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Ieri sera ho visto The Imitation Game, ultima fatica di Morten Tyldum, che vede l’oramai arcinoto Benedict Cumberbatch come protagonista.

Il film è tratto dalla vera storia di un signore che si chiamava Alan Turing e che probabilmente la maggior parte di voi non ha mai sentito nominare. Un tipetto particolare, questo Turing, che è famoso soprattutto per aver posto le basi di quella diavoleria chiamata, appunto, Macchina di Turing, e che al momento mi permette di scrivere queste parole. Aka, il computer, signori. Ma la storia di Alan Turing non è degna di nota solo per questo. Tra il 1939 e il 1945 questo matematico e crittografo inglese ha lavorato per il governo britannico per decifrare il codice con cui venivano crittografati gli ordini nazisti (Enigma), missione in cui ha avuto successo proprio costruendo una prima sua macchina, che ha battezzato Christopher. Ma non è mica finita, eh! La decrittazione di Enigma avviene nel 1943, ma Turing e il suo staff decidono di mantenerla segreta perché non ne giunga voce ai nazisti, che avrebbero riprogrammato la loro macchina; la squadra capitanata dal nostro eroe elabora quindi anche un complesso sistema statistico per stabilire quali e quanti attacchi nazisti sventare per salvare il numero massimo di vite umane, ma al contempo per evitare che l’esercito della svastica si accorga che Enigma non è più tanto sicuro.
Insomma, la guerra l’hanno vinta un gruppo di secchioncelli chiusi in una fabbrica radiofonica di un paesino inglese.
Caspita, il buon vecchio Alan sarà stato osannato dall’Europa intera, allora! Incredibile che il suo nome sia così sconosciuto ai più, eh? No, mica tanto incredibile. Il governo inglese ha mantenuto la missione di decrittazione segreta per oltre 50 anni, in più il signor Turing non era propriamente l’Eroe della Nazione per eccellenza, vedete. Aveva infatti una personalità lievemente dissociata, non capiva alcuna forma di umorismo né di socializzazione, aveva manie ossessive e… era omosessuale, cosa ritenuta un reato, nel Regno Unito, fino alla sua abolizione nel 1967. Nel 1951 Turing viene arrestato e condannato per atti osceni (insomma, andava a letto con gli uomini) e obbligato ad assumere farmaci ormonali (la castrazione chimica). Dopo un anno di terapia, Turing si suicida a 41 anni, ma tranquilli! La Regina Elisabetta gli concede quantomeno la grazia postuma, nel 2013.

Tutto quanto sopra per inquadrare il personaggio di Alan Turing, di cui anche i libri scolastici (per non dire gli insegnanti) dicono poco, e che invece sarebbe interessante conoscere; pensate solo a quante riflessioni sarebbe possibile fare e a quanto in profondità si possa andare, solo con i pochi dati che vi ho fornito in questo post!
Ora torniamo al film, che vanta una sceneggiatura d’eccellenza, con delle linee meravigliose anche con la traduzione e il doppiaggio italiano. Il tutto è poi esaltato da un cast non solo molto ben calibrato, ma che si fregia di presenze d’eccezione. Benedict Cumberbatch è un incredibile Alan Turing, un genio, l’anello di congiunzione tra l’uomo e la macchina, data la sua personalità dissociata, ma anche fragilissimo. Ho amato moltissimo la delicatezza con cui Cumberbatch è riuscito a far trasparire l’emozionalità di Turing, a cui ha anche conferito una tenerezza di fondo, che si lega sicuramente ai suoi modi impacciati; Il tutto, nonostante il resto del pacchetto, asocialità e ossessioni comprese, lo rende un personaggio molto dolce e estremamente umano. Tra gli altri interpreti, Keira Knightley/Joan Clarke, Charles Dance/Comandante Denniston, Mark Strong/Menzies e il mio adorato Rory Kinnear/Detective Nock (ma perché non c’era una proiezione in lingua originale, perchè???!). Dico poco degli altri membri del cast, perché, in The Imitation Game, Cumberbatch spopola su tutto e tutti, non c’è partita per nessuno: una prova splendida.

Della scelta narrativa, ho apprezzato i continui flashback, spesso disposti anche a matrioska, che movimentano una trama, che altrimenti avrebbe sicuramente potuto risultare un po’ lenta, e la messa in evidenza del rapporto/contrapposizione tra Turing e Joan Clarke (parte del team di Turing, forse la persona che più è riuscita a penetrare nell’animo estremamente chiuso del matematico).
Joan e Alan appaiono estremamente simili in alcuni aspetti della loro personalità: sono entrambi molto più intelligenti della media, ed entrambi devono accettare di fare compromessi e di celarsi al pubblico, se vogliamo, per poter continuare a fare quello che desiderano. Riescono a capirsi, i due, e il loro è un feeling mentale che indubbiamente ha il pregio di fare credere ai due di non essere unici – non essere soli – al mondo. Quello che differenzia questi personaggi è naturalmente ciò che determina la fine tragica di Turing, che è fondamentalmente incapace di mantenere i compromessi con la società, e il prosperare di Joan, che invece possiede la forza di carattere necessaria per conformarsi a ciò che il pubblico le richiede. Anche, Joan, per quanto estremamente intelligente e forse addirittura più dotata di Turing stesso, non possiede (continuo a parlare della pellicola, eh!) la sensibilità di cui invece lui è permeato, e che lo trascina inevitabilmente in un tunnel di solitudine, tristezza e depressione.

The Imitation Game non è di certo un film leggero, ma è sicuramente uno dei migliori degli ultimi anni e merita di essere visto. Almeno una volta, anche solo per curiosità.
Non credo ve ne pentirete.