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53243I Magnifici Sette (J. Sturges, 1960) è uno dei miei film preferiti in assoluto, dalla prima volta che l’ho visto, ma non mi addentrerò in questo post sulle motivazioni di questa mia parzialità. Mi limiterò a darvene giusto un’infarinata.
Il film del 1960 è un tipico western del periodo, caratterizzato dalla morale dell’epoca e con un gusto narrativo che oggi forse potremo definire semplice e quasi innocente, ma di grande intrattenimento; vanta una serie di attori famosissimi all’epoca, tutti strizzati in un’inquadratura ma con il loro spazio ben definito, scene di azione splendide e una trama che ora tocca ora sfiora temi diversissimi e non tanto banali come potrebbero sembrare all’inizio. Tutta questa impalcatura è sorretta da un copione frizzante e non prolisso e da una colonna sonora ad opera di Elmer Bernstein che è un vero e proprio gioiellino.

Ora, da quel poco che ho scritto nel paragrafo precedente potete capire come potessero essere alte le mie aspettative riguardo il remake del film, che porta la firma di Antoine Fuqua e che ha un cast di un certo rispetto, e quanto fosse facile che dette aspettative potessero essere disattese. Voglio essere il più obiettiva possibile nelle prossime righe e limitare i miei sproloqui da fan del film originale allo stretto necessario, giusto per farvi capire esattamente che cos’è che non quadra nel film.

Cominciamo subito con il dire che andare al cinema per I Magnifici Sette non è un brutto modo per passare la serata. Il film è tutto sommato godibile, le scene d’azione sono belle e veloci e le colonna sonora riprende in parte quella del ’60, gettando il mio cuoricino stregato sul viale dei ricordi a ogni accordo antico.

Il problema, immagino, è che manca tutto il resto. Se la trama – con le dovute modifiche di modernizzazione – e il gusto narrativo conservano la banalità intrattenitiva del western d’azione originario, manca quasi del tutto il lavoro di caratterizzazione di questi magnifici sette. Ovviamente Denzel Washington/Sam Chisolm e Chris Pratt/Josh Faraday rimangono impressi: coprono gran parte delle inquadrature. Ovviamente Vincent D’Onofrio/Jack Horne fa la sua figura (ma sempre il mezzo matto gli fanno fare?), ma finisce, come i suoi colleghi, per diventare una macchietta assieme al pistolero giapponese (davvero, quest’omaggio a Kurosawa si poteva anche evitare) e al comanche in cerca di se stesso.

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Sul serio volete mettere Chris e Vin contro bistecconi come il tizio qui sotto?

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Ma ritorna a giocare coi procioni, va’!

Il copione non è scontato, ma, peggio!, riprende le sue battute da quello del film del 1960 e voi non potete capire cos’è stato per me sentire le linee che sono state di Chris/Yul Brynner e Vin/Steve McQueen recitate da Denzel Washington (che ci prova, ma non è all’altezza) e Chris Pratt (non potevano lasciarlo a pascolare i t-rex?!). Vero è che, se non avete mai visto la pellicola originale, sono scambi che funzionano ancora adesso e anche traslati nella nuova atmosfera cool in cui Fuqua ha deciso di muovere i personaggi.

Più ripenso al film e più sono colta dal sospetto che si sia voluto strizzare l’occhio a troppe persone in troppo poco tempo – e vorrei segnalare che il film dura due ore e otto minuti. Stiamo attenti alle minoranze razziali, rivalutiamo il ruolo della donna, inseriamo delle chicche per quelli che sono tanto vecchi (sic!) da aver amato il film del ’60, ma già che ci siamo piazziamo anche qualcosa di giapponese, che, infondo, nel selvaggio West non sta male…
A furia di strizzare gli occhi uno diventa cieco, però. Brutto difetto per un pistolero.