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Quello di famiglia è un concetto piuttosto ampio e arduo da definire, soprattutto perché è più soggettivo di quanto dizionari e enciclopedie ci diano da pensare.

Intendiamoci, il concetto di famiglia racchiuso in un universo ben preciso, quello zoologico ad esempio, è noto a tutti (beh, ai miei pargoli probabilmente no: ma non stiamo a spaccare il capello in quattro); una categoria di cose, accomunate da alcune caratteristiche comuni. C’è la famiglia delle magnoliacee, quelle delle drosofile, quella degli ominidi, eccetera. A livello storico, il termine può essere utilizzato per indicare una casata o clan, ma anche l’insieme di persone che abitano nella stessa casa, come da etimologia latina. Antropologicamente parlando, la famiglia è il nucleo elementare della società umana, formato da genitori, figli e eventuali parenti addizionali.

Sono tutte definizioni scientifiche, e pertanto oggettive, che però non comprendono la sfera dei sentimenti che le persone che compongono la famiglia dovrebbero ispirare negli altri appartenenti al gruppo e che loro stessi dovrebbero provare, almeno secondo la tradizione corrente. Mettiamo per il momento da parte gli svariati casi in cui i membri della stessa famiglia, per usare un eufemismo, non si amavano. Caino e Abele, l’intera famiglia di Agamennone, Edipo (ecco, forse qui ci si amava un po’ troppo) o, se vogliamo allontanarci dalla letteratura, i Borgia o Cleopatra e Tolomeo. E’ un fatto che io ho sempre trovato curioso, per non dire alquanto stupido, che si debba voler bene a qualcuno soltanto perché condivide una parte del nostro DNA (dovrei dunque voler bene all’intera specie umana? E che cosa ne pensiamo dei maiali, dato che recenti ricerche sul loro genoma hanno sentenziato la loro estrema somiglianza a quello umano?).
Perché qualcosa d’impalpabile e inspiegabile come l’affetto debba essere collegato con prove biologiche o anagrafiche, non è mai riuscito a spiegarmelo nessuno; da quanto ho capito, si tratta di una specie di dogma, come l’infallibilità papale, la transustatazione o la costruzione del passato prossimo in tedesco per i miei pargoli. E io, i dogmi, non li ho mai sopportati (eccetto quelli creati da me per il beneficio dei pargoli e della mia sanità mentale: quelli sono intoccabili), e quindi non ho mai accettato di dover provare dell’affetto per qualcuno perché è geneticamente correlato ad uno dei miei genitori.

Naturalmente, questa mia convinzione ha portato a conseguenze più o meno logiche.
La prima è che, se esprimo questa mia opinione, vengo tacciata di essere una persona fredda, addirittura priva di sentimenti. E’ una convinzione che non mi è possibile modificare, come non posso modificare il fatto che qualcuno creda all’immacolata concezione, per quanti sforzi io faccia. E, sarà che lo yoga fa miracoli o che sto diventando veramente zen, proprio perché non mi è possibile cambiare questo fatto, non me ne preoccupo. Ci sono momenti in cui arrivo a trovare preferibile che chi è tenacemente avvinto a questa idea si lanci dalla finestra alla volta dell’Isola Che Non C’è, gorgheggiando un gioioso Puoi volar, puoi volar, puoi volaaarr!, ma non spreco energie inutili a lottare contro i mulini a vento. La seconda conseguenza alla mia intolleranza ai dogmi, è che mi è toccato costruirmi un concetto di famiglia personale, che rispondesse non solo alle mie esigenze, ma anche a quello che sento. Tale concetto è riassumibile in quanto segue.

La famiglia può essere composta da persone dello stesso sangue, ma in definitiva genetica, biologia, zoologia e botanica (non ridete, voi i parenti rambici non li avete mai visti!) non c’entrano proprio nulla.
La famiglia è chi ti ama, anche nei momenti in cui sei meno amabile, e chi tu riesci ad amare anche e soprattutto nei momenti in cui non è per nulla amabile. Ma per nulla, eh!
La famiglia è chi, nel tempo, ha saputo darti amore, perché tu ne costruissi da donare a loro; sono le persone con cui hai costruito un rapporto fatto di intesa e condivisione. In certi casi, anche di buone litigate.
La famiglia è chi ti chiama, perché vuole sentire la tua voce. Ma anche chi non si sente per un tempo lunghissimo, ma con cui si ha condiviso talmente tanto che, quando ci si ritrova, è come se ci si fosse lasciati il giorno prima.
La famiglia è chi ha paura di averti fatto un torto perché non ti sente da un po’, non perché non ti vede alle feste comandate. Da ciò si deduce che la famiglia è chi c’é trecentosessantacinque giorni all’anno, non quattro.
La famiglia è chi condivide con te un pezzetto di anima prima del sangue, chi ti è amico prima che parente. Chi non ti da per scontato solo perché sei un personaggio marginale della sua vita da tanto.

E si vuole limitare la famiglia ad un gruppo di persone imparentate tra loro perché si sono sposate e generate a vicenda. Chi è la persona fredda, allora?