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Capita ogni anno che clienti vecchi e nuovi si sveglino in periodo primaverile e mi contattino, con preavviso alquanto scarso, per ottenere una traduzione. Sebbene questo comporti un aumento nelle finanze stregonesche, ammetto che i clienti di primavera non sono i miei preferiti. La ragione principale di ciò è che non amo chi sminuisce il lavoro degli altri, o lo minimizza: pretendere di contattare un traduttore e avere la traduzione, giurata, in meno di ventiquattr’ore presuppone che il cliente pensi di assegnare al professionista un lavoretto da nulla. Generalmente pretende anche di pagare il meno possibile, come se io avessi una bancarella al mercato.

La seconda ragione per cui non amo questi clienti è che – non so se sia per il clima che diventa più mite, oppure se sia effettivamente un fattore genetico – sono generalmente ancora più… tordi degli altri.
Facciamo l’esempio di questa mattina.

Mi reco alla grande T per giurare delle traduzioni. C’è più fila del solito, dunque contatto il cliente con cui avevo il primo appuntamento per la consegna e gli dico che potrei tardare di qualche minuto, ma che comunque il luogo di incontro non cambia (entrata x, dopo i metal detector). Lui mi invia un sms, chiedendomi se possiamo vederci al bar fuori dalla grande T. Io gli ricordo che il nostro appuntamento è dentro la grande T, differenza non da poco, considerando che per entrare si deve passare dai metal detector.
Assevero le mie traduzioni, corro per i corridoi della grande T, coadiuvata dal fatto che, evidentemente, oggi è la giornata del mese in cui passano la cera, faccio i gradini a tre a tre (e con la gonna stretta è, vi assicuro, tutt’altro che facile), ma arrivo al luogo dell’appuntamento spaccando il secondo. Il cliente non c’è. Lo chiamo.

Buon giorno, Lei sta arrivando?”

“Sono già qui! Dopo i metal detector sulla destra.

Io mi guardo attorno, ma non vedo nessuno. Glielo dico, lui insiste. Vengo colta dall’illuminazione.

Ma Lei è all’entrata x, vero?”

“No, no, all’entrata y!

Con somma padronanza di tutte le tecniche di meditazione da me mai sperimentate, evito di dare dell’idiota al cliente e pazientemente rispiego il luogo dell’incontro. Il cliente paga, io consegno le sue traduzioni e mi metto ad aspettare l’altro cliente.
Questo mi manda un sms, chiedendo se il prezzo concordato è giusto; io gli faccio presente che no, abbiamo concordato un prezzo superiore di 3€ rispetto a quello che ha scritto. Lui non risponde.
Ci incontriamo, lui sorride, ringrazia per il favore di avergli tradotto i documenti in tempo brevissimo, poi si spalma sul muro in posizione, credo, di macho disponibile.

Dai, allora non mi fai lo sconto?

Io rifiuto, gli faccio presente che, non avendogli accreditato nemmeno la maggiorazione d’urgenza, il prezzo è già di favore.

Ma sì, che ti costa! Mi offri un caffè!

Che mi costa? Tanto, io lavoro per la gloria.
Strappo il giusto prezzo per la mia traduzione dalle mani del cliente e vado in uno degli uffici della grande T, dove sono stata chiamata. Entro nell’ufficio, nessuno ha idea di chi io sia. Vago per l’ufficio, popolato da tre persone senza uno straccio di incarico, per un quarto d’ora, finché un signore mi passa di fianco, mi squadra dall’alto in basso e poi chiede se io sono la traduttrice o se invece prima stavo facendo uno scherzo a tutti. Rispondo che sì, sono la traduttrice, al che lui, con aria scettica, mi sottopone il documento da tradurre in tedesco.

E’ sicura di esserne in grado?

Ecco. Io respiro, gli enuncio il mio curriculum e gli dico che, tutto considerato, penso proprio di essere in grado di tradurre le sue pagine, posto che esse siano ordinate e costituiscano il documento completo. Le guardo, vedo che manca almeno una pagina al discorso, che altrimenti non avrebbe senso. Lo faccio notare allo scettico impiegato.

Ecco, lo sapevo! Con quelle come voi ci sono sempre dei problemi!

Io sospiro, guardando il foglio mancante del documento incastrato sotto la sua sedia ergonomica nuova di pacca. Già, è primavera.