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Attenzione.
Questa non è un’esercitazione, ripeto: non è un’esercitazione. Sto per parlarvi in toni quantomeno entusiastici di una rappresentazione di Romeo and Juliet, di William Shakespeare, per la precisione questa:

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Se volete avere anche solo una vaga idea di come siano i rapporti tra me, Romeo e Giulietta, andatevi a rileggere quello che ho scritto in occasione di un’altra rappresentazione dello stesso dramma, io qui non mi ripeterò, perché farei un torto a quel geniaccio eccelso che è il regista dello spettacolo teatrale. Lui, il solo, l’unico, Kenneth Branagh. L’uomo per il quale ieri sera sono andata al cinema per vedere la registrazione dello spettacolo da lui diretto la scorsa estate al Garrick Theatre di Londra, lo stesso per cui ho sopportato anche Cenerentola. Questo è amore, signori, altro che balconi e feste in maschera.

 

Ma torniamo allo spettacolo, che mi è piaciuto immensamente e che si è rivelato moderno, originale e innovativo, senza che la partitura originale ne sia sconvolta.
Kenneth Branagh, che cura la regia assieme a Tom Ahsford, ha scelto di ambientare il dramma non nella Verona del Cinquecento e nemmeno in quella moderna, ma in una non meglio definita città italiana degli anni Cinquanta, con chiari e evidenti riferimenti visivi alla Dolce Vita di Fellini e ad altri film del genere.

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Da sinistra, Mercuzio, Romeo e Benvolio seduti al tavolino di un bar che potrebbe trovarsi tranquillamente in Piazza di Spagna, con caffè e prosecchino. Il trio canta, anche, tenendo il ritmo a schiocchi di dita.

La scena è un indefinito interno/esterno in lastre di marmo, da cui sorgono o scompaiono colonne e su cui vengono disposti tavolini, sedie di vimini e poco altro, tutto nei toni principali del bianco e nero, come del resto sono i costumi. Si respira un’aria italiana, di quell’Italia stereotipata e un po’ finta che gli stranieri amano tanto (e anche noi: ammettiamolo!), che è accresciuta dal grandissimo lavoro operato da tutto il cast nell’imparare e riprodurre, toni, movenze e finanche parole e intercalari propri della nostra lingua. Questa latinità che Branagh ha conferito alle sue scene e ai suoi personaggi varrebbe già da sola a risollevare le sorti di un dramma che è probabilmente il più conosciuto tra quelli scritti da Shakespeare, ma forse non il più coinvolgente, o almeno non per tutti i tipi di spettatori, ma Kenneth fa di più.

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La festa a casa Capuleti. Ci rendiamo conto della bellezza visiva di questa scena?

Kenneth esaspera l’ironia insita nella battute di Shakespeare del primo atto e ne aggiunge una nuova, silenziosa e muta, che si accorda splendidamente con la giovane età dei due amanti, interpretati da un bravissimo Richard Madden, sorprendentemente espressivo e canzonatorio, la cui unica pecca è una fisicità che non è proprio quella di un ragazzino sedicenne, e Lily James, che invece si cala con più facilità nel ruolo di una ragazzina ed è la Giulietta più simpatica che io abbia mai visto. Romeo e Giulietta meravigliosi, ironici, giovani e adorabili, quindi, il che aiuta a gustarsi l’opera, ma Kenneth fa di più.
Branagh ha la geniale idea – la più geniale di tutta la rappresentazione – di mettere in scena un Mercutio più vecchio di Romeo e Benvolio, un dandy e un viveur modellato sull’Oscar Wilde in esilio a Parigi, un uomo che ha oramai perso il fascino della giovinezza, ma rimane una compagnia eccellente, vivace e fresca. Derek Jacobi è perfetto per il ruolo, è meraviglioso vederlo improvvisare uno swing, ballare, lanciare salaci battute e sì, anche morire maledicendo il nome di queste due famiglie di Verona che continuano a farsi la guerra con tale pervicacia.

Romeo and Juliet del Garrick Theatre incanta e coinvolge tutti, dagli adolescenti con l’ormone in subbuglio agli spettatori più grandicelli, che guardano con favore le esaltazioni amorose di questi due giovani amanti e sorridono alla comicità delle loro effusioni. É soprattutto il frutto di un grande studio sul testo del dramma e sul contesto scenico in cui si è deciso di inserirlo, il risultato del genio creativo del regista unito a capacità di osservazioni e di memoria più che degne di nota. Una rappresentazione da veri intenditori, che vale la pena di essere vista e goduta!