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Il mio atteggiamento nei confronti dell’Esposizione Universale (Expo per gli amici) di Milano è stato altalenante sin dagli inizi. E per inizi intendo il momento esatto in cui la mia città – il glorioso regno della Madünina e dei Baüscia, il cantiere eterno dei Casciavid, la patria del Biscione e della Scrofa Semilanuta, la capitale dei Visconti e degli Sforza, insomma, quella – ha vinto la gara per aggiudicarsi l’onore e l’onere di ospitare l’Expo 2015.
L’orgoglio per questa vittoria era esploso sulle pagine del vecchio blog su Splinder, dove i commenti dei soliti (pseudo)intellettuali disillusi mi avevano puntualmente tarpato le ali, poi si era comodamente sistemato in un cantoncino poco frequentato della mia memoria a lungo termine, pronto a tornar fuori al primo accenno della notizia su un qualsivoglia media. Ha aspettato tanto, il ricordo di Expo, per palesarsi, eh! Come minimo tre anni e mezzo, passati i quali le prime disastrose notizie sui ritardi del cantiere sono cominciate a filtrare e si sono poi unite a quelle sulla corruzione. Da qui, giù a dare mazzate all’intera azione organizzativa (italiana, quello internazionale invece non è stato toccata) senza per altro considerare i punti positivi della macchina che si stava lentamente mettendo in funzione. Non nascondo che in quel periodo le mie aspettative nei confronti dell’Esposizione non erano particolarmente alte, anzi, direi il contrario; pur non credendo che tutto quello che si leggeva, ascoltava, guardava sui media fosse notizia oggettiva, alcune critiche mi sembravano e mi sembrano ancora ragionate. Ad esempio, perché affidare gli appalti con preferenza a ditte e aziende di Roma o comunque non di Milano? O perché adottare un criterio low cost relativo alla spesa per la promozione e l’informazione via web e social, se la cosa va a discapito della qualità?
Ad ogni modo, il giorno dell’inaugurazione – decisamente coinvolgente in alcune sue parti – il mio atteggiamento è di nuovo cambiato: volevo vedere questa Expo, volevo vedere quello che, nonostante tutte le difficoltà e la disorganizzazione, eravamo riusciti a completare, fermo restando che, come per le disaster news, ero cosciente che tutte le belle cose che si dicevano sulla manifestazione non erano oggettive.
Più o meno dopo un mese dall’inizio dell’Esposizione, mi sono stabilizzata su un posato senso di oggettività, unito all’assenza di qualsivoglia aspettativa sulla visita che, dato che mi era stato regalato un biglietto giornaliero in concomitanza del mio crollo di entusiasmo (pensate che culo!), si era fatta inevitabile.

Tutta questa bella premessa aveva lo scopo di farvi capire con che animo io mi sia recata a Milano Expo 2015 questa settimana e perché, infondo, non ne sia tornata delusa.
Si tratta di un’esperienza visivamente molto appagante, il sito espositivo è molto bello e molto ben organizzato (e pulito!), i padiglioni hanno delle architetture esterne davvero splendide, checché ne dicano, tutti i servizi sono al loro posto, basta cercarli: e d’altronde, come si può pensare di trovarsi tutto sotto al naso in un’area espositiva così grande e così affollata? Anche l’idea dei bistrattati cluster mi è piaciuta, dato che aveva uno scopo sicuramente nobile: permettere anche a chi non può sostenere i costi della costruzione e della gestione di un padiglione di essere presente alla manifestazione, stava poi ai singoli Paesi personalizzare la propria area e non trasformarla in una bancarella di strada come purtroppo è successo.
Insomma, se mi fossi recata a Expo con delle aspettative anche lievemente positive, sarei rimasta molto delusa da quello che ho trovato.

Purtroppo, gran parte dei padiglioni offrivano esperienze anche piacevoli – salvo rari casi di delusione profondissima -, ma che c’entravano ben poco con l’argomento trattato.
Alcuni hanno scelto di non curarsi minimamente di giustificare la propria scelta espositiva in merito all’argomento dell’esposizione – che è piuttosto chiaro, no? – e si sono limitati a promuovere il turismo nella loro regione con spot francamente imbarazzanti, altri invece si sono comportati esattamente come i pargoli a cui do lezione quando preparano una tesina. In pratica, hanno inserito argomenti totalmente off-topic, giustificandoli con una mezza frase banale (Da noi c’è cibo. Ma pensa!), e poi si sono dati alla promozione turistica o, peggio, all’indottrinamento puro. Senza voler considerare il caso del padiglione di Israele, che mette davvero la pelle d’oca, ho assistito a una decina di minuti di filmato intitolato “Il Re dell’Agricoltura”. Non era una storia, bensì il terzo film del padiglione tailandese, dopo quello di presentazione della nazione (quanto siamo belli, che paesaggi abbiamo, com’è gentile la gente!) e quello del ruolo dei settori economici (siamo fighi in qualsiasi cosa, fatevene una ragione), che parlava della vita del re di Thailandia e dei suoi interventi per migliorare la resa agricola dello Stato. Dov’è il cibo, dite? Come siete puntigliosi! C’erano delle riproduzioni dei piatti thai appiccicate alla parete dello stretto corridoio per arrivare alla sala cinematografica!

E’ un peccato che gli stati che avrebbero potuto dire qualcosa in merito a cibo ed energia – vuoi perché ne producono e ne utilizzano gran parte o per l’esatto contrario – non si sono presi la briga di trovare un modo per veicolare la propria opinione in merito. Stando a quello che ho visto e letto a Expo, dovrei addirittura e con dispiacere dire la loro eventuale opinione. Sempre se ne hanno una, insomma.
Mi pare che quella di Expo 2015 sia stata un’occasione mancata un po’ per tutti i partecipanti.

Per carità, ci sono alcuni padiglioni che meritano effettivamente una visita anche da chi è interessato all’argomento per cui l’Esposizione è stata indetta: quello della Corea del Sud, per esempio, è interessante anche offrendo un’esperienza multisensoriale bellissima. Si possono fare tutte e due le cose, quindi, basta impegnarsi un pochino. Altrimenti, l’Expo diventa una specie di grande luna park internazionale: piacevolissimo anche quello, senza dubbio, ma completamente inutile allo scopo.
Anche in padiglioni “sul pezzo” (vedi USA o Austria) ho sentito poi la mancanza di un paio di fatti in più, di informazioni più specifiche che magari non sono alla portata e nell’interesse di tutti, lo capisco, ma che avrebbero potuto essere apprezzate o ignorate alla bisogna.

Il padiglione della Corea del Sud è veramente degno di nota: se state progettando una visita a Expo, andateci e sappiatemi dire.🙂

Rileggevo le parole (forse troppe, non vogliatemene) che ho scritto fino a qui e da cui si evince una cosa interessante. L’Italia ha interpretato il ruolo di Paese Ospite molto bene, forse non al meglio delle sue possibilità – d’altronde, è il nostro peggior difetto: non riusciamo mai a esprimerci come sappiamo fare -, ma in modo più che discreto e convincente. Sono i Paesi Ospitati ad aver deluso lo scopo dell’Esposizione, o forse è l’Esposizione stessa ad aver deluso i suoi obiettivi? Qualcuno del Comitato Internazionale avrà approvato il piano dei contenuti dei singoli padiglioni, immagino, com’è che tutti questi fuori tema non sono stati fatti notare a chi di dovere?
Sarà interessante cercare una risposta.