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“Many Times”, J. Munoz

Proseguendo sul viale estivo del Facciamoci Una Cultura, ieri sono entrata all’Hangar Bicocca per le mostre correntemente ospitate: “Double Bind & Around”, di Juan Munoz e “Casino”, di Damian Ortega. Più info qui e qui.
Premetto che il target della mia mattinata culturale era, in realtà, la sola mostra di Munoz, di cui mi affascinavano le sculture, ma anche la visita alle opere proposte di Ortega è stata curiosa.

Sia Munoz che Ortega sono due artisti messicani contemporanei (Munoz è morto nei primi anni 2000), che però hanno trovato modi diversissimi di rapportarsi alla realtà e all’arte.
Ortega analizza il rapporto tra l’uomo e gli utensili – che non solo lo definiscono, ma diventano parte della mitologia moderna – e quello con lo spazio (vedasi Controller of the Universe, che sicuramente colpisce, ma anche le tre opere che compongono The Beetle Trilogy, che hanno per soggetto un maggiolino bianco della Volkswagen). Ammetto che comprendere e apprezzare la sua arte mi è risultato ostico: inutile dire che ho trovato il maggiolino esploso di Cosmic Thing più che degno di nota e che il resto dei pezzi in esposizione mi ha strappato un sorriso o due, ma non sono riuscita a varcare la freddezza che mi pare permei i lavori di Ortega, freddezza che per quanto mi riguarda si traduce in enigmaticità.

“Controller of the Universe”, D. Ortega

E’ un peccato che uno spazio così ben utilizzato come quello dell’Hangar non sia riuscito a fare un po’ più di chiarezza sul titolo e sul significato delle opere esposte: nella mostra di Ortega i cartellini erano minimali e attaccati al muro, spesso molto distanti dalle opere a cui si riferivano, e tra i custodi erano pochi quelli a cui si poteva fare una domanda pertinente all’artista e ai suoi lavori sperando di ottenere una risposta.

Double Bind & Around riflette la percezione di Munoz, che rimette l’uomo al centro dell’opera d’arte.
Le sue opere giocano sul senso di straniamento tra lo spettatore e i suoi soggetti. Fa uno strano effetto avere la possibilità di girare attorno e in mezzo alle opere dell’artista – i maggiori pezzi consistono in gruppi di sculture umane impegnate in interazioni – e sentirsi comunque esclusi da esse: è come se i fruitori della mostra si trovassero in una dimensione differente rispetto agli uomini di Munoz, dalla quale hanno la possibilità di vedere quest’ultimi, senza però essere visti a loro volta; eppure, permane la sensazione che la statua a noi più vicina stia proprio per voltarsi verso di noi e muovere qualche passo… il che è inquietante, ma fortunatamente impossibile.🙂

Ho scoperto solo a fine mostra che il titolo è preso dalla più grande installazione di Munoz, Double Bind appunto, che si svolge su tre diversi piani distinti, collegati tra loro da due ascensori vuoti che salgono e scendono incessantemente e che mi ha lasciato un po’ perplessa, probabilmente perché le indicazioni su come fruire dell’opera non erano sufficientemente chiare. Anche in questo caso, come per la mostra di Ortega, erano presenti delle guide pubbliche in incognito (intuizione maturata in seguito) che avrebbero dovuto aiutare lo spettatore a comprendere le installazioni… posto che lo spettatore fosse cosciente della loro presenza. L’idea di un aiuto personalizzato è ottima, ma forse un approccio più attivo al fruitore sarebbe da perseguire (o almeno date a quei poveri ragazzi delle magliette, delle pettorine, qualcosa che li identifichi!)

Piccoli difetti a parte, la mia prima volta all’Hangar è stata comunque un’esperienza interessante, di cui probabilmente devo ancora digerire qualcosa. Se tutto fosse immediatamente comprensibile, dove starebbe il suo fascino?