La Strega e i Racconti brevi ft. Mucho Mojo Club

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Quella tra la Strega e i racconti brevi è una storia lunga. Mi è sempre piaciuto leggerli, ma per lungo tempo sono stata frustrata dalla difficoltà di reperirne di nuovi – le raccolte di racconti non avevano molta diffusione e le cose sono cambiate solo di recente -, inoltre essi rappresentano la forma di scrittura che per il momento mi è più congeniale.

Ho sempre tantissime cose da fare, gli impegni e gli obblighi si affastellano uno sull’altro lasciandomi pochissimo spazio per dedicarmi alla scrittura (ogni tanto, come sapete, ne risentono anche i post su questo blog): le short stories hanno il vantaggio, essendo più brevi, di poter essere concluse in un’unica sessione di scrittura, avendone l’ispirazione, e di necessitare decisamente meno costanza di quanto servirebbe per completare un’opera più lunga, come un romanzo. Brevità di lettura e scrittura consentono a loro volta di avere a che fare con un numero di scenari e soggetti pressoché infiniti, dettati quasi esclusivamente dalla passione e dagli interessi del momento – e quelli della Strega, lo sapete, variano spesso e bruscamente. ^^ Oltre a ciò ho sempre l’impressione che i racconti brevi abbiano un impatto più immediato nel lettore. Di sicuro devono “colpire” il pubblico subito, già dalle prime righe della storia, perché non hanno tempo di insediarsi nella memoria e nel cuore con il tempo, e, dato che di rado raccontano l’intera vicenda di un personaggio, ma piuttosto lo colgono in un momento particolare della sua vita, i soggetti trattati sono molto vividi, proprio come piacciono a me.

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 Il libro costa 12,75€ in formato cartaceo e circa 5€ in formato e-book. Qui affianco trovate il link per comprarlo direttamente da Amazon, con il mio codice di affiliazione.

Da amante e scrittrice di racconti brevi, quindi, non ho potuto resistere a CasaSirio Editore, quando mi ha proposto di leggere Mucho Mojo Club, che raccoglie undici short stories di altrettanti grandi autori del thriller internazionale, alcuni dei quali non sono mai stati tradotti in Italia. Il filo conduttore di questa raccolta, pubblicata per la prima volta nel 2016, si evince già dal titolo, che riprende il romanzo Mucho Mojo di Joe R. Lansdale (1994). “Mojo” è un termine africano che si riferisce alla magia, allo spirito arcano, e nel romanzo di Lansdale era utilizzato con accezione negativa. Mucho mojo, molta magia cattiva.

Ai narratori è stato chiesto di indagare nel lato oscuro e torbido della vita, di raccontare le storie di reietti, di personaggi che vivono ai margini della società e di altri che guardano oltre l’orlo dell’abisso tutti i giorni. Le storie di questi maestri del thriller mondiale sono piene, zuppe, di quell’atmosfera densa e fumosa tipica del romanzo noir, quella che ti s’incolla ai vestiti e ti rimane attaccata alle dita.

Ho apprezzato moltissimo tutti i testi – personal favourites, comunque, sono “Emma Sue” di D. Zeltserman, “Kitty” di G. Iglesias e il delicato “Il borseggiatore” di C. Cook – nella loro diversità sia di tecniche e toni narrativi che di atmosfera, il che è senza dubbio straordinario, considerato che le opere sono accomunata da un filo conduttore ben preciso, eppure naturale, date le diversità dei singoli autori. Ci sono storie ambientate nel Midwest americano, altre in Scozia, Irlanda, Parigi, e i protagonisti sono indistintamente uomini e donne, vecchi e giovani, tutti con qualcosa da raccontare. Alcuni racconti hanno una lieve pendenza al sovrannaturale, o comunque verso l’inspiegabile dalla ragione, altri invece sono meravigliosamente terreni, umani, e sono quelli che mi sono piaciuti di più, lo ammetto.

Siete appassionati di thriller? Vi piace avvertire il brivido freddo che vi scorre lungo la spina dorsale mente leggete? Allora Mucho Mojo Club è un libro che non può mancare nella vostra collezione: dovete leggerlo a ogni costo! Con sole 192 pagine, d’altronde, non è un passatempo perfetto per una thriller night?

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Morto Stalin se ne fa un altro

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The Death of Stalin, o Morto Stalin se ne fa un altro, è entrato nella  mia lista di visione nel momento esatto in cui ho appreso dell’esistenza della pellicola diretta da Armando Iannucci per due motivi ben precisi: ammiro molto il lavoro di almeno due membri del cast e il trailer, che gioca sull’ironia, mi ha conquistata. Approfittando, quindi, di uno scampolo di tempo libero graziosamente offertomi da un virus parainfluenzale (era il 7 marzo… questo post giunge paurosamente in ritardo), l’ho visto nel rassicurante silenzio del Covo, che di pomeriggio è sempre deserto, gatto a parte, e, benché mi aspettassi qualcosina di più, non sono rimasta delusa.

The Death of Stalin è un adattamento dell’omonimo graphic novel di Nury e Robins e nel 2017/18 ha vinto ed è stato candidato per numerosi premi, tra cui il Miglior Attore Non Protagonista (Russel Beale), il Miglior Casting e il Miglior Trucco e Acconciatura ai British Independent Film Awards. La trama è presto detta: l’1 marzo 1953 Iosif Stalin muore a seguito di un’emorragia cerebrale, ma la sua morte viene dichiarata soltanto due giorni dopo.

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Da sinistra, Malenkov/Tambor, Kruscev/Buscemi e Berija/Russel Beale nello studio di Stalin, dove il dittatore è appena morto… rilasciando la vescica.

Cosa succede in quelle quarantott’ore? I membri della squadra ministeriale del defunto dittatore sovietico si scontrano per avere il potere, finché Malenkov emerge vincitore, ma naturalmente i sotterfugi e i trucchi per primeggiare non si fermano una volta incoronato il nuovo leader… anzi, tutto il contrario!

Il trailer del film prometteva tanta ironia, e indubbiamente così è. Gli scambi tra i personaggi, sia a livello di battute che di sguardi e mimica, sono curati nel dettaglio, con una ritmicità che sosterrebbe situazioni anche meno paradossali di quelle dipinte nel corso dello svolgimento della storia. Il sorriso si gela – com’è giusto – un po’ sulle bocche dello spettatore, se solo questi si ricorda che si sta parlando di eventi realmente accaduti, e nemmeno tanto tempo fa.

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Vassilij Stalin, al centro, guarda dei giocatori semi-professionisti di hockey. La battuta qui sopra si riferisce all’incidente aereo del 1950, in cui morirono quasi tutti i componenti della squadra di hockey dell’Aeronautica Militare.

Le sfarzose ambientazioni sono di grande effetto e i reparti trucco e acconciature e costumi meritavano molti più premi di quelli che hanno effettivamente ottenuto, perché la somiglianza degli attori con i reali protagonisti delle vicende storiche è in molti casi a una virgola dall’essere completa. L’aspetto che fa fare un balzo di qualità al film di Iannucci, tuttavia, è il cast, che non solo è di tutto rispetto, ma è anche molto ben amalgamato.

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I figli di Stalin, al cospetto del cadavere aperto del padre, che deve esser eimbalsamato. Kruscev ha appena tentato di rassicurarli con un classico “andrà tutto bene”.

Oltre all’ottimo Simon Russel-Beale (Lavrentij Berija, capo dei servizi segreti sovietici e vice di Malenkov per un breve periodo), è doveroso citare Jeffrey Tambor (Georgij Malenkov, che succede a Stalin dal 1953 al 1955), Steve Buscemi (Nikita Kruscev), Jason Isaacs (Georgij Zukov, allora maresciallo dell’URSS, comandante delel truppe sovietiche e noto e amatissimo eroe di guerra) e Rupert Friend (Vasilij Stalin).

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Nel Cremlino nessuno ti sentirà complottare.

Se, come ho già ampiamente detto, l’interpretazione e le dinamiche tra i membri del cast sono aspetti ottimi (vi ho già detto che il copione è favoloso? No?! Beh, lo è: un gioiellino!), devo registrare che il ritmo di narrazione subisce qualche battuta di arresto, soprattutto attorno alla metà del film, che probabilmente poteva durare qualcosa meno dei suoi 106 minuti. Questa piccola critica non getta però ombra su The Death of Stalin, che complessivamente è un gran bel film indipendente. Anzi, mi arrischio a dire che non sarebbe male farlo vedere nelle scuole, magari come complemento allo studio del periodo storico (che oramai viene preso in considerazione molto poco), perché Morto Stalin se ne fa un altro ha il pregio di intrattenere senza nascondere nulla del contesto e dell’epoca in cui la storia – che, sottolineo di nuovo, è essenzialmente vera – è inserita. 

 

Voi avete già visto The Death of Stalin? Che cosa ne pensate, vi è piaciuto? Chi è il vostro cospiratore preferito? Fatemelo sapere nei commenti, io intanto mi metto comoda. 😉

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Una Strega nel Percorso dei Segreti

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La Strega ha animo da esploratrice, ma purtroppo può concedergli libero sfogo solo di rado, e a spizzichi e bocconi. Nella seconda metà di giugno è in programma un viaggio memorabile, che sogno di fare da una vita, e nel frattempo mi accontento di scovare angoli nascosti nella mia amata, amatissima Milano. La scorsa settimana è stata la volta dell’Archivio Storico e del Sepolcreto della Ca’ Granda, durante una visita guidata denominata il Percorso dei Segreti che ha aperto i battenti solo a fine gennaio 2018.

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Veduta dell’Ospedale Maggiore, o Ca’ Granda, da un dipinto del 1842

Prima di raccontarvi la mia visita, vi do qualche informazione generale.
La Ca’ Granda (ovvero, la casa grande) è un edificio sito tra le odierne Via Francesco Sforza, Via Laghetto e Via Festa del Perdono (siamo in centro, tra le metropolitane di San Babila M1 e Missouri M3, vicini al Tribunale) che oggi è sede dell’Università Statale di Milano. La sua costruzione fu voluta dal neo duca di Milano Francesco Sforza (gli Sforza si erano appena appropriati della città un tempo viscontea) come unica casa di cura per i malati indigenti della città nella seconda metà del Quattrocento. 

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L’iniziale progetto del Filarete. La pianta è rimasta più o meno la stessa (il cortile principale è più ampio e la chiesa è stata spostata dal suo centro, ma ci siamo. La facciata è un po’ meno… turrita. XD

I fondi per questa costruzione arrivarono in modo furbescamente italiano: in accordo con Papa Pio II fu istituita una Festa del Perdono, ovvero un momento in cui, versando una somma di denaro, la Chiesa avrebbe perdonato i peccati del benefattore, per il 25 marzo, la Festa dell’Annunciazione, a cui l’edificio e la chiesa ivi inserita erano dedicate. La Festa del Perdono istituita nel 1459 come periodo limitato fu proclamata poi ricorrenza da Pio IV. Avuti i fondi e l’approvazione del Papa, Francesco Sforza affidò il progetto della Ca’ Granda all’architetto toscano Filarete, che già stava lavorando al Castello Sforzesco. L’edificio fu ideato in stile rinascimentale (che non andava tanto d’accordo con il gusto tardogotico lombardo dell’epoca), ma nel corso dei secoli subì numerosi rimaneggiamenti e aggiunte sostanziose, tanto che la fine dei lavori di costruzione si fa risalire al 1805, periodo napoleonico. L’Ospedale Maggiore continuò la sua originaria fino al 1939, quando i degenti vengono trasferiti nella nuova sede nel quartiere Niguarda (motivo per cui, se chiedete a un Milanese dove sia la Ca’ Grande, c’è una buona probabilità che questo, sbagliando, dica che è l’ospedale Niguarda). Durante i bombardamenti USA del 1943 l’edificio subì notevoli danni, venne ristrutturato e diventò sede dell’Università negli anni Cinquanta.

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Via Francesco Sforza, la porta delle meraviglie nel caratteristico mattone rosso quattrocentesco. 

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Foto: Milan l’era inscì (Milano era così). La porta delle meraviglie, la Ca’ Granda e il Naviglio. 

Ora torniamo alla meravigliosa giornata di sole in cui, sentendo già la primavera nell’aria, ho intrapreso il Percorso dei Segreti. Bisogna entrare nell’edificio da Via Francesco Sforza, poco prima dei resti della “porta delle meraviglie”. Fino alla prima metà del Novecento in questa via trafficata a pochi passi dal Tribunale di Milano, scorreva il Naviglio, e la porta di cui sopra era collegata a un piccolo molo per l’attracco delle imbarcazioni e a un ponte per passare sull’altra riva. Si accede all’Archivio Storico da una porticina sulla destra, che da su un cortiletto dall’aria dimessa cui non dareste due lire. Armati di elmetto di ordinanza (il soffitto è affrescato, ma non in ottime condizioni: non vogliamo guastarci la piega, vero?), entrate nella prima sala dell’archivio, che altro non era che l’aula seicentesca per le riunioni estive del Consiglio Amministrativo della Ca’ Granda. Il consiglio fu sciolto da Napoleone nell’Ottocento e le stanze dedicate alle riunioni (quella estiva e quella invernale, più raccolta e interamente arredata in legno di noce) furono destinate ad archivio. Qui si respira odore di carta vecchia, polvere e umidità – il paradiso del bibliofilo, in pratica – e si ha la possibilità di vedere una quantità indescrivibile di faldoni vecchi di secoli relativi a pazienti, medici, personale, spese e donazioni. I benefattori che versavano una somma consistente di denaro, tra l’altro, avevano diritto a farsi dipingere in un quadro (le cui dimensioni variavano al variare della somma versata…) e in origine le stanze dell’archivio erano letteralmente tappezzate dai ritratti del Benefattori della Ca’ Granda. Molti di questi dipinti, alcuni di un certo pregio, ora si trovano a Brera.

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La cripta è disseminata di “pozzetti”, dove venivano calate le salme. 

Il Sepolcreto è in realtà la cripta della Chiesa dell’Annunciazione, anch’essa costruita nel Seicento, a scopo di luogo di tumulazione dei morti dell’ospedale. La cripta aveva canaline di scolo che sbucavano direttamente nel Naviglio (lo vedete l’altare in fondo alla fotografia? Lì dietro c’è la porta delle meraviglie) e fu effettivamente utilizzata come sepolcreto per una cinquantina di anni. Nel 1695, dopo le continue proteste per gli umori malsani e la scarsità di igiene generata da una soluzione così bislacca, il cimitero della Ca’ Granda fu spostato nella vicina rotonda della Besana, costruita apposta lì vicino, e il Sepolcreto diventò un magazzino riprendendo valore solo nella prima metà dell’Ottocento, quando fu sede delle riunioni dei Carbonari e primo riposo dei caduti delle Cinque Giornate di Milano. Durante la seconda guerra mondiale il Sepolcreto divenne un’infermeria d’emergenza, e in effetti non subì troppi danni durante il bombardamento del ’43. Ultimamente è stato ristrutturato e messo in sicurezza, in modo da renderlo visitabile.

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La lista dei caduti durante le Cinque Giornate. I corpi dei deceduti furono successivamente spostati sotto il monumento di, appunto, Piazza Cinque Giornate.

Dell’originaria decorazione alla danse macabre non è rimasto che un alone. Immaginatevi scheletri danzanti dipinti sulla parete, teschi, ossa e altri simboli della caducità umana in un memento mori costante, che però non è sopravvissuto all’umidità del luogo. Anche le decorazioni ottocentesche sono in pessime condizioni, ma le lapidi, le statue e le stele funebri di alcuni benefattori fanno bella mostra di sé in un corridoio laterale e, nella penombra del Sepolcreto, hanno sicuramente il loro effetto. L’atmosfera del luogo, che ospita tutt’ora i resti di 150.000 persone, nel Seicento è andata irrimediabilmente persa, quindi, ma con uno sforzo dell’immaginazione si può tornare al primo Ottocento e, magari, ritrovarsi al lume di una lanterna cieca, circondati dai membri di un’organizzazione segreta, con lo sciabordio delle acque del Naviglio a coprire i sussurri dei cospiratori.

Il biglietto intero per la visita al Percorso dei Segreti è di 12 €, un prezzo un po’ altino, ma sul sito internet trovate spesso delle promozioni interessanti o dei biglietti cumulativi, che valgono sicuramente la pena di essere presi in considerazione dai turisti e, perché no?, dai milanesi con la voglia di conoscere la proprie – bellissima! – città.

Era meglio il Libro o la Serie TV? – Il racconto dell’Ancella

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Nel post sulle letture di febbraio vi avevo accennato alla lettura di The Handmaid’s Tale contestualmente alla visione della serie tv omonima e vi avevo anche detto che il libro mi era piaciuto di più, senza però dilungarmi sulle reali motivazioni. Lo faccio adesso in un post dedicato, in cui vi illustro le principali differenze tra il romanzo della Atwood e la pluripremiata serie tv cercando di fare solo spoiler minimi ed essenziali.

Margaret Atwood (Ottawa, 1939) è autrice di più di trentacinque volumi tra poesia, letteratura per bambini, narrativa e saggistica; ambientalista e femminista dagli anni Sessanta, vive in Canada con il compagno, anche lui scrittore. In gran parte dei suo scritti emerge una continua e profonda preoccupazione per la società occidentale, che lei vede in stato di crescente degrado (in questi giorni confesso di non riuscire a darle torto…). Il suo stile di scrittura è ironico e curato, molto fluido e soprattutto originale. La Atwood scrive Il Racconto dell’Ancella tra il 1984 e il 1985 (più precisamente, inizia il romanzo durante un suo soggiorno nella Berlino ovest), traendo ispirazione dai lavori di George Orwell, Aldous Huxley e Ray Bradbury. The Handmaid’s Tale suscita immediato scalpore per i temi trattati e le immagini veicolate, tanto da essere addirittura vietato in alcuni licei, è ha molto successo: viene tradotto in moltissime lingue, ottiene numerosi riconoscimenti e ne viene tratto un film. Negli ultimi vent’anni, però, la storia di Offred viene dimenticata o quasi, finché Hulu (è una compagnia che fornisce contenuti video on demand, un po’ come Netflix) decide di produrre una serie televisiva tratta dal romanzo.

The Handmaid’s Tale debutta nella seconda metà di aprile 2017, ha un enorme successo e viene riconfermato per la seconda stagione, che comincerà, pare, dopo il 20 aprile 2018. L’ideatore della serie è Bruce Miller, tra gli interpreti principali ci sono Elisabeth Moss (Offred) e Joseph Fiennes (Comandante Waterford), e tra il 2017 e il 2018 cast e produzione si sono portati a casa numerosissimi premi, tra cui Emmy Awards, Golden Globes e Critics’ Choice Awards. Non male, eh?

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Le “scene mute” come questa mi sono piaciute moltissimo. L’ordine, la sincronia dei movimenti, finanche dei passi, creano la giusta atmosfera di tensione, inquietudine e paura.

Sia libro che serie tv sono incentrati sul personaggio di Offred (o Difred nella versione italiana), un’Ancella destinata alla casa del Comandante Waterford, pezzo grosso del regime dittatoriale di Gilead (o Galahad in italiano). Numerose guerre nucleari hanno stremato le superpotenze mondiali e devastato l’ecosistema, mentre la popolazione è in gran parte sterile. Si sono quindi istituiti accordi di influenza che permettano ai vari stati ancora in piedi di costituire una loro organizzazione e sedare eventuali rivolte nel modo che desiderano, senza che gli altri paesi ci mettano becco. Gilead ha trovato un modo per ovviare alla sterilità della popolazione (e più precisamente dei potenti) creando le Ancelle, ovvero asservendo le donne ancora fertili a un regime di schiavismo sessuale a fini procreativi.

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Gilead trova giustificazione in tutte le sue manovre in interpretazioni del testo biblico. Anche la violenza sulle Ancelle è rielaborata affinché diventi una Cerimonia sulla falsa riga del mito di Abramo.

Tutto chiaro fino a qui? Bene, ora partiamo con il confronto.
Ancora una volta vi avviso che potrebbero esserci dei piccoli spoiler: non rivelerò finale né turning point della storia, ma se siete ipersensibili alle anticipazioni vi raccomando di procedere con cautela. 😉

Il romanzo della Atwood e la serie tv hanno praticamente la stessa trama, solo l’ordine cronologico di alcuni eventi viene invertito, e scelgono lo stesso metodo narrativo, ovvero quello stream of thoughts di una singola persona (Offred) di cui vi avevo parlato nel post sulle letture di febbraio. L’ambientazione della serie tv è decisamente conforme a quella che si immagina dal libro e devo dire che scenografie e costumi mi sono piaciuti moltissimo. Per tutto il periodo della lettura di Il Racconto dell’Ancella avevo notato l’attenzione per l’aspetto visivo nella scrittura della Atwood, le sue scene sembravano quasi dei singoli quadri, e la produzione Hulu ha riprodotto meravigliosamente questa sensazione. Certo, la lentezza narrativa e la ripetitività di alcune scene che non spiacciono nel romanzo tendono vagamente ad annoiare nella serie tv, in cui la mancanza di azione di sente moltissimo, ma secondo me il vero problema è un altro, e ve lo spiego subito.

The Other Side

Luke. L’inutilità fatta personaggio.

Per ovviare alla staticità di luoghi e situazioni, credo, la serie televisiva è stata arricchita da approfondimenti sui personaggi e addirittura una storyline parallela (quella di Luke, il compagno di Offred prima dell’avvento di Gilead), che però non mi hanno lasciato una grande impressione. Alcuni ampliamenti dei personaggi sono in verità interessanti, ma nella maggior parte dei casi si dilungano troppo, perché naturalmente perseguono uno scopo preciso, a cui arriveremo a breve. Trovo che il personaggio di Luke sia inconsistente, inoltre seguirlo spezza la tensione sulla situazione a Gilead, che, diciamocelo, è incredibilmente più interessante. Mi sembra che ci sia tanto nella serie tv che sia stato aggiunto per allungare al broda, diciamo, per arrivare a una quota minima di dieci episodi, e mi domando che cosa succederà nella seconda stagione, dato che con la prima la trama del libro si è praticamente esaurita (non scherzo, manca solo l’epilogo… che è la parte più interessante della storia della Atwood e che in questo momento nella serie tv non troverebbe che uno scampolo di spazio).

Non apprezzo infine la scelta di soffermarsi solo su alcuni aspetti del regime di asservimento, depersonalizzazione e infine di lavaggio del cervello attuato dalla Repubblica di Gilead trascurandone gli altri, o comunque conferendo loro meno spazio di quanto la Atwood fa nel libro. Detta in soldoni, questa storia della cerimonia… direi che basta farla vedere una volta, no? C’era bisogno di dare più spazio a Diglen (la prima Diglen, quella interpretata da Alexis Bledel) includendo quella punizione? Capisco che i lati fisici, pruriginosi della distopia immaginata dalla scrittrice attirano di più lo spettatore medio, e non è neanche giusto non ritrarli, perché nel libro ci sono (non in cotanta misura, però), ma mi sembra che per valorizzare questi la tensione di scena, l’inquietudine e anche la stessaOffred siano stati resi un po’ sottotono. La sparizione definitiva e improvvisa di alcuni personaggi, senza che se ne sapesse più nulla, dava un’emozione ben diversa dall’attrazione morbosa per alcuni particolari. Il carattere effimero del Mayday aveva più forza di una prova della sua reale esistenza, o così è sembrato a me.

Voi avete visto The Handmaid’s Tale, avete letto il libro o entrambi? Fatemi sapere che cosa ne pensate nei commenti, io vado a riprendermi dallo sforzo di aver evitato ogni spoiler principale come  un discesista in Coppa del Mondo. 😉

 

Tre Manifesti a Ebbing, in Missouri

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Il piano iniziale era, manco a dirlo, di vedere Tre Manifesti a Ebbing in Missouri prima dell’assegnazione degli Academy Awards dello scorso 4 marzo, ma come vi ho già detto il Fato si è pronunciato in modo contrario. Mi sono dunque approcciata alla pellicola diretta da Martin McDonagh un pomeriggio della settimana appena passata, mentre ero preda di uno di quei virus parainfluenzali che in questo periodo non potevo proprio farmi mancare, ben sapendo che alla Notte degli Oscar si era portata a casa ben due statuette.

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è uno spaccato di vita, più che na storia vera e propria. Conosciamo tutti i protagonisti nel mezzo di una vicenda che è cominciata molto prima dell’inizio del film e di cui non ci saranno mai chiari tutti gli aspetti. Così, incontriamo Mildred Hayes (Frances McDormand, Oscar come Miglior Attrice Protagonista) mentre guida lungo una strada provinciale, deserta, e nota tre cartelloni pubblicitari in disuso; capiamo subito che le è venuta in mente un’idea, ma non conosciamo il motivo per cui lei decide di affittarli per un anno intero. Le cose cominciano a farsi un po’ più chiare solo quando vediamo i suoi manifesti, su cui sfondo rosso campeggiano tre frasi nere: Stuprata mentre stava morendo – E ancora nessun arresto – Come mai sceriffo Willoughby?

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Jason Dixon è interpetato da Sam Rockwell (qui con la McDormand), che ha vinto il premio Oscar come Miglior Attore Non protagonista

I concittadini si Mildred non parteggiano per lei, ma bensì per il corpo di polizia, e più precisamente per lo sceriffo Willoughby, membro ben voluto della società e sofferente di un tumore al pancreas, che è direttamente chiamato in causa dai cartelloni. Particolarmente duro con lei è l’agente Jason Dixon, che ha problemi di alcolismo e gestione della rabbia e vede in Willoughby la figura paterna che gli è sempre mancata. Mildred, che è una madre divorziata con un figlio a carico e il doloroso ricordo della morte dell’altra figlia (aggredita, stuprata e uccisa, appunto, un anno prima dell’inizio del film), diventa oggetto di piccoli dispetti e sabotaggi da parte del corpo di polizia e degli altri cittadini, finché – con una lentezza che ben si accorda con la paciosità delle piccole cittadine americane – non si arriva al climax del film.

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I manifesti vengono incendiati da ignoti.

Da qui in poi non vi svelo null’altro, anche se potete ben immaginare che Mildred non reagisce in modo calmo e ragionato.

Il film non dura moltissimo – un’ora e tre quarti – ma confesso che mi è sembrato molto più lungo di quello che è, probabilmente a causa della lentezza della narrazione. Effettivamente il punto forte di Tre Manifesti a Ebbing in Missouri sta nella bravura degli attori; oltre ai due premiati è doverosa una menzione a Woody Harrelson, che interpreta lo sceriffo: un personaggio interessante a cui lui conferisce uno spessore particolare e una punta di ironia molto piacevole. Una trama come quella del film di McDonagh deve essere sostenuta da performance di un certo livello, altrimenti rischia di diventare noiosa e di non suscitare una partecipazione nello spettatore, che può rimanere impegolato nel ritmo narrativo.

Personalmente ho apprezzato anche che, contrariamente alla buona tradizione americana, non esista una parte che ha indiscutibilmente ragione contrapposta a una che ha torto. Mildred soffre per quello che è successo alla figlia, per i suoi sensi di colpa, e, sì, anche perché nessuno ha ancora trovato il colpevole, tuttavia è lei che decide di concentrarsi su quest’ultimo punto nel probabile tentativo di trovare un capro espiatorio per un evento di cui si sente colpevole. La polizia locale non è composta da agenti politically correct, anzi, ma non è possibile negare che Willoughby sembra una persona per bene, sia a livello privato che lavorativo, un uomo sensibile che non merita di essere attaccato così direttamente. Anche il lavoro d’indagine svolto non pare avere pecche: non può essere colpa dei poliziotti se sul corpo della ragazza non sono state trovate prove. Ecco, mi è piaciuto il realismo della sceneggiatura, anche se mi rendo conto che proprio questa caratteristica rende il film non completamente digeribile ai più.

Voi avete già guardato qualche pellicola candidata agli Oscar? Che cosa ne pensate?
E dei premiati? Ditemi, ditemi tutto! 😉

Libri di Febbraio e Contaminazioni Visive

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Come avrete capito dall’ammontare e dal tono dei post del mese, febbraio non è stato proprio facilissimo per la Strega, il che si è inevitabilmente tradotto sul fronte letture et similia. Ho visto poco di nuovo (volevo recuperare qualche film per la notte degli Oscar, sento ancora le Norne che mi ridono dietro) e ho letto ancora meno: solo due libri, e nemmeno tanto lunghi.

Il primo è stato The Handmaid’s Tale, di M. Atwood, ritornato in auge a seguito della pluripremiata serie televisiva andata in onda su Hulu la scorsa primavera. La distopia della Atwood è stata pubblicata nel 1985 e il mio iniziale piano era di leggerla prima di guardare la serie tv, ma alla fine dei conti ho finito per approcciarmi in contemporanea alle due versioni della storia, che, come credo sappiano ormai anche i sassi, si svolge nel regime post-nucleare di Gilead. La Repubblica di Gilead è una dittatura teocratica che presumibilmente copre il territorio del Massachussetts, negli ex Stati Uniti. Al suo interno le donne sono fortemente controllate e soggiogate all’autorità maschile, non è loro permesso avere proprietà, lavorare, leggere o scrivere, e come il resto della società si trovano divise in classi. Tra queste c’è quella delle Ancelle, che raggruppa le donne ancora fertili dopo un calo di fertilità con cause non ben precisate e le distribuisce tra i membri della classe dominante, affinché possano essere letteralmente montate e producano figli. La protagonista della storia è, appunto, un’Ancella.

Contrariamente a quanto ho letto nella maggioranza di commenti e recensioni, a me il libro è piaciuto più della serie televisiva (magari ne parliamo in un post a parte, non voglio dilungarmi qui). L’ho trovato interessante, ben scritto e alienante il giusto, esattamente come c’è da aspettarsi in una buona distopia. Un buon numero di chi ha letto Il Racconto dell’Ancella in italiano mi riferisce che non è riuscito a immergersi nella storia perché ha avuto problemi con lo stile dell’autrice: è possibile, immagino. La mia versione è in lingua originale e io non ho riscontrato lo stesso tipo di problema, anche se è indubbio che il metodo narrativo – il libro è un continuo stream of thought: la protagonista sembra semplicemente sfogarsi raccontando la sua storia senza un ordine cronologico e spesso senza accorgersi di compiere dei flashback – non ne fa una lettura leggera, al di là dei temi trattati. In alcuni momenti non mi è stato possibile non fare paragoni con Herland, di Charlotte Perkins Gillman (l’avevo letto a giugno), ed è un fatto senza dubbio curioso, dato che per certi versi il racconto della Perkins Gillman è un’utopia. Vi segnalo la particolarità dell’epilogo, che secondo me aggiunge un significato nuovo all’intero romanzo.

Il secondo libro che ho letto nel mese scorso è un altro classico tornato in auge grazie a una riproposizione visiva: The Beguiled (in italiano, L’Inganno), di Thomas Cullinan. Forse ricorderete che lo scorso autunno è uscito l’omonimo film di Sofia Coppola (lei ci ha vinto il premio per la Miglior Regia a Cannes 2017), che io non ho ancora visto, perché volevo come sempre leggere prima il libro… e stavolta ci sono riuscita! The Beguiled è un romanzo curioso: un po’ storico, un po’ gotico, un po’ thriller psicologico, di sicuro con un’ambientazione meravigliosa (si svolge nel sud degli Stati Uniti durante la Guerra di Secessione: immaginatevi Via col vento) e un ritmo narrativo purtroppo molto lento. La storia è quella di John McBurney, un soldato confederato che, ferito, trova rifugio in un collegio per signorine in territorio sudista e che naturalmente sconvolge il delicato equilibrio che si è stabilito tra tutte queste donne, che sono le narratrici in prima persona della vicenda, mentre McBurney rimane sempre oggetto del racconto, quasi come se non avesse una vera e propria parte attiva.

Probabilmente mi aspettavo tanto da questo libro e per questo ne sono rimasta decisamente delusa, anzi, ho proprio faticato a finirlo. In questo momento sono anche indecisa se recuperare o meno il film della Coppola, anche se lei è una bravissima regista e il cast è di tutto rispetto. Devo sicuramente aspettare che la delusione per il libro di Cullinan scemi ed evidentemente prepararmi a un pathos di intensità minore di quello che avevo calcolato guardando il trailer. ^^

Come vi anticipavo, questo è tristemente tutto quello che riguarda le mie letture di febbraio 2018. Voi che cosa mi dite? Cosa avete letto nel mese scorso?
Avete visto The Handmaid’s Tale o The Beguiled? Rispondetemi nei commenti!

 

P.S. Come sempre, ai titoli dei libri ho allacciato un link che vi porta alla pagina di Amazon da cui, se volete, potete acquistare il volume tramite il mio codice di affiliazione. Voi non pagate un centesimo in più del dovuto, ma i gentili signori del sito di e-commerce mi corrispondono una piccola percentuale di ogni vendita… Le pozioni costano care, signori. 😉

Dieta Bagina Special

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“Bagina” è il nome colloquiale dato al Pio Albergo Trivulzio, la casa di riposo per anziani non abbienti attiva a Milano da oltre due secoli. Il soprannome deriva dal fatto che nel Novecento l’istituzione fu spostata sulla strada che conduceva a Baggio, da qui “Baggina” o “Bagina”

Nel febbraio 2018, prima del freddo siberiano, la Strega, oramai sulla soglia dei trent’anni, si è accinta a farsi spuntare i denti del giudizio.
Lo dico come se fosse stata una decisione ponderata, anche se naturalmente i benedetti terzi molari superiori e inferiori – od ottavi, o strumento massimo di tortura… insomma, chiamateli come volete – hanno fatto i loro conti senza l’ostessa e hanno convenuto di spuntare nel periodo sopra indicato.

In realtà, qualche problemino lo avevo già avuto con questi denti. Dei fastidi minori, che tutt’al più mi causavano una buffa regressione all’età neonatale, con un irrefrenabile desiderio di mordere qualsiasi cosa mi capitasse a tiro. In questi momenti, in cui i giochini morbidi per bambini (i “mordicchi”) che vedevo in farmacia avevano su di me un fascino quasi malsano, non era successo nulla di più eclatante del palesarsi di qualche timida punta bianca di dente, che si faceva strada tra le gengive stregate.

Mercoledì scorso, invece, è stata un’altra cosa.
Puntualmente durante il mio turno all’attività rambica (anche i denti della Strega sono dotati del proverbiale tempismo!), il dente del giudizio in basso a destra ha deciso di rendere nota la sua presenza. É cominciato con il solito fastidio, che si è ben presto trasformato, però, in quel trapanamento di tessuti e nervi con l’intensità giusta perché ti sembri che il dente debba uscirti dall’orecchio al posto che dalla gengiva.
Tra le battute ilari dei clienti dell’attività rambica (finalmente metterai giudizio, ah ah! Vorrei sapere se qualcuno ci ha mai riso su), la sottoscritta ha preso un antinfiammatorio, ma con scarsi risultati. Tempo che arrivasse la notte e il dolore era diventato sufficientemente insopportabile da convincermi a spostare e/o cancellare tutti i miei impegni per andare dal dentista. Subito. Anzi, a sole sorto, che alle tre di notte la gente normale – e anche quella che non ha un terzo molare stronzo – dorme.

Siccome ho una super zia che mi vuole bene (e che incidentalmente lavora in un super studio dentistico), alle 13:50 sono sulla famosa poltroncina meccanica, in attesa del mio destino (per inciso: il dente incriminato è drittissimo, non fa male perché è storto, ma perché non riesce a bucare la gengiva), che è quello di farmi – termine tecnico – scappucciare l’ottavo in questione. In pratica, e vi lascio all’oscuro dell’accecante dolore dell’anestesia, il santo dentista assistito dalla super zia che vigilava come un falco sulle mie fauci mi ha resecato la parte della gengiva che lo stronzo (aka, il dente del giudizio) non riusciva a bucare. Successivamente mi ha rimandata a casa con la prescrizione di antibotici, sciacqui, gel e, naturalmente, cibi liquidi o semisolidi, in ogni caso non caldi.

Durante il weekend ho dunque seguito una dieta composta di yoghurt e gelati vegetali (il colesterolo non lo vogliamo guardare?), passatini di verdura tiepidi, e savoiardi (gluten free) ciucciati fino a farli sciogliere in bocca, cui ho prontamente conferito un naming che potesse aiutarne il marketing. É così che da una dolorosa disgrazia è nata la Bagina Special Diet, un regime altamente ricco di fibre, sali minerali e vitamine, il tutto estremamente digeribile… infatti dall’aspetto sembra che parte del processo chimico-meccanico in questione sia già avvenuto. La Bagina Special Diet è un regime senza controindicazioni e senza rinunce (chi non sogna gelato a tutte le ore del giorno?), può conferire al massimo un certo senso di leggerezza di testa, una vaga sensazione di stare camminando sulle uova, probabilmente a causa del basso apporto calorico dei pasti… Ma volete mettere il piacere di poterla condividere con tutta la famiglia, anche con nonni e bisnonni? XD

Spoiler Alert

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Come penso molti di voi sapranno già, ci sono momenti in cui La Strega smette i pregiati panni magici e ne indossa di più seri, per scrivere in via ufficiale, fuori da questo blog.
A dire la verità, non è che io smetta mai di essere Strega; un po’ come quando Superman si traveste da Clark Kent, io mi faccio passare per persona seria e senza grilli per la testa. In questi momenti scrivo per una testata online di arte, cultura e spettacolo grazie alla quale da un paio d’anni ho finalmente avuto la possibilità di tornare a frequentare il teatro. Recensisco spettacoli teatrali,  le nuove uscite libresche e le mostre d’arte che si tengono nell’area della mia amata, amatissima Milano, con qualche occasionale trasferta per eventi imperdibili. Vi ricordate la Jerusalem di Parma, vero?

Il teatro, sia che si tratti di pezzi classici che di inediti, è in ogni caso oggetto di gran parte dei miei articoli seri, che pare siano generalmente apprezzati dagli addetti ai lavori, con l’eccezione di qualcuno tra i più pignoli membri della categoria. Capita in effetti che dall’ufficio stampa di certi teatri io riceva delle istruzioni che eufemisticamente e diplomaticamente definirò particolari ancora prima di recarmi a vedere lo spettacolo.
Intendiamoci, non c’è nulla di male nel puntare l’attenzione del giornalista su qualcosa di preciso della produzione del teatro per cui lavori, né nel desiderare che la critica sia il più favorevole possibile (c’è da portare la gente a teatro come si può!), ma a tutto c’è un limite, non credete? Tanto per citare a esempio l’ultima situazione di questo tipo, all’inizio del mese mi è stato gentilmente chiesto di non inserire, nella mia recensione, alcuna rivelazione sul finale (leggasi anche spoiler) di due spettacoli che sarei andata a vedere di lì a giorni. Due spettacoli, dicevo. Una commedia di Shakespeare e un frammento dell’Odissea.

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Ora, io non vorrei sembrare insensibile, ma mi pare che le opere del Bardo e di Omero siano ormai da considerarsi senza veli da qualche tempo. Voi che ne dite? ^^’

2018. L’anno di letture comincia benino

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Aggiungendo qualcosa alla dichiarazione dell’immagine qui sopra, io direi che credo anche nell’avere tempo per un altro capitolo. A gennaio, come vi ho già anticipato, il tempo da dedicare alla lettura è stato poco, ma sono almeno contenta di averlo investito in libri che mi sono piaciuti.

Il primo è Il Segno della Croce, di Glenn Cooper, pubblicato in Italia a fine 2016 da Editrice Nord. La storia è quella del professore americano Cal Donovan, insegnante di Storia delle Religioni, che viene contattato dal Vaticano per indagare su un nuovo caso di stigmate, apparse a un giovane prete in un piccolo paesino dell’Abruzzo. In men che non si dica lo studioso verrà coinvolto in un pericoloso gioco di potere che va avanti da decenni e finirà nel mirino di un’elitaria associazione segreta di stampo nazista, che disgraziatamente è proprio sulle tracce degli oggetti che hanno provocato queste nuove stigmate, le vere reliquie di Cristo, che, una volta riunite, sono in grado di sprigionare un potere tremendo. Il mix tra mitologia, storia e giallo mi è piaciuto molto e la scrittura di Cooper è veramente molto fluida, quasi filmica. I personaggi sono un po’ stereotipati, proprio come una qualsiasi pellicola d’azione americana, ma questo non è necessariamente un male: la trama ha un ritmo decisamente godibile e probabilmente una maggiore introspezione l’avrebbe guastato.

Lasciati gli intrighi di Cooper, mi sono data ai classici della letteratura con Uomo e Donna di Wilkie Collins. Fazi Editore sta ripubblicando i libri di questo autore, che ricordiamo essere stato amico e collaboratore del più noto (e non a tutta ragione) Charles Dickens, e mi ha gentilmente fornito una copia del volume che ho appena citato. Come nella migliore delle tradizioni di Collins, la trama è complicata e ricchissima di colpi di scena. Anne Silvester, una giovane e raffinata istitutrice, si fa sedurre da Geoffrey Delamyn, figlio cadetto di una famiglia ricca, bello e atletico, ma egoista e poco avvezzo a utilizzare il cervello, che cerca in tutti i modi di lasciarla in disgrazia. Non vi riesce anche grazie all’intervento dell’allieva e amica fraterna di Anne, Blanche Lundie, e del suo promesso sposo Arnold. Costretto a sposare Anne, però, Geoffrey la segrega in casa nell’attesa di trovare un modo per ucciderla ed essere finalmente libero di sposare una ricca ereditiera per ristabilire il suo nome… Ci riuscirà? Non vi svelo il finale e mi limito a cantare le lodi dei personaggi femminili di Wilkie Collins, che sono sempre fuori dall’ordinario, atipici e nient’affatto piatti. Sia Blanche che Anne sono figure forti, anche nelle loro debolezze, ben caratterizzate e inconfondibili, così come la serie di personaggi che ruota loro attorno, a cominciare da Arnold e Geoffrey, ma anche dall’ironicissimo Sir Patrick o dall’inquietante Hester Dethridge. Da leggere assolutamente!

Young Goodman Brown, di Nathaniel Hawthorne, è stata la mia ultima lettura di gennaio. Si tratta di un racconto breve pubblicato nel 1835 dallo scrittore americano che forse ricorderete come l’autore di La Lettera Scarlatta. Il racconto è ambientato in Massachussetts, più precisamente nel villaggio di Salem, nel 1600 (sì, proprio durante la caccia alla streghe: sapevate che uno degli antenati di Hawthorne era un giudice di quei processi? Più precisamente, l’unico che non si sia mai pentito delle sue sentenze) e ha come protagonista un giovane pastore di nome Brown. Questi lascia la sua casa e la sua amata sposa novella, Faith, per una non meglio specificata commissione che lo porterà ad attraversare la foresta. Anzi, è proprio nella foresta che il pastore ha appuntamento con una strana figura, che il lettore non stenta a riconoscere come malvagia, che dovrebbe appunto fargli da guida verso il luogo di una qualche cerimonia. Lungo il cammino il pastore tentenna, ma incontra personaggi della comunità – personaggi che lui credeva liberi da ogni macchia – che si affrettano a raggiungere il luogo della cerimonia, che in realtà non è altro che un Sabbath. Il giovane prova orrore alla vista di tutto ciò, ma, quando sente le urla della moglie, accorre egli stesso alla cerimonia, dove scopre che in tutto il villaggio lui e Faith sono i soli a non essere stati iniziati al culto del demonio. Anche in questo caso non vi svelo il finale, non tanto perché si tratta di una nuova pubblicazione, quanto perché non è una storia enormemente conosciuta e rischierei comunque di rovinarvi una lettura che secondo me vale la pena di intraprendere. Arrivare alla fine della vicenda del giovane pastore Brown non vi porterà via più di mezz’ora e chissà mai che non vi lasci qualche spunto di riflessione attaccato alle dita. 😉

Come vi anticipavo, questo è tutto per le letture di gennaio! Voi avete letto qualcuno di questi libri? Che cosa ne pensate?
Vi ricordo che per ogni volume ho inserito il link diretto ad Amazon, dove è possibile acquistarlo tramite il mio codice di affiliazione. Il prezzo del libro non vi viene maggiorato nemmeno di un centesimo, ma i gentili signori del portale di e-commerce in questione mi devolvono una piccolissima percentuale su ogni acquisto eseguito con il mio codice… La Strega deve pur comprare gli ingredienti per le sue pozioni, no? 😉

Anche Figaro s’ammala, alla fine

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Ciao a tutti e ben trovati!
Come avrete inteso dai miei post più recenti, gennaio non è stato un mese facilissimo. O meglio, non è che sia stato un brutto mese, semplicemente gli impegni si sono affastellati gli uni sugli altri, impedendomi di trovare il tempo necessario per mettermi a scrivere sul mio amato blog senza rinunciare al mio sonno di bellezza… al quale ho comunque dovuto dire arrivederci un paio di volte, pur di terminare il lavoro in sospeso. Dei, perché avete fatto le giornate di sole ventiquattro ore pur non dotandomi del dono dell’ubiquità?

Tra una lite con un fornitore e l’altro, articoli da redigere, problemi con i clienti da sistemare, sorpresone dal settore amministrativo e gli immancabili scambi di germi tra Rambo e la Genitrice, alla fine mi sono ammalata anche io, inevitabilmente, direi. Al momento sto affrontando il mio secondo giorno di reclusione e, tanto per cambiare, svolgo una parte di quel “lavoro da scrivania” che può gioiosamente essere espletato ovunque e, anzi, con maggior profitto lontano dai clienti, soprattutto se piccoli e vestiti con un kimono più o meno pulito.

Va da sé che in questi giorni ho letto poco e guardato ancora meno, quindi, ma farò del mio meglio per raccontarvi cosa è successo nel pazzo mese di gennaio 2018, sempre che febbraio decida di darsi una calmata. Torno prestissimo con nuovi post, insomma, non disperate. 😉