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Visto ieri – e, porcaccia, non in lingua originale! – Birdman, o l’Imprevedibile Virtù dell’Ignoranza, di Alejandro González Iñárritu (21 grammi, Babel), con Micheal Keaton e Edward Norton, forte di ben nove nomination agli Oscar (Miglior Film, Migliore Regia, Miglior Attore Protagonista, Miglior Attore Non Protagonista, Miglior Attrice Non Protagonista, Migliore Sceneggiatura Originale, Migliore Fotografia, Miglior Sonoro e Miglior Montaggio Sonoro), che spero si trasformino tutte in statuette dorate.

E’ la storia di Riggan Thomson, attore hollywoodiano famoso per aver interpretato, venti anni addietro, un supereroe mascherato di nome Birdman e che adesso vuole tornare alla ribalta, per così dire, debuttando a Broadway con un pezzo teatrale adattato da un’opera di Raymond Carver (What We Talk About When We Talk About Love), diretta da lui stesso, che interpreta anche il protagonista. All’inizio del film, Riggan sta lottando perché le anteprime e la prima del suo spettacolo non siano un fiasco, costantemente osteggiato dalla voce del suo Ego, che altri non è che il vecchio Birdman, che lo invita sempre più insistentemente a tornare a fare ciò per cui è più noto: i film da blockbuster.
Il co-protagonista del pezzo teatrale è Mike Shiner, un arcinoto attore teatrale dal talento innato e dalla vita incasinata tanto quanto quella di Riggan, che deve gestire anche una figlia ex tossicodipendente che gli rinfaccia di non essere stato un padre presente, un’ex moglie e una nuova fiamma, che recita una parte nello spettacolo.
Mike e Riggan entrano quasi subito in conflitto, perché Mike non è facilmente gestibile né sul palco né fuori e sembra voler adombrare la stella che Riggan sta faticosamente cercando di far ascendere, e Riggan è sempre più frustrato dalla sua vita e dall’andamento dello spettacolo. Quando il critico del New York Times gli annuncia, alla vigilia della prima dello spettacolo, che è intenzionata a stroncarlo, perché ai suoi occhi Riggan è solo una star di Hollywood strapagata, viziata e ignorante, c’è il definitivo tracollo del protagonista, che compirà un gesto estremo… Ma il finale non ve lo rivelo.😉

Birdman è, come forse ho anticipato, un film davvero stupendo, in cui le tante tematiche di cui tratta si fondono con momenti di un’ilarità estrema, senza che l’intera pellicola cada mai nel ridicolo. Cito alcuni di questi temi, la cui resa mi ha colpito particolarmente: la smania di essere amati per ciò che si è e non per quello che si è fatto; il fatto che la parola “amati” sia utilizzata in modo alquanto improprio da Riggan, perché nel suo caso sottende per la maggior parte delle volte l’essere riconosciuti, ammirati, additati, ci porta al tema dell’amore in tutte le sue sfumature, che si ripercuote per l’intero film. Non a caso, il pezzo teatrale che si deve mettere in scena si chiama What We Talk About When We Talk About Love, Di cosa parliamo quando parliamo dell’amore. Legato a tutto ciò, c’è poi il tema di shakespeariana memoria dello specchio tra la realtà e il palcoscenico, tra l’uomo e l’attore, che si evolve, in questo film, in quello della maschera.

Insomma, c’è pane per chiunque abbia voglia di fare una riflessione o due. ^^
La regia di Iñárritu è pressoché perfetta, ho amato le sue scelte narrative e la splendida resa della contrapposizione/frammistione tra Riggan e il suo Ego, che diventa anche frammistione tra realtà e illusione, sempre più evidente man mano che Riggan si avvicina al suo tracollo emotivo. La colonna sonora è effettivamente un gioiellino e sostiene la crescente drammaticità del film con dei pezzi per batteria meravigliosi.
Tra gli interpreti, spiccano un meraviglioso Micheal Keaton/Riggan Thomson e un eccelso Edward Norton/Mike Shiner, che è un peccato non vedere più spesso esprimersi così bene, dato il suo talento. A Micheal Keaton è stato affidato un personaggio spinoso, dato le somiglianze con alcuni aspetti della vita dell’attore, anche se, tutto sommato, è l’intera pellicola che potremmo considerare spinosa, viste le molte citazioni ad attori correntemente in carriera (una per tutte, Robert Downey Junior) e anche il momento particolare in cui ci troviamo, dove, da alcuni anni a questa parte, molti attori cinematografici, anche famosi, hanno scelto di debuttare/tornare a teatro. Edward Norton, che come ho detto è latore di una delle sue migliori performance, veste i panni di un personaggio meraviglioso, con un talento recitativo altissimo e quindi anche una sensibilità sopra la media, ma che è nello stesso tempo estremamente disilluso e depresso. Non so se è stata una scelta cosciente, ma nel modo di vestire di Mike/Norton, nel suo modo di porsi, parlare, camminare, ho trovato delle somiglianze con alcuni attori particolarmente in auge in questo momento (non vi dico i nomi: se avete visto il film e avete anche voi questa sensazione, scrivetemi un commento sulle vostre impressioni); se fosse veramente come penso, sarebbe una chicca che aggiungerebbe un quid in più alla pellicola, che – e non mi stancherò mai di ripeterlo! – è già notevole. Emma Stone, candidata come Miglior Attrice Protagonista all’Oscar, recita indubbiamente il suo ruolo molto bene, ma a mio avviso la sua performance è completamente messa in ombra dai suoi colleghi maschili, che hanno sicuramente più tempo davanti alla cinepresa e che lo fanno fruttare a dovere.
Signori, che dire… La cerimonia degli Oscar è fra poche ore, e vedremo che cosa avrà deciso la giuria in merito a quei deliziosi omini dorati (quest’anno c’è una certa concorrenza, non trovate anche voi?), ma io tiferò indubbiamente per questo film.