Tag

, , ,

Giornata stancante, quella di ieri, alla cui fine prendo la metropolitana per tornare al Covo.
Mi siedo di fianco ad un ragazzino di circa dieci anni, intento a giocare con il cellulare, assieme al padre, un signore composto in giacca e cravatta, dall’aria affidabile da persona perbene. Ad un certo punto, il bambino alza gli occhi dal cellulare, mi guarda e esclama:

Wow, che gambe! Una così me la farei.

Mentre cerco ancora di superare lo shock di una frase cotale in bocca ad un soldo di cacio nato, se va bene, nel 2005, il padre dice la sua. Per sgridare il bambino, direte. Per spiegargli che un linguaggio del genere è sbagliato, anche se magari lo sente alla tv, e che non va utilizzato.
Ebbene, no. Il padre sorride, accarezza la testa del bambino e dice:

E’ proprio un ometto!

Immaginate, se potete, quanto io mi sia alterata e quanto abbia lottato per rispondere a parole e non a ceffoni. Con tono fermo, faccio presente al padre dell’anno che una frase del genere, soprattutto in bocca a un decenne, non è l’immagine dell’uomo che il figlio diverrà, ma dell’animale che lui gli sta evidentemente insegnando ad essere. Il padre alza le spalle e dice che forse la sottoscritta sta esagerando, che tutto sommato si tratta di un complimento.

Se non ne vuole ricevere, badi a coprire le gambe.

Disgustata, rispondo di rimando che, se non desidera che il figlio riceva un sonoro ceffone, il suo papà dovrà ben badare a coprirgli la bocca.

Ulteriori riflessioni su come le cattolicissime e legalissime coppie etero educhino i figli non sono necessarie.