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C’è una poesia di un poeta spagnolo, Gustavo Adolfo Bécquer. Una delle sue tante Rime, dedicata a una donna di cui è pazzamente innamorato, tanto che non riesce nemmeno a esprimere i suoi sentimenti per lei, sentimenti che – siamo nel 1800 – gli paiono essere condivisi dall’Universo Tutto.
Ecco, Gustavo ad un certo punto se ne esce con un verso che mi ha sempre affascinato e nel contempo lasciata un po’ perplessa, che vi copio qui sotto.

<<domando el rebelde, mezquino idioma>>

Insomma, domando la lingua/il linguaggio ribelle e meschino, per parlare come mangiamo.
Al di là della sublime figura poetica, quello che mi lasciava perplessa al liceo – mi ricordo un interessante dibattito con la mia professoressa di spagnolo al riguardo – era questo. Come fa uno a domare il ribelle e meschino linguaggio? E, se è ribelle, perché è anche meschino? E a che cosa si ribella? E non stiamo mica parlando di un poeta?? Se poeti e scrittori non sono capaci de domar el rebelde y mezquino idioma, perché dovrebbero farlo gli studenti?

Ecco, dopo mesi, anni di copywriting, ghostwriting ed editing, mi è parso chiaro che ci sono scrittori per cui effettivamente il linguaggio è ribelle. Nel senso che non sanno proprio come domarlo, come piegare le inflessibili leggi della grammatica italiana al loro servizio. Oppure, se vogliamo vederla in altro modo, non sono in grado di smettere i panni dei ribelli per piegarsi alle granitiche leggi della suddetta grammatica. Comunque sia, scrivono da cani e -troppo spesso – sono pure miei clienti.

Un’altra cosa che ho cominciato a contemplare giusto questa sera, mentre concludevo l’opera del ghostwriter e mi accingevo a iniziare quella di editor, è che il linguaggio, se non è ribelle, è certamente meschino. Per non dire un’altra cosa che non starebbe bene tra le stimate pagine del mio grimorio, ma sono sicura che voi avete capito.
E’ meschina, questa lingua, perché tradisce continuamente il povero ghostwriter, perché infierisce sulla sua anima tormentata lasciandosi utilizzare così, impunemente – lei, che è stata di Leopardi, Manzoni e Carducci -, anche da sedicenti scrittori che non hanno idea della differenza tra un virgola e un punto e virgola, che la maltrattano a suon di due punti e che di conseguenza martoriano chi quelle note deve leggerle.

Non è un atto meschino lasciare che congiuntivi, condizionali e passati prossimi e remoti si fondano in un unico modo-tempo indefinito che permane per tre quarti delle interminabili note che vengono affidate al tapino ghostwriter? Io sono quasi sicura che vada contro i dettami della Convenzione di Ginevra…

Ad ogni modo, Gustavo: oggi, per la prima volta in dodici anni da quanto ci siamo conosciuti, io concordo con te. Se abbiamo un nemico comune, siamo finalmente amici.