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Come di certo avrete intuito, la scelta per la tradizionale Mostra da Ritorno dalle Vacanze è caduta su Spinosaurus – Il Gigante Perduto del Cretaceo, ospitata nello splendido Palazzo Dugnani, all’interno dei Giardini I. Montanelli, a Milano (info).

La mostra è organizzata in più sale, con una predominanza degli schermi, che riproducono degli spezzoni di un documentario dello sponsor National Geographic sul signor Spinosauro, rispetto ai classici pannelli esplicativi, il che col senno di poi non è stata una pessima idea, considerando la povera traduzione italiana delle spiegazioni… Il dizionario non morde, signori, e un compendio di anatomia nemmeno.
Tolto questo piccolo particolare, però, la mostra mi ha lasciato decisamente soddisfatta, non tanto per la quantità di informazioni date, che effettivamente risultano diluite rispetto alla quantità di sale utilizzate, ma per la sua organizzazione.

Più che informare il visitatore, Spinosaurus racconta una storia, quella cominciata con la scoperta di Ernst Stromer all’inizio del Novecento e continuata fino a ieri. Una storia di scoperte sensazionali, grandi intuizioni, perdite disastrose e ritrovamenti miracolosi, il tutto in salsa romantico-epicheggiante – decisamente american style -, ma senza risultare melenso. Gli organizzatori dello spazio espositivo hanno saputo sfruttare il tono narrativo della mostra e hanno costruito delle piccole location, al posto che arredare sale; si passa quindi da un polveroso studio con le finestre che si affacciano sulla Monaco degli Anni Venti, ad un suk marocchino, sfilando accanto alle macerie dei bombardamenti del 1944, fino ad arrivare al pezzo forte della mostra: la ricostruzione dello scheletro dello Spinosaurus a grandezza naturale. In pratica, un lucertolone di quindici metri di lunghezza, con una bella cresta vertebrale e dei dentini da fare spavento, inserito, qui a Milano, in una sala con ampi finestroni, che fa quasi fatica a contenerlo.

Già che ci sono, spendo due parole sulla sede italiana della mostra.
Palazzo Dugnani è una splendida residenza settecentesca nel cuore di Milano, passata di mano nel corso del secolo a tre diverse famiglie nobiliari, tutte ben decise a lasciare il loro segno sulla struttura. Colpisce lo scalone d’ingresso e gli affreschi sui soffitti (sì, anche quelli delle sale in cui c’è la mostra. Putti, Dei e angeli che guardano fossili e ricostruzioni di giganteschi pescioni: un’esperienza surreale), ma mai quanto la m e r a v i g l i o s a sala da ballo completamente affrescata da Tiepolo con scene della vita di Scipione, in un tripudio di architetture dipinte trompe l’oeil e figure storiche e mitologiche. Se ci andate (uscite dalla mostra direttamente sulla sala da ballo), cercate di resistere alla tentazione di sdraiarvi sul pavimento per ammirare meglio il soffitto, eh?

Tornando all’esposizione, ho apprezzato il fatto che fare foto non fosse vietato, a patto di non utilizzare il flash: oramai è impensabile allestire una mostra senza considerare il desiderio dei fruitori di condividere la loro esperienza sui social network (d’accordo, a volte condividono troppo e non ricordano nulla) e la pubblicità che conseguentemente ne deriva. In fondo, se qualcuno è appassionato di lucertoloni et similia, non si accontenterà mai di guardare un paio di foto sfuocate, invece di pagare il biglietto per assistere alla mostra, no?