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Ho visto la pellicola della locandina giusto ieri sera, a meno di ventiquattr’ore dal fatidico momento in cui Steve McQueen ritirava il suo Oscar… che francamente non mi sembra meritatissimo. Ma andiamo con ordine.

12 anni schiavo” è un film tratto da un libro, testimonianza a sua volta di una storia vera, che riassumo brevemente. Un violinista nero del nord degli Stati Uniti, pochi anni prima della Guerra di Secessione, viene rapito e condotto al Sud, dove viene venduto come schiavo. Passa quindi da un padrone ad un altro finché non riesce a far avere notizia di sé alla sua famiglia e viene liberato.
Lo so che sentite un leggero cinismo trasparire da queste mie parole, ma vi assicuro che i realtà non è così; è che la trama non può, ahimè essere riassunta in nessun altro modo… In realtà è per il soggetto stesso del film che ho deciso di andare a vedere il film al cinema in primo luogo. Immagino che non tutte le ciambelle riescano col buco.

Ma torniamo a noi.
L’interprete principale, Chiwetel Ejiofor, era praticamente sconosciuto prima dell’uscita di questa pellicola, come anche una delle attrici non protagoniste – Lupita Nyong’o – che si tra l’altro portata a casa la statuetta come best supporting actress. In compenso, c’è una vera e propria pioggia di comparsate, cammeo e quant’altro di attori e attrici iper-famosi in ruoli di supporto, cominciando da Michael Fassbender, passando per Benedict Cumberbatch e Sara Paulson e finendo con Brad Pitt, che è anche produttore della pellicola.
Non so se sia una scelta narrativa o meno, ma ho trovato Ejiofor estremamente piatto nella sua resa di un personaggio che tra l’altro non era minimamente caratterizzato. Il fatto che gli siano state date un paio di scene mediamente forti sfortunatamente non basta a risaltare la sua performance a mio parere ben al di sotto della media: un paio di occhiate e molte inquadrature a primo piano fanno tanto film introspettivo, ma non è detto che catturino il pubblico (che nella sala dove ero io è rimasto piuttosto perplesso).
Stesso o quasi discorso per la Nyong’o, che oggettivamente non mi ha colpito più di quanto non abbia fatto – tanto per fare un paragone tra candidate – la Lawrence in American Hustle, anzi forse la graziosa statuetta l’avrei data più volentieri al suo personaggio altamente sopra le righe, che ad uno che rientra nel cliché dei personaggi da piantagione di cotone con entrambi i piedi.
Paradossalmente, i personaggi di sfondo – e che lusso di sfondo! -, che avevano poche battute e, ad eccezione di un bravissimo Fassbender, rimanevano in scena per un periodo di tempo molto limitato, appaiono molto più caratterizzati e “rotondi” del protagonista e della nuova star del cinema hollywoodiano.

Ho apprezzato la scelta di ridurre al minimo la colonna sonora, perché aumenta una tensione e una cupezza di scena che non sono espresse in molti altri modi in un film che in alcuni punti assomiglia spaventosamente ad un documentario (e la fotografia e la resa del paesaggio sono effettivamente sempre magistrali, con colori e gestione della luce magnifici). Manca l’emozione, insomma, il pathos che mi sarei aspettata da 12 anni schiavo, ritenuto straordinario da tutta la critica e che invece mi ha lasciato quasi indifferente.

Verrebbe – dico verrebbe – da chiedersi se, più che per la sua effettiva qualità, l’Oscar per il miglior film gli sia stato assegnato per il cast d’eccezione, o per l’argomento trattato. D’altronde siamo in America, no?

Attendo in ogni caso di poter essere redenta da qualcuno di voi che ha avuto modo di vedere la pellicola e che invece vi ha versato sopra cocenti lacrime e l’ha trovata meravigliosa.
Occhio, che potrei traviarvi io, però.😉