio word, rispondo allo spett.le Avv. che sono oramai le 21:10 e io avevo dato come limite le 13.

“Sì, ma speravo che fossimo ancora in tempo alle 21:30.

(Mira Sofiaaaaaa!)

Sa, qui in Spagna, con la movida, non si dorme mai.”

 

 

L’errore, comunque, è stato mio.
Ho indicato come termine ultimo l’orario di inizio della siesta. Come fa, altrimenti, un avvocato a durare fino alle 3 del mattino?

Happy Book

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Potevo io esimermi dal dire la mia su un book tag?
No, appunto. Anche perché Beatrice è stata così dolce a nominarmi, che le avrei fatto un grave sgarro a non portare avanti questa cosa!

Dato però che sono una a cui non piace conformarsi (sono o non sono Strega?:-) ), non lascerò nessuna nomina: chi si sente di rispondere in modo personale alle domande qui sotto, s’ingegni a scrivere un post!

 

Cosa ami nel comprare nuovi libri?
Nulla in particolare, a dire il vero. Non ho la mania di comprare necessariamente dei libri, mi basta avere volumi sufficienti da leggere 25 ore su 24: vanno bene i volumi prestati, quelli scaricati in formato elettronico, quelli della biblioteca… Insomma, purché si possano leggere, non mi faccio problemi.

Quanto spesso compri libri?
Meno di quanto vorrei, più di quanto le mie finanze permetterebbero.😉

Libreria o negozio on-line?
Di preferenza, libreria: mi piace perdermi nei meandri della pagine di carta, esplorare ogni scaffale, sedermi a sfogliare qualche pagina.

Hai una libreria (bookstore) preferita? 
Ero affettivamente legata a due librerie di Corso Buenos Aires che hanno chiuso di recente, purtroppo. Ho ricordi di sabati pomeriggio passati a girare la dentro trascinandomi dietro compagne che non avevano la mia stessa passione per la lettura (chissà quante me ne hanno dette!)

Preordini i libri? 
Non mi è mai capitato, anzi, credo di non aver mai preordinato alcunché.

Hai un limite prefissato di libri acquistabili in un mese? 
Non esattamente. Vero è che evito di entrare nelle librerie a meno che non debba comprare qualcosa per forza, e che comunque non ci vado mai da sola. Altrimenti mi sbattono fuori solo all’orario di chiusura.😀

I divieti di acquisti sui libri fanno per te? 
Eh?

Quanto è lunga la tua wish-list? 
Tanto. Troppo.

Nomina tre libri che vorresti possedere ora. 
Solo tre? Vediamo…
Ben Hur, di cui non si trova una copia nemmeno a piangere sangue e che io invece vorrei tanto rileggere.
La Pulzella d’Orleans (più precisamente, Die Jungfrau von Orléans), quello di Schiller. Stesso problema di “Ben Hur”, la Pulzella non si trova.
Satanic Verses, di S. Rushdie. Anche lui, introvabile.

 

E questo è quanto, signore e signori!
Fatemi sapere se intendete prendere il testimone di questo book tag, noi ci rileggiamo presto.😉

 

Regalami Libri – Reading Challenge

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Giugno è stato un mese particolare.
Anzitutto, è il mese in cui cade il mio compleanno – prima che me lo chiediate: sì, ho fatto bottino di libri😀 -, poi ho tratto le fila di un po’ di riflessioni che mi hanno accompagnato negli ultimi mesi.
Che riflessioni, dite? Gli argomenti sono molteplici: le persone, l’amicizia, le scelte personali, esperimenti portati a termine da me medesima, utilizzandomi come cavia. Insomma, non mi sono fatta mancare nulla.😀

Sicuramente la sfida di lettura ha risentito di questo particolare mood in cui è sprofondata la Strega. C’è stato tanto del mio caro amico Fedor Dostoevskij, ad esempio; la tendenza cinico-malinconica di questo signore si è accordata bene alla mia in molte giornate di giugno (e lasciate perdere le serate, quelle dopo il turno all’attività rambica). Poi, ho ribadito l’assenza di sintonia che ho con gli scrittori latinoamericani (salvo rare eccezioni!) e ho faticato per ultimare almeno un libro consigliatomi dai miei pargoli. Nessuno può dirmi che sono snob riguardo alle letture…

 

Ma bando alle ciance e diamo un’occhiata ai libri più da vicino, sì?

“Assassin’s Creed – Renaissance”, O. Bowden. Per la rubrica Conosci i Tuoi Pargoli.
La gentile ragazza che mi ha consigliato il titolo qui sopra (leggilo, dai, è bbbellissimo, mi è piaciuto un sacchissimo e poi c’è tanta storia! Tutti quegli -issimo dovevano mettermi in guardia) ha letto TUTTI i libri della collana in tempi non sospetti, ovvero prima che annunciassero il film con Fassbender, a cui proprio non riesce di scegliersi due film con copione decente di fila, ma questa è un’altra storia. Tornando al libro, si tratta di una specie di lunga fanfiction su un personaggio dei videogiochi, con scarsa qualità ma linguaggio sufficientemente semplice da prestarsi a esercizio di comprensione scritta in lingua inglese per un ragazzino. Lasciamo perdere il c’è tanta storia, perché… Insomma, lasciamo perdere.
“Il Giocatore”, F. Dostoevskij. Non avevo mai letto questo libro e devo dire che non è della solita qualità dei testi del mio amico Fedor; si sente che è stato scritto per non soccombere a debiti e multe per mancato adempimento del contratto, ecco. Tuttavia, quell’aria malsana che si respira in altri suoi romanzi, quei personaggi che suscitano una curiosità morbosa, quell’ironia che sfocia in acidità… I tratti distintivi della sua scrittura appaiono tutti, non si può dire il contrario.
“Le Notti Bianche”, F. Dostoevskij. Sì, due libri di fila (beh, Le Notti Bianche è più un racconto), perché a giugno, come vi ho anticipato, avevo bisogno di Dostoevskij. Di quest’opera ho amato alla follia le atmosfere della San Pietroburgo estiva, con il fiume che scorre lento e solitario, il sole che non tramonta mai, la magia, appunto, delle notti bianche. La secchiata gelida alla Dostoevskij arriva nel finale.
“Moby Dick”, (H. Melville) D. Chichester e B. Sienkievicz. L’ennesima versione di uno dei miei libri preferiti (è un graphic novel), regalo di compleanno. Ho adorato le illustrazioni, un po’ meno il testo, per due motivi. Il primo, naturalmente, è che è un’impresa impossibile adattare un romanzo complesso come quello di Melville in un fumetto di una cinquantina scarsa di pagine: si finisce inevitabilmente per perdere qualcosa. Il secondo motivo è che la traduzione dei testi è in alcuni punti imbarazzante: non è solo una questione di scorrimento, ci sono proprio delle parole che non vanno messe lì o non vanno messe così. Un vero peccato.
“Zorro”, I. Allende. Zorro è uno degli amici della mia infanzia: io lo adoravo, volevo diventare come lui, cavalcare Tornado, tirare di scherma e prendere in giro gli ingiusti. Va da sé che ho praticamente letto ogni cosa sia mai stata stampata su don Diego della Vega (e ho visto qualsiasi cosa sia stata girata), ma fino a questo momento il libro della Allende mi era sfuggito. Meno male che mi è arrivato come regalo di compleanno, eh? Purtroppo, però, non ne sono rimasta entusiasta: io e gli autori latini non ci capiamo, è evidente. La narrazione dell’autrice mi è parsa lenta, fuori tono (malinconico-disilluso: ho chiaro l’intento di mostrare l’uomo dietro il personaggio, ma perché diavolo si deve voler fare una cosa del genere?! Zorro è Zorro, punto.), noiosa fino alle ultime trenta pagine del libro. Di nuovo, peccato.

 

Ora, vi lascio per vedere un episodio del telefilm con Guy Williams – sì, quello del 1957: la Strega è incredibilmente moderna nei suoi gusti! -, in attesa di scegliere quale altro libro cominciare. Che dite di un po’ di avventura in terra americana?

Cinema Sotto la Madonnina – Money Monster

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203418542-b3c43d54-0dc1-43c7-91cd-b4dcc8870019Una delle iniziative estive che forse mi risultano più gradite, qui nella città della Madonnina, è il cinema all’aperto. Chi pensa alla classica festa di paese, con quattro cadreghine (non ho saputo trattenermi, pardon! Dicasi sedioline, in italiano) piazzate davanti a uno schermo/lenzuolo in un triste spiazzo cementificato potrebbe rimanere sorpreso dalla piega che l’iniziativa ha preso negli ultimi due anni, in cui le sale all’aperto sono state piazzate non in anonime piazzette di periferia, ma in zone ben conosciute.
Per chi volesse sapere di più sul cinema all’aperto milanese, qui c’è il link che vi racconta tutto quanto. Io mi limito a dirvi che guardare un film nel cortile di Palazzo Reale, col campanile di S. Gottardo che ti osserva benevolo, a pochi passi da una Madonnina, che intrattiene la sua solita conversazione serale con la luna, è un’esperienza da provare.:)

E ora, bando alle ciance poetiche e parliamo del film che ho visto!

COL_BILL_TEMPLATE_21Money Monster, per la regia di Jodie Foster, è un film del tipo rapimento e riscatto, ma con scelte narrative assolutamente anticonvenzionali.
La storia è quella di Lee Gates (George Clooney, bravo e incredibilmente in un ruolo serio), il conduttore di uno dei programmi di consigli finanziari che tanto vanno di moda negli States, che viene preso in ostaggio, in diretta nazionale, da Kyle Budwell (Jack O’Connell). Kyle è un giovane uomo che ha perso tutti i suoi risparmi dopo averli investiti in titoli di una società che Lee aveva decretato essere solidissima e che ha perso 800 milioni di dollari in una notte, apparentemente a causa di una falla in uno degli algoritmi del suo sistema. Il problema è che Kyle non crede alla versione ufficiale della storia, lui è convinto che ci sia qualcosa sotto, ed è disposto a tutto pur di avere delle risposte…

Fin qui è difficile vedere cose c’è di così originale nella storia, vero?
Ebbene, non vi racconto nulla di più della trama, perché peccherei di spoileraggio, ma vi dico che Money Monster gode, oltre che di un’ottima sceneggiatura, di un copione con battute stringenti, una sottile ironia e uno studio dei personaggi non paragonabile a nulla che abbiamo visto di recente. Tutto, tutto quello che lo spettatore pensa di aver capito di Lee, di Kyle o di Patty (Julia Roberts) nei primi venti minuti della trama viene gradualmente smentito dai fatti, dalle decisioni e dalle scelte di ognuno di loro, ma anche – e soprattutto – dall’interazione che hanno con il resto dei personaggi della storia, in un loop di piccoli e grandi colpi di scena che mantengono lo spettatore impegnato e interessato.
Il tutto in circa 95 minuti.

Insomma, un investimento sicuro.😛

 

Bigino Pre Brexit

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Viste le ultime notizie, ho pensato che un piccolo riassunto prima del vero fattaccio – perché abbiamo solo avuto l’antipasto, eh! Cosa credevate? – potesse essere utile.

Regno Unito 2000px-civil_jack_of_the_united_kingdom-svg

Formato da: Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda del Nord
Capitale: Londra
Bandiera: Union Flag, o Union Jack
Popolazione (dati 2015): 64 875 165, il 12,8% di quella dell’Unione Europea
PIL (dati 2015): 2 569 miliardi €elisabetta-ii-regno-unito
Valuta: Sterlina
Rank economico: V potenza al mondo
Principali Partner Commerciali: USA, Germania, Cina, Paesi Bassi
Sistema Politico: Monarchia costituzionale parlamentare
In Unione Europea dal: 1 gennaio 1973
Seggi al Parlamento Europeo: 73
Prossima presidenza del Consiglio Europeo: 2017
Schengen? No
Contributi UE in Regno Unito: 6,985 miliardi € per costruzioni di strade, sovvenzioni alla ricerca, tutela dell’ambiente, sovvenzioni all’agricoltura, etc.
Contributi del Regni Unito al bilancio dell’UE: 11,342 miliardi €, lo 0,52~ del Reddito Nazionale Lordo

 

Vi domanderete perché io mi sia messa a pubblicare una tabellina come quella sopra queste parole a poche ore da uno dei risultati più spiazzanti dai tempi… No, mi sa che è la decisione più spiazzante di sempre. Voglio rispondere in tutta sincerità.
Pubblico dati perché, in realtà, non sono in grado di dare un’opinione fondata su fatti concreti a quello che è successo.
Come, obietterete, la Strega, che si fregia di insegnare ai pargoli nozioni di politica, economia, diritto, storia e quant’altro, non sa dare una sua opinione in merito a questa Brexit? Esatto.
Io insegno, signore e signori, nozioni. Fatti accaduti nel passato, tendenze, culture, pensieri. Sistemi di governo, indici economici, relazioni. In tutto questo, sarei pazza ad affermare di essere un’esperta, perché conosco solo la teoria. Non so nulla,  proprio come voi, di quello che realmente succede lì, nelle stanze del potere – o nell’occhio del ciclone, usate pure l’immagine che preferite -, non ho idea delle dinamiche che regolano le decisioni e le azioni compiute in quei luoghi e perciò ignoro completamente le conseguenze del referendum di ieri in Regno Unito. Amo troppo le storie per non immaginare dietrologie intricatissime e non considerare banale la semplice ipotesi della stupidità umana che contagia anche chi è al potere.

La reazione globale ai risultati di un voto che non si sarebbe dovuto fare – perché i cittadini britannici sono ignoranti quanto me e voi in materia – è stata potente, ve ne accorgete aprendo di sfuggita un qualsiasi media, io stessa ne ho preso parte e con un animo che era tutto fuorché beato della sua ignoranza, ma si è trattato di una reazione istintiva, di pancia, se vogliamo. Una reazione che esprime la tristezza per la fine di un’epoca che durava tanto a lungo da apparire interminabile, lo sconvolgimento per un risultato sorprendente, l’amarezza. La paura, appunto, del futuro, che oggi è, più di ogni altro giorno, incerto.

Ecco il motivo della tabella all’inizio del post. Leggetela, ripassatevi un po’ della storia del Regni Unito dal secondo dopoguerra, se volete (riassumendo: crisi, rinascita culturale, crisi, proteste contro l’immigrazione, scioperi, entrata nell’Unione Europea, altra crisi e altri scioperi, altre proteste contro l’immigrazione, Thatcher, mega-crisi e massima violenza, petrolio nel mare del Nord, anni Novanta, boom): credo la troverete illuminante. Poi, cercate la vostra opinione da soli.

 

Di cosa avete più paura?

L’Uomo che Vide l’Infinito

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53197Il titolo originale di questo film uscito il 9 giugno è The Man Who Knew Infinity ed è tratto dalla vera storia della vita di Srinivasa Ramanujan, matematico indiano del primo Novecento, le cui teorie sono utilizzate ancora oggi per la comprensione di fenomeni che ancora sfuggono alla nostra comprensione, come i buchi neri.

L’Uomo che Vide l’Infinito, per la regia di Matthew Brown è un film molto bello, con una fotografia stupenda e un cast eccezionale, a partire dai due protagonisti: Dev Patel/Ramanujan e uno stupendo Jeremy Irons nei panni di Godfrey H. Hardy. Più che degni di menzione sono anche Toby Jones/Littlewood, Jeremy Northam/ Bertrand (Bertie!) Russel e Stephen Fry/ Sir Spring.

Quello che ho più apprezzato del film è la resa della dinamica tra Ramanujan e Hardy, basata quasi interamente sullo sforzo di comunicare tra due schemi mentali caratterizzati da una differenza tale da risultare incomprensibile nel mondo di oggi, dove tutti hanno imparato a ragionare pressoché nello stesso modo.
Il matematico indiano è dapprincipio lontanissimo dalla nostra comprensione, e non parlo delle sue formule matematiche: lascia tutti i suoi affetti per recarsi a Cambridge e pubblicare i suoi studi, ma, una volta giunto, rifiuta non solo di integrarsi, ma anche di spiegare le sue intuizioni; è dotato di una boria che sembra veramente rasentare quei numeri infiniti che lui è in grado di concepire con così grande facilità e per la prima parte del film non si guadagna la simpatia dello spettatore (se non per la sfortuna di avere una madre cotale, ma non faccio spoiler). Hardy, invece, è pratico, adorabile nelle sue stranezze e profondamente umano, sì, anche – e soprattutto – quando si concentra sugli aspetti che in Ramanujan sono di suo interesse e tralascia tutto il resto della sua anima, fino al tragico momento in cui si accorge dell’errore.
Ramanujan scrive le formule che la sua Dea gli mette sula lingua mentre lui dorme, sa che sono corrette perché sono scritte. Hardy è un calcolatore, un ricercatore del più puro stampo, in grado di vedere il divino solo quando riflesso in quello che col tempo diventerà l’unico incontro romantico della sua vita. 

L’Uomo Che Vide l’Infinito è una storia di numeri, di teorie, di calcoli pazzi e dimostrazioni, ma soprattutto la storia di una convergenza di anime, sentimenti e tendenze. Con tutto quello che ne consegue.