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Comincio con una breve premessa. Scrivere un post su un romanzo come Il Conte di Montecristo è come fare un riassunto, che so, della Divina Commedia. Come fai a commentare una storia così ricca di sottotrame, di particolari, di sentimenti? Come può venirne fuori un articolo degno di questo nome?
Tuttavia, eccomi a scrivere queste due righe, consapevole del mio prossimo fallimento, perché Il Conte di Montecristo è uno dei miei romanzi preferiti, perché ne amo quasi ogni singola pagina e non sono indifferente a nessuno di quei personaggi che il buon Dumas inserisce a decine in ogni capitolo.

Dunque, da dove cominciamo?
La trama del romanzo credo sia più o meno nota a tutti, dato che nel tempo sono stati girati innumerevoli film e sceneggiati (bellino quello con Depardieu) che vi si ispiravano e che però non riuscivano a coprire la complessità dell’intera vicenda, né a rendere la tridimensionalità dei personaggi coinvolti.
Diciamo che Edmond Dantes è un bravo giovane affettuoso e un po’ (tanto) tordo, innamorato, ricambiato, della bella Mercedes e che non vede che le sue fortune possono essere l’oggetto dell’invidia di molti. Per questo, finisce in prigione come conseguenza delle azioni di un gruppo di uomini più o meno interessati alla sua disfatta, due dei quali lui crede amici. Dantes rimane in prigione per più di una decina d’anni, nella più cupa disperazione e accarezzando l’idea del suicidio, fino a quando non conosce un altro prigioniero, Faria, un intellettuale imprigionato per reati politici, che non solo gli insegna tutto ciò che sa, ma lo aiuta anche a comprendere finalmente il motivo per cui ora si trova relegato in carcere. Dopo una provvidenziale svolta del destino, Edmond riesce ad evadere e scopre che tutti coloro che hanno partecipato alla sua disfatta hanno fatto fortuna, che il suo amato padre è morto di stenti aspettando il suo ritorno e che persino Mercedes ha tradito la sua memoria sposando proprio l’uomo che l’ha denunciato alla giustizia. Giura quindi di vendicarsi e per farlo rinviene uno straordinario tesoro sull’isola di Montecristo, di cui Faria era l’unico depositario… Il resto del romanzo ci vede seguire il protagonista nello sviluppo del suo machiavellico piano di vendetta, che non ha nulla a che vedere, credetemi, con quello che avete letto o visto finora.

Una trama così densa deve essere sostenuta da due cose: un’ottimo stile narrativo e dei personaggi degni di questo nome.
Per quanto riguarda lo stile, quello di Dumas è uno dei migliori che io abbia mai incontrato: è fluido, mantiene sempre un buon ritmo narrativo, sa veicolare ironia quando serve e, al contempo, la più vivida rabbia. I personaggi sono, come ho già scritto, caratterizzati in modo così preciso e in così poche linee descrittive, che sembra davvero che siano reali più che frutto di fantasia.
Edmond Dantes compie un’evoluzione straordinaria dalla prime pagine del romanzo alle ultime: da giovane uomo ingenuo e capace di provare i più puri e amabili sentimenti – risultando, tra l’altro, anche un po’ bidimensionale, proprio come tante persone che abbiamo la fortuna di incontrare ogni giorno – diventa un uomo scaltro, forte, dotato di un’intelligenza vivissima e pronta e un bagaglio di conoscenza senza limiti e, soprattutto, animato da un’energia, da uno spirito e da una volontà che lo rendono assolutamente inconfondibile. Lo spettro emozionale di Edmond si allarga, nella sua maturità è in grado di provare anche la più fredda furia e il disprezzo più assoluto, il che lo rende paradossalmente in grado di amare con più intensità le poche persone che lo meritano.
Mercedes è un personaggio che ho sempre odiato, non tanto perché decide di sposare Fernand, ma perché la trovo scialba, troppo buona e umile anche nella sua colpa. Ciononostante, è un personaggio molto moderno nelle sue scelte, così moderno che non c’è una riproduzione del romanzo che a) non giustifichi il suo tradimento con qualche stratagemma totalmente estraneo alla vicenda vera e b) non la faccia tornare, ad un certo punto, assieme ad Edmond, come se nemmeno chi si avvicina alla storia dopo oltre un secolo dalla sua creazione sia in grado di digerirlo completamente. E forse non ci riesce lo stesso Dumas, dato che nelle ultime pagine, pur concedendo ai lettori, ancora traumatizzati per un suo ultimo atto di puro egoismo, sembra voler legittimare la povera Mercedes, pur attribuendole una sorta di punizione per le sue azioni.
Non posso parlarvi di nessun altro personaggio senza rischiare di fare degli spoiler, quindi mi accontento di dirvi che verrete catturati dalla diligenza di Bertuccio, Baptistin e Alì, che guarderete a Haydé con occhio benevolo, che tiferete per Maximillien, anche se Valentine vi risulterà vagamente indigesta e che preferirete senza dubbio Villefort padre che figlio. Nella lettura, compariranno anche briganti, contrabbandieri, marinai, un re, la bella società di Parigi e quant’altro. Tanto per non farvi annoiare, assisterete ad una ottocentesca cena con delitto, ad un ballo estivo, a svariate serate a teatro, ad un duello, ad un’imboscata, al ritorno di un vascello fantasma… Insomma, avete capito che ne Il Conte di Montecristo vi attende un universo intero.😉

Concludo queste breve e indegna analisi del romanzo con un paragone che mi capita sempre di fare tra esso e un altro capolavoro del mio amico Alexandre, che tra l’altro mi è quasi altrettanto caro: I Tre Moschettieri.
E’ curioso – o, almeno, io trovo che lo sia particolarmente – che due romanzi così differenti e scritti dallo stesso autore trattino tematiche simili in modo sì diverso, ma paragonabile. O forse sono io che, mentre leggo uno di questi due libri, non posso non pensare anche all’altro.🙂
Prendiamo ad esempio uno dei temi portanti delle vicende di Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan: l’amicizia. Il sentimento che lega i moschettieri, forte, puro e impermeabile a qualsiasi sorta di gelosia e tradimento, diventa, nella storia di Edmond Dantes, il punto di inizio di tutte le sventure del personaggio. Edmond viene tradito da chi considera amico e più avanti si fa amico chi intende ferire, quando spesso è appoggiandosi uno all’altro che gli impavidi uomini di Re Luigi riescono a compiere le loro missioni. Ancora più curiosamente, all’inizio della sua storia Dantes è un giovane d’Artagnan, per così dire, anche se non altrettanto fortunato (perché, diciamocelo, il novello moschettiere del Re ha dei fondelli biblici!), che si trasforma in un Richelieu fatto e finito, privo anche dell’ideale della patria che animava il buon cardinale. L’allegra guasconeria dei Tre Moschettieri si contrappone alla cupezza e alla drammaticità del Conte di Montecristo, ma lo stile narrativo rimane miracolosamente lo stesso. E’ sempre Alexandre Dumas, il buon vecchio narratore che somiglia tanto a Porthos, a raccontarci una delle sue storie per farci volare con la fantasia.
Verrebbe quasi da fargli un brindisi.