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Io, l’avrete capito, apprezzo molto la letteratura russa. Penso che la sua forza risieda nella particolare sensazione che lascia nel lettore, che non è tristezza, non è orrore, disgusto o compassione… In un certo senso, non è una vera emozione, perché si tratta di una specie di annichilimento di fronte a una verità che l’autore – Dostoevskij in questo è maestro – ti pone davanti in tutta la sua nudità e nel modo più crudo che conosce.
Vi chiederete perché, allora, valga la pena leggere un qualsivoglia romanzo russo, perché non si possa semplicemente chiudere il volume – che è tutto fuorché agile – e cambiare genere. La verità è che, almeno per quanto mi riguarda, subentra una specie di attenzione morbosa alle pagine del romanzo, non tanto per la conclusione di una vicenda che in genere non raccoglie chissà quali fatti mirabolanti, ma proprio per scoprire quella nuda verità che ho citato prima. Per bere tutto d’un fiato, se vogliamo essere poetici, l’amara fiele contenuta nella coppa che Dostoevskij, ma anche Tolstoj, o Cechov, Puskin e altri ci porgono.

Ecco, Ivan – in scena fino a oggi al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano – contiene tutto quello che vi ho appena descritto e anche molto di più.
Lo spettacolo, diretto da Serena Sinigaglia, è una riscrittura del celebre e ostico romanzo I Fratelli Karamazov, di Fëdor Dostoevskij, con una particolare attenzione al capitolo del Grande Inquisitore. Protagonista di questa pièce messa assieme da Letizia Russo è Ivan Karamazov, il fratello di mezzo della famiglia, il ragazzo troppo maturo per la sua età, intelligente, colto e raffinato che già nel romanzo subisce un terribile risveglio da quelli che potremmo ben definire i suoi sogni, ma che sulla scena del Teatro Studio scopre un mistero orribile e inimmaginabile. E noi lo scopriamo con lui, una cruda rivelazione dietro l’altra in una successione che sul ritmo di uno spettacolo di un’ora e un quarto anziché di un romanzo di settecento e passa pagine.

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Eccolo, un primo piano del ciclone di pensieri di Ivan. Come vedete, è disseminato delle pagine di un quaderno.

L’unico attore in scena è Fausto Russo Alesi, che interpreta non uno, ma mille Ivan, anche se quello che più mi è rimasto nel cuore è il ragazzo ventitreenne che è troppo maturo per la sua età, nella cui testa si agitano pensieri e riflessioni che lui non riesce a esprimere. Il momento in cui si siede di fronte al fratellino e gli chiede un’ora – solo un’ora! – del suo tempo per farsi conoscere da lui è di una tenerezza travolgente e rivela una sensibilità che non è immediatamente distinguibile nel personaggio del più intelligente membro della famiglia Karamazov. Ho apprezzato la performance dell’attore per la sua intensità e ancora di più perché essa è resa senza l’ausilio di ampi movimenti, dato che l’attore recita rimanendo al centro della scena, nell’occhio di una specie di vortice di metallo che costituisce l’unico arredamento del palco altrimenti oscuro.

Non vi mentirò, però, dicendovi che la visione di Ivan è stata facile o che sono uscita dal teatro contenta di avervi assistito, anche se lo spettacolo mi è piaciuto moltissimo. In verità, mi sto riprendendo dall’esperienza solo adesso, mentre scrivo queste parole, ma va bene così. D’altronde, che letteratura russa sarebbe, altrimenti?

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