Bimboragno torna a casa – Spiderman Homecoming

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Io sono una di quelle che dice che i film Marvel hanno un po’ rotto le balle.
Non è solo il fatto che ormai ne escano almeno due all’anno, o che anche il mondo dei tv show cominci a essere infettato di supereroi, quello che mi annoia è lo schema canonico che regge l’impalcatura di tutti questi film. Ecco, uno dei punti a favore del nuovo Spiderman Homecoming è che si discosta quanto più possibile dallo schema di cui sopra, pur rimanendo la storia di un supereroe.

Il film di Jon Watts, come sanno anche i sassi, è il primo dedicato all’amichevole Spiderman di quartiere ambientato nel Marvel Cinematic Universe (quello dove risiedono Thor, Ironman, Captain America e via dicendo), grazie all’accordo stipulato tra la Marvel Studios e la Sony nel 2015, ed è anche il primo che valga a pena di guardare con riferimento ad ambientazione, casting, scrittura e – manco a dirlo, effetti speciali.

La vicenda si svolge subito dopo i fatti di Civil Wars, quando il nostro Peter Parker è già Spiderman (risparmiandoci quindi tutta la tiritera del morso di ragno radioattivo/geneticamente modificato/ semplicemente con la luna storta) e sta lavorando sodo per diventare un Avenger, perché, diciamocelo, fare cricca con Occhio di Falco e la vedova Nera risolleverebbe le sorti di un qualsiasi genietto sfigato che frequenta il liceo. Non sono le nobili intenzioni a muovere le gesta di questo Peter Parker, quindi, ma è una sana irresponsabilità adolescenziale mista a sogni di gloria e desiderio di rivalsa, il tutto condito dalla scelta  di un role model francamente discutibile: il genio, miliardario, playboy, filantropo che l’ha reclutato.

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Nelle sue ultime apparizioni Tony Stark si era un po’ fossilizzato, era diventato uno stereotipo, insomma. In Spiderman Homecoming, invece, mostra un’altra sfumatura di sé, senza perdere i suoi tratti più riconoscibili.

I momenti più curiosi di Spiderman Homecoming sono appunto quelli che illuminano il rapporto tra Stark e Peter (ricordiamoci che in questa rivisitazione non c’è traccia dello zio Ben, che francamente con il suo grandi poteri – grandi responsabilità mi è sempre suonato un po’ noioso), perché mostrano uno Spiderman finalmente teenager, con tutte le insicurezze proprie di un ragazzo in crescita e privo di una qualsivoglia forte figura maschile, e conferiscono un’accezione diversa a Ironman.

Ho apprezzato tantissimo che, nonostante l’ingombrante presenza di Tony Stark, Spiderman Homecoming appartenga a Spiderman, per l’appunto, e che, nonostante tutte le scene di lotta e inseguimento e gli effetti speciali tipici dei film del genere, questo sia prettamente ambientato nel mondo scolastico. I problemi di Peter non concernono la salvezza dell’umanità, riguardano invece l’andare al ballo con la ragazza che gli piace, fare in modo che sua zia May sia felice, e avere la sua vendetta sul bulletto della scuola: lo trovo rinfrescante!

Le scelte del casting mi sono piaciute.
Peter Parker è interpretato dal ventenne Tom Holland, il che significa che non hanno dovuto immergerlo nel correttore per farlo sembrare un adolescente, zia May ha il volto di una frizzantissima Marisa Tomei e naturalmente Robert Downey Junior è Tony Stark.

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Una menzione a parte va a Micheal Keaton e al suo Adrian Toomes/Avvoltoio. Erano secoli che non si vedeva un cattivo così ben strutturato e carismatico, e il merito va diviso equamente tra chi ha scritto la parte e chi l’ha interpretata. La buona riuscita dell’Avvoltoio dimostra anche che non serve avere un’ampia esposizione (Loki/Hiddleston, sto parlando di te: quante te ne hanno dette?!) per creare un villain tridimensionale, perché lo spazio di Keaton sulla scena è poco. Un buon cattivo, signori, ha bisogno di un attore di talento a cui vengano date buone battute e un personaggio con motivazioni, scopi, e valori. Conquistare il mondo MHUAHHAHAHAH! non è una motivazione sufficiente, ricordatevelo.

Degli effetti speciali non dico nulla, perché tanto sapete già che sono molto belli e molto godibili. Accenno, invece, a una colonna sonora molto carina ed effettivamente ragionata, un po’ come succede per Guardians of the Galaxy o per il primo Ironman.

Voi avete in programma di vedere l’ultima fatica dell’universo Marvel?
C’è qualcuno di voi che, invece, l’ha già visto?

Fatemelo sapere nei commenti, io volo a fare una commissioncina. 😉

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Incontrare la Strega (a vostro rischio e pericolo)

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Pargoli e clienti languono in questo periodo, ve ne sarete accorti.
Il problema è che, nonostante io mi lamenti dei casi umani che incontro per tutto l’anno, quando non li ho più sotto gli occhi sento la loro mancanza. Ecco perché devo tentare di distrarmi con qualche tag game, come Meet the Reader (“incontra il lettore”), che ho rubacchiato a MariaSte.

Le classiche domande sono tutte a tema libri, un argomento di cui potrei parlare ore intere, e sono in inglese, ma mi occuperò di tradurvele come meglio posso. 😀

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Quanti libri sei in gradi di leggere nello stesso periodo?

Il mio record, segnato ai tempi del liceo, è di sette libri nello stesso periodo, ma sono sicura di poter fare di meglio, se mi impegno. 🙂 Sono molto volubile, quindi capita che al mattino io abbia voglia di leggere un certo libro e che nell’ora di pranzo sia pronta a cominciarne un altro totalmente diverso… Anche in periodi stabili è difficile che io abbia meno di due o tre libri sul comodino.

domanda2

Qual è il tuo “drink da lettura” preferito?

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Qual è il tuo “snack da lettura” preferito?

State scherzando? Io non mangio né bevo mentre leggo! Che succederebbe se sporcassi le preziose (in senso metaforico e letterale: avete presente quanto costano i libri al giorno d’oggi?!) pagine di un buon libro per soddisfare un languorino?

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Com’è organizzata la tua libreria?

In modo maniacale.
Tutti i libri di letteratura (i classici e in generale quelli che ho letto durante i miei studi) sono organizzati per nazionalità dell’autore e lingua in cui sono stampati e hanno naturalmente uno scaffale tutto per loro. Tolkien sta comodo comodo sul suo ripiano della libreria in salotto, proprio sopra le enciclopedie e sotto i libri moderni in copertina rigida. Poi ci sono le edizioni economiche e i dizionari di lingua. In camera da letto ho un delizioso scaffale per Harry Potter e un posticino al caldo per Bernie (Bernard Cornwell: se mi seguite da un po’ sapete che per lui ho un’adorazione particolare) vicino ai saggi e ai miei romanzi storici preferiti.

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Copertina rigida o edizione economica?

Per questioni sia economiche che di spazio, gran parte dei miei libri sono in brossura. L’occhio vuole la sua parte durante la lettura, ma quello che conta davvero sono le parole stampate sul foglio, non credete?

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Cosa stai leggendo ora?

Nell’esatto momento in cui scrivo sono arrivata a un impasse. Ho alcuni libri da cominciare, ma non sono in grado di decidere su cosa buttarmi, così sto recuperando dei vecchi numeri di Focus in attesa che l’illuminazione mi colpisca. Avete curiosità sulla vita dei microfunghi e dei batteri cigliati, per caso?

 

Quali sono le vostre abitudini di lettori incalliti? Dite dite, che qui nessuno è normale! 😉

Cronaca di una Calda Giornata nella Busseto di Verdi

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La piazza principale di Busseto, con la Rocca Pallavicino e la celebre statua di Verdi

Quella che segue è la cronaca di una gita di un giorno nella ridente terra che diede i Natali a Giuseppe Verdi, Busseto, svoltasi nel weekend più caldo della stagione… per ora. Mai pretendere che ci sia fine al peggio! 😉
Scherzi a parte, è stata una bellissima giornata e il caldo patito è stato ben sotto le mie previsioni, senza contare che la poca affluenza ai luoghi turistici mi ha permesso di vedere tutto quello che era in programma con molta calma e senza essere disturbata dalla folla di turisti.

Prima di raccontarvi come ho scelto di immergermi nella vita di uno dei maggiori compositori di tutti i tempi, vi do qualche informazioni sul suo luogo natale.
Busseto è una città di circa settemila abitanti situata nella bassa parmense e costeggiata dal torrente Ongina. Il suo nome ha probabilmente origine dal latino buxetum o buxus, ovvero “bosco di bossi”. Parte del territorio cremonese dal 1100, nel XII secolo Busseto entra nel dominio della casata signorile dei Pallavicino, che vi dimoreranno per qualche decade. Nel 1587, poi, la città passa alla famiglia Farnese ed entra a far parte del Ducato di Parma, cui rimarrà soggetta fino alla formazione del Regno d’Italia. Qualche decennio prima, nel 1813, l’oste di una frazione della città annuncia la nascita di suo figlio Giuseppe, ignorando beatamente i doni che la natura gli aveva destinato.

Visitare Busseto è semplice e poco impegnativo, perché il costo dei biglietti delle attrazioni turistiche è contenuto e ci sono svariate tipologie di ticket cumulativi che vi permettono di risparmiare ancora qualcosa. Dati il tempo a disposizione e la temperatura, io e Pennylane on the Tube, mia fida compagna di gita, abbiamo scelto di visitare il Teatro Verdi, la Casa Museo Barezzi e la Casa Natale di Giuseppe Verdi (biglietto cumulativo: 10 € a testa).

Il Teatro Verdi è situato all’interno della Rocca Pallavicino ed è stato inaugurato nel 1868, senza che il Maestro a cui è stato dedicato vi mettesse mai piede. Dovete infatti sapere che il buon Giuseppe Verdi era dotato di un carattere testardo e tendeva a covare rancore contro chiunque gli portasse la minima offesa, motivo per il quale la sua relazione con gli abitanti della sua terra d’origine non fu sempre idilliaca. Per quanto riguarda il teatro, ad esempio, le cose andarono così.
L’idea di dedicare un teatro alla personalità musicale più di spicco di Busseto era nata attorno al 1845; Verdi non solo non era d’accordo, ma non voleva neppure donare del denaro per portare avanti la gloriosa opera. Dopo qualche tempo in cui, nonostante le sue numerose donazioni per i reduci di guerra e per i poveri bussetani, i suoi concittadini gli tennero il broncio, il Maestro si decise infine a donare una quota al comune, a patto che una minima parte di essa fosse utilizzata per il teatro e il resto per aiutare i bisognosi. Naturalmente avvenne l’esatto contrario e Verdi si arrabbiò molto, tanto che non solo non mise piede in teatro, ma prese l’abitudine di andare a curarsi alle terme di Tabiano durante tutta la stagione di attività del teatro. Buono come il pane, l’illustre signor Verdi!

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La sala del teatro e il palco, profondo 12 metri, perché costruito in un tempo in cui l’orchestra non suonava dalla “buca”, ma prendeva posto in scena.

Il teatro è piccolo, la sua massima capacità è di poco più di trecento persone, ma veramente ben curato e molto ben decorato. Il soffitto è affrescato con allegorie delle arti teatrali, mentre i palchi sono arricchiti da stucchi e applicazioni in cartapesta dorata, per mantenere un’acustica ottimale. Il ridotto e la sala fumatori, entrambi visitabili, conservano solo la pavimentazione originale, perché gli arredi sono stati rifatti seguendo lo stile dell’epoca, come vi farà sapere una gentile guida che vi porterà in giro per i vari ambienti per circa venti minuti.

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Antonio Barezzi

Dall’altra parte della piazza principale, proprio di fronte alla Rocca, trovate la Casa Museo Barezzi. Essa apparteneva ad Antonio Barezzi, ricco commerciante bussetano e primo mecenate di Giuseppe Verdi, cui era legato da un misto di ammirazione e di affetto sconfinati. Il primo piano della dimora si è oggi trasformato in un piccolo museo che raccoglie ritratti, lettere e immagini d’epoca relativi alla vita e alle opere di Giuseppe Verdi. Durante i sessanta minuti di visita – forse un po’ troppi, considerati gli effettivi metri quadri del museo – avrete l’occasione di esaminarli tutti e di imparare qualcosa di più sulla prima moglie di Verdi – Margherita Barezzi, la figlia di Antonio – e sulla seconda moglie, Giuseppina Strepponi, che non era ben vista dai bussetani (cosa che immancabilmente generò l’ennesimo cruccio mantenuto gelosamente vivo dal Maestro).

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La sala Barezzi, dove ancor oggi si tengono incontri musicali.

Se avete tempo e siete sufficientemente fortunati da trovarle entrambe aperte, di fianco alla Casa Barezzi ci sono due chiese che valgono la pena di essere viste, dedicate a San Bartolomeo e alla Santissima Trinità. In generale, questi piccoli paesini hanno sempre qualche meraviglia da scoprire, qualche curiosità, qualche tappa fuori dalle mappe e che merita di essere vista. Se avete tempo, quindi, vi consiglio una bella passeggiata per le stradine del centro.

A questo punto della giornata, io e la Penny avevamo un certo languorino, quindi ci siamo recate a Roncole Verdi (circa 4 chilometri di strada) e siamo andate a mangiare Alle Roncole, un grazioso ristorante con locanda (più info qui) a pochi passi dalla Casa Natale di Giuseppe Verdi. Il posto è molto accogliente, il cibo è buono, i prezzi non sono esosi ed esiste un vero e proprio menu dedicato ai celiaci, con piatti tipici della cucina della bassa.

Dopo esserci rifocillate, abbiamo intrapreso una curiosa visita alla casa natale del Cigno di Busseto. Dico curiosa, perché si tratta di un’esperienza interattiva con un tablet alla mano per le stanze della vecchia osteria di Carlo Verdi, ora ristrutturata. Gli arredi non sono più quelli originali e sono stati sostituiti, per così dire, da attrezzi di scena, che rendono l’esperienza meno realistica, ma permettono di girare attorno alle botti della cantina e sedere ai tavolacci della sala. Se in giro non c’è nessuno e siete dell’umore adatto, potete persino immaginare di essere circondati da altri avventori, qualcuno alticcio, qualche altro che propone al compagno, a metà tra un sussurro e un sibilo, un affare vantaggioso… voi invece volete solo che l’ostessa vi porti un po’ di polenta e pollo arrosto e vi versi altro vino nella ciotola e canticchiate tra voi un’arietta che vi è venuta in mente – Il giuoco ed il vino, le feste, la danza, battaglie, conviti, ben tutto gli sta…!

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Contrasto tra presente e passato su un tavolo di osteria. Non tutti sanno che tradizionalmente il vino veniva servito nelle ciotole e non nei bicchieri. Ci sono ancora alcune osterie e alcuni ristoranti che hanno mantenuto quest’uso.

Uscite da quest’ultima visita, è stato il momento di tornare alla rovente macchina (temperatura interna 48°C: in pratica è stata un’esperienza mistica!) e far vela verso casa, sperando nel temporalone che effettivamente ha rinfrescato l’aria in serata. 😀
Qualcuno di voi è già stato a Busseto? In caso contrario, e se ne avete la possibilità, andateci: il Maestro non la prenderebbe bene altrimenti. 😉

Libri di Giugno – Estate alle Porte

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thinkstock-katarzynabialasiewicz-readingMentre scrivo queste parole è in atto un temporale che ha poco dell’inizio del periodo estivo e tanto di uno sneak peak sul dietro le quinte del Diluvio Universale, ciò non toglie che giugno sia stato un mese caldo e decisamente soleggiato. Un mese perfetto per le letture all’aperto, splendido per cominciare qualche libro di avventura e in generale concentrarsi su volumi meno di concetto, perché inconsciamente o meno stiamo già pensando alle nostre agognate vacanze… Comprendo e condivido tutte queste emozioni, che hanno diretto i miei passi da lettrice verso pagine in gran parte leggere ed estremamente godibili. Diamoci un’occhiata!

Il Tulipano Nero, A. Dumas. Perché quando si parla di letture godibili non possiamo lasciare da parte il buon Alexandre! Il romanzo è ambientato nell’Olanda del Seicento (secolo caro all’autore, eh? ^^) e la vicenda ruota attorno alla storia di Cornelius Van Baerle, agricoltore specializzato in tulipani che riesce a selezionare il famoso tulipano nero, risultato per il quale è prevista la gloria imperitura e un premio di centomila fiorini. Peccato che un rivale voglia appropriarsi dei tre bulbi sperimentali e sia disposto a tutto per riuscirci, anche a incastrare Cornelius e farlo imprigionare a vita come traditore politico. Come nei più bei romanzi di avventura, però, non tutte le ciambelle riusciranno col buco e per il rivale di Cornelius non sarà affatto facile rubare il grande tulipano nero, mentre il protagonista potrebbe andare incontro a un destino inaspettato! Il Tulipano Nero mi è piaciuto molto, anche se non ai livelli, ad esempio, di I Tre Moschettieri o Il Conte di Montecristo. Manca, secondo me, quell’abilità di tracciare i contorni dei personaggi in modo che risultino estremamente realistici, nonché di una figura sufficientemente carismatica da gettare ombra su alcuni buchi di trama.

Racconti di Diavoli e Una Favola, R.L. Stevenson. Voi lo sapevate che Stevenson ha scritto dei racconti maledettamente stupendi? Io no – o meglio, sapevo che l’autore avesse scritto anche racconti, ma non che fossero così coinvolgenti -, finché non mi è stata regalata una copia di questo adorabile libretto targato ABEditore. Potete trovare una foto della copertina su Instagram: l’edizione è un gioiellino, curata in ogni minimo dettaglio e io l’amo pazzamente! Tornando ai racconti veri e propri, il volume ne raccoglie due – Markheim e Il Diavolo della Bottiglia – e una favola, Il Diavolo e l’Albergatore; essi dipingono altrettante figure diaboliche, a volte ironiche, a volte crudeli e altre insospettabilmente neutrali, ma tutte con una vividezza che vi catturerà.

Herland, C.P. Gilman. É la seconda opera della sociologa americana di cui vi ho parlato qui che leggo e credo si possa definire a metà tra un saggio breve e un racconti di avventura. “Herland” è traducibile come “la terra di lei” e si riferisce a una terra nascosta popolata esclusivamente da donne, che hanno imparato a riprodursi tramite la partenogenesi e hanno sviluppato una società molto evoluta coprendo interamente anche gli incarichi generalmente attribuiti al maschio. La storia è quella di tre amici che approdano in questa terra e vi vivono per circa due anni, assimilando la cultura di queste donne e nel contempo tentando di spiegare la loro, con risultati discutibili. L’idea per il libro è senza dubbio interessante anche oggi e deve essere stata rivoluzionaria nelle prime decadi del Novecento, ma confesso che mi aspettavo che il racconto – che sicuramente è solo un mezzo per veicolare alcune teorie della Gilman – fosse quantomeno portato a termine in modo decoroso e non tagliato bruscamente come accade alla fine del libro. Negli ultimi capitoli di Herland il desiderio dell’autrice di farla finita, giacché aveva detto tutto quello che voleva, è fin troppo evidente.

L’Avvelenatrice, A. Dumas. Altra piccola gemma di ABEditore, che mi da la possibilità di parlare di un Dumas diverso dall’immagine di autore dei grandi romanzi d’avventura con il quale lo identifichiamo. Prima di dedicarsi alle peripezie dei moschettieri di Sua Maestà o alla vendetta di Edmond Dantes, Dumas narrava di crimini violenti ed efferati spesso realmente accaduti, come nel caso della marchesa di Brinvilliers, che nella Francia del XVII secolo si diede da fare per sfoltire la sua famiglia. L’unico motivo per cui non ho letto L’Avvelenatrice tutto d’un fiato è che – ahimé – i clienti e l’attività rambica reclamavano la mia attenzione, ma il tono di cronaca misto all’usuale stile narrativo di Dumas mi ha conquistata subito!

 

La mia lista delle letture di giugno si conclude, quindi, con una bella storia di morti violente, per arrivare rilassati la mese che precede le sospiratissime vacanze. Devo darmi da fare per selezionare le letture di luglio! Voi cosa mi consigliate? 😉

La Strega e la Comunicazione Visiva

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“Vincolo d’unione”, M.C. Escher

Bentrovati, cari lettori!
A breve ripartirò con la pubblicazione dei post veri e propri, intanto qui sotto potete leggere una piccola comunicazione di servizio.

 

Dopo molte meditazioni in materia mi sono detta che non aveva senso rimuginarci ancora e dunque mi sono lanciata. Da oggi questo umile grimorio ha un account Instagram dedicato, su cui a breve compariranno degli scatti collegati o meno ai nuovi articoli di questo blog.

Io ci provo ad attuare una strategia di comunicazione visiva… voi, se vi va, potete seguire i miei progressi. 😉

Sineddoche Inglese

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Preparo una pargola al temuto esame di certificazione del livello B1 di conoscenza dell’Inglese (FCE). Ci concentriamo sulla fase di conversazione, che prevede che l’alunno sia in grado di descrivere due fotografie, cercando somiglianze e differenze, e che individui un tema ad esse comune su cui ergere un discorso di circa due minuti.

Le fotografie in oggetto sono quella di un giovane cameriere che serve ai tavoli di un caffè all’aperto e di un bagnino, il tema verte naturalmente sui lavori estivi.
La pargola mi descrive con un certo successo la foto con il cameriere, poi, passando a quella del bagnino…

Here we can see a baywatch…

 

D’altronde, se una casa si può indicare con il solo tetto, il bagnino si potrà ben nominare attraverso un telefilm degli anni Novanta!

Se una Pulce ruba la scena a Renzo e Lucia – I Promessi Sposi

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bannerGeneralmente ho un buon rapporto con il buon vecchio Alessandro Manzoni. Sarà che ho frequentato una scuola a lui intestata, sarà che l’Adelchi mi è sempre rimasto nel cuore, che quell’Ei fu mi è piaciuto fin da subito, ma sono riuscita a leggere e studiare (mai provato ad approcciarvi all’autore a cui la vostra scuola è intitolata? So vita, morte e miracoli di Alessandro ancora adesso!) con poca sofferenza anche il suo celeberrimo I Promessi Sposi. Negli anni, poi, vuoi per la nostalgia canaglia, vuoi per un pizzico di masochismo o perché io e le letture leggere abbiamo un relazione complicata, ho assistito a diverse rappresentazioni ispirate al primo romanzo moderno italiano. Spettacoli teatrali, letture, giochi di ruolo (non chiedete…) e musical, qualcuno più particolare di altro, ma mai, mai, strano come I Promessi Sposi di Michele Sinisi, in scena fino al 25 giugno al teatro Sala Fontana.

Che ha di strano questo Promessi Sposi?
La trama è esattamente la stessa, anzi, alcuni spezzoni sono proprio pari pari al romanzo, ma le scene e i personaggi sono stati rivisitati e rimaneggiati perché il loro collegamento con la società di oggi fosse il più duramente evidente possibile. Non solo, l’intera vicenda è raccontata e interpretata tramite allusioni, comparazioni, simboli e strategie metateatrali che non sempre sono comprensibili a prima vista, come nel caso della gigantesca riproduzione di una pulce che, a metà del secondo tempo, campeggia su una scena ferma e vuota e si lascia guardare dal pubblico per qualche interminabile minuto.

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Nella foto, un Bravo siede sull’impalcatura metallica che, mobile e smontabile, domina la scena. Il Bravo è un’ottimo cantante neomelodico. o_O

Come evincibile dalla foto qui sopra, i costumi non sono propriamente classici. ^^ Salvo alcune eccezioni, la maggioranza di essi è di stampo contemporaneo e presenta alcune scelte discutibili, come quella di dotare Lucia di una coroncina fosforescente e di un paio di rollerblade, sui quali sfreccia sul palco rischiando di rimanerci nubile e secca.

La fluidità della narrazione è tutta da imputare a un cast numeroso e composto da ottimi elementi, tra i quali lo stesso Sinisi, perché le diverse scene si succedono senza soluzione di continuità pur lasciando – le stesse sono diversissime! – lo spettatore alquanto spiazzato. Così, capita che un Rodrigo ballerino da discoteca (e di sesso femminile) ascolti volentieri la canzone neomelodica composta dal Griso sul passato di Fra’ Cristoforo, che Lucia diventi in un baleno la giovane Gertrude mentre la Monaca di Monza ripercorre la sua storia, che una lezione sulla Guerra dei Trent’anni diventi un’interrogazione in cui il professore viene a un certo punto contagiato dalla peste portata dalla famosa pulce… E non vi ho anticipato che un’unghia di quello che accade nelle due ore e venti minuti dello spettacolo, che non termina nemmeno dopo gli applausi finali, perché nell’ingresso – il teatro non ha confini! – è organizzata una bella festa di nozze per il lieto fine di Renzo e Lucia.

Per quanto spiazzante sia questa versione di I Promessi Sposi, per quanto non tutte le scelte di regia risultino comprensibili, io penso che si tratti di uno spettacolo da vedere, tanto per sperimentare cosa un vecchio classico ha ancora da dirci. What could possibly go wrong? 😉

Ancora un altro Liebster Award

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f094d974fdc4bbd112d4e68c87b0b872Un altro Liebster Award, che io come mio solito tratterò indegnamente, perché non so mai come comportarmi con questi premi. Ringrazio sentitamente Scritta in Parallelo per essere stata così sconsiderata da pormi ben undici domande e avermi conferito questo bel gibollone color petrolio da appiccicare di fianco alle mie parole.

Le regole sarebbero le seguenti:

  1. Pubblicare il logo del Liebster Award sul proprio blog;
  2. Ringraziare il blog che ti ha nominato e seguirlo;
  3. Rispondere alle sue 11 domande;
  4. Nominare a tua volta altri 11 blogger con meno di 200 followers;
  5. Formulare altre 11 domande per i blogger nominati;
  6.  Informare i blogger della nomination.

Per i primi due punti, non ci sono problemi, e a ben vedere nemmeno per il terzo: ecco le risposte alle annose domande poste.

  1. Hai mai seguito qualche telenovela? (non accetto un no come risposta, tutti ne abbiamo vista almeno una!
    Ehm… ecco… A dire il vero, io non seguo telenovele. I telefilm vanno bene lo stesso? Al momento sto recuperando Sons of Anarchy, in attesa che la BBC mi sforni qualche bel prodottino con cui uccidere definitivamente la mia vita sociale.
  2. Qual è il tuo posto preferito per leggere?
    Io leggo ovunque e non sono choosy. 😉
  3. Qual è il lavoro dei tuoi sogni?
    Lavoro e sogni sono due concetti paralleli: non s’incontreranno mai, temo.
  4. Quale attività non vedi l’ora di fare quest’estate?
    Spiaggia, spiaggia, spiaggiaaaa!
  5. Il libro più brutto che tu abbia mai letto?
    Non saprei! Non sono una di quelle che abbandonano le letture, a meno che non siano veramente disastrose, ma non mi viene in mente nessun caso recente. Devo dire, però, che ho fatto una certa fatica nel leggere alcuni libri consigliatimi dai pargoli. Assassin’s Creed è stato il tentativo più fallimentare del genere.
  6. Immagina di scrivere un libro: quali caratteristiche avrebbe il tuo/a eroe/eroina?
    Lo starei scrivendo… ^^’ Da tempo immemore! E sto anche lottando strenuamente per rendere tridimensionale il personaggio della protagonista femminile (avete presente cosa ho scritto per Wonder Woman? Ecco.) Il punto è che le caratteristiche da avere sono chiare, come sempre accade, ma mancano i difetti. E sono quelli che fanno il vero personaggio, ahimé.
  7. Sei un minimalista o collezioni cianfrusaglie?
    Cianfrusaglie, no. Ma colleziono!
  8. Qual è la ricetta che ti riesce meglio?
    Mi piace cucinare e posso modestamente dire che mi riesce bene più o meno tutto, anche perché sono una puntigliosa del cavolo e niente deve sfuggire al mio controllo!!!
  9. L’ultimo film che hai visto?
    Wonder Woman, appunto. Vedi post del 3 giugno. ^^
  10. Quale lingua vorresti imparare?
    Troppe e quasi tutte di studio lungo e laborioso. Nel mirino, quindi, al momento c’è quella più accessibile: il francese.
  11. Da quando possiedi il tuo blog su WP?
    Il primo post del Grimorio è datato Mercoledì 4 gennaio 2012. 🙂

 

Ora, per le ultime due regole dei Liebster… Che non sono brava a nominare i blog l’avrete capito già da tempo e, per quanto riguarda le domande, non saprei che cosa chiedere. Che cosa puoi domandare a qualcuno che non solo non conosci, ma deciderà autonomamente di raccogliere il testimone che la sottoscritta ha così malamente fatto cadere e accaparrarsi il Gibollone Liebster?
Facciamo così. Raccontatemi qualcosa voi, quello che vi pare. Un libro, film, etc. preferito, una citazione, un pensiero, un fatto strano… Sorprendetemi! 😉

Wonder Woman con Poca Meraviglia

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A me Wonder Woman è sempre piaciuta. Da piccola intervallavo la visione dell’A-Team e di McGyver proprio con quella del telefilm in cui Lynda Carter aveva l’aria marziale di Barbie Gelataia, tra l’altro con gli stessi capelli da urlo. Bellicosità latente a parte, quello che mi piaceva era che Diana Prince era effettivamente in grado di cavarsela da sola e che, per l’appunto, avesse uno show a lei dedicato invece che essere la solita comprimaria dell’eroe maschile.

Va da sé, dunque, che avevo certe aspettative riguardo al film del 2017 diretto da Patty Jenkins, che purtroppo sono state deluse. Intendiamoci, Wonder Woman non è un brutto film – Batman VS Superman è un brutto film, Daredevil è un brutto film, Catwoman… Catwoman si può definire film? -, ma non è nemmeno una pellicola che si può considerare di vedere una seconda volta. Va bene se non hai niente da fare e vuoi passare una serata leggera, meno se hai speso i soldi per l’IMAX. Molto meno, ma cerchiamo di non andare fuori argomento.

La sceneggiatura di Wonder Woman poteva probabilmente essere migliore. Non solo lo spettatore ha la continua impressione che chi l’ha scritta sia una di quelle persone che cerca continuamente di far ridere la gente senza mai riuscirci, ma i personaggi sono totalmente privi di tridimensionalità, a partire proprio dalla protagonista, che dovrebbe essere tutto il contrario! Senza fare spoiler, questa povera ragazza, cresciuta sotto la campana di vetro dell’isola delle Amazzoni, affronta in una successione dalla frequenza allarmante le perdita di persone care, l’orrore della guerra, l’innamoramento, verità sconvolgenti e la distruzione di qualsivoglia credenza l’abbia sostenuta fino a pochi istanti prima, e supera tutti questi ostacoli senza battere nemmeno mezzo delle lunghe ciglia di cui sono ornati i suoi occhioni. Ora, capite che è ben difficile affezionarsi a un personaggio del genere, sì?

Altri difetti li riscontriamo nella storyline totalmente priva di colpi di scena (ne ha di più un cartone per poppanti, Santi Numi! Anzi, meglio non scomodare i Numi, per questa volta) e nella lungaggine della narrazione in generale. Non mi sono piaciute nemmeno le aggiunte digitali alle scene di lotta, che secondo me erano a dir poco ridondanti e disturbavano la visione della scena. Sembrava di guardare il demo di qualche videogioco.

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Eccole, le nostre Amazzoni. Vorrei sottolineare quanto sta bene Robin Wright nei panni di Ippolita.

Mi sono piaciuti moltissimo, invece, i costumi e in generale l’ambientazione dell’isola delle Amazzoni: molto mitologica. Ho anche apprezzato che il ruolo di Steve Trevor (Chris Pine bello e poco altro: perfettamente in parte) rimanesse quello di spalla accessoria, lasciando che Diana/Wonder Woman prendesse tutta la gloria possibile. É, quindi, nuovamente un peccato che l’interpretazione di Gal Gadot (bellissima e fisicamente perfetta) risulti così insipida, ma probabilmente risente del tentativo purtroppo fallito di un uomo di ritrarre un personaggio femminile a tutto tondo. In tutta sincerità, non mi sento di farne una colpa a nessuno, perché anche le narratrici fanno tremendamente fatica con i personaggi femminili volitivi… è una faccenda complicata.

Insomma, se avete del tempo da perdere e non avete nessuna aspettativa particolare (e se le battute scontate sulla “forza dell’amore” non vi fanno cascare le braccia), Wonder Woman potrebbe essere il film giusto per passare la serata. Cercate solo di non aspettarvi miracoli. 😉

Maggio di Brevi Letture

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Il periodo impegnativo di cui vi parlavo nello scorso post si è tradotto in letture veloci e di non difficile comprensione. Anche questo mese Serial Reader mi è stato decisamente d’aiuto, anche perché, come noterete, mi sono dedicata esclusivamente ai classici.

The Yellow Wallpaper, C. Perkins Gilman. Il racconto breve che in italiano dovrebbe intitolarsi La carta da parati gialla, è una semiautobiografia della sociologa e scrittrice americana Charlotte Perkins Gilman, vissuta tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà nel Novecento. Non avevo mai letto nulla di suo, ma l’aver incontrato per caso The Yellow Wallpaper mi ha incuriosita moltissimo e sicuramente cercherò altri suoi lavori. La storia, raccontata mediante lo stratagemma del diario personale, è quella di una giovane donna che, poco dopo il parto, viene confinata nella camera da letto di una casa di campagna dal marito, che è medico, al fine di rimettersi in salute. Il confinamento, però, ha l’effetto contrario e la donna scivola lentamente verso la pazzia, ossessionata dal motivo della carta da parati che riveste a stanza e che arriva a simboleggiare la sua stessa prigionia. Il tono narrativo dell’autrice, con quel vago sapore misterioso e l’inquietudine che cresce riga dopo riga, mi è piaciuto moltissimo.
Lady Susan, J. Austen. Uno dei lavori minori di Jane Austen, è un racconto epistolare incentrato sul personaggio di questa vedova allegra dell’età georgiana. Mi è piaciuto moltissimo, perché mi ha fatto sorridere e ritrovare lo stile della mia amata Austen, ma al contempo ho percepito una maggiore intensità nel personaggio di Lady Susan rispetto agli altri usciti dalla penna della scrittrice. Le emozioni che ho provato leggendo del rapporto tra la protagonista e la figlia, ad esempio, sono state molto più intense – leggasi che sono rimasta scioccata e anche un po’ inquietata – di quelle con cui, ad esempio, lessi di Wickham e Lydia ai tempi che furono.
Una Scommessa, A. Chekhov. Non avevo mai letto nulla di Chekhov fino a questo mese, e devo dire che sono rimasta favorevolmente colpita da questo brevissimo racconto. La storia – ma non vi racconto il finale, perché sarebbe un crimine! – è quella di una scommessa tra un ricco banchiere sui quarant’anni e un giovane avvocato di venticinque, che accetta di farsi imprigionare per quindici anni per dimostrare il suo punto di vista sulla dicotomia ergastolo – pena di morte. Se l’avvocato riuscirà a completare i suoi anni di prigionia in un casotto nel giardino del banchiere senza tentare la fuga o supplicare di essere liberato, quest’ultimo dovrà corrispondergli due milioni di rubli. Giunti al quindicesimo anno di prigionia, cosa sarà successo all’ambizioso avvocato? E allo sprezzante banchiere? Quello che più mi ha colpito della storia è stato il finale, dopo le considerazioni dell’avvocato e la fine della scommessa. In quell’ultima frase del racconto, secondo me, è incluso tutto il senso della vicenda. Se vi capita, leggete Una Scommessa: non vi porterà via più di venti minuti, ma ne sarà valsa la pena.

 

Anche per questo mese è tutto.
Adesso ritornerei al Tulipano Nero del buon vecchio Dumas, per un po’ di vera azione cappa e spada. Vi racconterò tutto a fine giugno!