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“Now might I do it pat. Now he is a-praying. And now I’ll do ’t. And so he goes to heaven. And so am I revenged.”

Scrivere questo post è un lavoro lungo e difficile, non soltanto perché si tratta di uno spettacolo che pochissimi lettori avranno il piacere di vedere coi loro occhi. Insomma, Amleto è Amleto: è uno dei personaggi più complicati (e più belli) della letteratura di ogni tempo e luogo, è una creazione del mio amato Shakespeare, veicola concetti ed emozioni che ognuno di noi in parte prova, ma che vorremmo spesso ignorare. E poi, signori, sono andata a vederlo dal vivo a Londra, non so se mi spiego.

Ma non indugiamo oltre e mettiamoci a scrivere qualcosa di questo Hamlet, rappresentato al Barbican Theatre.

Nel caso non conosciate la trama, cercatela dove volete, mentre qui trovate più informazioni riguardo al cast.
Ora, cominciamo col dire che il Barbican è un teatro gigantesco! Pare che la sola sala in cui danno Hamlet contenga la bellezza di 1500 posti, non tutti ahimè con la stessa visuale del palco, che, manco a dirlo, ha dimensioni gargantuesche sia per quanto riguarda l’ampiezza che la profondità.
Tutto questo ha permesso a Es Devlin di disegnare una scenografia straordinaria e imponente che gli attori diretti da Lyndsey Turner utilizzano completamente… lasciando alcune scene all’immaginazione dei tapini spettatori che non hanno venduto un rene per procurarsi dei posti centrali.

Quasi tutta la vicenda si svolge all’interno delle sale del palazzo reale di Danimarca, ad eccezione di due brevissime scene a circa metà della tragedia e dell’apertura iniziale, in cui il sipario si alza su una porzione di palco estremamente ristretta, dai toni cupi, che mostra un misero Amleto intento ad ascoltare una rivisitazione di “Nature Boy” di Nat King Cole su un giradischi (a proposito, le musiche sono splendide e molto ben calibrate).
Poco dopo, Amleto e Horatio entrano nel salone da pranzo dove si sta festeggiando il matrimonio della regina Gertrude con il fratello del defunto re (Claudius)… ed è lì che lo spettatore prende veramente coscienza dell’imponenza della struttura di scena. Guardate la foto sopra queste righe: è stata scattata alla fine dello spettacolo, dall’alto e in posizione quasi centrale, eppure l’obiettivo non è riuscito a catturare l’intero palco. Coprire uno spazio così grande durante la tragedia deve essere veramente faticoso.

I colori della scenografia variano dal bluette delle pareti al mogano del pavimento e degli elementi in legno, dai lati sembra filtrare la luce del sole. L’insieme è molto elegante, luminoso persino, in contrasto con l’inquietudine che notoriamente permea la tragedia di Shakespeare. Pur rimanendo la stessa, nella seconda parte dello spettacolo l’atmosfera cambia completamente; l’intero palco esplode e si ricopre di macerie subito dopo la decisione di Claudius di fare uccidere Amleto, poco prima della pausa tra la prima e la seconda parte. I colori e le luci diventano più cupi, fumosi e tendenti al grigio scuro.

Durante la festa di matrimonio, è marcatamente presente un elemento fiabesco/onirico nelle decorazioni floreali sopra e intorno una tavola imbandita nei toni del bianco, in cui l’unica nota di colore è rappresentata dal prezioso tappeto rosso scuro e dai calici di vino rosso, che sembrano rimandare al sangue che è stato versato con l’omicidio del re e che scorrerà nuovamente di lì a poco.
Il magnifico uso del colore ritorna anche nei costumi dei personaggi, forse ispirati – ad eccezione di quelli di Amleto, che sono completamente discordanti – ai primi decenni del Novecento, il periodo in cui le classi privilegiate vivono nella leggerezza e preferiscono ignorare i segnali di una crisi che li colpirà a breve: un notevole paragone con quello che sta succedendo in Hamlet, non c’è dubbio.

Ho particolarmente apprezzato la scelta della regia di intendere i monologhi e i soliloqui di Amleto come riflessione interna del personaggio. Durante questi momenti, le luci si abbassano e sulle pareti del lussuoso palazzo vengono proiettate immagini di rami intricati, forse un rimando alla selva oscura dantesca. I personaggi presenti in scena non escono, ma continuano a muoversi, seppur al rallentatore, agendo come se di fatto Amleto non si stesse comportando diversamente dal solito.

Hamlet è un one-man-show, è una tragedia basata quasi esclusivamente sul personaggio di Amleto, che inevitabilmente risalta sugli altri personaggi sia per l’ammontare delle sue battute che per la sua tridimensionalità. Non era difficile aspettarsi, quindi, che il bravissimo Benedict Cumberbatch – nei panni del principe di Danimarca è addirittura immenso! – avrebbe messo in ombra il resto di un cast sicuramente di talento, ma con poco spazio per dimostrarlo. L’Amleto che si aggira per la scenografia di Devlin è straordinariamente energico e vitale, in contrasto con la canonica interpretazione del personaggio, e, pur provando un ventaglio amplissimo di emozioni e sentimenti, più che da una profonda malinconia è animato dalla rabbia. Rabbia verso lo zio che ha assassinato suo padre, rabbia verso la madre che ha sposato lo zio poco dopo essere rimasta vedova, rabbia anche e forse soprattutto nei confronti della falsità del mondo in cui è immerso e delle persone che lo circondano.
Pur interpretando un personaggio che vive nella zona grigia, ho trovato che l’Amleto di Cumberbatch fosse pieno di luce, completamente diverso da quello di Rory Kinnear di cui ho parlato qui, e forse più appetibile al pubblico moderno.

Replicare le sensazioni di una serata in un teatro londinese per una tragedia di Shakespeare non è possibile, ma vi consiglio comunque di tenere d’occhio le uscite degli spettacoli teatrali al cinema: il 15 ottobre Hamlet verrà proiettato in diversi paesi europei e prima o poi arriverà anche in Italia! Io vi consiglio ardentemente di andare a vedere che vi combina Mr Sherlock Holmes a teatro.😉