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Giusto ieri sera, in concomitanza con la cerimonia dei BAFTA, ho finalmente avuto modo di vedere American Hustle, ultima fatica del regista David O. Russel (“The Fighter”, “Il Lato Positivo”) basata su avvenimenti realmente accaduti alla fine degli anni ’70. In pratica, l’FBI ha avviato un’indagine sotto copertura per indagare su alcuni membri del Congresso corrotti, l’operazione è andata come è andata e una trentina di anni dopo O. Russel ha deciso di farci un film, che ha raccolto nomination ai principali premi cinematografici come se fossero noccioline. Dovevo vederlo.

Dunque, David O. Russel raccoglie attorno a sè i suoi attori preferiti degli ultimi cinque anni: Bale ha recitato (meravigliosamente) in “The Fighter”, la Lawrence e Bradley Cooper sono i protagonisti di “Silver Linings”, altrimenti detto “Il Lato Positivo”. Poi, come da copione, chiede a Bale di stravolgere il suo aspetto fisico (… se ve lo ricordate nei panni di Batman, preparatevi ad osservare un minuto di silenzio per quegli addominali e quegli zigomi) e comincia a girare una pellicola che è sicuramente molto bella, ma non stravolgente come pensavo.
Trucco e parrucco sono effettivamente ben studiati e meritevoli del recentissimo BAFTA conquistato, i costumi sono a dir poco eccezionali e anche le scenografie. Tutto rimanda piacevolmente all’atmosfera degli Anni Settanta, senza risultare finto e costruito come ahimè accade ogni volta che le produzioni italiane (sic) ambientano un film in qualche decade passata. Signori, imparate l’arte e applicatela: l’italico pubblico ve ne sarà grato.
Gli interpreti sono indubbiamente molto bravi. Christian Bale (io piango ogni volta che getta al vento la sua ritrovata forma fisica) è un protagonista perfetto, dalla punta del parrucchino a quella delle scarpe di cocco, e personalmente gli avrei volentieri conferito il BAFTA per il migliore attore protagonista, anche se non avendo visto “12 anni schiavo” non posso fare confronti con il vincitore del premio. Chi invece si è portata a casa un altro bel premietto è Jennifer Lawrence (attrice non protagonista), che in effetti rende la pazza e molto poco acuta moglie del protagonista molto bene. Amy Adams e Bradley Cooper sono autori di una performance davvero bella e anche Jeremy Renner (ma Santi Numi, è dovunque!) non sfigura. Tralasciamo, per affetto nei suoi confronti, il cammeo di De Niro.

Quello che personalmente non mi ha colpito come mi sarei aspettata è la trama, che per quanto originale e ben giustificata, non è particolarmente incisiva. Forse il ritmo di narrazione, sempre più o meno costante, non aiuta ad appassionarsi alla vicenda, forse il problema sta nel tipo di soggetto scelto (difficilissimo fare un film che incolla allo schermo sul tema truffa, oggigiorno). O ancora, il problema sta nella mancanza di gag, o nel fatto che le poche che c’erano non staccavano sufficientemente dall’intera narrazione del film, un po’ ironica, un po’ grottesca e con un’amarezza di fondo che a me è piaciuta molto.

Ciò che non posso non promuovere – e non capita mica tanto spesso – è il copione, anche in italiano (tralasciando ovviamente il doppiaggio), che contiene delle battute molto belle e segue ottimamente quel filone di amarezza disincantata che vi ho appena accennato e che a mio parere è l’anima dell’intero film. Non a caso, il concetto più volte ribadito dai personaggi è una delle grandi verità della vita umana e forse la più cinica – e quindi antipatica – di tutte: noi vediamo solo quello che vogliamo vedere e mentiamo a tutti (noi stessi compresi) per renderci la vita più sopportabile.

Per dirla con le parole di Irving/Christian Bale,

<<We’re all conning ourselves in one way or another just to get through life.>>

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