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quadrati_sito-05Vi avevo anticipato il post in cui vi avrei parlato della rappresentazione che ho visto allo Sferisterio di Macerata durante le mie brevi vacanze e, siccome ogni promessa è debito, mi accingo qui a raccontarvi di questo Trovatore.

Prima, però, vi fornisco qualche informazione sull’opera e sul teatro per una lettura più consapevole di questo post.
Il Trovatore è una delle opere più famose di Giuseppe Verdi (costituisce la “trilogia popolare” assieme alla Traviata e al Rigoletto) ed è stata rappresentata per la prima volta nel 1853. La storia, sinteticamente, intreccia in maniera molto complicata l’ossessione di una zingara (Azucena) di vendicare la madre, bruciata sul rogo, l’amore tra due giovani (Manrico e Leonora) e la gelosia di un amante respinto (il Conte Luna); il tutto si svolge in quattro atti, che si dipanano in tre ore circa di spettacolo, con il climax che arriva proprio alla fine, con l’ultimo grido di Azucena, un misto di trionfo e disperazione che mette la pelle d’oca.
Lo Sferisterio di Macerata è un’arena all’aperto nel centro storico della città marchigiana, costruita tra il 1823 e il 1829, in un bello stile neoclassico. Inizialmente, l’edificio era destinato al gioco del Pallone col Bracciale, un derivato della pallacorda a cui – Dumas insegna – giocavano anche i Moschettieri di Re Luigi, e viene adibito agli spettacoli teatrali solo nel 1921. L’arena conta circa 2800 posti, disposti sia sul terreno che sugli anelli, e una buona acustica.

Ora, dal 1921 facciamo un bel salto in avanti e arriviamo alla stagione che si è appena conclusa, più precisamente al 12 agosto 2016, quando ho avuto il piacere e la fortuna di assistere alla rappresentazione del Trovatore di Verdi, sotto la direzione di Daniel Oren e la regia di Francisco Negrin.

mof20130726_trovatoreLa scenografia sul palco è molto semplice e consta sostanzialmente di due lunghe tavolate di sapore medievaleggiante, sopra e attorno le quali si muovono gli interpreti del dramma lirico, e una torretta nera, sulla cui cima fa capolino il fantasma della zingara morta sul rogo.
I colori di scena e dei costumi vertono sul nero e il rosso fuoco, con poche punte di marrone-cuoio: una scelta molto scenografica, ripresa anche dalla proiezione delle fiamme sul muro dello Sferisterio, che richiama anche il fuoco reale delle torce accese qua e la sul palco. I costumi degli interpreti principali sono anch’essi di gusto medievale, mentre quelli del coro ricalcano, credo, il tipico costume contadino della regione: le donne in gonna lunga, camicia e fazzoletto in testa e gli uomini in pantaloni, camicia e gilet. Il filone contadino è ripreso anche dalle due falci brandite dai fratelli divisi nell’infanzia, due dei pochi oggetti di scena presenti sul palco, unitamente a piccoli pugnali e una lunga corda rossa, che rappresenta via via il rogo, la prigionia e il destino mortifero dei personaggi.

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Manrico che, sopraffatto il Conte Luna, non ha il coraggio di vibrare il colpo fatale

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Leonora e il suo destino

Gli interpreti del dramma allo Sferisterio sono tutti dotati di talento ed esperienza, come da tradizione, e hanno offerto al pubblico uno spettacolo ottimo, di qualità tale da bypassare anche alcune scelte di regia, inutilmente ripetitive.
Marco Caria è un perfetto Conte Luna, diviso tra l’amore per Leonora (la stupefacente Anna Pirozzi) e l’odio nei confronti di Manrico (Murat Karahan, che ha sostituito egregiamente Piero Pretti, infortunato, e che correntemente ricopre lo stesso ruolo all’Arena di Verona), il cui cuore si divide a sua volta tra la sua bella innamorata e la madre, Azucena (Enkelejda Shkosa, misteriosissima, con una punta di arcano che rende perfetta la sua interpretazione). Cito a parte anche Alessandro Spina, nel ruolo di Ferrando, che mi è piaciuto molto.

Come ho già accennato, le scelte di regia non mi hanno convinto del tutto. Ho trovato interessante l’inclusione di due personaggi che in realtà nell’opera vengono nominati, ma non hanno voce né corpo, ovvero la madre di Azucena e il figlioletto accidentalmente gettato sul rogo. La loro presenza in tutto il corso del dramma lirico offre un’introspezione ulteriore nel personaggio della zingara, che in effetti può risultare più freddo e crudele di quel che si scopre ascoltando il canto, e nel contempo fa da supporto visivo alla tensione crescente della vicenda, introducendo anche quell’elemento mistico e inquietante che suscita sempre impressione negli animi. Considerando anche la staticità delle scenografie, che non subiscono cambiamenti nemmeno durante la pausa tra secondo e terzo atto, il movimento dei due mimi funge anche da collegamento dinamico tra i vari gruppetti di cantanti che si formano sul lunghissimo palco dello Sferisterio.
La scelta di alcuni movimenti degli interpreti, invece, poteva essere curata meglio, perché francamente la ripetitività di questi non aiuta a partecipare agli eventi e, anzi, diventa facile preda della parodia. Insomma, almeno due personaggi riflettono sull’amore mentre fanno colazione al tavolo (quando lo stomaco langue, il cervello lavora?) e il Conte Luna deve avere qualche problema di gestione della rabbia, perché non perde occasione per gettare tovaglie, piatti, stoviglie e bicchieri all’aria. Consigliamogli un po’ di yoga. 🙂

Scherzi a parte, lo spettacolo del 12 agosto è stato molto bello e l’atmosfera dello Sferisterio ha aggiunto una buona dose di poeticità a quella dell’opera verdiana, che si ascolta comunque sempre con piacere.
Non posso che lasciarvi con il suggerimento, per la prossima estate, di organizzare una sortita allo Sferisterio per assistere a un concerto o a un’opera (info sul programma 2017 qui): magari sarete fortunati quanto me e dividerete la vostra attenzione tra il palco e la magnifica volta stellata che solo il cielo d’agosto vi offre.