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enigma

 

Tornare a teatro è sempre meraviglioso, è come entrare in un mondo di magia e mistero che pochi purtroppo sanno amare e ancor meno possono comprendere. Questo discorso si accorda poi in modo particolare con lo spettacolo che sono andata a vedere qualche giorno fa in quel gioiellino che è il Piccolo Teatro Studio Melato: Enigma – Niente Significa Mai Una Cosa Sola.

piccolo-teatro-di-milano_1-low-photo-credit-davide-barbetta-e1425637741283Se magari non siete di Milano, o se – vestra culpa! -non siete mai stati in questo teatro, lasciate che vi descriva la sala. Non è un teatro grandissimo, parliamo di 368 posti disposti tra la platea – panche imbottite disposte ad anelli, modello teatro greco – e i tre piani della galleria, dove invece ci sono file di sgabelli, modello bar, per intenderci. La copertura del soffitto è un bellissimo intreccio di travi a vista di un bel color marrone scuro, su cui vedete correre il rosso dei passaggi in acciaio per i tecnici di suono e luce. Un’atmosfera particolare, quindi, non da teatro convenzionale (e, in effetti, il Teatro Studio Melato è la sede sperimentale del Piccolo Teatro, nonché quella della sua scuola).

Svolto il mio bravo compito da guida meneghina, passo a illustrarvi lo spettacolo.
Ci troviamo nella ex Berlino Est, sono le dieci di sera di una giornata particolarmente piovosa e sono passati circa vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Jakob Hinder accoglie in casa sua Ingrid Winz, dopo averla accidentalmente investita con la sua macchina; i due hanno inaspettatamente modo di confrontarsi e aprirsi, e si scoprono più simili di quanto pensavano. Sono coetanei e sono stati entrambi professori nella DDR [Repubblica Democratica Tedesca, quella controllata dai Sovietici, NdB], hanno sempre vissuto a Berlino Est. Sono nostalgici, incapaci di abituarsi a questa Germania occidentalizzata che li lascia sbigottiti anche a vent’anni dalla dissoluzione di quello che era il loro mondo. Ma c’è di più. Lo scopriamo man mano che lo spettacolo si svolge sotto i nostri occhi, perché né Jakob né Ingrid sono chi dicono di essere, o forse sì? Sta allo spettatore riuscire a mettere assieme i pezzi di questo complicato rompicapo che si articola senza soluzione di continuità tra la storia personale di questi due individui e quella generale che è stampata sui volumi di storia e trarne la propria, personale, soluzione. Perché gli enigmi, a differenza della realtà, hanno sempre una soluzione, anche i più difficili.

Il testo di questa particolarissima rappresentazione teatrale è di Stefano Massini (classe ’75, toscano, consulente artistico del Piccolo Teatro dal 2015. Famoso anche per Lehman Trilogy, tradotta in 14 lingue), la regia è di Silvano Piccardi (che vi dico di lui?! É un mostro sacro! Per sintetizzare, è attore, regista e doppiatore di grande successo). Gli unici due interpreti in sala sono lo stesso Piccardi e Ottavia Piccolo (Grandissima attrice e doppiatrice bolzanina, allieva, tra gli altri, di Giorgio Strehler), entrambi autori di una performance straordinaria sia in termini di qualità recitativa che di sintonia e complicità. Sicuramente, il fatto che i due si conoscano molto bene (credo lavorino assieme dagli anni’90) e che la Piccolo abbia spesse volte collaborato con Massini ha contribuito alla creazione di uno spettacolo intenso, denso di significato e ricchissimo di particolari che, proprio come gli elementi di ogni enigma che si rispetti, si svelano poco a poco.
É bellissimo il gioco di confronto e dialogo tra i due protagonisti, che passano con scioltezza da momenti di grande intensità emotiva a punte di umorismo che, solo per un attimo, scaricano la tensione che si crea fin dall’inizio e va accumulandosi in tutti e dieci i segmenti di cui è composto lo spettacolo, fino alla grande rivelazione finale, che non arriva come una specie di epifania – non all’improvviso, dunque -, ma che, sebbene sia sempre stata in piena vista, diventa visibile solo quando si scopre che lo è. Di nuovo, come in ogni buon enigma che si rispetti.

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