Tag

, ,

Qualcuno dovrà dire ai giornalisti italiani che, se un film vanta la presenza di fantasmi ed è diretto da Guillermo del Toro, non è detto che si tratti di un horror. No, perché poi la gente rischia di andare al cinema con le aspettative sbagliate.

Io avevo ben chiaro che Crimson Peak non fosse un film horror, ma ammetto che non avevo un’idea ben precisa di cosa esattamente fosse l’ultima fatica di del Toro, nonostante le innumerevoli recensioni e gli infiniti commenti che avevo già letto al riguardo.
Ho scoperto questa sera che la descrizione che gli ha dato lo stesso regista calza a pennello: Crimson Peak è un romanzo gotico fatto film, e, tutto sommato, mi è anche piaciuto.

Ammetto che non stiamo parlando di una trama incredibilmente originale e nemmeno di personaggi così ben definiti, anzi, a mio parere i buchi narrativi sono piuttosto consistenti ed è difficile spiegare le azioni dei personaggi, ma non è questo ciò che importa nel film (e nemmeno quello che spesso importa nel romanzo gotico). Quello che importa è l’atmosfera, l’inquietudine di fondo, l’accenno al sovrannaturale che può esserlo davvero, oppure che può e sarà spiegato alla fine della storia, il fascino dello sconosciuto… Del Toro è indubbiamente riuscito a inserire tutto questo nel suo film, anche se un paio di volte ha esagerato, eh! Insomma, Guillermo, c’era proprio bisogno di disegnare lo stemma della famiglia Sharpe con un bel teschio al centro? E la personale rielaborazione della classica frase Se ci sei, dammi un segno? Sono sicura che potevi fare di meglio, via!

Ora che ho esaurito le critiche, scrivo il motivo per cui sto attribuendo un voto positivo al film.
L’uso della luce e dei colori è magistrale; i toni cupi della residenza degli Sharpe, la luminosità dei vestiti di Edith, quel rosso scarlatto (meglio dire cremisi, immagino) che sembra essere presente in ogni dove e che risalta su qualsiasi superficie diventando il filo conduttore di tutta la vicenda, la luce morbida che avvolge gli arredi… Il tutto non è volto soltanto a rendere Crimson Peak incredibilmente piacevole da vedere, ma -soprattutto per quanto riguarda il colore – è parte integrante della trama stessa e della descrizione dei personaggi.
E’ ad esempio chiaro fin da subito che il nocciolo della storia è costituito dal contrasto tra le due donne, Edith e Lucille, che non a caso sono le uniche a utilizzare (splendidi) colori veri – perché sono vere, agiscono spinte dalle proprie forti passioni -, mentre gli altri personaggi che girano loro intorno vestono toni neutri o, come nel caso di Thomas Sharpe, addirittura non colori.

Il cast è ben scelto. Mia Wasikowska/Edith è un’eroina eterea, ma coraggiosa, che francamente sembra aver ben poco bisogno del cavaliere senza macchia e senza paura, interpretato da un inutile Charlie Hunnam (io non tifo mai per il buono, ma, se gli sceneggiatori non si impegnano nemmeno a rendermelo simpatico, è troppo facile). Jessica Chastain è m e r a v i g l i o s a nei panni di Lucille Sharpe: glaciale, fragile e fortemente instabile, conferisce al suo personaggio delle punte di dolcezza che sorprendono, soprattutto considerato che chi ha ideato i protagonisti avrebbe potuto pensare a caratterizzarli di più. Lo stesso problema l’ha avuto Tom Hiddleston con Thomas Sharpe, che è un uomo complicato, con il fascino del fosco e misterioso antagonista, l’animo del genio idealista e una personalità che avrebbe fatto piangere Italo Svevo di gioia. In tutto questo bailamme, Hiddleston riesce a trasmettere una buona tridimensionalità al suo personaggio più con la mimica e la sua notevole fisicità che attraverso le battute (stendiamo un velo pietoso sul copione); è straordinario e spiazzante quanta intensità quest’uomo sia in grado di esprimere in un lasso di tempo ristretto attraverso uno sguardo o un gesto della mano.

La cara ragazza che era con me al cinema non è rimasta così favorevolmente colpita dal film (temo che il suo personaggio preferito fosse il Corgy), ma credo di avere capito perché.
Crimson Peak è concepito per essere quanto più possibile simile ad un libro, infatti, a parte il suggerimento a prova di spettatore tordo posto all’inizio e alla fine della pellicola, ci sono chiusure di scena “a buio”, come se si trattasse della conclusione di un capitolo, e l’attenzione è focalizzata su poche scene significative, piuttosto che sul movimento dell’azione. Non solo, è pensato per essere un particolare tipo di libro, una storia che non deve necessariamente raccontare, ma intrattenere, non deve fare pensare o riflettere, ma passare il tempo. Una storia che deve suscitare un’emozione che parte dalla pancia e che possibilmente non passa per il cervello. E’ un genere a cui è difficile appassionarsi, insomma, ma secondo me, in questo caso, ne vale la pena.😉