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Questo simpatico teschietto è parte della scenografia. Sta quasi a bordo del palcoscenico, alla destra dello spettatore, e non si può dire che non abbia valenza simbolica. E’ un omaggio al buon vecchio Will? E’ un memento mori riferito al potere terreno? E’ semplicemente un simbolo del tempo trascorso? A voi l’interpretazione

Diciamolo, andare a teatro con un accredito stampa ha il suo sporco perché, come la buona compagnia – fondamentale per passare una bella serata! -, e io sono stata particolarmente fortunata nell’aver ottenuto entrambe le cose e, come bonus, nell’aver visto un’ottima rappresentazione de “La Tempesta”, di William Shakespeare, al Teatro Elfo Puccini. 
Come sempre, qualche informazione sull’opera.
The Tempest è una delle ultime opere di Will, che l’ha scritta tra il 1610 e il 1611, in quella che i critici letterari definiscono la sua fase delle romances. Dopo un periodo della sua vita in cui Shakespeare si è abbandonato ad un cinismo sfrenato (e in cui ha scritto i suoi maggiori capolavori: Julius Ceasar, Hamlet, Othello, Macbeth…), l’autore torna ad aver fede nell’umanità e, forse sentendosi vicino alla morte, nel perdono. In questo contesto si colloca dunque la commedia in cinque atti che vede Prospero – mago potentissimo e Duca di Milano, spodestato dal fratello Antonio e abbandonato assieme alla figlia Miranda su un’isola lontana – alle prese con il desiderio di vendetta nei confronti di chi l’ha tradito (Antonio, ma anche Ferdinando, re di Napoli) e quello di restituire all’amatissima figlia il ruolo sociale che le spetta. Attraverso macchinazioni e stratagemmi, Prospero riesce a far sì che Miranda sposi il principe di Napoli e, nel contempo, a istillare terrore e pazzia nell’animo dei suoi nemici (tutti naufragati sull’isola a seguito di una tempesta provocata da Ariel, uno spirito fedele a Prospero), che poi però perdona.
Si tratta dell’unica opera shakespeariana che rispetta le tre unità aristoteliche di luogo (l’isola), tempo (meno di una giornata) e azione (beh… un’azione sola no, la trama è abbastanza complicata. Possiamo dire l’unità di intenti di Prospero, però), i cui temi sono quelli dell’amore, della vendetta, della temperanza e, naturalmente, della magia e del fantastico. Ritorna anche il tema del teatro della vita, tanto caro al mio caro Will, che qui sfocia nella celebre frase che da il titolo al mio post, we are made of the same substance of dreams…. oggi stampata su milioni di t-shirt in tutti il mondo. -.-‘
Sono talmente tanti i riferimenti letterari, storici e simbolici di cui La Tempesta è pregna, che mi ci vorrebbe un post solo per scriverli tutti, quindi passerò oltre e comincerò a parlare della rappresentazione, che è piuttosto singolare.

Si tratta di uno spettacolo ideato nel 2004 da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia (più info qui), con l’intento di “tornare alle radici del fare teatro […], con l’attore che assume su di sé l’intera storia”. La commedia di Shakespeare è dunque perfetta per questo scopo, considerando che tutto si svolge attorno a un solo personaggio, Prospero, che sembra muovere le fila degli altri, quasi come se fossero burattini… E i burattini, in questa particolare Tempesta, ci sono davvero, perché Bruni, che ha una padronanza vocale pazzesca, è l’unico attore in carne e ossa sul palco e, oltre a Prospero, da voce a tutti gli altri protagonisti della commedia, che non sono altro che marionette, mosse con l’aiuto dei due servi di scena, richiamando la tradizione giapponese del teatro Bunraku (teatro delle marionette, mosse da alcuni servi di scena, a cui il narratore da voce e anima).

Ferdinando Bruni (in nero) e Ariel, sorretto da uno dei due servi di scena.

Il palco è stato trasformato nella spiaggia di un’isola deserta, con sabbia, relitti e conchiglie, e i colori di scena vertono quasi tutti sui toni del sabbia e del marrone, con qualche punta di nero e rosso. La gestione delle luci è spesso drammatica, con chiaroscuri piuttosto netti, e sottolinea al pari di una scelta musicale perfetta, i momenti importanti o drammatici dell’opera teatrale.

Il tipo di interpretazione che è stata data di una commedia così altamente simbolica come La Tempesta è essa stessa ricca di riferimenti e simbolismi. Per citarne alcuni, i burattini dei nemici di Prospero sono dei veri e propri scheletri, a simboleggiare la parte oscura e malvagia – mortifera – dell’animo umano, mentre i due giovani, Miranda e Ferdinando, hanno più l’aspetto delle bambole e la nave che vediamo all’inizio è in realtà il carretto del burattinaio (a sottolineare la ben nota ambivalenza teatro-vita). Le scelte narrative sono a volte difficili da districare e possono portare lo spettatore ad annoiarsi un poco; ecco perché è fondamentale che l’attore sia dotato di un carisma fortissimo e di grande fascino, come d’altronde è Ferdinando Bruni, che, ripeto, sfoggia una padronanza della voce ben superiore alla media. La sua capacità di variare non solo tono e intensità del suo strumento vocale perché esso si adatti ai diversi personaggi, ma anche accento e cadenza in brevissimo tempo è ciò che veramente da vita ai personaggi ideati da Shakespeare e che cattura chiunque decida di assistere allo spettacolo.

L’apice della vicenda, Prospero chiama sui suoi nemici uno spirito maligno (nell’interpretazione di Bruni, metà arcangelo e metà maschera giapponese, con un tocco di bandiera pirata), che li conduce alla pazzia.

Mi capita di rado di vedere uno spettacolo teatrale italiano così ben riuscito, ed è ancora più infrequente che si veda qui da noi un’opera di Shakespeare resa tanto bene, perciò non posso che consigliare a chiunque ne abbia la possibilità di prenotare un posto al teatro Elfo Puccini di Milano e assistere a questa rappresentazione di 75 minuti (dai, è anche un tempo indolore!).

Chiudo il post con un’ultima osservazione, che mi ha incuriosito sia durante la visione dello spettacolo, sia mentre stavo assimilando tutti i messaggi di cui è latore.
Una resa di un’opera di Shakespeare più snob (con l’accezione di complicata, difficilmente intendibile da un pubblico non abituato) di questa non l’ho vista nemmeno in quelle inglesi che ho avuto il piacere e la fortuna di vedere in questi anni (ad esempio, qui. Ed anche qui. E qui. E non dimentichiamoci di qui). E’ come se i conterranei di Will facciano di tutto per rendere le sue opere accessibili ad un pubblico vastissimo, giovani compresi, mentre qui in Italia si ritenga che questo tipo di opere – ma non solo, immagino che questa riflessione si possa estendere a gran parte delle tipologie di teatro – sia destinato ad un pubblico elitario, il che, se prendiamo in esame La Tempesta di Bruni e Frongia, è veramente un peccato. Spero ardentemente che questo spettacolo – che, inutile negarlo, mi ha rubato un pezzetto di cuore – abbia nuovamente tutto il successo che merita.