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Ieri sera avevo intenzione di scrivere un post ben diverso sullo spettacolo che da il nome a questo articolo. Sarebbe stato qualcosa che ne avrebbe parlato con calma ed estremo rispetto, edulcorando quanto più possibile gli spigoli più aspri della questione, ma poi ci ho ripensato e voi giustamente mi domanderete perché.
Ebbene, mi sono accorta – dopo aver lasciato decantare l’esperienza dell’altro giorno al Linearciak di Milano – che non sono solo divertita, seppur amaramente, dalla rappresentazione a cui ho assistito, ma sono profondamente delusa e anche un po’ arrabbiata.
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Siddhartha – The Musical è il primo musical interamente italiano a essere stato prodotto dalla Broadway International Company e ritorna in Italia dopo quattro anni dal suo debutto e una tournée internazionale che lo ha portato praticamente in giro per tutti i continenti. L’idea è tratta dal Siddharta di Herman Hesse (pubblicato nel 1922, conosciutissimo, molto amato e rappresentato) ed è stata sviluppata in modo che le musiche, le scene e le coreografie mescolassero i temi e le caratteristiche di Bollywood (ne parlai a suo tempo qui) con accenni a ritmi e temi più contemporanei e in definitiva occidentali.

Dalla presentazione che ne ho fatto, si evince che il progetto potrebbe anche essere stato interessante e sicuramente affascinante, coinvolgente. Purtroppo credo che gli autori non siano riusciti a ottenere il giusto mix tra l’innocenza bollywoodiana, con i suoi simbolismi e la sua profondità inaspettata, e la contemporaneità occidentale, che dovrebbe sottolineare come gli insegnamenti e le esperienze di Siddharta nel suo percorso verso l’Illuminazione siano ancora oggi attuali. Personalmente penso che le battute di prosa siano banali e non adatte a uno spettacolo teatrale – che è uno spettacolo e non un reality show: va bene la verosimiglianza, ma ci sono dei limiti. A teatro ci vado per vedere una storia, altrimenti sto a casa o incontro dei clienti – e che le canzoni abbiano problemi di metrica e orecchiabilità, ma questi sono elementi che possono piacere o meno. Quello che invece delude e mi fa arrabbiare è che è evidente che nell’intera messa in scena di Siddhartha – The Musical (che per queste imperdibili date vanta sceneggiatura, costumi e coreografie completamente rinnovati!) manca la cura dei dettagli.

Le scenografie rinnovante consistono quasi esclusivamente nelle proiezioni animate sul fondale del palco, che fanno a pugni con i costumi molto colorati, che tutto sommato non mi sono dispiaciuti. Le coreografie potrebbero anche essere state degne di nota, se i ballerini si fossero mossi a tempo una volta sola o se, durante le scene di combattimento, non avessero dovuto aspettarsi l’un l’altro per completare l’esercizio. L’idea generale che si trae dalla visione è che questi cambiamenti non siano stati provati a sufficienza e che il cast si muovesse sul palcoscenico senza avere veramente contezza di quello che stava facendo. Sempre nell’ambito delle prove di scena, mi chiedo se mai ce ne sia stata una con il fonico, vista la quantità di microfoni che venivano urtati durante il musical (se Siddharta porta una collana lunga, perché gli metti il microfono dove questa si può impigliare?!) o che si mettevano a gracchiare.
Come se tutto questo non fosse già sufficiente, spendiamo due parole sul cast, che in generale è autore di una performance imbarazzante anche senza considerare le stecche tirate un po’ da tutti durante la parte cantata (non è facile cantare e muoversi dal vivo, ci possono essere problemi con l’acustica, il sonoro… Insomma, può capitare!) Almeno uno degli attori ha grossi problemi di dizione e la resa delle parti drammatiche della vicenda è degna di… di niente. Non è degna di niente, è un’accozzaglia di urla ferine e pianti disperati che apparirebbero sopra le righe anche se facessero parte di una parodia. La new entry di questa rappresentazione è – così aggiungiamo sofferenza ad altra sofferenza – Edoardo Costa, che interpreta un Siddharta ormai anziano, che narra i punti salienti della sua vita. Come lo difendi un Edoardo Costa che recita peggio di un bambino timido di sei anni e che incespica sulle sue battute, come se non le conoscesse??!

Insomma, più dell’offesa al mio gusto personale, quello che mi fa arrabbiare è che la rappresentazione appaia raffazzonata, rimessa insieme per scopi diversi rispetto a quelli meramente artistici, e che questo naturalmente costituisca una presa di fondelli nei confronti dello spettatore pagante, tra cui fortunatamente io, titolare di un biglietto omaggio, non figuravo, altrimenti andavo a cercare cast e produzione fino nei camerini!
A ben pensarci, però, è possibile che il pubblico pagante – la cui maggioranza applaudiva sia le canzoni che gli attori con un entusiasmo che mi ha catapultata in un universo parallelo secondo il quale le tre ore e mezza che stavo sprecando fossero di puro arricchimento culturale e artistico – abbia avuto un po’ quel che si meritava con la riedizione del musical che ha portato l’eccellenza italiana nel mondo.
Dove sei finito, oh senso critico generale?

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