Parlami di Augusto – Augustus, J. E. Williams

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Come sapete c’è un posto speciale nel cuoricino stregato della qui scrivente per il romanzo storico, così, quando Fazi Editore mi ha proposto di leggere la nuova edizione di Augustus di John E. Williams, ho accettato in meno di un secondo, senza purtroppo tenere conto che settembre è per me un mese decisamente impegnativo… motivo per il quale questa recensione arriva un po’ in ritardo. Chiedo scusa!

John Edward Williams è stato uno scrittore, poeta e accademico americano vissuto nel secolo appena trascorso ed è probabile che voi lo conosciate come l’autore di Stoner. Augustus è il suo quarto romanzo, l’ultimo che sia riuscito a finire, che lui pubblicò nel 1972 e che gli fece vincere il National Book Award nel 1973. Si tratta, come vi anticipavo, di un romanzo storico, che ripercorre gli anni di regno di quello che noi conosciamo come Cesare Ottaviano Augusto, il primo imperatore romano.

Il metodo narrativo adottato dall’autore è molto interessante; la vicenda è raccontata per mezzo di scambi letterari, documenti e diari scritti da una moltitudine di personaggi e, se anche segue il filo cronologico, le date di queste testimonianze non lo fanno. Questo significa che accanto a una lettera inviata all’imperatore da un generale nel 43 a.C ci può essere un altro scambio sullo stesso argomento, ma risalente al 13 a.C, che quindi racconta un altro aspetto dell’evento in un altro tono e da un altro punto di vista. Questa molteplicità di tempi, luoghi e narratori è perfetta per conferire movimento alla vicenda – anche se questa particolare storia, soprattutto quando si fa riferimento agli, ehm… anni difficili prima della Pax Augustea, non ne ha bisogno – e soprattutto per fornire un ritratto tridimensionale e molto verosimile dei personaggi chiamati in causa.

Lo stesso Augusto è descritto per quasi tutto il libro da terzi e si risolve a parlare in prima persona solo nelle pagine finali della storia di Williams. La sua rappresentazione è quella di un uomo meno straordinario di quello che siamo abituati a immaginare e fondamentalmente solo, imprigionato dalla stessa chimera a cui lui ha idealmente voluto dare la libertà: Roma. Questo primo imperatore sembra più schiavo che monarca, più oppresso dall’ideale della sua Roma che fabbro della stessa Città Eterna, disposto (o costretto?) a rinunciare a ogni cosa, anche all’amata figlia Giulia, in nome dell’unica cosa che conta. Tutti i personaggi che ruotano attorno ad Augusto sono ben caratterizzati: Cicerone è un opportunista, Rufo è un idealista avulso dalla realtà, Marco Antonio è un cret- ehm… Marco Antonio, dicevo, è Marco Antonio 😉 e così via.

Il ritratto che è meglio riuscito a Williams, ad ogni modo, è quello di Giulia, che finalmente viene alla luce come una persona, fatta di sentimenti, desideri, gioie e tristezze e non come la solita debosciata che ci viene descritta sia dagli storici che nei romanzi. L’unica figlia di Augusto, che parla anche in prima persona attraverso il suo diario, è un personaggio molto complesso, che è spinta alle sue azioni da motivi ben definibili. Educata severamente tanto nelle pratiche femminili che in quelle maschili, all’età del suo primo matrimonio la figlia dell’imperatore è una giovane bella, intelligente e acculturata, che potrebbe benissimo occuparsi di politica tanto (e forse meglio) quanto il suo primo marito. Abituata all’amore incondizionato di suo padre, all’agio e al potere, viene maritata tre volte per soli fini politici, finendo per essere di fatto relegata a una mera figura rappresentativa e/o a una fattrice di eredi. Stupisce davvero che, quando Giulia conosce il piacere dei sensi e l’amore, non sia disposta a perderli?

Il linguaggio narrativo, per la maggior parte del tempo fluido, anche se verso la metà del romanzo compaiono dei tratti ampollosi di cui avrei sinceramente fatto a meno, mi è piaciuto molto, l’ho trovato molto contemporaneo, tanto che, se non avessi saputo che il libro è stato pubblicato per la prima volta negli anni Settanta, avrei detto fosse nuovo.

Se non avete ancora letto Augustus di J. E. Williams, potete acquistare qui una copia in copertina flessibile e qui una copia in formato ebook, con i miei più sentiti ringraziamenti per la percentualina che mi verrà corrisposta in quanto affiliata Amazon. Se invece l’avete già letto, fatemi sapere che cosa ne pensate con un commento: sono molto curiosa!

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Cronache dal Palchetto – Jérusalem

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Questo è il mese del Festival Verdi, un evento musicale che celebra il famoso compositore italiano nel mese della sua nascita che si tiene tutti gli anni a Parma e in generale nelle Terre Verdiane. Io ho sempre voluto farne esperienza, ma – vuoi perché da Milano fino a Parma non sono esattamente due passi, vuoi perché al costo del biglietto c’è da aggiungere quello del viaggio, o perché non ho mai trovato nessuno sufficientemente melomane da accompagnarmi – non ci sono mai riuscita. La seconda metà di questo pazzo 2017 si sta tuttavia riservando piena di cambiamenti e sorprese, tra cui l’invito al Teatro Regio per vedere l’opera con cui è stato inaugurato il festival.

festival-verdiÉ stata un’esperienza bellissima, dall’inizio alla fine.
Il viaggio-lampo andata e ritorno, il teatro, i posti in palchetto (mi sentivo molto Ottocento!), il foyer affollatissimo e, naturalmente, l’opera in sé e per sé, il cui piacere è accresciuto dal fatto che la sua rappresentazione è cosa rara. Sto parlando, come avrete capito dall’immagine che apre questo post di Jérusalem, opera in quattro atti con musiche di Giuseppe Verdi e libretto in francese. L’opera – o meglio, la grand opéra – ha debuttato a Parigi nel 1847 ottenendo un discreto successo, cosa che non è avvenuta in Italia per due motivi precisi: la traduzione italiana del libretto era farraginosa e Jérusalem è in realtà un rifacimento di I Lombardi alla Prima Crociata, altra amatissima opera del giovane Verdi. In effetti, Jérusalem e I Lombardi alla Prima Crociata costituiscono il caso più unico che raro di due versioni della stessa opera tuttora coesistenti.

La trama è un po’ complicata anche per gli standard del melodramma. Siamo nel 1095, Papa Urbano II sta per dichiarare aperta la Prima Crociata. Il conte di Tolosa e il Visconte Gaston di Béarn si riappacificano dopo una faida durata anni e Hélène (figlia del conte) viene promessa in matrimonio a Gaston. I due giovani, che sono già innamorati, sono felicissimi, ma non sanno che c’è (naturalmente) qualcuno che trama alle loro spalle: Roger, il fratello del conte di Tolosa, vorrebbe infatti la nipote per sé e progetta di fare assassinare il suo rivale. A causa di un incidente, però, è il conte di Tolosa a essere ferito e creduto per morto; Gaston, ritenuto colpevole, è condannato all’esilio, mentre l’insospettato Roger sceglie di recarsi in Terrasanta per espiare con l’eremitaggio la sua colpa. Passano quattro anni e i Crociati giungono finalmente in Palestina alla guida del conte di Tolosa (vivo!) e seguiti da Hélène, che ha saputo che Gaston si trova prigioniero dell’emiro di Ramla. Ovviamente la ragazza tenta di liberarlo e finisce per essere relegata nell’harem dell’emiro, da dove lo stesso Gaston la salverà poco prima dell’entrata dei Crociati in città. Giunge il momento di conquistare Gerusalemme; Gaston – che non è propriamente il visconte più sveglio di Francia – viene spogliato del titolo nobiliare e del cavalierato, umiliato e condannato a morte tra le lacrime inconsolabili della sua amata, ma Roger – che intanto ha seguito l’esercito travestito da santo eremita e ha scoperto che suo fratello è ancora vivo – lo libera dal giogo del boia e gli intima di unirsi ai Crociati per morire con onore. La Città Santa viene presa, Gaston è sopravvissuto, ma Roger è ferito a morte e confessa la sua colpa con il suo ultimo respiro, ottenendo il perdono suo e dell’antico rivale.

Sebbene la musica sia stata scritta e rivista per la metrica francese, ascoltandola si respira tutto il Verdi dell’inizio, soprattutto per quanto riguarda a continuità narrativa e le arie del coro, la cui presenza ricorda moltissimo quella quasi protagonistica del Nabucco (1842. É quello di: Va’ pensiero sull’ali dorate…), ed è bellissima da seguire, anche se la lingua costringe a dover alzare spesso lo sguardo per leggere i sopratitoli.

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La scena iniziale dello spettacolo. Foto ufficiale di Roberto Ricci.

La Jérusalem del Teatro Regio di Parma è alla sua prima rappresentazione dopo trentasette (37!) anni ed è spettacolare sia dal punto di vista musicale che da quello visivo. Daniele Callegari dirige la Filarmonica Arturo Toscanini, sulle cui note gorgheggia un cast d’eccezione a cominciare proprio dal basso Michele Pertusi, assolutamente favoloso nei panni di Roger. Da ciò che ho scritto nel paragrafo precedente è evidente che non è possibile non citare anche il coro del Teatro Regio diretto da Martino Faggiani. La regia, la scenografia e i costumi sono curati dall’argentino Hugo de Ana, famosissimo anche per aver frequentemente collaborato con Riccardo Muti, che per la sua messa in scena ha creato un contesto del tutto particolare.

Il fondale di scena è scuro, con i toni del metallo e della roccia, e la scenografia è costituita da elementi concreti mescolati a contenuti multimediali (video e immagini) proiettati sulle pareti e su uno schermo aggiuntivo posto tra gli interpreti e il pubblico. É questo un velo sottilissimo e invisibile che permette di vedere con chiarezza cosa accade sul palco e nel contempo aumenta la realtà percepita dallo spettatore riflettendo i contenuti che vi vengono proiettati. L’effetto d’insieme è molto inclusivo, quasi come se fosse una realtà aumentata, e mi ha stupito moltissimo, perché non avevo mai visto un accorgimento del genere portato avanti su un’estensione così grande e per così tanto tempo (l’opera dura pur sempre tre ore e quello schermo è sempre in funzione!) Un contesto coinvolgente è doppiamente importante in un’opera in cui non si capisce che cosa cantano gli interpreti, perché aumenta la comprensione delle situazioni da parte del pubblico, ed è indubbio che Hugo de Ana sia riuscito nell’intento.

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Gaston viene spogliato dei suo titoli e condannato a morte. Nella foto sono visibili sia l’arredo e i personaggi veramente presenti sul palcoscenico che i cavalieri e le bandiere proiettate sullo schermo invisibile. Foto ufficiale di R. Ricci

Mi domando se d’ora in poi ci saranno più rappresentazioni di Jérusalem o se la prima grand opéra di Verdi tornerà tra le nebbie dell’oblio. Nel dubbio, io sono molto felice di averla potuta vedere. 😉

Letture Autunnali

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Questo post giunge in ritardo, lo so!
Se mi seguite su qualche altro social, vi siete accorti che negli ultimi trenta giorni ho avuto ben poco tempo per leggere o fare qualsiasi altra cosa mi piaccia fare nel tempo libero. Alcuni impegni settembrini sono stati più che piacevoli, altri una mera seccatura, ma tutti mi hanno purtroppo impedito di leggere quanto avrei voluto. La lista dei libri letti a settembre sarà dunque piuttosto breve, ma ce la metterò tutta per renderla interessante. 😉

Ventuno Vicende Vagamente Vergognose, W. Lazzarin. Questa raccolta di tautogrammi (non sapete cosa sono? Ve ne ho già parlato qui) è una lettura divertente e veloce, che quindi vi consiglio anche se non è il vostro genere. Io stessa mi ci sono approcciata sapendo a malapena che cosa fosse un tautogramma e non lo rimpiango! Se volete acquistare il libro, cliccate su questo link.

Ad ogni battito del tuo cuore, R. Chillé. Roberta è un’autrice emergente, che con fatica e impegno è riuscita a completare e autopubblicare due libri. Il primo è quello che ho letto durante il mese appena trascorso, ma confesso di averlo apprezzato poco; il romanzo rosa non è il mio genere letterario preferito, ma a parte questo trovo che il testo abbia bisogno di una revisione. Si tende ad apprezzare meno la narrazione, quando sono presenti un po’ di refusi e qualche errore di grammatica.

Perché le storie ci aiutano a Vivere, M. Cometa. Questo saggio mi è stato gentilmente spedito da Raffaello Cortina Editore ed è stata una lettura molto interessante, anche se più difficile di quello che mi aspettavo. Dalla prefazione non ci si rende conto che il corpo del saggio è molto tecnico e ricco di citazioni e riferimenti che ne inficiano la fluidità della scritto. Intendiamoci, è un libro veramente interessante, ma, se volete, non dovete leggerlo con la testa rivolta alla cena. 🙂 Potete acquistare il saggio di Michele Cometa qui.

Storie fantastiche di gente comune, S. Valente. A breve in arrivo su Amazon, per il momento potete acquistare qui il libro di questo autore emergente (ben due autori emergenti questo mese: che bello!). Stefano scrive bene e ha messo insieme una raccolta di tre racconti brevi incentrati su personaggi comunissimi: gente che potrebbe passarci di fianco per strada o che è seduta con noi in autobus. Le storie si leggono bene e non sono eccessivamente lunghe, ma non ho capito perché Stefano abbia scelto di utilizzare così tanto il grassetto e il corsivo all’interno del suo testo. Trovo che quest’alternanza di stili distolga un po’ la concentrazione dai suoi racconti, che invece meriterebbero di essere letti.

 

…Ve l’ho detto che ho letto poco durante l’ultimo mese, no? La mia lista si conclude qui, ma spero di poterne stilare una più lunga per il mese di ottobre!
Voi che libri avete letto? Vi sono piaciuti?
Fatemelo sapere con un commento!

Cercasi mescolanza tra anima e scienza – Dentro Caravaggio

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Finalmente ho qualche minuto di tempo per raccontarvi della mostra Dentro Caravaggio! Se mi seguite su Instagram, sapete già qualcosina. Ho partecipato all’anteprima per la stampa dello scorso 28 settembre e, dopo una conferenza non lunga quanto la cartella stampa lasciasse immaginare (e meno male!) ho goduto di tutto il tempo che volevo per ammirare le venti opere esposte.

Sappiamo che oggi Caravaggio è uno dei pittori più famosi di tutti i tempi – seriamente, chi non lo citerebbe assieme al Magico Trio rinascimentale? -, ma chi è stato questo signore? Diamo qualche informazione.
Michelangelo Merisi (aka, il nostro uomo: Caravaggio) nasce a Milano nel 1571 e qui comincia la sua formazione come un normalissimo pittore dell’epoca. Il gusto pittorico del tempo si rifà ai grandi maestri del Rinascimento (Leonardo, Michelangelo e Raffaello) e la fine del Concilio di Trento (in seguito al rebellott causato da Martin Lutero, che noi chiamiamo Riforma Protestante 😉 ) vuole l’esaltazione della drammaticità dei soggetti religiosi ritratti con una predilezione per le conversioni e gli atti di sacrificio per la fede.

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Esiste uno sceneggiato italiano sulla vita di Caravaggio, interpretato da Alessio Boni. La fotografia è veramente bella. 

Caravaggio dimostra fin da subito un grande talento, ma anche un carattere complicato che lo mette spesso nei guai; è irascibile, impulsivo e passionale, senza contare che è un profondo amante del vino e delle osterie, dove tende a spendere tutti i suoi soldi. Proprio per i suoi toni amabili, il nostro pittore è costretto a fuggire da Milano (perché, dite? Uccide un uomo, va in carcere ed evade un anno dopo: cose che capitano) e a recarsi a Roma, dove gli viene commissionato un grande lavoro nella Cappella Contarelli della chiesa di San Luigi dei Francesi. Il lavoro è di proporzioni gargantuesche (come la commissione), ma il tempo di consegna è pochissimo, e il pittore si rende conto che non riuscirà mai a finire in tempo utilizzando le consuete tecniche di pittura su tela.

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Il celeberrimo Canestro di Frutta ci dimostra il metodo di pittura tradizionale: sulla tela si stendeva una preparazione chiara, su cui si tracciavano le linee guida del disegno con un carboncino o un pennello sottile. Dopodiché si dipingeva tutto, stando attenti a non sovrapporre gli strati di colore ancora freschi per non combinare un disastro. E la pittura a olio ci mette un sacco ad asciugare!!

Cosa fa, dunque, Michelangelo Merisi? Scurisce il fondo di preparazione su tela e si limita a dipingere solo le parti dei soggetti e dello sfondo che si trovano in piena luce o in penombra. In pratica, quando vedete il fondo scuro in uno dei dipinti di Caravaggio e pensate che sia frutto di un’ombreggiatura molto carica, state sbagliando, perché in quelle zone quasi nere non c’è semplicemente niente, nemmeno un tratto di disegno!

Da questo momento, Caravaggio diventa famoso in tutta la penisola italica e oltre, e abbandona totalmente il vecchio modo di dipingere. Il suo carattere, però, resta quello di sempre: pochi anni dopo il suo arrivo alla ribalta, uccide un altro uomo ed è costretto a fuggire da Roma recandosi a Napoli, Malta e in Sicilia. Morirà nel 1610, a trentanove anni di cui solo quindici di vita artistica, a Porto d’Ercole. Nel Novecento il Merisi assurgerà alla fama odierna grazie alla mostra curata da Roberto Longhi nel 1951, proprio a Palazzo Reale.

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Un cavaliere di Malta. Pare che anche Caravaggio sia entrato nell’Ordine.

Di Caravaggio mi piace la passionalità violenta delle sue opere, specialmente quelle mature, la teatralità di quel fondo scuro da cui i soggetti emergono, irradiati da un unico fascio di luce. Altro elemento di pregio è il realismo della sua pittura: fateci caso, nessuna delle sue figura è perfetta. Il cavaliere di Malta qui di fianco non è un fulgido eroe mitologico, il canestro di frutta di qualche paragrafo fa ha una mela bacata e le foglie di vite sono piene di buchi. Caravaggio introduce nei suoi dipinti il sudore, il sangue e la sporcizia, vi dipinge finalmente l’umanità ed è bellissimo.

 

 

La mostra Dentro Caravaggio del Palazzo Reale è costata oltre 3,5 milioni di euro, una cifra enorme! L’idea, credo, è promuovere una commistione tra l’emozione suscitata dall’arte di Michelangelo Merisi e la curiosità scientifica che dovrebbe risvegliarsi alla luce delle recenti nuove scoperte che le moderne tecnologie della diagnostica hanno reso possibili. In pratica, dal 2009 sono stati fatti studi approfonditi su una trentina di dipinti autografi utilizzando radiografie, analisi sulla composizione della pittura e quant’altro la Modernità possa offrire, da cui si è evinto cosa ci fosse sotto la crosta di pittura di ogni capolavoro e come quella crosta sia stata applicata. Dentro Caravaggio porta così in scena venti dei dipinti che sono stati selezionati affiancati da venti clip della durata di meno di un minuto in cui sono riversate le nuove scoperte.

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La Flagellazione di Cristo: uno dei miei preferiti!

La realtà, però, è che quando ci si trova davanti a un’opera di Caravaggio si rimane stupiti, quasi sbigottiti davanti alla sua forza emozionale, ed è difficile ricordarsi che girando attorno a quel meraviglioso capolavoro che ti strappa il cuore dal petto ci sia un filmatino muto proiettato senza sonoro su un triste schermino. L’arredo e le luci, che sono magnifici, intensi e teatrali, non supportano la missione di divulgazione scientifica, ecco. ^^
Mano a mano che ci si addentra nel percorso espositivo – disposto in tre fasi: la giovinezza, la rivoluzione dopo la Cappella Contarelli e la maturità artistica -, le sale sprofondano sempre più nella penombra, proprio come succede alle figure dei dipinti di Caravaggio, che si muovono su un fondale sempre più buio e drammatico. Arrivati nelle ultime sale la collaborazione tra ambiente e opere è tale che scoprire il prossimo quadro, sostare davanti ad esso, così vicino da poter toccare la pittura, è quasi commuovente.

Voi avete avuto occasione di vedere Dentro Caravaggio? Siete mai stati a Palazzo Reale? Fatemelo sapere nei commenti qui sotto!

 

Come, come?
Volete sapere cosa è stato tratto dalla giornata passata all’anteprima stampa? Qui c’è il mio articolo ufficiale sulla mostra: se volete darci un’occhiata e farmi sapere che ne pensate, ne sarò felice!

Piraterie da Traduttrice

Qualche giorno fa l’ennesimo cliente particolare mi ha commissionato la traduzione di un plico di documenti relativi a scambi tra Nassau (capitale delle Bahamas e famosa per essere stata un covo di pirati lungo il XVIII secolo) e svariati individui.

Il plico, essendo composto da documenti ufficiali e lettere formalissime, non presentava particolari voli pindarici o difficoltà di traduzione e devo dire che stavo cominciando a trovare il lavoro abbastanza noioso, quando sono arrivata a una petizione che mi ha risollevato la giornata.

Il richiedente si rivolgeva alle autorità di Nassau, naturalmente, in merito ad alcune questioni che non vi posso elencare, ma che comunque non sono fondamentale perché capiate il motivo del mio divertimento. Il signore in questione, infatti, si chiamava J. Flint.

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Un J. Flint che si rivolge alle autorità di Nassau, e non in una serie televisiva

Da fan dei racconti pirateschi ancora prima della fortunata serie tv della Starz – Black Sails: se non l’avete ancora vista, rimediate! – mi è scappato il risolino isterico, nonché la tentazione di includere una nota del traduttore al margine del documento, consigliando vivamente chiunque di dare al signor Flint qualsiasi cosa lui chiedesse, così nessuno si sarebbe fatto male. Il momento massimo di ilarità, a ogni modo, è arrivato quando sul finale della petizione era riportata una frase che più o meno faceva così:

“il richiedente si riserverà il diritto di compiere altre azioni, qualora la presente petizione venga rifiutata.”

A mio modesto parere, la parafrasi di questo giro di parole è più o meno questa:

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…Voi che dite? XD

Villain, villain!

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Che una storia non sia una (buona) storia senza un buon cattivo è una verità nota a ogni amante della narrativa, ma quali sono i personaggi più diabolici dei libri? Mi sono fatta questa domanda mentre mi trovavo a rispondere a un booktag su instagram che mi aveva fatta sprofondare in un dilemma amletico mica da poco.
Vedete, io ai cattivi mi affeziono. É veramente difficile che sia l’eroe di una qualsiasi storia a conquistarmi, perché, diciamocelo, spesso i buoni sono noiosi con il loro aspetto patinato, i loro alti valori e le loro ineccepibili scelte. I perfidi, invece, sono tutta un’altra cosa! Hanno personalità, intelligenza, e sono in grado di sorprendere il lettore quando il fulgido cavaliere senza macchia e senza paura non sa più cosa inventarsi. Un buon racconto può reggersi sulle forti spalle di un eroe, ma – datemi retta – non brillerà mai senza un cattivo degno di questo nome.

Scegliere un solo villain per rispondere al gioco, insomma, mi sembrava troppo poco, così ho deciso che non sarebbe stato male scrivere un post in cui raggruppare – senza fare una classifica vera e propria: questi gentiluomini e madamigelle sarebbero capaci di scannarsi l’un l’altro per arrivare sul gradino più alto del podio! – i dieci cattivi più riusciti della letteratura secondo il mio modesto e stregato parere.

Non posso che cominciare l’articolo con il personaggio ritratto nell’immagine in evidenza: Richard III, del dramma omonimo di William Shakespeare. Riccardo III è un personaggio particolare: spietato, deforme e difficilmente amabile, è dotato di un carisma eccezionale e di una crudezza che rimane impressa. In un dramma solo questo signore è in grado di uccidere svariati membri della sua famiglia (adulti e bambini, non fa differenza!), corteggiare e sposare la vedova di una sua vittima quando il corpo del marito è ancora caldo, imporsi come marito alla giovane figlia di un’altra vittima e molto, molto ancora. Se siete amanti del teatro, vale la pena vedere Richard III almeno una volta e farsi cogliere dal fascino e dal ribrezzo che ammantano la figura del protagonista in egual misura.

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L’ottimo Rory Kinnear nella produzione del National Theatre di un paio di anni fa. Il ruolo di Iago gli è valso il prezioso premio Olivier

Sempre zio Will ha coniato un altro dei malvagi che rimangono nella memoria comune dell’uomo, anche se non ha mai letto una parola della tragedia di cui fa parte, anzi, in cui gioca il ruolo di vero protagonista occulto della storia. Sto naturalmente parlando di Iago, il fine e perfido stratega che pone il tardo della gelosia nella mente di Otello e manovra tutti come burattini. Iago è uno dei miei cattivi preferiti, ogni volta che leggo o assisto all’Otello io tifo per lui. Particolarmente degna di nota negli ultimi anni è stata la rappresentazione del personaggio a opera di Rory Kinnear (vi ricordate?) attore che io apprezzo moltissimo e che la maggioranza di voi conoscerà per il ruolo della Creatura nella serie tv Penny Dreadful. A differenza di Riccardo III, Iago risulta in qualche modo meno spregevole, anche se non è meno spietato. A me è sempre sembrato molto umano, soprattutto se messo a confronto con quella macchina di sangue, odio e acciaio di Richard.

Per esaurire le citazioni del Bardo in questo articolo, inserisco il nome di una signora, che di certo non sfigura in questa bella compagnia: Lady Macbeth. Algida, fredda e spietata, è lei la vera forza motrice della tragedia che ne vede il marito diventare regicida, lei che convince Macbeth a compiere il destino profetizzato dalle spaventevoli streghe. Queste ultime sono il terrore dell’oscurità, quello suscitato dalla pazzia, dal furore religioso (pagano, ma religioso), dai riti che ormai sono stati dimenticati, ma non sono nulla – nulla! – contro la spietata ambizione di Lady Macbeth.

Dostoevskij è capace di infondere il puro terrore nell’animo del lettore, quando è in vena, di dipingere con un’esattezza dolorosa le più oscure emozioni dell’animo umano. Nikolaj Vsevolodovic Stavrogin, personaggio di I Demoni, è uno dei cattivi a cui non mi sono mai affezionata, ma che non mi sarebbe stato possibile non citare qui. Il fatto che non appaia per lunghi tratti del romanzo, che quasi non abbia voce e che nella gran parte delle sue scene sia posato e perfettamente padrone di sé è la migliore prova del carisma di quest’uomo che è sostanzialmente l’incarnazione stessa della perfidia morale, alla maniera russa.

signore-oscuro-sauronIn un post sui cattivi poteva mai mancare il Signore Sauron? Tolkien forgia la figura del suo personaggio di perfido nell’arco non solo della trilogia del Signore degli Anelli, ma anche all’interno di Lo Hobbit, per non parlare del racconto nudo e crudo della sua discesa (o ascesa?) verso le tenebre nel Silmarillon. Di Sauron sono interessanti due aspetti; il primo è che per gran parte della storia lui non ha effettivamente un corpo. É un essere immateriale, impersonificato da un’orbita infuocata e inavvicinabile più o meno come il Dio di Dante era simboleggiato da un globo luminoso. Nessuna connotazione fisica, nessuna traccia di umanità, dunque, per il male assoluto. La seconda cosa che colpisce è che in ogni caso la sua presenza e la sua personalità rimangono impresse nel lettore e permeano l’intera vicenda. Non male per una palla di fuoco, no?

In 1984 di Orwell si è tentati di conferire la parte del cattivo della storia al Grande Fratello, ma io personalmente trovo che O’Brien faccia di più per meritarsela. Chi non ha letto il libro (che potete recuperare qui, con tanti ringraziamenti da parte mia :D) potrebbe non capire perché accludo questa personcina poco famosa nell’elenco di personaggi noti del Mondo Malvagio che sto facendo. Lasciate che vi spieghi: O’Brien è un ufficiale della Psicopolizia che si occupa di trovare i cittadini non interamente compiacenti e obbedienti al regime e… cambiarli. Winston e Julia (i personaggi principali della storia) lo incontrano sotto le mentite spoglie di un ribelle al Grande Fratello, vengono da lui catturati e torturati, subendo con successo un doloroso e terribile processo di lavaggio del cervello condotto, naturalmente, dal viscido O’Brien in persona.

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Luke Arnold, ovvero il Silver di Blacksails, accanto al mio adorato Capitano Flint, interpretato da Toby Stephens.

Long John Silver è uno dei pirati più conosciuti di sempre ed è recentemente tornato in auge grazie alla serie tv Blacksails, ma gli amanti di L’Isola del Tesoro di R. L. Stevenson lo ricordano anche come una delle figure più maligne e spaventose di sempre. Long John è pericoloso perché è un pirata, perché è avido e crudele, ma il motivo per cui fa così paura, secondo me, è che non te l’aspetti. Il personaggio di Stevenson è capace di abbindolarti, di farti abbandonare le difese, di farsi considerare innocuo e persino simpatico, quando invece… Beh, chiedetelo a Israel Hands o al signor Bones!

Durante le sue avventure Sherlock Holmes si scontra con una buona serie di personaggi malvagi, ma nessuno è rimasto impresso nell’immaginario collettivo come il Professor Moriarty, la vera nemesi del detective inventato da Arthur Conan Doyle. Intelligentissimo e più che perfido, nei racconti appare molto meno di quanto ci si aspetta oggigiorno (non credo in più di tre avventure), e mai per molto tempo, eppure è impossibile negare che il pubblico gli sia rimasto affezionato. In un certo qual senso Moriarty condivide l’immaterialità di Sauron; naturalmente il professore è un uomo, ma Watson non lo vede mai e la sua descrizione è fatta solamente per bocca di Holmes. Un’interpretazione molto psicanalitica lo potrebbe anche associare a uno sdoppiamento della personalità del celebre investigatore, immagino.

La Milady de Winter descritta da Alexandre Dumas non è quella che viene dipinta nelle numerose trasposizioni cinematografiche, teatrali e televisive di oggi e di ieri. La donna bellissima e scaltra che incontriamo nei romanzi è una iena, priva di qualsiasi tipo di rimorso e disposta a tutto pur di raggiungere i suoi scopi. Il Cardinale Richelieu – che io personalmente fatico a considerare cattivo: è semplicemente uno di quei meravigliosi personaggi che abitano la zona grigia tra Bene e Male – le fa un baffo, veramente, e pertanto la signora entra di diritto in questa lista.

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Al cinema Voldemort è interpretato da Ralph Fiennes, che d’altronde con i pazzi, crudeli e megalomani sembra avere un feeling particolare: ricordate la sua performance in Schindler’s List?

Concludiamo il post con l’ultimo arrivato tra la schiera dei cattivi che fanno gelare il sangue nelle vene: Lord Voldemort, uscito dalla magica penna di J.K. Rowling. Voldemort, al secolo Tom Orvoloson Riddle, è un personaggio dal grande carisma – non per niente ha una nutrita schiera di seguaci – e ambizione, coadiuvati da un enorme talento per le arti magiche, che lo portano a diventare il più grande mago oscuro di tutti i tempi. Il potere, però, non si può ottenere senza sacrificio e infatti man mano che la sua forza cresce, Voldemort si priva di pezzetti di sé per creare gli Horcrux. La sua apparenza cambia, diventando sempre meno umana, finché il suo fisico non si trasforma nella vera e propria incarnazione del male, che questa volta, però, conserva fattezze individuali. Sotto la pelle trasparente, il volto dai tratti serpentini e gli occhi a fessura, Voldemort rimane sempre un uomo, o ciò che tristemente ne resta, e questo contribuisce a renderlo inquietante forse più delle nefandezze che compie. In tutta sincerità, non ho mai amato il modo in cui la Rowling racconta la sua dipartita: lo trovo troppo semplice per una personalità così complessa come quella che la scrittrice ha creato per l’antagonista principale della storia, ma immagino si tratti di gusto personale.

 

E voi avete mai pensato a quali sono i cattivi più cattivi che avete incontrato durante le vostre letture? Pensate che io abbia lasciato qualcuno di meritevole fuori da questo elenco? Fatemelo sapere in un commento qui sotto!

Decluttering

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Prima che Marie Kondo portasse la parola “decluttering” alla ribalta mondiale, dalle mie parti si chiamava ripulistum, storpiatura simil-dialettale per il più consueto (e ormai desueto) termine “repulisti”. In pratica, si faceva tutto quello che la trentaduenne scrittrice giapponese predica in questi giorni moderni, solo che sembrava molto meno figo e patinato. Era una rappresentazione oggettiva e disillusa della realtà del processo.

Io non ho mai amato il repulisti.
Tanto per cominciare ho in comune con centinaia e centinaia di italiani il fatto di essere cresciuta con nonni, genitori e/o zii che, se non hanno visto la guerra, sono nati decisamente vicino alla sua fine, in un periodo, quindi, in cui tutto poteva tornare utile. Il mio amatissimo nonno materno – operaio della Innocenti in pensione – aveva il talento di riparare le cose, potremmo dire, a’ la McGiver e nella sua ottica era chiaro che buttare qualcosa fosse un’azione quantomeno poco lungimirante. Al di là del genio di cui sopra – che io ho ereditato poco, lo ammetto – sono cresciuta imparando a tenere le cose da conto; secondo i miei nonni questa espressione stava a significare che alle cose bisognava attribuire il loro giusto valore, fatto di denaro, certo, ma anche di utilizzo in vista del futuro, di affetti e di ricordi a esso legati. Da qui si deduce il motivo per cui l’operazione che ha occupato l’intero pomeriggio di ieri non mi va a genio, che si chiami ripulistum o decluttering. Cosa c’è in un nome?, diceva lo zio Will.

Mi ci sono impegnata con metodo scientifico, approfittando di un momento in cui l’ispirazione per intraprendere una missione che mi avrebbe quasi sicuramente messa in crisi mi è coerentemente arrivata quando mi trovavo già in uno stato che, se non lo vogliamo definire critico, possiamo certamente dirlo borderline. Ho mirato dritto al cuore dell’ammasso delle mie cose, ho attaccato il centro della linea nemica, insomma, e mi sono messa a fare il repulisti della mia stanza. Cominciando dal mobile libreria che conteneva qualche centinaio di volumi tra classici in edizioni vecchie e polverose, opere di valore discutibile, regali, scampoli di vita scolastica e chi più ne ha più ne metta.

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Eh, orsacchiotto mio, come hai ragione!

Presa dal sacro furore del decluttering, non ho sofferto molto durante il procedimento. Ho separato i tomi che mi interessava tenere da quelli che potevano essere regalati e quelli che francamente erano inqualificabili (ah, i bei tempi dell’adolescenza! Aspetta, cosa?!), ho pulito a fondo gli scaffali ormai vuoti e ho trovato una nuova organizzazione per la libreria. Poi è stata la volta delle mensole e degli altri mobili contenitori, che devo dire hanno rappresentato una sfida meno ardua, se non altro perché non ho avuto bisogno di arrampicarmi sulla scala e sporgermi sul vuoto per raggiungere gli angoli. Se anche non mi fossi allenata, ieri mattina, il mio fisico avrebbe trovato giusto giovamento dai cinque piani in salita e discesa fatti svariate volte (chiudete la maledetta porta dell’ascensore, per Diana!) per buttare man mano vagonate di carta, plastica, materiali indefiniti. Alla fine mi sono trovata in salotto attorniata dalle cose “da regalare” e, puntuale nei momenti in cui non si ha nulla da fare come la marea, la crisi è giunta. Sparsi sul pavimento – su tutto il pavimento – ai miei piedi c’erano pezzi, brandelli della mia vita che richiamavano momenti, fatti e persone, e pensare che stavo per liberarmene non è stato un momento felice.

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Poi, però, mi sono voltata verso la mia stanza e pure nella piovosa serata di ieri l’ho vista più ordinata (ci mancherebbe!), leggera e luminosa, e in quel momento mi sono resa conto di una cosa: l’atto del repulisti in sé è un modo di dare valore. Liberandoci di alcuni possedimenti – Marie Kondo direbbe che si tratta di quelli che non ci portano più gioia, ma è di gioia che stiamo veramente parlando? – noi facciamo spazio a quelli che restano. Contribuiamo a metterli nella giusta luce e facciamo anche posto per i ricordi che ci riserverà il futuro. Una periodica opera di repulisti è un tenere da conto la propria vita tanto quanto lo è fare sport o seguire una dieta sana, e proprio come queste due altre attività comporta sacrifici e un variabile ammontare di sofferenza. Vero è che non avrei reagito benissimo, se qualcuno mi avesse detto una cosa simile ieri, ma avete mai provato a dire a chi rischia di sputare un polmone mentre si allena che proprio in quel momento lui sta dando valore a se stesso? Per attendere la reazione vi consiglio di indossare protezioni adeguate!

Questa mattina mi sono accorta che durante l’operato di ieri mi auguravo inconsciamente – posto che ci si possa accorgere in un secondo momento di un pensiero inconscio: urge ripassare Freud e compagnia – che l’atto fisico che stavo compiendo si associasse per qualche mistica forza a un decluttering che si applicasse a quei pezzi di vita in cui ciò che non serve e/o non procura più gioia (ah, Marie!) non può necessariamente e legalmente essere buttato, venduto o regalato. Il mio era una sorta di gesto simbolico, insomma, per propiziarmi una vita più leggera e serena?
Per il momento tutto ciò che ho impetrato con il decluttering di ieri è un’unghia dallo smalto sbeccato e un livido sulla spalla (perché, se un libro deve caderti addosso dall’ultimo scaffale in alto, ovviamente sarà un volume pesante e in copertina rigida), ma non si può mai sapere, no? 😉

Voi avete mai avuto qualche esperienza con il decluttering? Che ne pensate?
Avete mai letto il libro di Marie Kondo?
Raccontatemi tutto nei commenti!

La Strega e i Tautogrammi – Ventuno Vicende Vagamente Vergognose

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Da qualche giorno ho iniziato una cooperazione con CasaSirio, la casa editrice POP nata nel vicino 2014 che promuove testi di qualità e fruibili per ogni tipo di lettore. Di loro mi piace moltissimo la cura e la dedizione nella scelta della pubblicazioni, che non sono mai scontate, come il libro che mi è stato gentilmente spedito: Ventuno vicende vagamente vergognose, di Walter Lazzarin.

logoc_432c_cmykL’autore, classe 1982, ha scritto il suo primo libro nel 2011 e nel 2015 decide di promuovere il suo terzo libro (Il drago non si droga) in un modo inusuale. Lascia l’insegnamento e gira per le piazze d’Italia armato di una Olivetti 32, scrivendo tautogrammi sulla strada.

Come, come? Non avete idea di cosa sia un tautogramma?
Ebbene, un tautogramma è una composizione di lunghezza variabile formata da parole che cominciano tutte con la stessa lettera.

Il libro di Lazzarin è una raccolta di ventuno di questi componimenti, uno per ogni lettera dell’alfabeto, che raccontano storie vergognose; dèfaillances di letto, insomma, di personaggi noti, che siano realmente esistiti o meno. Tra giochi linguistici, goliardate più o meno pesanti e poesia classica assistiamo dunque alle vicende vergognose di Aristotele, Socrate (a personal favorite), Einstein, ma anche Dylan Dog, Harry Potter e l’immancabile Zorro. Ogni tautogramma è poi corredato da una nota dell’autore, che a volte ne mitiga il tono e altri lo cavalca.

Leggere una sequenza così lunga di tautogrammi è stata un’esperienza particolare, strana in un certo senso, ma non spiacevole. Probabilmente è necessario abituarsi al surrealismo del genere, che in questo caso si accorda a quello delle vicende raccontate – ed è cosa tutt’altro che semplice, se, come me, non si è stati testimoni diretti di più di dieci tautogrammi prima di leggere Ventuno Vicende Vagamente Vergognose. A ogni modo, il libro di Lazzarin è stata una lettura rinfrescante, ottima per passare un paio di ore di relax e sicuramente un’esperienza da fare almeno una volta nella vita, motivo per il quale vi raccomando caldamente di darci una scorsa.

 

 

Se volete comprare Ventuno Vicende Vagamente Vergognose e farmi un favore, acquistate il libro su Amazon passando da questo link, così i signori dell’ultra-famoso portale di e-commerce saranno contenti e non mi sbatteranno fuori dal loro programma di affiliazione appena entrata. 😀 Vi ringrazio in anticipo.

Siccome qualche giorno fa avevo accennato su Instagram al mio matto desiderio di cimentarmi nella creazione di componimenti simili, vi lascio concludendo questo post con il mio personale tributo all’arte del tautogramma. Per la mia prima (e ultima? Fatemi sapere che ne pensate!) creazione ho scelto la lettera S, di Strega. What else?

Strega

Spezzetta, soffrigge, scotta, sobbolle salamandre, serpi, salmoni, senza stracuocerli. Se sono serate stellate, stufa serenamente sughi stregati.
Scartabella superati sortilegi, sorseggiando stillati succhi scribacchia sagaci sciocchezze su sere soleggiate, soli soffusi, saggi somari. Sveglia, saltella su strade solitarie seguendo scie serpeggianti sui sogni. Scrive sorti sospirate salmodiando scrupolose stregonerie serbanti sapore di salvia.

Tra Pesci Colorati e Fontane Liberty – Acquario Civico di Milano

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Una cartolina d’epoca che ritrae il padiglione dell’Acquario Civico.

 

Sito in Viale Gadio 2, di poco all’intero del parco Sempione, l’Acquario Civico di Milano è un piccolo gioiellino di arte Liberty che venne costruito e inaugurato nel 1906 per l’Esposizione Internazionale di Milano che celebrava l’inaugurazione del traforo del Sempione con più di duecento padiglioni sparsi per la città. Unico di quelli all’interno del parco a non essere abbattuto dopo la fine dell’evento, questo museo vivente rimase in attività come acquario vero e proprio, ma anche centro di studi e ricerche ittiologiche fino al 1943, quando fu severamente colpito dai bombardamenti USA. La struttura riaprì nel 1963, ma noi la vediamo con l’aspetto conferitole dal restauro del 2003-06, che ha mantenuto e in certi casi recuperato la struttura esterna in liberty milanese modernizzandone al contempo le vasche e il percorso espositivo.

A oggi l’Acquario Civico di Milano, il terzo acquario più antico d’Europa, vanta vasche di ultima generazione, aule didattiche e spazi per eventi e conferenze, il tutto racchiuso in uno dei più belli e romantici edifici della zona (e stiamo parlando di quella tra il Castello Sforzesco e l’Arena Civica!) e contornato da un giardino che ospita la ricostruzione di alcuni ambienti padani. Al suo interno si continua anche a fare ricerca.

 

Il percorso espositivo è al piano terra; le vasche, disposte a ellisse, offrono la visione degli ambienti acquatici italiani seguendo la storia dell’acqua, dalla sua immissione nei torrenti di montagna fino al mare Mediterraneo. Unica eccezione a questo panorama italico sottomarino e l’ambiente che riproduce il Mar Rosso, esposto come possibile evoluzione del Mediterraneo in quest’era di cambiamenti climatici.

Come anticipavo, le dimensioni dell’acquario sono decisamente ridotte, soprattutto se comparate ai grandi mostri americani o allo stesso acquario di Genova, eppure visitarlo è un’esperienza particolare e non paragonabile alle altre. L’atmosfera che si respira è intima, raccolta, e invoglia a soffermarsi per più tempo di quello che probabilmente sarebbe necessario davanti alle vasche. Forse è per questo che il percorso è disseminato di divanetti su cui ci si può riposare, non da una camminata eccessivamente lunga, ma dall’assordante ménage quotidiano, dalle proprie preoccupazioni o dalle mille cose futili che ci frullano costantemente in testa e ci impediscono di pensare e riflettere.
Dal giardino, nelle cui pozze artificiali nuotano carpe, cavedani, tartarughe, ma anche anatre e gallinelle d’acqua, si può ammirare appieno la bellezza della struttura che ospita l’acquario e perdersi definitivamente nelle reminiscenze di Jules Verne.

acquario-civico-brunettiSeguendo i dettami dello stile architettonico tanto caro alla borghesia milanese del primo Novecento, l’edificio è decorato con elementi in ferro battuto, cemento e calcestruzzo, qui rappresentanti la flora e la fauna del mondo subacqueo. Una bellissima fontana con la statua del dio Nettuno accoglie i visitatori subito dopo il cancello d’entrata, invitandoli a penetrare nel mondo di sogno, fatto di rumori ovattati e luci blu, di cui vi ho già parlato.
Sebbene l’architettura appaia alquanto solida, tutto rimanda alla fluidità e alla leggerezza dell’acqua, a partire dalle decorazioni sulle piastrelle, fino ai doccioni delle mura e alle applicazioni a parete, che sono di un realismo quasi commuovente.

 

Essendo un Museo Civico, potete visitare l’acquario pagando un biglietto di cinque euro (un prezzo più che giusto, anche se gli spazi didattici e ricreativi potrebbero essere implementati), oppure usufruendo delle entrate gratuite previste nell’ultima ora di apertura (dalle 16:30) o il martedì dalle 14. Magari, potete portarvi dietro un bel libro di racconti marinari e leggerlo vicino alla vasca dei pesci tropicali, così, tanto per entrare nell’atmosfera! Io sospetto che nei prossimi mesi tornerò all’acquario con un buon volume sottobraccio e qualche ora da spendere in relax. 😉

 

Un Film che Tutti Dovrebbero Guardare – Dunkirk

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Dunkirk è l’ultimo film di Christopher Nolan, che l’ha scritto e diretto, e racconta l’evaquazione di Dunkerque (27 maggio – 4 giugno 1940) in un intreccio di tre diversi luoghi – la terraferma, il mare e l’aria – e tre diversi spazi temporali – una settimana, un giorno e un’ora-. I personaggi che seguiamo più da vicino, quindi, sono sempre gli stessi e la staticità della trama tipica dei film di guerra è movimentata dai continui flashback e flashforward che l’intreccio di cui sopra permette e supporta.

Pare che Nolan abbia progettato di scrivere una storia riguardante l’operazione Dynamo (l’evacuazione della spiaggia di Dunkerque) per oltre venticinque anni, e sicuramente si nota una grande cura nei dettagli, nelle inquadrature e nella resa dei personaggi, che risultano tremendamente umani, eroici e fallibili al tempo stesso. Il copione è stringato e ridotto all’essenziale, lasciando il dovuto spazio all’azione e alle emozioni che trapelano dagli sguardi e dai gesti, in modo che l’inquietudine, il terrore e l’atrocità della situazione risaltino al meglio.

Il cast vanta nomi ben noti, altri da intenditori e alcuni persino sconosciuti. Tra tutti, non è possibile citare Mark Rylance, che dopo Il Ponte delle Spie è autore di un’altra performance che potrebbe valergli uno o due premi, Tom Hardy, intenso nonostante reciti quasi sempre a volto coperto, e il come sempre meraviglioso Kenneth Branagh.

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Branagh interpreta il capitano di marina Bolton. Una delle sue scene – assolutamente muta, senza neanche un sospiro – mi ha fatto piangere tante di quelle lacrime!

Al di là delle singole performance, comunque, quello che più mi rimarrà impresso di Dunkirk è il miscuglio assolutamente realistico tra orrore e speranza, tra l’eroismo più alto e la codardia, il baratro più nero della disfatta e la luce che arriva da luoghi inaspettati di cui sembra essere intessuto. Ho pianto, ed era da tantissimo tempo che non versavo lacrime davanti al grande schermo, e in più punti della narrazione.

Rifacendoci, dunque, al titolo di questo post, perché tutti dovrebbero guardare Dunkirk? É un bellissimo film, questo è certo, ma i gusti sono soggettivi e c’è sempre qualcuno che la pensa diversamente. Nemmeno i volti noti del cast (e qui faccio un appello alle giovanissime: sì, Harry Stiles c’è, ma non ha una parte così preponderante e il film impressiona, quindi andateci preparate, e non solo per vedere un bel faccino) bastano a giustificare la mia affermazione, né la firma della regia o quella della colonna sonora (Hans Zimmer). Tutti dovrebbero vedere Dunkirk perché una cosa che orribile e spaventosa com’è ritratta è successa davvero, meno di ottant’anni fa. La violenza, le ferite, la mancanza di una via di fuga, la disperazione, in ultimo la strenua lotta per la sopravvivenza sono parte della nostra storia recente e mai come in questo periodo, in cui sembra che molto sia stato dimenticato, sono importanti.

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Altra scena di calde lacrime: l’arrivo dal nulla delle imbarcazioni civili, che accorrono per riportare a casa i soldati inglesi quando tutto sembra perduto. 

In ultimo, mentre l’animo dello spettatore è forse scosso dal pensiero di quello che stato come da quello che potrebbe ancora essere, Dunkirk è un film da vedere per il suo finale, in cui la sconfitta più grande si tramuta in una vittoria impensata; penso che storie come queste ci siano necessarie.