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C’è chi mi guarda un po’ strano quando affermo che Robert Downey Junior è un ottimo attore, e forse non ha tutti i torti. Voglio dire, se si guardano i suoi ultimi film (in quattro andava in giro in una tuta metallica rossa e gialla, in due si faceva un viaggetto per mezzo di una soluzione per oftalmologi, in un’altra recitava la parte di un afroamericano… potrei continuare, ma lasciamo stare) è difficile considerare questo signore in maniera diversa da un’ottimo caricaturista, ma ecco che il buon vecchio Robert ti sorprende con una pellicola come The Judge, in cui di divertente e sopra le righe non c’è proprio nulla e il suo talento è libero di venir fuori al 100%, senza che nemmeno il doppiaggio lo diminuisca. Se poi al suo fianco ti ritrovi un mostro sacro come Robert Duvall, allora non puoi proprio perderti il film, no?

The Judge è la storia di Henry/Hank Palmer, un avvocato di successo di Chicago con una vita privata vagamente disastrosa, che è costretto a tornare nel piccolo paese dell’Indiana dov’è nato e cresciuto a seguito della morte improvvisa della madre. Lì, Hank incontra la sua famiglia: due fratelli, di cui uno con una qualche forma di ritardo mentale e l’altro che ha dovuto abbandonare una prestigiosa carriera nel baseball a causa di un incidente in macchina provocato da Hank stesso, e suo padre, il Giudice Palmer, con il quale ha un rapporto teso, di competizione. Quando il Giudice viene accusato di omicidio, Hank decide di difendere il padre in tribunale, consapevole che – dato il carattere del genitore e i loro rapporti – non sarà una cosa facile.
Non rivelo naturalmente il finale, anche se non è la trama ad essere il punto forte della pellicola, quanto la tensione dei rapporti umani, che viene espressa magnificamente dal ritmo narrativo (solo un po’ lento all’inizio) e dalla bravura degli interpreti. Oltre ai due protagonisti, segnalo anche Vincent D’Onofrio e un perfetto Billy Bob Thornton.

Il rapporto tra padre e figlio, tra Hank e il Giudice insomma, è la maggiore fonte di drammaticità del film, perché risulta evidente che tutto quello che il protagonista è – un brillante avvocato, sì, un padre affettuoso, ma anche e in definitiva un uomo che si è costruito un’armatura fatta di buona (ottima!) dialettica e grande senso dell’ironia – lo deve al padre e all’assenza di affetto e riconoscimento con cui questi lo ha cresciuto da un certo momento in avanti (non rivelo nulla delle battute finali, perché la scena del banco dei testimoni è bellissima, e dovete vederla con la mente sgombra). E’ particolarmente emozionante assistere alle interazioni tra Robert Duvall e Robert Downey Junior, che sono assolutamente perfetti, ed è davvero un peccato non aver potuto vedere il film in lingua originale.

Se devo trovare una pecca in The Judge, la vedo nella battuta finale di Joseph/Duvall. Troppo melensa, troppo condiscendente per come l’intera vicenda si è sviluppata, anche se capisco perché è stata inserita. E’ il sogno di tutti i bimbi sperduti, infondo, ottenere quel riconoscimento che hanno cercato per tutta la vita, anche se alla fine arriva quando è troppo tardi.