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L’immagine utilizzata per la locandina non è presa dallo spettacolo, ma è originaria di un servizio fotografico. E’ comunque veramente splendida.

Complice il solito sistema di trasmissione degli eventi teatrali e non, che così generosamente mi ha aiutato ad alimentare la mia leggerissima ossessione per Shakespeare l’anno scorso, ieri sera ho visto “Medea”, produzione di quel luogo meravigliosa che è il National Theatre di Londra.

Come sempre, vi fornisco un paio di nozioncine sull’opera.
Medea è una tragedia (spoiler: non finisce bene. Per nulla) di Euripide, rappresentata per la prima volta ad Atene nel 431 a.C. La protagonista è, per l’appunto, la maga della Colchide Medea – secondo la mitologia greca, imparentata con il Dio Sole e con nientemeno che Circe e Ecate -, che ha aiutato Giasone ha conquistare il celeberrimo Vello d’Oro e, per sfuggire all’ira del padre (re della Colchide, a cui il Vello è stato rubato), uccide il fratello e ne semina i pezzi in mare, in modo che il padre ne sia distratto e non raggiunga la nave dell’amato Giasone. Non contenta, Medea si vendica anche di Pelia, re di Iolco che aveva promesso il suo trono a Giasone se questi fosse tornato con il Vello, ma che non intende tener fede al patto con il suo amato, convincendo le sue figlie a ucciderlo, tagliarlo a pezzi e poi farlo bollire in una pozione che lo avrebbe ringiovanito.
Nella tragedia di Euripide, ritroviamo questa cara donna a Corinto, dove lei e Giasone sono stati costretti a fuggire, dieci anni dopo la conquista del vello. Re Creonte ha offerto all’Argonauta (aka, Giasone. Sempre lui) la mano di sua figlia Creusa/Glauce e, dunque, il trono, e Giasone ha accettato… Ripudiando implicitamente la prima moglie e i due figli avuti da lei.
Medea è distrutta dal dolore, dall’umiliazione e dalla rabbia, e quindi medita la sua vendetta. Invia in dono alla principessa una veste avvelenata, che ne provoca la morte atroce, e poi fa violenza a se stessa uccidendo i suoi figli, perché Giasone soffra quanto lei e non abbia discendenza… In ogni caso, dato che Giasone l’ha lasciata, lei non è più nulla. Compiuto questo misfatto, Medea fugge ad Atene sul carro del Dio Sole, dove sposerà Re Egeo e gli darà un figlio, Medo.

Torniamo comunque alla rappresentazione del National Theatre, che si ferma alla fuga di

Il palco.

Medea da Corinto.
La regia è di Carrie Cracknell, e vanta, oltre ad uno splendido cast, scelte narrative eccezionali.

Il palcoscenico è diviso in due piani, quello più alto – che rappresenta la civiltà, il mondo di Corinto, la società a cui Giasone desidera appartenere – e quello più basso, che è in realtà a casa in cui Medea e Giasone hanno vissuto e che si apre su uno splendido bosco immerso in una notte senza fine, che altri non è che il mondo primitivo, istintuale e magico a cui Medea realmente

Il matrimonio di Giasone e Creusa (nella rappresentazione di ieri. Io ho sempre trovato scritto Glauce).

appartiene.
Tra le scelte di rappresentazione che più ho apprezzato, c’è la musica dal vivo, vibrante e ancor più d’effetto proprio perché proviene dallo stesso piano in cui si muovono gli attori, e il coro delle donne corinzie, che è stato trasformato in un corpo di ballo, la cui prima ballerina è paradossalmente Creusa/Cammie Sveaas.

Medea è una straordinaria Helen McCrory, terribile e affascinante, che riesce a dipingere con una vividezza estrema le due anime che dividono il suo personaggio e le motivazioni che la spingono a compiere il gesto con cui si conclude la tragedia. Contrapposto a lei, c’è Giasone/ Danny Sapani, la cui figura è effettivamente il contrario di quella di Medea, sia come atteggiamento che fisicamente.

La narrazione procede, sospinta dalla musica, inquietando sempre di più il pubblico, fino al culmine della storia, evidenziato da un ultimo “balletto” del coro, poco prima dell’entrata in scena di Giasone, che scopre la morte dei suoi due figli… Cento minuti, o poco meno, di rappresentazione che vi lasciano letteralmente con la pelle d’oca.
Le azioni di Medea, sia che vediate la tragedia o che la leggiate, non sembrano poi così illogiche nel contesto in cui i personaggi sono immersi, affiancate alla grande frustrazione  a cui questa donna è stata sottoposta non solo lasciando la terra natia con la violenza, ma anche approdando in un luogo a cui non apparterrà mai, perché lei è altro; nemmeno l’uomo che lei ama le assomiglia o la accetta per ciò che realmente è, nonostante lei gli abbia dato tutto – due figli, è vero, ma anche la sua fama, la sua corrente posizione sociale di eroe: tutto deriva non dalla forza del capitano dell’Argo, ma dalle azioni che Medea ha saputo intraprendere. Medea ha dato tutto a Giasone, ma non ha ricevuto nulla e, quando anche l’amore del marito le viene tolto, non ha nulla che possa consolarla o sostenerla, nemmeno se stessa, perché è stata proprio lei a decidere di annullarsi per l’uomo che ora la ripudia.
La tragedia di cui narra Euripide non sta nell’omicidio di bambini, re o principesse, ma nel fato stesso della protagonista del drammaturgo, e la Cracknell riesce ad evidenziare bene questo aspetto.
Dubito che sia ancora possibile vedere questa Medea al cinema, ma forse siete ancora in tempo per recuperarne qualche frammento su Internet… Senza contare che le pagine di Euripide sono eterne, e che potete farvi la vostra idea su questa eroina della Grecia Antica leggendole, è chiaro.😉