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butterfly-gallery-1La diretta televisiva della Prima della Scala è uno degli ahimè pochi programmi che valgono la pena di essere visti sulla nostra rete nazionale, quindi perderla sarebbe stato un peccato, anche se non si fosse trattato, quest’anno, di una bellissima Madama Butterfly.

L’opera è una delle più note di Giacomo Puccini (1898 – 1924) e racconta la triste storia di Cio-Cio-San, una giovane ragazza giapponese che sposta F.B.Pinkerton, un americano che ha intenzioni meno onorevoli di quello che lei crede. Poco dopo il loro matrimonio, infatti, Pinkerton riparte per l’America, dove lo attende la sua fidanzata; tornerà in Giappone solo dopo tre anni, per trovare una Madama Butterfly che ancora lo attende assieme al figlio e che nulla sa del suo matrimonio americano. Il finale, come nelle migliori tradizioni dell’opera lirica, è tragico: Pinkerton vuole portare il figlio negli Stati Uniti perché venga educato come uno yankee da lui e la sua moglie legittima e Butterfly, umiliata, ripudiata e col cuore spezzato, si uccide.

La scelta attuata da Riccardo Chailly è stata di portare in scena la prima Madama Butterfly, ovvero la spartitura originale dell’opera così come fu presentata al suo debutto nel 1904, debutto che risultò in un clamoroso fiasco che costrinse, appunto, Puccini a modificare la sua creazione. Oserei dire che ieri sera è andata diversamente, perché la Madama Butterfly della Scala è stata un successo grazie alla magnifica direzione del citato Chailly, ma anche al talento degli interpreti e allo scenario creato per mettere in scena l’opera.

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In questa inquadratura, l’impalcatura di scena sembra una gigantesca voliera, non trovate?

Il regista Alvis Hermanis, che cura anche le scene, ha inserito i personaggi della storia in un contesto dominato da delicati colori caldi e organizzato tramite il gioco delle classiche porte a soffietto delle case tradizionali giapponesi, in tre dimensioni di profondità e tre piani di altezza, sui quali si muovono i personaggi e un bellissimo coro muto che impersona tante geishe. Gli stessi soffietti che dividono gli spazi fungono anche da arredamento e da fondale per a scenografia, perché contengono immagini di famose stampe giapponesi: fiori che paiono cesellati nel metallo, temibili samurai e donne eteree ed eleganti che fanno il paio con quelle che calcano le scene, vestite in splendidi kimoni variopinti.
Ho apprezzato moltissimo la scelta di inserire elementi e gestualità propri del teatro kabuki, soprattutto quando contrapposte alle movenze più spontanee e fluide dei personaggi americani come Pinkerton e Sharpless, perché aumentano la sensazione di trovarsi in un contesto in cui due mondi diversi, forse diametralmente opposti, si scontrano e non sono in grado di trovare terreno comune.

Maria José Siri è una Cio-Cio-san dalla voce stupenda, dolce e molto aggraziata, a cui si contrappone bene Brian Hymel, il Pinkerton con poca spina dorsale e tanto entusiasmo che sicuramente Puccini aveva immaginato. Una menzione particolare va alla Suzuki di Annalisa Stroppa, che mi è piaciuta forse più della Siri, e a Carlos Alvarez/Sharpless, che mi ha catturata con il suo fraseggio.

Al di là della direzione musicale e delle arie che rimangono nel cuore di ognuno (Un bel dì vedremo ha una musicalità unica, secondo me), la Madama Butterfly di ieri mi ha colpita moltissimo per il suo delicato gusto estetico, che richiama molto il gusto giapponese o quantomeno quello che s’intendeva per gusto giapponese proprio nel periodo in cui Puccini ha composto l’opera. Meno male che nessuno ha ceduto alla tentazione di trasporre anche la Butterfly in un contesto più moderno, com’è capitato negli anni scorsi per la Traviata, ad esempio, perché credo fermamente che in qualche modo l’opera ne avrebbe perso in poesia. Forse la storia di Cio-Cio-san è massimamente bella quando viene guardata e ascoltata.

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