Chiediamo a Lev per il Quote Challenge

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Omino dall’aria simpatica, Tolstoj

Siamo alle ultime tre citazioni del Quote Challenge, che saranno dedicate ai libri: non dite che non ho lasciato il meglio per ultimo!😉

La prima è tratta da Guerra e Pace, romanzo di Lev Tolstoj che ho riletto all’inizio del 2016 per il Goodreads Reading Challenge e che ho apprezzato enormemente.
Come ho avuto modo di raccontarvi in un post apposito (link in alto), Guerra e Pace è un universo letterario, un’opera gigantesca di cui si potrebbe parlare per giorni interi senza rischiare di ripetersi.

Oggi vi lascio con una frase di uno dei miei personaggi preferiti in assoluto, Fedja Dolochov, dalle tinte forti e dalla morale discutibile, o almeno quasi sempre. Questo è un estratto del suo pensiero, che è entrato nel mio quadernetto delle citazioni già dalla prima lettura del romanzo (si parla del tempo in cui La Strega aveva 16 o 17 anni: pagine e pagine di quadernetto or sono).

So che molti mi considerano cattivo, lo so benissimo. Ma a me non interessano se non le persone alle quali voglio veramente bene: e per le persone alle quali voglio veramente bene sono pronto a sacrificare la vita.

Prima del particolare momento in cui pronuncia questa frase, Dolochov può anche non starvi simpatico (lasciarvi indifferente è impossibile: si tratta pur sempre di un tizio che beve rhum in piedi sul davanzale di una finestra e lega un poliziotto e un orso ammaestrato schiena contro schiena), anzi, potete pure crederlo un grandissimo pezzo di… mi sono spiegata.
Non è che non abbiate ragione. Come vi anticipavo, Dolochov non ha una morale convenzionale, ma – e qui sta il genio di Tolstoj, la sua capacità di dare tridimensionalità ai personaggi – non significa che non abbia dei sentimenti, una sensibilità. Se volete il mio personale parere, lui è uno dei soggetti più riusciti dell’autore, che riesce a farsi strada nella mente del lettore pur avendo a disposizione poche porzioni di pagina, qui e là durante la vicenda.

Dolochov è, di volta in volta, lo scapestrato, l’eroe di guerra, il giocatore fortunato, il seduttore, il figlio amorevole. Ma soprattutto, è il personaggio di Tolstoj che fa e dice ciò che vuole, senza preoccuparsi delle conseguenze e di quello che diranno gli altri.
Non ditemi che non vorreste avere lo stesso coraggio anche voi.

Temibili Adulatori – Quote Challenge

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Ho lasciato passare un po’ di tempo per continuare il Quote Challenge, lo so, ma non potevo mica inanellare un post riflessivo dietro l’altro per tre settimane, no? Avrei rischiato di annoiarvi, oppure di dover cambiare il mio nickname da La Strega a La Santona. E, diciamocelo, io del Santone non ho la stoffa.

Ad ogni modo, oggi torniamo a Shakespeare e ci rivolgiamo al Giulio Cesare per l’ultima citazione teatrale. Secondo me, è una massima di vita.

 

(…) Unicorns may be betrayed with trees,
And bears with glasses, elephants with holes,
Lions with toils, and men with flatterers.
(…) Gli unicorni possono essere ingannati dagli alberi.
E gli orsi dagli specchi, gli elefanti dalle buche,
I leoni dalle reti e gli uomini dagli adulatori.
Gli adulatori. Pericolo di fronte al quale siamo tutti inermi, no?
Decio, uno dei traditori di Cesare, pronuncia questa frase mentre i congiurati stanno progettando l’aggressione al Campidoglio (atto 2, scena 1) e, tutte le volte che la rileggo, mi vengono un po’ i brividi, perché, anche se è improbabile che una trentina di persone si metta d’accordo per farmi diventare un puntaspilli (mica per il numero: è che devono mettersi d’accordo XD), mi sento particolarmente vulnerabile alle adulazioni. É così facile crederle veritiere, no? Così dannatamente facile propendere verso chi ci elogia e ci da sempre ragione.
Troppo facile.
E ancora più facile è scordarlo.

Di Quella Pira – Il Trovatore allo Sferisterio

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quadrati_sito-05Vi avevo anticipato il post in cui vi avrei parlato della rappresentazione che ho visto allo Sferisterio di Macerata durante le mie brevi vacanze e, siccome ogni promessa è debito, mi accingo qui a raccontarvi di questo Trovatore.

Prima, però, vi fornisco qualche informazione sull’opera e sul teatro per una lettura più consapevole di questo post.
Il Trovatore è una delle opere più famose di Giuseppe Verdi (costituisce la “trilogia popolare” assieme alla Traviata e al Rigoletto) ed è stata rappresentata per la prima volta nel 1853. La storia, sinteticamente, intreccia in maniera molto complicata l’ossessione di una zingara (Azucena) di vendicare la madre, bruciata sul rogo, l’amore tra due giovani (Manrico e Leonora) e la gelosia di un amante respinto (il Conte Luna); il tutto si svolge in quattro atti, che si dipanano in tre ore circa di spettacolo, con il climax che arriva proprio alla fine, con l’ultimo grido di Azucena, un misto di trionfo e disperazione che mette la pelle d’oca.
Lo Sferisterio di Macerata è un’arena all’aperto nel centro storico della città marchigiana, costruita tra il 1823 e il 1829, in un bello stile neoclassico. Inizialmente, l’edificio era destinato al gioco del Pallone col Bracciale, un derivato della pallacorda a cui – Dumas insegna – giocavano anche i Moschettieri di Re Luigi, e viene adibito agli spettacoli teatrali solo nel 1921. L’arena conta circa 2800 posti, disposti sia sul terreno che sugli anelli, e una buona acustica.

Ora, dal 1921 facciamo un bel salto in avanti e arriviamo alla stagione che si è appena conclusa, più precisamente al 12 agosto 2016, quando ho avuto il piacere e la fortuna di assistere alla rappresentazione del Trovatore di Verdi, sotto la direzione di Daniel Oren e la regia di Francisco Negrin.

mof20130726_trovatoreLa scenografia sul palco è molto semplice e consta sostanzialmente di due lunghe tavolate di sapore medievaleggiante, sopra e attorno le quali si muovono gli interpreti del dramma lirico, e una torretta nera, sulla cui cima fa capolino il fantasma della zingara morta sul rogo.
I colori di scena e dei costumi vertono sul nero e il rosso fuoco, con poche punte di marrone-cuoio: una scelta molto scenografica, ripresa anche dalla proiezione delle fiamme sul muro dello Sferisterio, che richiama anche il fuoco reale delle torce accese qua e la sul palco. I costumi degli interpreti principali sono anch’essi di gusto medievale, mentre quelli del coro ricalcano, credo, il tipico costume contadino della regione: le donne in gonna lunga, camicia e fazzoletto in testa e gli uomini in pantaloni, camicia e gilet. Il filone contadino è ripreso anche dalle due falci brandite dai fratelli divisi nell’infanzia, due dei pochi oggetti di scena presenti sul palco, unitamente a piccoli pugnali e una lunga corda rossa, che rappresenta via via il rogo, la prigionia e il destino mortifero dei personaggi.

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Manrico che, sopraffatto il Conte Luna, non ha il coraggio di vibrare il colpo fatale

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Leonora e il suo destino

Gli interpreti del dramma allo Sferisterio sono tutti dotati di talento ed esperienza, come da tradizione, e hanno offerto al pubblico uno spettacolo ottimo, di qualità tale da bypassare anche alcune scelte di regia, inutilmente ripetitive.
Marco Caria è un perfetto Conte Luna, diviso tra l’amore per Leonora (la stupefacente Anna Pirozzi) e l’odio nei confronti di Manrico (Murat Karahan, che ha sostituito egregiamente Piero Pretti, infortunato, e che correntemente ricopre lo stesso ruolo all’Arena di Verona), il cui cuore si divide a sua volta tra la sua bella innamorata e la madre, Azucena (Enkelejda Shkosa, misteriosissima, con una punta di arcano che rende perfetta la sua interpretazione). Cito a parte anche Alessandro Spina, nel ruolo di Ferrando, che mi è piaciuto molto.

Come ho già accennato, le scelte di regia non mi hanno convinto del tutto. Ho trovato interessante l’inclusione di due personaggi che in realtà nell’opera vengono nominati, ma non hanno voce né corpo, ovvero la madre di Azucena e il figlioletto accidentalmente gettato sul rogo. La loro presenza in tutto il corso del dramma lirico offre un’introspezione ulteriore nel personaggio della zingara, che in effetti può risultare più freddo e crudele di quel che si scopre ascoltando il canto, e nel contempo fa da supporto visivo alla tensione crescente della vicenda, introducendo anche quell’elemento mistico e inquietante che suscita sempre impressione negli animi. Considerando anche la staticità delle scenografie, che non subiscono cambiamenti nemmeno durante la pausa tra secondo e terzo atto, il movimento dei due mimi funge anche da collegamento dinamico tra i vari gruppetti di cantanti che si formano sul lunghissimo palco dello Sferisterio.
La scelta di alcuni movimenti degli interpreti, invece, poteva essere curata meglio, perché francamente la ripetitività di questi non aiuta a partecipare agli eventi e, anzi, diventa facile preda della parodia. Insomma, almeno due personaggi riflettono sull’amore mentre fanno colazione al tavolo (quando lo stomaco langue, il cervello lavora?) e il Conte Luna deve avere qualche problema di gestione della rabbia, perché non perde occasione per gettare tovaglie, piatti, stoviglie e bicchieri all’aria. Consigliamogli un po’ di yoga.🙂

Scherzi a parte, lo spettacolo del 12 agosto è stato molto bello e l’atmosfera dello Sferisterio ha aggiunto una buona dose di poeticità a quella dell’opera verdiana, che si ascolta comunque sempre con piacere.
Non posso che lasciarvi con il suggerimento, per la prossima estate, di organizzare una sortita allo Sferisterio per assistere a un concerto o a un’opera (info sul programma 2017 qui): magari sarete fortunati quanto me e dividerete la vostra attenzione tra il palco e la magnifica volta stellata che solo il cielo d’agosto vi offre.

Dalla Cripta al Tetto – San Sepolcro e Highline Galleria Vittorio Emanuele

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highline-galleryÉ vero che sono tornata a casa e che le mie vacanze sono finite, ma questa non è una buona ragione per non fare la turista nella mia amata patria, quella Milano che ancora tanti snobbano, quando progettano i loro viaggi, senza sapere che cosa si perdono.
Oggi ho esplorato la Cripta di San Sepolcro e i camminamenti sul tetto della Galleria Vittorio Emanuele, che non distano molto l’uno dall’altro e che si possono vedere facilmente in un pomeriggio, come ho fatto io. Tra l’altro, i due siti appartengono allo stesso circuito, quindi, con un po’ di accortezza, non è difficile approfittare di qualche sconto o promozione che possono rendere il vostro pomeriggio turistico meno esoso.

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La cripta

La chiesa di San Sepolcro ha una storia interessante. La sua costruzione, iniziata nel 1030, si protrae fino al 1897: un lungo periodo, durante il quale essa cambia anche il nome, da quello di Santissima Trinità all’attuale, che deriva dal Sepolcro di Gerusalemme (Milano ha partecipato alla crociata lombarda del 1099, che prese, appunto, la città santa). Non paghi di questo rimaneggiamento, si apportano anche modifiche affinché la chiesa rassomigli al Santo Sepolcro di Gerusalemme, poi, nel corso dei secoli, si aggiungono e si tolgono elementi barocchi, campanili, facciate… Noi milanesi siamo gente a cui piace cambiare, sapete.
Come spesso accade con edifici religiosi così vecchi, anche la chiesa di San Sepolcro si sviluppa su due livelli, quello superiore, con un bellissimo interno barocco, e quello inferiore (la cripta), che conserva ancora i resti dell’antico foro romano di Milano, che si ergeva proprio nella zona coperta oggi dalla chiesa e dalla biblioteca ambrosiana. La cripta in particolare è rimasta chiusa per cinquant’anni ed è stata riaperta solo il marzo scorso, dopo un attento restauro che permette oggi al pubblico di ammirare il luogo di preghiera di Carlo Borromeo e le sepolture di alcuni importanti personaggi della città.

La visita alla cripta non è lunga, ma necessita di un minimo di organizzazione: l’apertura del sito è dalle 12 alle 20, ma fino al 31 agosto l’orario è ridotto e il turista potrà accaparrarsi un biglietto per i sotterranei (€ 10) solo dalle 16 alle 20. Le casse non accettano prenotazioni, se non per gruppi numerosi, ma, a onor del vero, io non ho fatto fila.
Una volta scesi i gradini di pietra che dall’entrata laterale vi portano alla cripta vera e propria, il visitatore entrerà in un mondo umido, dall’atmosfera quasi ovattata, e sarà libero di girare a suo piacimento tra gli ampi locali, che si snodano su un’area sorprendentemente ampia. Tra colonne, graticci e lastre di marmo romano, vi imbatterete in affreschi scrostati dal tempo ed eleganti sarcofagi. Fanno loro presenza anche la mappa che Leonardo disegno delle cripte e una copia della Sindone conservata a Torino, con un video di spiegazione su come si avvolgeva un sudario attorno a un cadavere.
Ecco, la copia della Sindone l’avrei evitata, perché la sua esposizione nella teca stona con l’atmosfera del luogo e impedisce, a mio opinabilissimo avviso, la fruizione di tutta la cripta, guastandone il gusto, se vogliamo. Al posto di una copia di un falso e un televisore a schermo piatto io avrei investito su pannelli esplicativi più ampi e più presenti, ad esempio, e sulla trascrizione in italiano degli epitaffi sulle lapidi, che sono in latino e purtroppo alcune sono difficilmente leggibili. Secondo me, l’atmosfera e la qualità della visita ne avrebbero giovato.

highline-galleria-593x353Presso la biglietteria della Cripta di San Sepolcro è poi possibile acquistare un biglietto scontato al 50% per i camminamenti sulla Galleria Vittorio Emanuele (in pratica, con l’acquisto del biglietto intero di 12€ entrano due persone).
La Galleria Vittorio Emanuele è stata costruita dal 1926 al 1935, nel periodo tra le due Guerre, dall’architetto Pier Giulio Magistretti. La sua struttura fonde il gusto classico italiano a quello per le architetture di vetro e acciaio che spopolava in Europa fin dagli ultimi anni dell’Ottocento, ma la sua particolarità non fu subito accolta favorevolmente dai milanesi, che, anzi, la definirono troppo tozza e inelegante. Magistretti non la prese bene, e leggenda vuole che la sua caduta mortale da un’impalcatura della sua opera a pochi giorni dall’inaugurazione non sia stata accidentale… Non sapremo mai cosa sia passato per la mente del siör Magistretti, ma sarebbe bello potergli dire che, oggi, la sua Galleria è uno dei luoghi più amati dai turisti, ma anche da questi milanesi sempre puntigliosi e criticoni.🙂

L’anno scorso (più precisamente l’1 maggio 2015, in occasione dell’apertura di Expo) sono stati aperti i camminamenti su cui ho passeggiato oggi pomeriggio: una passeggiata di circa 250 mt sul tetto di cristallo di quella stupenda opera che è la Galleria Vittorio Emanuele. Che vista, che vista sull’intero skyline milanese! Che bello scoprire un passo dopo l’altro i campanili di Santa Maria delle Grazie e di Sant’Ambrogio, il profilo del Castello Sforzesco e la linea dei nuovi grattacieli di Piazza Gae Aulenti e dintorni! Che fascino, che poesia vi mostra questa città pragmatica, sempre in movimento e mai a riposo, nemmeno ad agosto. Non ci sono parole per descrivervi un’esperienza come questa, dovete semplicemente viverla, magari accanto a qualcuno a cui volete veramente, ma veramente, bene. Poi, potrete dire quasi sussurrando che Milan l’è un gran Milan (Milano è una grande Milano).

Tremate Tremate

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Interrompo questa bella sfilza di Quote Challenge con un brevissimo post a presa diretta, giusto per dirvi che la Strega, cioè io, è tornata saldamente al suo posto di comando nel Covo.😀

 

E’ stata una vacanza rilassante e anche stimolante di cui avrò modo di raccontarvi nei prossimi giorni, ma adesso tocca ritornare alla vita frenetica della mia adorata MaduninaLand. Va bene, ammetto che non mi dispiace più di tanto: non sono capace di stare ferma e l’attività rambica riapre tra pochissimo, quindi bisogna piantarla di pettinare le bambole e fare andare le manine (quanto sono milanese dopo un periodo fuori città, quanto??). Il tempo è denaro. Quasi sempre.

 

A ogni modo, attendete, inframmezzati ai post delle citazioni, gli aggiornamenti sui libri letti in questi due mesi estivi, il mio commento a un gradevolissimo Trovatore allo Sferisterio di Macerata e altro ancora.

 

…Ve l’ho detto nel titolo che dovevate tremare, no?😉

Come vorreste essere ricordati? – Quote Challenge

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La seconda citazione teatrale del Quote Challenge è tratta dal Cyrano de Bergerac (ne volete sapere di più? Ne ho già parlato qui).

 

Astronomo, filosofo eccellente.
Musico, spadaccino, rematore,
Del Ciel viaggiatore,
Gran maestro di tic-tac, amante
Рnon per s̩ Рmolto eloquente.
Qui riposa Cyrano
Ercole Savignano,
Signore di Bergerac,
Che in vita sua fu tutto e non fu niente.

 

Si tratta dell’epitaffio che Cyrano stesso compone per sé pochi istanti prima di morire, alla fine dell’opera. Ho sempre amato queste righe, così capaci di sintetizzare l’intera vita di questo personaggio che – poeta romantico, ironico moschettiere, spadaccino sognatore ed eroe per il popolo e per la donna che ama- non poteva che essermi dannatamente simpatico.

Ci sono, a ben vedere, altri stralci dell’opera che meriterebbero di essere citati, vuoi per la loro ironia, vuoi perché non sono ricordate abbastanza (quel no, mio caro amore. Non vi amavo, amor mio!), ma nessuno è così carico di significati diversi. Nessuno potrebbe confarsi a situazioni tanto varie come l’epitaffio di Cyrano.

Voi cosa dite?

Amleto e i Raggiri – Quote Challenge

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La prima citazione teatrale di questo Three Days Quote Challenge modificato non poteva che essere del caro Will (Shakespeare. Noi siamo in confidenza) e non poteva venire che dall’Amleto.
Perché, mi chiedete? Perché ne ho recentemente vista un’interpretazione splendida e perché alcune riflessioni di quest’anno si sono svolte attorno al tema di cui tratta lo stralcio che vi propongo qui di seguito.

 

Do you think I’m easier to be played on than a pipe?

 

Pensi che sia più facile suonare me che questo flauto?

 

 

Questa frase è pronunciata da Amleto nel terzo atto del dramma, scena seconda, in conclusione a una splendida metafora che il principe utilizza per comunicare con Rosencranz e Guildestern. Questi due sono suoi vecchi amici d’infanzia e visitano Amleto – che tutti credono pazzo – su richiesta dello zio e della madre di lui (quindi, il re e la regina di Danimarca), per scoprire se, per l’appunto, il nostro eroe è pazzo irrecuperabile o se… c’è dell’altro.
Amleto si accorge che i suoi amici non gli fanno spontaneamente visita, si accorge che gli stanno mentendo, e allora crea questa magnifica immagine, in cui lui si paragona a un flauto, mentre i suoi amici sono i musici, che sono capaci di trarre melodiose note dallo strumento.
Rosencranz e Guildestern si rifiutano di suonare nello strumento a fiato che Amleto porge loro, perché, non essendo musicisti, non ne sono in grado, ed è allora che il principe pronuncia le parole che vi ho lasciato sopra queste righe.

Come, amici, sembra dire Amleto, mi considerate meno complicato di questo flauto? Non potete servirvi di esso, ma siete in grado di poter prendere in giro me?

E’ un momento intensissimo del dramma e, a parer mio, uno dei più sottovalutati, perché in quel momento, le emozioni di Amleto – che generalmente lui nasconde – sono sottopelle, quasi in superficie. Si intuisce la sua tristezza, si percepisce la sua delusione. In certi casi, si notano anche la sua irritazione e la sua frustrazione, che trovano un piccolo pertugio in quella specie di corazza che è Amleto per guardare fuori.

Tutto per mezzo di un piccolo flauto.

Narcisi – Quote Challenge

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4mx_daffodilsWilliam Wordsworth è un personaggino interessante.
Nato nel 1770 e perito nel 1850, è considerato uno dei fondatori del Romanticismo inglese, nonché membro dei Romantici di Prima Generazione (quelli della seconda sono dei certi Shelley, Byron e Keats: mai sentiti?). Gran parte delle sue poesie sono ispirate e ambientate nei meravigliosi paesaggi del Lake District, il distretto dei laghi, e sono di un lirismo magnifico.
Se mai le parole sono state in grado di veicolare la magia, Wordsworth è sicuramente uno dei maghi più potenti di ogni tempo.

Quelle che seguono sono le parole iniziali di una delle mie poesie preferite: Daffodyls – I wandered lonely as a cloud (1807).

I wandered lonely as a cloud
that floats on high o’era vales and hills
when at once I saw a crowd.
A host, of golden daffodils.

Vagavo solo quanto una nuvola
che galleggi in alto, sopra valli e colline,
quando d’improvviso scorsi una folla.
Una schiera di narcisi d’oro.

 

C’è da andare nel Cumberland almeno una volta nella vita, per vederli da vicino, questi fiori.🙂

Ghost- o Blockbusters?

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1200px-ghostbusters_logo-svg(Sì, lo so che Blockbuster non esiste più da un pezzo, ma non ho potuto non menzionarlo nel titolo del post. Perché? Leggete e lo capirete)

Interrompiamo per un attimo il Quote Challenge e facciamo una piccola pausa, parlando di Ghostbusters, il remake firmato Paul Feig che ha suscitato tanta bagarre negli scorsi mesi.

Io l’ho visto a pochi giorni dall’uscita (questo è un post programmato, ricordatevelo!) e devo dire che, pur non trovandolo tanto brutto come dicevano le recensioni, che erano peraltro in maggioranza finte, non ne sono rimasta entusiasta.

Intendiamoci, è un film godibile. Strappa qualche sorriso, ha un ritmo veloce nella seconda parte (la prima è lenta. Tanto.) e le comparsate dei membri del cast originale gettano lo spettatore sul viale del ricordi. Ecco, uno dei grossi problemi è che sul viale dei ricordi ci si sta un po’ troppo: molte scene sono già viste e anche molte scelte narrative. Gli scambi tra i personaggi non sono particolarmente esilaranti e gli effetti speciali, che non sono male, non bastano a reggere un’ora e cinquantacinque minuti di storia.

Che dire del cast… Il grosso scandalo, a quanto pare, è che gli acchiappafantasmi di questo remake sono donne, il che ha scatenato l’ira (…) dei fan più accaniti della serie e i giubili (di nuovo: …) delle sedicenti femministe, perché adesso vedrete che anche le donne sanno far ridere.

Suscitare la risata in modo consapevole (perché inconsciamente è purtroppo molto facile) è difficile di per sé, e ancora più difficile per le donne, data l’immagine generale che ne abbiamo. Personalmente, non credo che l’idea di raggiungere questo scopo semplicemente trasportando le vecchie gag sulle spalle delle interpreti femminili abbia funzionato, anzi, in molti punti l’ho trovata una cosa piuttosto fastidiosa.
Insomma, se scegli di lavorare con personaggi di sesso femminile, allora devi creare il copione per loro, il che non significa trasformarle nelle solite, scontate, bombe sexy perfettine, ma nemmeno in scaricatori di porto con l’ormone in subbuglio. A proposito di ormone in subbuglio, nemmeno il ruolo del segretario maschio bello, biondo e scemo fa ridere. Non per tutto il film.

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Eccolo qui, il nostro Chris. 

Rimanendo, sul tema del segretario bello e diversamente intelligente, voglio spezzare una lancia in favore di Chris Hemsworth, che ha nuovamente provato che, quando si discosta dal solito ruolo che vogliono affibbiargli (l’eroe tutto muscoli che brandisce un’arma contundente, sia essa un martello, un’ascia o un arpione), fa davvero una bella figura. La sua interpretazione denota un’autoironia pregevole, una discreta bravura recitativa e una discreta dose di scioltezza: bravo Chris!

In sostanza, se vi va di riempire una calda serata estiva con un film divertente e che sia tutto fuorché impegnativo (e se siete stanchi di spazio, alieni e avventure nello spazio con alieni), Ghostbuster è un’ottima scelta. Andate a vederlo con un biglietto scontato (perché francamente non merita che voi paghiate il prezzo intero), godetevi la colonna sonora e salutate i fantasmi con la manina.
Ah, e rimanete per i titoli di coda: sono tra i più piacevoli degli ultimi anni.😉

Di Prometeo e dell’Amore della Strega per Goethe – Quote Challenge

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Oggi ci inoltriamo nei meandri della letteratura tedesca, complice uno stralcio di una delle mie odi preferite, scritta da uno dei miei autori preferiti. Insomma, questa e La Strega che vi apre una parte del suo cuoricino!

Quella di Johann Wolfgang Von Goethe è una personalità particolare, intanto perché ha vissuto per più di 80 anni (1749 – 1832) in un periodo in cui la longevità non era esattamente la caratteristica dominante della specie, e poi perché è stato poeta, scrittore, drammaturgo, scienziato, diplomatico, pittore, teologo e filosofo: un portento, il nostro Johann! Quando studiavo la sua vita al liceo, sono sempre rimasta sorpresa dal fatto che a quest’uomo andasse tutto bene, che tutti i successi fossero suoi, insomma, e divertita, perché, invece, il suo amico Schiller… E’ un altro paio di maniche.😉

Goethe è ovviamente famoso per il suo Faust, che citano tutti con, a seguire, I Dolori del Giovane Werther e Le Affinità Elettive. Sono tutti lavoro splendidi (magnifici, magici!), ma io personalmente vi consiglio di dare un’occhiata anche a qualche sua poesia e, in genere, ai lavori risalenti al periodo dello Sturm und Drang (per non dilungarci, lo chiameremo il Romanticismo nudo e crudo e poi ci torniamo in un altro post, perché c’è tanto da dire), come lo stralcio dell’Ode Prometheus, che trovate qui di seguito.

1e30abcd9f3e6c3ad68c5a1d047e6ce5Wähntest du etwa,
ich sollte das Leben hassen,
in Wüsten fliehen,
weil nicht alle
Blutenträume reiften?

Ovvero, da mia personale traduzione:

Ti aspettavi forse
che avrei odiato la vita
che sarei fuggito nel deserto
perché non tutti i sogni dell’infanzia
si sono avverati?

 

Prometheus è una delle mie poesie preferite per la forza del personaggio, la sua passione violenta, il suo titanico sforzo di sfidare un’autorità che sembra troppo alta per poter venire a patti con chiunque. Potete capire solo leggendola, solo così potete vedere attraverso le palpebre l’eroico coraggio di un giovane uomo, che sfida il Signore del Cielo, non già mostrandosi superiore a lui, ma suo pari.

Lo stralcio che ho deciso di lasciarvi è quasi una lezione di vita, non trovate?
Quante volte ci chiudiamo in noi stessi o diventiamo la somma all’ennesima potenza delle nostre qualità negative, perché c’è qualcosa che non va nella nostra vita? Quante volte ci trasformiamo in un buco nero per tutte le cose positive che ancora ci circondano e che noi magari vediamo, ma a cui non riusciamo ad attribuire il giusto valore?
Avete mai pensato a quante cose, quante persone, rischiamo di perdere così facendo? Io sono della personale opinione che in questi casi non è la forza che manca, non è perché siamo stanchi che ci comportiamo così. É perché ci manca il coraggio di sforzarci, di lasciare che ci dilanino, anche, ma di non negare niente di ciò che siamo.
Quante volte vorremmo il coraggio di Prometeo?