mv5bmtg5mje0njk0mf5bml5banbnxkftztgwntgwmjq4nte-_v1_sx214_al_Cosa c’è di più ironico della demenza senile che colpisce una delle più grandi menti analitiche della letteratura?

“Mr. Holmes”, diretto dal Bill Condon, racconta esattamente quanto indica il sottotitolo in inglese: The Man Beyond the Myth, l’uomo dietro il celeberrimo mito del detective di Baker Street, l’uomo tolti il cappello da cacciatore, la pipa e tutti gli altri orpelli.

Lo Sherlock Holmes interpretato da Ian McKellen – performance stratosferica, che eclissa quella di qualsiasi altro membro del cast – è estremamente diverso da quello che siamo abituati a vedere sugli schermi; innanzitutto è più vecchio, ma anche più solo, forse solo per la prima volta, e oramai spoglio di quell’incrollabile sicurezza che costituiva il suo marchio di fabbrica. Ciò che rimane e appare con maggior chiarezza è il grande limite dell’uomo: l’assoluta mancanza non solo di empatia, ma proprio di comprensione delle dinamiche umane. Per la prima volta, anche Sherlock si rende dolorosamente conto della sua lacuna e si dispera, perché essa è tutto quello che gli rimane, dato che la sua mente ha cominciato a tradirlo e che le persone a lui più strette non ci sono più.

Come anticipavo, non ha molto senso parlare degli altri membri del cast di Mr. Holmes, perché il film stesso è sostanzialmente concepito come un one man show, e Ian McKellen, aiutato da un trucco notevole, ha fatto un lavoro straordinario. Sono rimasta sorpresa dalla fisicità che ancora quest’attore possiede alla veneranda età di settantasei anni, in grado di invecchiare il suo personaggio con un semplice cambio di sguardo, o un’incurvatura delle spalle, e di ringiovanire allo stesso modo.
A questo proposito, i frequenti flashback sono utilissimi per movimentare un po’ una narrazione che altrimenti risulterebbe troppo piatta, oltre che strumenti perfetti per apprezzare l’abilità dell’attore protagonista.

Ci sono due difetti che attribuisco a questa pellicola, entrambi riconducibili alla sua versione italiana.
La prima, neanche a dirlo, sta nel doppiaggio. Non c’è altro modo di descrivervi a fondo quanto possa essere stato scadente, se non dicendovi che preferivo la voce che hanno dato a Gandalf, rispetto a quella del signor Holmes. Capite, ora? Capite la mia sofferenza??
Il secondo difetto è relativo all’aspettativa sul film, che non è un giallo in stile Sherlock Holmes, o almeno non del tutto. Risulta piuttosto chiaro se consideriamo il sottotitolo originale, mentre il concetto cambia drasticamente se leggiamo la trasposizione italiana: Il Mistero del Caso Irrisolto. Uguale, vero? Mi domando cosa non suonasse tanto bene in “L’uomo dietro al Mito”da dover stravolgere in questo modo la traduzione di un sottotitolo che sarà stato messo lì per una ragione. E ho anche paura di conoscerne la risposta.