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Una delle mie pargole dovrà affrontare un’interrogazione su Shakespeare domani mattina, il che ha causato una full immersion nel mondo del Bardo, per un totale di sette ore.
Sette ore, signori. Sette ore (tre ieri, quattro oggi) in cui ho cercato di rispondere all’innocente domanda di quest’adolescente con scarso senso pratico: Mi spieghi Shakespeare?
Tra le svariate domande che mi sono state poste in questi due giorni (<<Ma può uno scrivere così tanti drammi??>> << Ma quindi Romeo e Giulietta avevano la mia età?>>) e i non ben quantificabili errori di pronuncia durante la lettura di alcuni brani (io non so Macbeth, ma sicuramente La Strega Shall Sleep No More), c’è una cosa che mi è rimasta impressa.

Verso le 15:30 di questo pomeriggio la pargola mi dice di essere perplessa sull’universalità di Shakespeare; perché si dice che è uno scrittore universale e contemporaneo?
Voi, che conoscete oramai il mio amore smisurato per il vecchio Will, potete ben immaginare in che tipo di appassionato discorso (soliloquio, se vogliamo rimanere in tema ^^) io abbia espresso tutte le mie osservazioni in merito a questo argomento, toccando la straziante fragilità dei personaggi, il destino avverso che sembra seguirli, il profondissimo studio della personalità umana che l’autore ha compiuto per disegnare i suoi eroi e antieroi e, infine, l’estrema contemporaneità e comprensione delle vicende. Dopo trentacinque minuti di parole, la pargola compie la sua deduzione.

<<Quindi, Lady Macbeth e Macbeth sono i Rosa e Olindo della loro epoca.>>

Ecco. E’ colpa mia, lo so. Gliel’ho detto io.
Sigh.