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Di ritorno dall’attività rambica, seduta più o meno comodamente sull’autobus, leggo questo articolo. A primo acchito, rimango colpita dall’acidità con cui l’autore di cotal pezzo di giornalismo si rivolge ai suoi lettori, a cui non va proprio bene nulla. E Moretti predica bene e razzola male, e le scuole non devono essere chiamate “istituti comprensivi” (per inciso, sono chiamati così solo quelle che raccolgono classi appartenenti a gradi diversi, come una scuola che ospita una scuola elementare e una media, per esempio. “Edificio pluriscolare” suonava peggio e così…), e i piani di offerta formativa sono un parto della burocrazia… ragazzo mio, prenditi un antiacido, iscriviti ad un corso di yoga e cerca di risolvere i tuoi problemi!

Superata la prima impressione, ho riletto l’articolo e mi sono soffermata su quanto dicesse e sui commenti che ha raccolto, e un po’ di vergogna per appartenere ad una società di questo genere l’ho provata.

Seriamente, trovate tanto brutta l’idea che gli studenti passino 6 ore all’anno, a fronte delle oltre 900 totali, ad acquisire informazioni (perché studiare è una parola grossa: come dice il signor Materi nel suo articolo, le parole sono importanti) su una cultura che è effettivamente ignota alla quasi totalità dei cittadini italiani e che pure appartiene a un gruppo piuttosto nutrito di individui che abita nelle nostre città?
Perché io, invece, ritengo che sia una cosa utile. Non sono tanto naïf da pensare che un’iniziativa del genere potrebbe portare all’accettazione dei Rom nella nostra società, Dei, non penso nemmeno che questo possa essere un passo in avanti verso una maggiore tolleranza e una ricerca di soluzioni valide per eliminare il problema dei campi nomadi. Però, penso che sapere qualcosa della cultura di un popolo possa portare i bambini, gli adulti di domani, a concepire questo popolo come insieme di persone e non di figure assimilabili ai personaggi cattivi dei fumetti. La cultura, la storia, i costumi sono propri degli esseri tridimensionali, veri. Ed è più difficile non curarsi del disagio di tali persone o asserire, ad esempio, che il loro problema si può risolvere con un veloce “passaggio di ruspa”.
Quanto all’affermazione dell’autore che i bambini italiani oggetto dell’iniziativa saranno costretti a “imparare forzatamente quanto i Rom sono belli e bravi”, mi sento di aggiungere che il signore, qui, parla senza conoscere il background al quale si riferisce. Disgraziatamente, ai bambini italiani non si riesce a insegnare forzatamente quasi nulla.

Non capisco come ci si possa indignare per sei ore l’anno di laboratorio di cultura nomade, o approfondimento sulla cultura dei Rom, chiamatelo come volete, denunciando la sua imposizione sui nostri figli, le cui giovani menti verranno – mi pare di intendere dalle parole dell’articolo – sicuramente plagiati da chi dirige queste sordide attività laboratoriali, quando accettiamo senza alcun tipo di problema che l’intero nostro apparato scolastico sia influenzato dalla religione cattolica. Sei ore di laboratorio sulle culture nomadi sono un affronto, ma il fatto che in un libro di storia medio esista quanto meno un capitolo dedicato alla predicazione di Gesù Cristo e dei suoi discepoli, invece, va bene? Non è plagio il fatto che il 95% degli studenti ignori totalmente gli eventi della prima età Cristiana? Se nei libri di scienze di elementari e medie si trova di frequente specificato (e altrimenti, ci pensano gli insegnanti) che la teoria del Big Bang spiega come si è sviluppata la vita, ma gli scienziati non sono riusciti a spiegare cosa o chi abbia provocato il Big Bang, va tutto bene?

Non capisco nemmeno come ci si possa rifugiare in una specie di benaltrismo, anche piuttosto ostinato, denunciando la mancata presenza di laboratori simili per lo studio di altre culture. Non ci sarebbe scelta più felice che istituirli, per gli stessi motivi per cui credo che l’iniziativa denunciata dall’articolo che ho linkato sia giusta, e forse sarà così. Forse, sull’esempio dei laboratori di cultura Rom per le classi con più presenza di alunni dell’etnia, si istituiranno laboratori di cultura islamica, ebraica, e via dicendo. Sicuramente, anche qui le giovani menti di cui sopra rischieranno di venir traviate, vedremo sempre più bambini italici con la kippah e sempre più bambine col burka…

Quanto alla giustificazione economica dell’ingiustizia perpetrata a danno dei bravi studenti italiani, la capisco. Capisco e compatisco il patetismo della denuncia del costo di questi laboratori (accertato? Da chi? Le fonti non ci sono date, le citazioni dai film di Moretti, sì). Sono assolutamente certa che l’iniziativa si potrebbe organizzare meglio e con un impatto economico minore, così come sono certa che l’organizzazione, la precisione e il senso pratico non siano propri dello spirito dell’italiano medio: citatemi, se ne siete capaci, una sola iniziativa che non potrebbe essere stata gestita meglio, progettata meglio, pagata meno. Ecco, appunto.

Forse è il caso di essere meno ottusi e fare meno i sedicenti contabili, e cercare di insegnare ai nostri figli come stare al mondo e condividerlo con gli altri, prima che le loro giovani menti diventino come quelle dei genitori.