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Giusto ieri sera ho visto “Pride“, ultima fatica di Matthew Warchus (regista anche di teatro), prodotto da una casa cinematografica indipendente in collaborazione con la BBC, che temo non rimarrà in proiezione a lungo. Quindi, sbrigatevi ad andarlo a vedere.

Il film è tratto da una storia vera. Nel 1985 un movimento di lotta per i diritti degli omosessuali (LGSM – Lesbians and Gays Support the Miners) decide di sostenere la causa dei minatori, in sciopero contro il governo della Thatcher. Purtroppo, i sindacati dei minatori rifiutano il loro aiuto, quindi il movimento decide di concentrarsi sul sostegno ad un piccolo villaggio del Galles del Sud. All’inizio, gli abitanti del piccolo e alquanto conservatore villaggio non sono particolarmente entusiasti del fatto che un gruppo di omosessuali sostenga la loro causa, ma quando il LGSM arriva in visita, si formano dei legami molto forti tra i minatori e i membri del movimento… Non svelo il finale, che ha un che di commuovente e merita di essere visto la prima volta sullo schermo.🙂

Il cast è d’eccezione e conta nomi come, tra gli altri, Bill Nighy, Andrew Scott, Dominic West e Imelda Staunton; a tutti gli interpreti sono affidati personaggi molto ben caratterizzati, di una rotondità davvero notevole per un film di 120 minuti che mette parecchia carne al fuoco, e con linee di copione ottime.
Ecco, parliamone, del copione. Pride alterna momenti di ilarità allo stato puro a momenti, invece, estremamente seri e di riflessione con una leggerezza e una delicatezza nelle scelte narrative che, invece che edulcorare la realtà raccontata, la rende a mio parere più tangibile. In tutto questo, il copione è aiutato dall’ottima colonna sonora, che mescola brani degli anni ’80 a canzoni e marce più popolari, inclusa una emozionantissima Bread and Roses.

Oltre alla delicatezza nel trattare un argomento che ancora oggi risulta scomodo, del film ho particolarmente apprezzato che proprio quel tema – la lotta per i diritti degli omosessuali, con tutti gli annessi e i connessi – non sia esattamente al centro della trama, che non prevarichi, insomma, su una gamma di altri temi pesanti tanto quanto questo – i diritti dei minatori, la lotta per il lavoro, i conflitti famigliari… – che trovano quasi magicamente il loro spazio in quelle due ore stiracchiate di pellicola, che non da mai l’idea di essere troppo affollata. E’ semplicistico e profondamente sbagliato definire Pride un film sui gay, perché in realtà è un film sulla lotta per i diritti di ognuno e sul sostegno reciproco, non disinteressato ma basato sulla convinzione che sia l’unico modo per raggiungere degli obiettivi importanti. Ecco, ogni tanto vale la pena di andare a vedere anche un film così.