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Non so quanti di voi abbiano mai provato l’ebbrezza di insegnare grammatica ad un adolescente medio, io ad ogni modo sono talmente fortunata da poterlo fare non in una, non in due ma in ben quattro lingue diverse. A chi troppo e a chi niente, insomma.
Tra i milioni di concetti che suscitano più dubbi nella testolina dei miei pargoli e più svilimento nella mia, trovo che l’insegnamento della grammatica tedesca, e più in particolare della formazione del Perfekt, desti tra i miei poco dotto alunni delle riflessioni quantomeno peculiari. Quello che viene riportato sotto queste righe è tratto da un’osservazione continua e continuata di un campione piuttosto vasto di giovani esponenti dell’essere umano italiano, esaminati dalla prima alla quarta (dopo, generalmente perdo ogni speranza) spiegazione dello stesso concetto nel corso di mesi e anni di insegnamento.

Ma cominciamo dall’inizio.
Il Perfekt è più o meno assimilabile al passato prossimo italiano. E’ composto dal verbo ausiliare (essere o avere), che va coniugato opportunamente e messo al secondo posto nella frase, e dal participio perfetto del verbo che intendiamo utilizzare, che invece va alla fine della frase. Il participio passato dei verbi irregolari va imparato a memoria (un po’ come si fa in inglese), mentre quello dei verbi regolari è facilissimo: togliamo la desinenza -en dal verbo all’infinito, poi aggiungiamo un ge- all’inizio del verbo e una -t alla fine.
Esempio: machen (fare) > mach- > gemacht (fatto)

Non è complicato, vero? Cosa desta preoccupazione negli animi dei simpatici pargoli, dunque? La scelta dell’ausiliare da coniugare.
Partiamo dal presupposto che, essendo i verbi ausiliari due, il piccolo traduttore in erba ha il 50% di possibilità di azzeccare quello corretto, anche sparando a caso, e non pensiamo neanche minimamente che detto germanofono wannabe possa affidarsi al modo in cui suonano le parole che vengono accostate in una frase (non funziona quando ci provano in italiano, con il tedesco sarebbe un miracolo!).
La verità è che non è particolarmente difficile scegliere l’ausiliare corretto, una volta che si è in grado di riconoscere i verbi transitivi (avere) da quelli intransitivi (essere), e di individuare quelli riflessivi (avere). Dato però che l’adolescente medio non ha la minima idea del concetto di transitività del verbo, io offro una spiegazione lievemente diversa – e per certi versi anche più corretta – di come scegliere il verbo giusto da affiancare al participio passato.
I verbi che implicano un movimento o un cambiamento di sorta (più qualche eccezione che ti impari a memoria) vogliono il vero essere, gli altri invece il verbo avere.
Esempio: gehen (andare) > verbo essere; schreiben (scrivere) > verbo avere.

Di nuovo, facilissimo. E invece no, perché a partire dalla semplice spiegazione da me fornita e dal significato dei verbi che vengono proposti al pargolo di turno, egli/ella è in grado di mettere in piedi delle divagazioni filosofiche degne di Proust, che non so se abbia mai imparato il tedesco, ma che non se la cavava poi malaccio anche senza la germanica lingua.
Prendiamo un semplice esempio, come il verbo fahren (andare con un mezzo di trasporto) e conveniamo, qui su questa pagina, che si tratta di un verbo che presume uno spostamento, per cui tu prendi il mezzo di trasporto prescelto e ti sposti dal luogo A al luogo B, indi per cui l’ausiliare corretto per formare il Perfekt è il verbo essere. La traduzione corretta della frase “io sono andata a scuola con l’auto” è, dunque, “Ich bin mit dem Auto zur Schule gefahren”. Metà dei simpatici pargoli si ostina, e con una certa pervicacia anche, a mettere come ausiliare il verbo haben, avere, adducendo come motivazione che, se io uso l’auto per andare a scuola, ci sto seduta dentro. E quindi non mi muovo, sto ferma. Vani sono i tentativi di far notare alla piccola capretta filosofa che, però, la macchina si muove e si sposta, con te dentro, dal luogo A al luogo B, perché per lei/lui il soggetto della frase avrà comunque trascorso tutto il viaggio stando comodamente seduto sul sedile dell’auto. Ma la disquisizione filosofica sul verbo fahren non finisce qui. Osserviamo queste frasi (“Alle ore …. sono andata a scuola con l’auto), così come vengono tradotte dal pargolo medio.
Um 10 Uhr bin ich mit dem Auto zur Schule gefahren.
Um 17 Uhr habe ich mit dem Auto zur Schule gefahren.

Perché la seconda frase è sbagliata quando la prima mi viene tradotta correttamente, mi chiederete. Me lo sono chiesta anche io giusto due giorni fa, e la risposta di un pargolo enormemente scioccato dalla mia ignoranza, è stata di guardare bene l’ora; alle 17, ora di punta, più che muoversi si sta impantanati nel traffico.
(E no, il simpatico pargolo non stava cercando di prendere la Strega per i fondelli. Primo, perché ha troppa paura della sottoscritta e secondo perché era mortalmente serio.)

Prendiamo ora un altro verbo e impegoliamoci in discussioni ben più nobili, che esulano dai notiziari sul traffico. Ad esempio, tentiamo di tradurre la frase “io mi sono lavato”. Il verbo riflessivo sich waschen (lavarsi) è irregolare e non implica alcuno spostamento; l’ausiliare corretto per formare il Perfekt è dunque il verbo avere, da qui “Ich habe mich gewaschen”, ma ben più di metà dei miei pargoli asserisce che la forma corretta della frase sia “Ich bin mich gewaschen”, in quanto il verbo implica un cambiamento. Prima ero sporco, poi mi sono lavato, e dunque sono pulito.
Mi chiedo se funzioni anche con la mia coscienza, dopo il pargolicidio imminente.

Simili riflessioni avvengono anche di fronte ai verbi “vestirsi”, “svestirsi”, “cambiarsi”, “pettinarsi”, “fare la doccia” et similia, ma non, ad esempio, con il verbo “morire” (sterben). Applicare il paradigma prima ero vivo e adesso non lo sono più è per i miei pargoli assolutamente improponibile, perché lo sanno tutti che i morti non si muovono! Se si muovessero, saremmo in una puntata di “The Walking Dead”, e se fossero anche fisicamente appetenti (non è esattamente il termine che utilizzano le pargole, ma penso abbiate capito), in una di “Vampire Diaries”.
Logica inattaccabile, ne sono sicura.

Tali alti livelli di filosofia comparata hanno ultimamente raggiunto anche una certa poeticità, in presenza del verbo vergessen (dimenticare). La drammatica frase “Ti ho dimenticata” mi è stata facilmente tradotta, ieri, non utilizzando il materialistico verbo haben, ma bensì in “Ich bin dich vergessen”, perché – e attenzione, signori, al piccolo Schiller – <<è come se il pensiero di lei fosse fuggito (quindi, spostamento NdB*) dalla mente del soggetto della frase, no?>>.

Ecco. E io a questo punto cosa devo dire al pargolo di turno, se non suggerirgli di imparare a memoria non solo il participio passato del verbo irregolare, ma anche il suo ausiliare? Ma almeno possiamo sperare in buoni voti in filosofia, dal terzo anno di liceo in poi…

 

* NdB = Nota della Blogger.

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