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300px-Poster_TurandotNon c’è davvero nulla da dire riguardo ai disordini di ieri pomeriggio a Milano, dopo una mattinata iniziata nel migliore dei modi con l’inaugurazione dell’Expo, se non che i milanesi che sono scesi in strada a ripulire lo scempio fatto da un manipolo di idioti hanno dimostrato ancora una volta che la loro – la mia – è una città grande. Immensa. E che di stare a pettinare le bambole non è il caso, quindi parliamo di cose belle.

La Scala ha messo in scena ieri sera, appositamente per l’apertura dell’Esposizione Universale, la Turandot di Puccini, che i signori della Rai hanno gentilmente deciso di far apprezzare a tutti tramite una diretta televisiva a cui si poteva – come sempre – felicemente tagliare gli imbarazzanti commentari tra gli atti e prima dell’inizio dell’opera. Ma ci sarà pure qualche critico musicale che può sostituire la signora che ha il posto fisso lì nell’atrio!

Qualche informazione sull’opera.
Turandot nasce da una fiaba di Gozzo e la composizione della musica viene affidata a Puccini nel 1920. Sfortunatamente, il Maestro muore nel 1924, lasciando l’opera incompiuta poco dopo la morte di Liù, così il finale viene commissionato ad Alfano (non quello che conoscete, un altro). Al suo debutto nel 1926, però, il famoso direttore d’orchestra Toscanini decide di interrompere l’opera esattamente dove Puccini si era fermato, proclamando l’assoluta indegnità delle note di Alfano a fronte della poetica pucciniana. Diversi finali sono stati scritti per l’opera lirica in tre atti, incluso quello di Berio (2001), che è stato utilizzato per la rappresentazione di ieri sera.
La trama è piuttosto semplice. Calaf è un principe in esilio (e costretto all’anonimato) a Pechino, dove ritrova il padre e un’ancella, Liù, che è innamorata di lui. In città vige una tremenda legge secondo la quale qualunque nobile voglia sposare la principessa della Cina, la bellissima e crudele Turandot, dovrà risolvere i tre enigmi che ella proporrà e, in caso di fallimento, verrà decapitato. Durante l’esecuzione del dodicesimo principe citrullo dell’anno, Calaf vede Turandot e se ne innamora, così decide di affrontare la prova. Risolti i tre enigmi, però, offre a Turandot la possibilità di sfuggire al matrimonio se lei riuscirà a indovinare il suo nome prima dell’alba. Turandot ordina che, quella notte, nessuno dorma nella città di Pechino e che chiunque conosca il nome dello straniero sia trovato e costretto a parlare. Liù, per non tradire il suo amato, si suicida, sacrificandosi affinché egli possa avere la donna che desidera. All’alba, Turandot scopre il nome di Calaf e se ne innamora.

Secondo atto

La rappresentazione della Scala è una gioia sia per gli occhi che per le orecchie.
Regia, scenografia e costumi sono di un team tedesco (Lehnhoff, Bauer e Schimdt-Futterer), che ha fatto uno splendido lavoro. La scena è dominata da un’imponente  struttura chiusa irta di punte, quasi fosse un’armatura, sulla quale svetta una struttura/porta rotonda, che rappresenta di volta in volta la luna, il sole, il trono dell’imperatore. I toni utilizzati sono quelli del nero, del bianco latte, del blu notte (primo e terzo atto) e di uno splendido rosso fuoco. I costumi sono una mescolanza di stili diversi. I personaggi principali rimandano ai costumi tradizionali cinesi – Turandot, poi, è assolutamente favolosa -, mentre il coro ha costumi più moderni e indossa alcune maschere (junghiana memoria?), che lo rendono ancora più inquietante di quanto già Puccini l’aveva pensato.

L’orchestra è magistralmente diretta dal Maestro Riccardo Chailly, nuovo direttore artistico del teatro lirico milanese e amante di Puccini (si nota, eh!). Il coro della scala è – e non c’è altra parola per descriverlo – assolutamente fenomenale in un’opera in cui ha un ruolo quasi da protagonista.
Turandot è interpretata da Nina Stemme, già Brunhild nella Die Walkuere del 2011, dotata di una vocalità splendida e di un caratterino niente male. Personalmente, l’avevo preferita nell’opera di Wagner, ma ciò non toglie che sia straordinaria. Sopra tutti, ad ogni modo, c’è Maria Agresti/Liù, di una dolcezza e una leggiadria vocale senza paragoni. Peccato che il tenore Aleksrandrs Antonenko/Calaf non sia riuscito a dare sufficiente colore alla sua poderosa voce, che a mio avviso manca un poco di rotondità. Citiamo anche Veccia, Civatta e Nacoski (Ping, Pang e Pong, i ministri dell’imperatore), che sono autori di una performance di gruppo splendida; a volte sono quasi circensi, altre sono addirittura mefistofeliani. Raramente non sono inquietanti, ma sono sempre perfetti (e che costumi! Li avete visti i costumi??)

La Turandot di ieri è stata una degna apertura per l’Expo, non c’è dubbio, soprattutto perché, nonostante i tanti non italiani nel cast, è l’Italia – o la sua parte buona, creativa, poetica e passionale – quella che gli spettatori di ieri sera hanno avuto la fortuna di apprezzare e ammirare, quella che secondo i media tutta il Mondo ci invidia.
Io non sono esattamente sicura che sia così, in questi tempi gretti e troppo materiali sono altre le qualità che vengono invidiate, ma sono convinta che il Mondo dovrebbe voler essere in grado di ideare e mettere in piedi una cosa come quella di ieri sera, perché saremo anche ritardatari, pigri, furbetti e spesso raffazzonati, ma quando ci cale bene, noi ci facciamo vedere così.
E scusate se è poco. 😉

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