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La tragedia greca mancava da qualche tempo nel mio portfolio di visioni teatrali, quindi era d’uopo rimediare a questa mancanza e perché non scegliere una cosina leggera e per nulla inquietante, perché non scegliere Le Baccanti di Euripide, in scena da ieri al Teatro Menotti di Milano?

Nel caso non abbiate familiarità con la tragedia, vi do qualche piccola informazione. Euripide l’ha scritta nel 407-406 a.C., prima di morire, e probabilmente è stata rappresentata postuma ad Atene nel 403 a.C. Le Baccanti narra la storia di Dioniso, che torna a Tebe (città nella quale ha vissuto sua madre, la mortale Semele), perché il re della città, Penteo, che è anche suo cugino, si rifiuta di credere alla sua natura divina. Il dio, allora, fa impazzire tutte le donne della città, che si tramutano in Baccanti e fuggono sul monte Citerione per celebrare i riti misterici. Le Baccanti portano scompiglio nelle campagne e nei villaggi vicini, finché Penteo non si fa convincere da Dioniso a vestirsi da donna per spiare i riti delle invasate, peccato che queste lo scoprano e lo aggrediscano, non riconoscendo in lui un essere umano. Addirittura, è la stessa madre (Agave) a vibrare il primo colpo e a portare la testa dell’uomo a Tebe, infilzata su una picca.

Nella rappresentazione del Teatro Menotti i personaggi si muovono su una scena spoglia, dominata da una collinetta che essi utilizzano ora come nascondiglio, ora come palco dal quale meglio declamare i loro versi. L’atmosfera cambia di momento in momento in funzione delle immagini proiettate sul fondo del palco e sulla collinetta stessa e sulle luci che illuminano la scena ed è in generale cupa e poco caratterizzata. I costumi sono nei toni neutri del bianco o del nero e coadiuvati dall’utilizzo di trucco marcato e di alcune maschere di sicuro impatto, in particolar modo quella di Dioniso mentre conduce Penteo sul Citerione. Le musiche sono parte integrante e importantissima del recitato, ne scandiscono i passaggi e ne supportano intensità e pathos, nascondendone talvolta anche qualche pecca.

le-baccanti-regia-daniele-salvo-8-ph_giovanni_bocchieriÉ indubbio che il coro delle Baccanti rubi la scena a chiunque altro. La resa di queste donne invasate, libere perché possedute dallo spirito divino, in contatto con un aspetto profondo e insondato del nostro essere, colpisce per il lavoro fisico del gruppo e per quello vocale e sonoro, che va a richiamare una serie di fonetismi inusuali e di musiche e toni propri di società tribali, che lasciano quel sapore d’arcano proprio dei misteri dionisiaci e nel contempo profondamente inquietante. Anche il Dioniso di Daniele Salvo (che cura anche la regia) è affascinante: serpentino e volubile, con una voce ora cavernosa e profonda come l’abisso, ora leggera e musicale, è forse l’unico in grado di dialogare con il coro senza venirne sopraffatto, perché gli altri interpreti sono (volutamente?) sottotono o, nel caso di Penteo, un po’ sguaiati, sopra le righe. Ecco, Penteo è la grande delusione dello spettacolo, perché è il contraltare mancato alla follia del dio dell’ebrezza, è quel personaggio che dovrebbe lottare contro il divino e che invece fin dalla sua prima apparizione sembra isterico e con scarso controllo di sé.

Allora, cosa diciamo, alla fine della tragedia lo spettatore raggiunge la tanto famosa catarsi, oppure se ne va un po’ perplesso? Entrambe le cose. Sicuramente la fine della vicenda, l’intensità resa soprattutto da Agave, toccano gli animi, ma la perplessità su alcuni aspetti della rappresentazione – la resa di Penteo prima di tutto, ma anche quella di Cadmo e Tiresia – rimane e probabilmente guasta l’esperienza di uno spettacolo che forse sarebbe potuto essere meglio calibrato.