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Faust, anziano studioso, tentato da Mefistofele. Foto della galleria del Teatro Elfo Puccini, come tutte le altre di questo post.

Quella di Faust è una figura letteraria affascinante; generalmente si tratta di un uomo ricco di conoscenza, talvolta un mago, che cede al diavolo la sua anima in cambio di poter godere di poteri sovrannaturali. Dal XVI secolo in poi, questo mito è stato trattato da una gran varietà di autori (basti pensare al Doctor Faustus di Christopher Marlowe, oppure alla resa di Alexandr Puskin o di Hector Berlioz), ma – e questo è un parere estremamente personale, badate bene! -mai con la stessa profondità e intimità del poema drammatico di Johann Wolfgang von Goethe (1749 – 1832).

Questo mostro sacro della letteratura mondiale mi è sempre piaciuto, sia perché amo follemente le sue opere, che per il ritratto dell’uomo che la storia ci ha affidato. Dovete sapere che il signor Goethe non si è distinto solo in campo letterario, ma anche nella pittura, nella scienza, nella filosofia e – last but not least! – nella politica. Ha avuto una vita lunga, ricca e proficua – gli riusciva tutto bene, sempre e in qualunque circostanza: pazzesco! -, durante la quale non ha mai smesso di lavorare al suo Faust. Oltre alla straordinaria resa del personaggio che da il nome all’opera e del diavolo Mefistofele, è enormemente interessante notare come nel testo emergano i cambiamenti avvenuti nello stesso autore durante le fasi della sua vita, da quella più passionale e ribelle dello Sturm un Drang giovanile al periodo classico degli anni maturi, fino alla posatezza dell’età avanzata… d’accordo, d’accordo: mi fermo qui. L’elenco dettagliato dei motivi per cui io adoro il Faust non è l’oggetto di questo post.

Qualche giorno fa, infatti, sono andata a vedere una rappresentazione della prima parte del dramma di Goethe, rivisitata per aderire agli schemi dell’Opera di Pechino, ovvero il particolare genere teatrale cinese dalla tradizione secolare e dai rigidi schemi interpretativi, che unisce canto, recitazione, danza e tecniche acrobatiche in un unico spettacolo.

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Faust, Valentino e Mefistofele.

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Mefistofele, in tutta la sua gloria da diavolaccio!

É stata un’esperienza entusiasmante!
La visione dello spettacolo è molto affascinante, nonostante le barriere linguistiche (gli attori, cinesi, parlano in mandarino poetico e, anche se ci sono i sovratitoli in italiano, l’occhio dello spettatore non può contemporaneamente seguire i movimenti degli interpreti e lo scorrere delle parole). I colori dei costumi e del trucco di scena colpiscono per la loro vivacità quanto le movenze incredibilmente aggraziate dei quattro attori catturano l’occhio del pubblico fino alla fine della scena. A tutto si aggiunge una musica suonata dal vivo – gli strumenti hanno posto sul palco, da un lato -, che mescola strumenti e melodie tipicamente cinesi con altri di della tradizione occidentale, in un connubio che da un lato ci rende le sonorità orientali più appetibili e dall’altro è terreno fertile per alcune uscite umoristiche che spezzano la tensione.

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Valentino cerca di accoppare Faust, che si è preso un po’ troppe libertà con sua sorella Margherita, ma Mefistofele è di altro avviso.

Quello che però mi ha colpito di più non è il livello visivo, ma quello concettuale della rappresentazione, perché, nonostante tutti siano tremendamente cinesi, nonostante le acrobazie, i combattimenti e un diavolo con un copricapo che lo faceva assomigliare più a uno scarabeo che a un demonio tentatore, i personaggi sono esattamente gli stessi usciti dalla penna di Johann Wolfgang von Goethe nel primo Ottocento. Il fascino ironico di Mefistofele è lì, vicino alla disperazione di Margherita, all’impulsività di Valentino e al desiderio di Faust di approfittare a piene della seconda possibilità che gli viene offerta su un piatto d’argento, sia quel che sia.

 

 

É come se la giovane regista tedesca Anna Perschke, coadiuvata dalla China National Peking Opera Company, avesse voluto mostrarci che, nonostante Occidente e Oriente sembrino due mondi lontani e distinti, sono più simili, intimamente, di quanto potremmo sospettare.

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