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Il titolo di questo post è tratto da una citazione di Giovan Pietro Bellori, storico d’arte, che parlando di furia del pennello descrive in modo così pregnante ed evocativo la pittura di un artista fiammingo non così noto ai più come si pensa: Pieter Paul Rubens.
Perché mi metto a parlare di Rubens, si chiederanno i miei lettori – se ce ne sono. Ma perché oggi, a Palazzo Reale, ha aperto la mostra Pietro Paolo Rubens e la Nascita del Barocco, ovviamente!

Prima di parlarne, vi do un’infarinatura generale sul personaggio: giusto quei quattro dati che vi servono per inquadrarlo.
Rubens (1577 – 1640) nasce nell’odierna Germania. Il padre è un calvinista, quindi la famiglia è costretta, per sfuggire alle persecuzioni, a rifugiarsi prima a Colonia e poi, dopo la morte del genitore, ad Anversa, dove il futuro pittore riceve un’educazione umanistica e si converte al cattolicesimo. Tra il 1600 e il 1608 Rubens soggiorna in Italia, ha modo di studiare sia le sculture classiche che la pittura dei grandi maestri rinascimentali (quei Michelangelo, Raffaello, Tintoretto e altri che avrete sentito nominare una o due volte!), rimanendone talmente affascinato da riprenderne gli stili e mescolarli in una sua pittura particolarissima, che a sua volta influenzerà gli artisti del barocco italiano (Bernini, tanto per citare uno dei più famosi). Tornato nel suo paese, si stabilisce ad Anversa, dove conduce una vita prospera e felice, unendo alla carriera pittorica anche quella diplomatica (siamo nel corso della Guerra dei Trent’anni), fino alla sua morte.

 

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La scoperta di Erittonio fanciullo, 1615 – 1616

Lo stile pittorico di Pieter Paul Rubens mi piace molto. Ne apprezzo la luminosità delle scene, la bellezza dei suoi corpi statuari, colti in pose così ardite non solo da evidenziare nella scena un qualche movimento, ma da suscitarlo anche in chi guarda il quadro, ma devo alla mostra di Palazzo Reale la possibilità di aver approfondito la conoscenza del personaggio, dell’uomo che sta dietro al pittore.

L’esposizione vanta la bellezza di oltre settanta opere, provenienti da istituzioni prestigiose disseminate in tutta Europa, inserite in un allestimento cromaticamente molto suggestivo. Le pareti sono una successione di accostamento di due colori complementari – un turchese molto carico, quasi un color petrolio, e un rosso tra il Pompei e il Tiziano che è una favola – e qui e là sono disseminati accenni all’arte classica, in un bianco quasi abbacinante. La concezione del percorso della mostra sembra incentrata sul senso stesso del movimento: le opere rubensiane non sono poste come se fossero a sé stanti, ma sono messe in relazione a quelle di altri artisti precedenti o successivi, in modo che, attraverso un continuo gioco di paragoni e contrasti (tipo trova le differenze!) il visitatore colga le influenze subite e gettate da Rubens su soggetti, metodi espressivi e tecniche pittoriche. Tutto questo fa della mostra un’esperienza unica e che merita di essere vissuta ancora prima di conoscerne, per così dire, la strategia espositiva.

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San Gregorio con Santa Domitilla, San Mauro e San Papiano, 1606-1608. Dico guardate che meraviglia!

Come ho già accennato, Rubens è un pittore fiammingo, non italiano, anche se con il nostro paese ha un rapporto molto stretto e di tipo biunivoco, perché ne rimane influenzato e al tempo stesso influenza i giovani artisti italiani. Ebbene, la mostra curata da Anna Lo Bianco punta ad annoverare – per la prima volta in assoluto – questo pittore tra quelli italiani e in ultima analisi come padre del Barocco in Italia.

Questo scopo ci è già noto leggendo il titolo della mostra stessa: Pietro Paolo Rubens e la Nascita del Barocco. Pietro Paolo, un’italianizzazione del nome del pittore che prima di comprenderne il forte significato mi aveva fatto rabbrividire e che invece adesso concepisco per quello che è: un tributo al suo valore artistico, che sicuramente ha lasciato il segno.

Al di là delle bellezza delle opere in mostra (tra cui un Tintoretto, splendide sculture classiche e una testa del Bernini che è un sogno), al di là della forte passionalità suggerita dai dipinti, quello che rimane alla fine della mostra è l’immagine di Rubens stesso, resa così bene attraverso i quattro percorsi tematici dell’esposizione, che alla fine sembra quasi che Pietro Paolo ci strizzi l’occhio, complice e grato della nostra visita. Ci rimane il ricordo di un uomo estremamente colto, dedito alla famiglia e agli amici, dotato di una serena quiete che fa un po’ a pugni con la sua furia creativa, un uomo vissuto nel mezzo di una delle guerre più turpi e distruttive della storia europea, con un animo pacifista e un cosmopolitismo ante litteram che stupisce e affascina.

 

Nel caso voleste immergervi anche voi nel luminoso mondo di Pietro Paolo Rubens, vi segnalo che la mostra (qui il sito ufficiale) rimarrà aperta fino al 26 febbraio 2017 e che il costo del biglietto intero è di 12 euro: un investimento su cui farei un pensierino.😉