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Ultimo appuntamento della stagione dei live dal National Theatre, che si chiude splendidamente con uno stupendo King Lear.

nt-live-king-lear-encore-screening-62Cosa diciamo di quest’opera di Shakespeare?
Purtroppo, al posto delle tradizionali diapositive esplicative in loop, il cinema ha scelto di trasmettere delle pubblicità molto, ma molto, imbarazzanti, quindi devo ahimè affidarmi alle mie rimembranze scolastiche.
La tragedia è stata scritta presumibilmente tra il 1603 e il 1606. Il protagonista della vicenda è naturalmente Re Lear, vecchio re di Inghilterra che, malato, desidera spartire il suo regno tra le tre figlie: Gonerill, Regan e Cordelia. Prima di affidare loro una parte di regno, però, vuole che esse proclamino a gran voce quanto lo amano e lo rispettano. Gonerill e Regan si lanciano in iperboli di amore filiale chiaramente false, mentre Cordelia, la figlia minore, si rifiuta di professare ciò che lei sente ed esprime con le sue azioni. Lear, però, è grandemente offeso dal rifiuto della figlia e la ripudia, dividendo il regno a metà tra le due figlie (e i rispettivi mariti) e affidandosi in pratica alle loro cure. Dato che il vecchio re è pretenzioso e arrogante e che le due sorelle non nutrono esattamente l’amore che avevano professato, non passa molto tempo prima che Lear venga rifiutato e cacciato da entrambe, che si renda conto del suo grandissimo errore e che diventi pure pazzo. Il finale, che vede il ritorno di Cordelia per occuparsi del padre e restituirgli il suo trono, riserva il classico bagno di sangue shakespeariano, quello in cui in poche linee muoiono quasi tutti i personaggi. Questo per quanto riguarda la sintesi della trama; io vi consiglio caldamente di leggervi la tragedia e magari di rifletterci anche un po’ su, perché merita. Oddei, Shakespeare merita sempre, ma visto che siamo tutti figli di qualcuno, e che prima o poi diventeremo tutti vecchi, vale più che mai la pena di dare una scorsa alle parole del Bardo.

La rappresentazione del National Theatre vanta la regia di Sam Mendes e ha per protagonista Simon Russel Beale. E scusate se è poco.
Le scenografie sono mobili, assimilabili in un certo senso a quelle dell’Othello, ma i cambi di scena avvengono tutti al buio. Anche i colori sono per lo più tendenti al nero, con i simpatici tocchi di vivacità del sangue finto, che anche in questa resa teatrale scorre piuttosto facilmente. Davvero, questa tendenza britannica del darsi allo splatter mi coglie quasi di sorpresa. Che sia la moda dell’anno? Insomma, non arriviamo alla tinta completa del Coriolanus, ma anche Sam Mendes non scherza, eh! Io non ricordo di aver mai visto così tanto rosso in teatro prima di quest’anno, e ammetto anche che la cosa non mi dispiace.

Tornando al cast, Beale è niente di meno che strepitoso nel suo ruolo di protagonista; il suo Lear è un uomo francamente detestabile, ma nel contempo si riesce a compatirlo molto facilmente. All’inizio della tragedia l’attore dipinge un dittatore arrogante e prepotente, che lascia gradualmente spazio ad un vecchio demente che anche per quanto riguarda il tono di voce e la postura non ha nulla di simile a quello che era nella prima parte della tragedia. Considerando che si tratta di una trasformazione attuata senza l’utilizzo di trucchi, costumi di scena o altri orpelli, non si può non rimanerne colpiti.
Cordelia è interpretata dalla bravissima Olivia Vinall (già Desdemona in Othello), che chiaramente è specializzata nei ruoli di donne buone che muoiono malamente. Altri personaggi degni di nota sono il conte di Kent (Stanley Towsend come non lo avete mai visto, berretto da lupo di mare compreso), un crudelissimo Edmond (Sam Troughton: lui come antagonista farà strada) e il caro Edgar (Tom Brooke, già in Sherlock). Menzione a parte per Adrian Scarbourough nei panni del Buffone più saggio e destabilizzante mai visto.

Come ho accennato, si tratta di una resa piuttosto “forte” dell’intera tragedia, sia per la violenza di alcune scene (mi accecano Gloucester con un cavatappi!), che per le scelte narrative adottate, ma d’altronde King Lear non è esattamente una delle opere più sopportabili di Shakespeare… Io la paragono in un certo qual senso all’Amleto, soprattutto per quanto riguarda la disfatta totale dell’essere umano, il suo annichilimento, ecco. Siete naturalmente invitati a esprimere la vostra opinione.

Io nel frattempo mi crogiolo nei ricordi della tragedia di ieri sera, fino a quando non realizzerò che non ci sarà trippa per gatti (shakespeariani) fino all’inizio della prossima stagione. Urge trovare altri metodi di catarsi.