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mv5bmtexmzu0odcxndheqtjeqwpwz15bbwu4mde1oti4mzay-_v1_ux182_cr00182268_al_Sarò sincera: visti i trailer e il tono in cui è stato pubblicizzato, io non avrei dato nemmeno una possibilità ad Arrival, ultimo film di Denis Villeneuve e candidato all’Oscar per il Miglior Film. Invece mi sono dovuta ricredere e ora mi trovo qui a scrivervi che questo film mi è piaciuto moltissimo, non tanto per le sue componenti fantascientifiche, ma per il background in cui sono inserite. Non temete, mi spiegherò meglio più avanti.

La sceneggiatura di Eric Heisserer è tratta da un racconto di Ted Chiang intitolato Story of Your Life, che personalmente mi sono ripromessa di leggere quanto prima, e racconta la storia della linguista Louise Banks, chiamata a dare il suo contributo per risolvere una situazione inaspettata. Dodici navi aliene, che sono state chiamate gusci, sono atterrate sulla terra, in luoghi apparentemente casuali, ed è di vitale importanza che l’umanità riesca a comunicare con le forme aliene a un livello sufficiente per poter discernere le loro intenzioni. Per questo, appunto, viene arruolata Louise, che sarà affiancata dal fisico teorico Ian Donnelly nel difficile compito di trovare un vocabolario comune con questi esseri (gli eptapodi, perché sembrano avere sette zampe). Man mano che Louise s’immerge nello studio del loro complicato sistema di comunicazione, che sembra procedere per vie grafiche, la mente della linguista è attanagliata da ricordi, sogni intensi e visioni che le offrono un’immagine di se stessa che lei al momento non riesce a concepire e che la stravolge nel profondo. Tutto si complica quando gli eptapodi rispondono alla domanda di Louise, ovvero qual è il vostro scopo sulla Terra, con un criptico “offrire armi”… Come al solito non vi racconto nient’altro della trama, perché lo spoiler sarebbe un’azione da Strega poco educata. 😉

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Il linguaggio grafico attraverso il quale si esprimono gli eptapodi. Ha qualcosa di vagamente Zen.

Come ho scritto all’inizio del post, il film mi è piaciuto al di là degli elementi di fantascienza, che sono sicuramente ben fatti e ben gestiti, ma che non presentano il mio pane quotidiano. Anzi, si potrebbe dire che Arrival mi è piaciuto nonostante i suoi elementi fantascientifici, perché essi, a ben vedere, non sono poi così necessari per la comprensione della storia, che gira attorno a temi profondi, come il mistero della vita e dello scorrere del tempo, l’amore, gli affetti, il destino… E quella domanda, così semplicemente posta:

se conoscessi tutta la tua vita, dall’inizio alla fine, cambieresti qualcosa?

É questo piccolo quesito il perno di tutta la storia che gira attorno agli eptapodi, a Louise e a Ian, e la scelta della nostra linguista, interpretata meravigliosamente da Amy Adams da il senso a tutto il film, che a me è parso impregnato da una ventata di leggera mestizia, che non si può definire malinconia, ma che non è nemmeno assimilabile alla tristezza vera e propria.

Ora, non vi spaventate! Arrival non è un polpettone noioso, non è una lungaggine infinita (anche se il ritmo narrativo è piuttosto lento ed è inficiato da alcune ripetitività che però sono necessarie allo svolgimento della storia) che vi tiene incollati al divano solo perché vi priva delle forze per alzarvene, e per questo ammetto che bisogna dare credito proprio al fatto che si tratta di un film di fantascienza. Insomma, ci sono gli alieni, ci sono i militari e i governanti del mondo che non sanno bene se attaccare i gusci o intraprendere delle missioni diplomatiche, c’è il rischio di una prima guerra spaziale, c’è la paura generale che serpeggia tra la popolazione comune, alimentata dai media, che ha esiti disastrosi… Insomma, attorno al nocciolo della questione ci sono moltissimi elementi piacevoli e qualche citazione interessante, come quella dell’ipotesi Sapir-Whorf, secondo la quale, in soldoni, la nostra mente sarebbe influenzata dalla lingua che parliamo, fino all’estrema conseguenza che la lingua che parliamo potrebbe determinare il modo in cui pensiamo.

Tutto questo fa di Arrival un film sicuramente da vedere, anche se all’inizio potreste trovarvi un po’ spaesati dall’assenza di una vera e propria colonna sonora e dalla particolarità della fotografia, con questa luce fredda e fumosa, che si contrappone al calore luminoso dei ricordi di Louise.

Che mi dite, qualcuno di voi ha già visto il film di Villeneuve? Che ne pensate?
S’involerà mica la statuetta più ambita?! Ditemi tutto nei commenti!

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