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Cos’è, pensavate che avrei saltato una delle rappresentazioni del Branagh Theatre che trasmettono al cinema? Non sia mai!
Ecco perché ieri sera sono andata a vedere The Entertainer, nella rappresentazione andata in scena l’anno scorso al Garrick Theatre di Londra, con Kenneth Branagh come interprete principale e la regia di Rob Ashford.

Come sempre, vi fornisco qualche indicazione su autore e pezzo teatrale, che in questo particolare caso sono più utili che mai.
John Osborne (1929 – 1994) è stato uno scrittore per teatro e televisione inglese, che ha vissuto il suo massimo picco creativo tra il 1956, anno del suo capolavoro Look Back in Anger e il 1966. Era un uomo arrabbiato, che non riusciva a inserirsi nella società che lo attorniava, ed è stato uno dei primi artisti a mettere in discussione non solo il ruolo dell’impero britannico nel post-colonialismo, ma addirittura della monarchia.
Osborne scrive The Entertainer nel 1957 su richiesta, nientemeno, di Laurence Olivier, che cercava nuove sfide teatrali e che voleva rappresentare un uomo arrabbiato, frustrato, di mezz’età. L’opera consta di tre atti, suddivisi in tredici scene che si svolgono alternatamente nella casa della famiglia Rice e durante lo spettacolo di Archie Rice, che potremmo definire un cabarettista fallito. La vicenda non è ambientata in un periodo a caso, ma durante la Crisi di Suez (piccolo ripassino di storia: ottobre – novembre 1956, Israele, Regno Unito e Francia invadono l’Egitto per riportare il Canale di Suez sotto il controllo occidentale e spodestare l’allora presidente egiziano. USA, URSS e ONU fanno pressioni affinché gli invasori si ritirino, come poi accade dopo una decina di giorni dall’inizio della crisi), in una cittadina della Gran Bretagna.

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Un primo piano di Archie Rice, interpretato da Kenneth Branagh, che canta e si esibisce in numeri di tip tap.

Avrete notato che non ho accennato nulla della trama. Beh, il motivo è che non esiste una vera e propria vicenda da raccontare: Jean Rice va a trovare la sua famiglia dopo aver litigato e probabilmente rotto con il suo fidanzato. Forse le mancano i suoi parenti, o forse vuole trovare conforto nella sicurezza della sua famiglia, ma fatto sta che nel periodo in cui ha vissuto da sola a Londra lei si è dimenticata dell’atmosfera che regna in casa Rice. Tutti, il vecchio nonno, la matrigna Phoebe, il fratellastro Frank e naturalmente il padre Archie, hanno di che essere arrabbiati e frustrati, perché la vita non ha dato loro ciò che volevano. I personaggi di Osborne sono uomini e donne comuni, costretti in una vita che si sono ritrovati cucita addosso e incapaci di venire a patti con essa, preferendo sfogare le proprie frustrazioni uno sull’altro, con l’innegabile aiuto di generose dosi di gin. Nessuno, ad ogni modo, nessuno è più arrabbiato e frustrato di Archie Rice, sommerso dai debiti e con uno spettacolo che non funziona, ma che lui si ostina a mantenere in piedi, anche quando si trova tra le mura di casa… Perché Archie si ostina a mantenere il suo trucco di scena in ogni momento della sua vita? Perché la sua maschera non viene scalfita nemmeno dagli avvenimenti più tragici? Ve lo dirà lui stesso nella seconda metà dello spettacolo, e non vi piacerà.

 

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Casa Rice e i suoi occupanti. Lo stesso ambiente si trasforma, in un batter d’occhio e spesso anche senza l’uscita di scena degli altri componenti della famiglia, nel palcoscenico dello spettacolo di Archie.

Il cast è eccezionale, a partire da uno stupendo Kenneth Branagh/Archie Rice, passando per una Jean (Sophie McShera: se l’avete vista in Galavant, sarete ancora più sorpresi) sorprendente e una Greta Scacchi/Phoebe indimenticabile. Tuttavia, non vi mentirò dicendovi che la visione di The Entertainer è un’esperienza piacevole. Per me non lo è stata affatto, anzi, sono arrivata alla fine dello spettacolo con lo spirito annicchilito di chi ha accumulato la rabbia e la frustrazione altrui per tre ore e non ne ha visto lo sfogo.
L’intera vicenda è oltremodo toccante e l’alternarsi senza soluzione di continuità e soprattutto senza avvertimento alcuno delle due situazioni casa Rice/palcoscenico disturba profondamente lo spettatore, che ha già la sua buona dose di stordimento nel vedere rappresentati scene e dialoghi che lui stesso può avere visto, interpretato o ascoltato in una qualsiasi sua riunione di famiglia.

Ecco, forse è questo l’elemento più inquietante dell’intera opera di Osborne e della rappresentazione: il fatto che essa, anche a sessant’anni dalla sua creazione, rifletta noi, la società in cui viviamo, e non indorando la pillola.

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