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Signori, la possibilità che la sottoscritta guarisca dal loop shakespeariano da cui è sprofondata negli ultimi 14 mesi e mezzo è nulla, soprattutto se continuano a proporre rappresentazioni londinesi delle tragedie di Shakespeare al cinema.

Questo mese è stata la volta di “Coriolanus”, la cui -bellissima! Guardate la riproduzione delle vene sullo sfondo! – locandina è quella che vedete a fianco delle mie parole.

Che cosa diciamo dell’opera?
Le adorabili diapositive che scorrono, come da tradizione, senza soluzione di continuità per un quarto d’ora prima che inizi lo spettacolo hanno integrato le mie conoscenze riguardanti Coriolano e la Donmar Warehouse che lo ospita.
Coriolano è la terza tragedia romana di Shakespeare (dopo Giulio Cesare e Antonio e Cleopatra) ed è uno dei tardi lavori del poeta inglese, essendo stata scritta tra il 1605 e il 1608. La vicenda è ambientata nella Roma… diciamo post monarchica (poco dopo i leggendari sette re, per intenderci) e il protagonista è naturalmente Caio Marzio Coriolano, patrizio romano e grande guerriero, animato da un intenso amore per la sua città e da una scarsa fede nel metodo della democrazia. Essendo fin troppo onesto, Caio Marzio finirà per sputare la sua rabbia in faccia alla plebe, che lo bandirà dalla città umiliandolo oltre ogni modo e spingendolo a cercare la sua vendetta alleandosi con il capo della tribù dei Volsci, Aufidio, suo acerrimo nemico fino ad allora. Ad un passo dalla conquista di Roma, però, la madre e la moglie di Coriolano riescono a convincerlo a desistere dalla sua impresa e a risparmiare la sua città, con la tragica conseguenza, però, di causare la – dolorosa – morte dell’amato figlio e marito per mano di Aufidio stesso.
(Ora, non ditemi che vi ho spoilerato il finale, perché è oggettivamente difficile fare spoiler su un’opera teatrale che ha più di quattrocento anni e perché se si chiama tragedia è chiaro che è prevista almeno una morte e generalmente il protagonista non viene risparmiato.)

Ora, qualche curiosità sul teatro.
La produzione di “Coriolanus” è del National Theatre, ma la sede è la Donmar Warehouse, un teatro minuscolo con soli 251 posti, che fino a una ventina di anni fa era un deposito per la frutta (la sala del palco era adibita alla maturazione delle banane) e che adesso offre spettacoli di altissimo livello, sotto la direzione artistica di Josie Rourke, che è anche la regista di questa rappresentazione.

Dunque, soddisfatta la vostra curiosità, potrei anche cominciare a parlare della tragedia, che è davvero splendida in tutti i suoi aspetti, ma prima mi sento di fare un piccolo appunto.
Mi riferirò, in questo post, alla sola rappresentazione che ho visto ieri sera e non al testo della tragedia, che sto leggendo in questi giorni per la prima volta. Il motivo di questa scelta è sostanzialmente che mi capita di sentire il personaggio di Coriolano particolarmente vicino in alcuni suoi aspetti e vorrei riflettere bene (magari rileggendola un paio di volte) sull’intera opera prima di esprimere un giudizio personale.

Ma torniamo a noi e cominciamo parlando della scenografia, che sostanzialmente consiste in una quindicina sedie di metallo, una scala e qualche maniglia conficcata nel muro stesso del teatro, occasionalmente dipinto di rosso e con qualche scritta bianca, un paio di proiezioni sulla stessa nuda parete e una spessa catena per il gran finale. Scena più che vuota, quindi, a differenza delle altre due opere di Shakespeare (Amleto e Othello) che ho recensito nei mesi passati.

Essendo il teatro così piccolo, il palco è veramente stretto e corto, con una pavimentazione grezza e non sopraelevato rispetto al pubblico. Molto comode sono anche le grate di scolo dei liquidi, considerato il quantitativo di sangue finto utilizzato per ogni rappresentazione… Delle scelte di scena ho apprezzato particolarmente quella di dipingere, subito all’inizio della tragedia, un quadrato rosso che penso copra la metà dell’area del palco e, poco prima del processo a Coriolano un altro di colore nero, piccolissimo. Il progressivo restringimento di uno spazio già di per sé di piccole dimensioni comunica un senso di frustrazione crescente, che poi esplode nel memorabile scatto d’ira di Caio Marzio.

Il palco con la scarnissima, ma grandemente efficace, scenografia.

Il palco con la scarnissima, ma grandemente efficace, scenografia.

La regia di Josie Rourke è perfetta e quasi sconcertante, se si pensa all’estrema fisicità della rappresentazione, alla violenza delle scene e, di nuovo, a tutto il sangue che scorre durante la tragedia. Sangue che risalta magnificamente sui colori cupi o neutri della scena e dei costumi semi-moderni dei personaggi. Doverosa menzione a parte per il reparto trucco, che con le cicatrici di Coriolano ha fatto un lavoro degno di nota.

Il cast è, come sempre per il NT, molto ben scelto e ancora meglio gestito.
Caio Marzio è interpretato da Tom Hiddleston (che presumibilmente è il responsabile dell’insolita affluenza di giovani ragazze in sala: sarò anche pessimista, ma trovo difficile pensare che le pulzelle si siano svegliate, un giorno di primavera, e abbiano riscoperto l’amore per il caro Will), che impressiona soprattutto per i repentini cambi di emozioni espresse. La capacità di passare dal calmo sarcasmo alla rabbia assoluta in un secondo o poco più di questo giovane uomo farebbe presupporre che il poverino soffra di bipolarismo, e invece no: si chiama talento nella recitazione; lo so che qui in Italia siamo abituati male, ma da altre parti capita che questa articolare qualità si manifesti… Ho apprezzato la violenza che Hiddleston (che ricordiamolo, è la stessa persona che un annetto fa si faceva ripetutamente sbattere sul pavimento dell’attico di Tony Stark da un gigante verde) è riuscito a trasmettere interpretando il suo personaggio, soprattutto quando contrapposta alla calma ironia di Menenio – un Mark Gatiss incredibilmente bravo, come sempre. D’altronde, è impossibile non ammirare le doti di quest’uomo (Gatiss), che è dotato di una grazia e di un’eleganza sia nei movimenti che nel tono della voce davvero fuori dal comune. L’unica parola che mi viene in mente per descrivere la sua prova è, nella cara lingua dello zio Bill, compelling. Cercatela su un buon dizionario e fatevi un’idea di quello che intendo.
Hadley Fraser interpreta Aufidio, il nemico giurato del protagonista, che non potendo sopraffare Coriolano fisicamente, lo fa utilizzando un sotterfugio, sul finale. Fraser ha una bellissima fisicità, che risalta soprattutto quando è visivamente contrapposto a Hiddleston (nota per tutti: il combattimento dentro le mura di Corioli è bellissimo, ben progettato e di una certa difficoltà, soprattutto se consideriamo che si tratta di un’interazione piuttosto lunga e che in teatro non si può fermare la scena per respirare.).
Il ruolo dell’inquietantissima madre di Caio Marzio, Volumnia, è ricoperto da Deborah Findlay, che è assolutamente perfetta fino al triste e crudele finale. Menzioniamo anche i due tribuni della plebe, responsabili dell’allontanamento del protagonista da Roma, Helen Schlesinger e Elliot Levey, nella loro perfetta interpretazione di Grillo e Casaleg- ehm… No, dicevo, dei loro ruoli (scherzi a parte, la rassomiglianza tra il modo in cui hanno resto i loro personaggi e le due teste pensanti dei Cinque Stelle è curiosa).

Come penso sia chiaro dalle mie parole, ciò che risalta – e volutamente – di più in questa messa in scena è l’estrema fisicità, nella muscolarità e nell’istintualità proprie di Coriolano, ma anche nella violenza illogica della plebe, che si scaglia contro il protagonista come un sol uomo, contrapposta alla flebile voce non della ragione, ma del calcolo e dell’astuzia, che in questa particolare opera vengono relegate a personaggi secondari più che a coprotaginisti, come invece succedeva con Iago e Othello.

 

Detto questo, signori, io vi lascio proponendovi anche i link delle altre due tragedie dello zio Will di cui ho parlato su questo blog: leggete qui per sapere che ne ho pensato di Amleto e qui per Othello.

…A presto con il re Lear?^^