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Nuovo cliente, laureato in filosofia, che mi contatta per alcune traduzioni asseverate.
Dalla voce, sembra un uomo abbastanza giovane, il tono è profondo, un po’ sabbiato. Da pensatore.

Per la traduzione, mi chiedevo:

Silenzio.
Lo sento respirare dall’altro capo della linea, che quindi non può essere caduta.

Passa una decina di secondi. Ancora silenzio.
Mi schiarisco la voce.
Silenzio.

Si chiedeva, dottore?

Sì, ecco, mi chiedevo:

Silenzio. Un silenzio profondo, denso di riflessioni taciute.
Mi sembra quasi di sentire il rumore dei suoi pensieri, ma probabilmente è l’acqua del mio tè che bolle in cucina e che io, a causa di questo silenzio, sento in salotto.
Percepisco la difficoltà del cliente e suggerisco una soluzione che non rovini le qualità organolettiche del mio infuso.

Dottore, preferisce richiamarmi in un altro momento?

No, no! Mi chiedevo… Ecco, secondo Lei per la traduzione devo inviarLe i miei documenti, oppure fa con i Suoi?

Mi autotraduco una laurea in filosofia che non ho, interessante.
Dopo una breve riflessione, decido di abbandonare il tè in favore di un cicchetto. Alle 10 del mattino.