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Mi sei venuto in mente qualche giorno fa, tornata da una cena in compagnia di amici.
Tu sei solito uscire di sera, a cena o meno, e poco prima di tornare a casa ho avuto una conversazione che ha riportato alla mente il nostro rapporto. Quindi, eccomi a scriverti.

Mi spiace averti perso di vista come è successo, avrei voluto che la nostra amicizia avesse lasciato qualche buon insegnamento almeno ad uno di noi due. Invece, come mi succede spesso, io temo di non essere riuscita a darti nulla e tu… Tu mi hai lasciato solo delle solide conferme e un forte senso di compassione verso chi è come te.

Non è che tu non mi sia mai piaciuto; non mi sei mai stato antipatico e a ben vedere non lo sei nemmeno ora. Apprezzo in realtà il tuo senso dell’umorismo, mai schizzinoso, la varietà dei tuoi interessi e la capacità di ammirare così tanto delle persone che, in fondo, non conosci. Sono perfettamente consapevole che senza queste tue doti io non avrei avuto le occasioni che ho colto e che in una calda estate di qualche anno fa avrei riso molto meno, sai.
Ecco, di quell’estate mi piacerebbe avere in mente solo le risate, ma sfortunatamente il loro ricordo porta con se un po’ di amaro in bocca.

Senza quelle risate estive probabilmente non mi sarei accorta di te, di quello che realmente sei e di come vivi. Non mi sarei accorta di essere di più e di non riuscire a limitarmi di fronte a te.
Ma procediamo con ordine, eravamo in estate.

Lavorare e viaggiare insieme ha aperto un primo, piccolo spiraglio sulle difficoltà della tua vita e su ciò che quelle ti avevano reso. Sul tuo modo di affrontare le difficoltà, sul tuo essere spesso talmente grezzo da farmi venire i nervi (tra l’altro, tengo a precisarti che i signori non hanno bisogno di affermare che lo sono. Così, nel caso avessi qualche dubbio a riguardo). Alla fine del periodo trascorso in tua compagnia confesso che la tua presenza mi causava un vago senso di frustrazione.
In realtà ero rimasta alquanto delusa da te, ma, e lo dico senza modestia, ho tenuto botta piuttosto bene.

Abbiamo continuato a sentirci e ci siamo perfino rivisti, una volta.
Ma più il tempo passava, più mi raccontavi delle tue disavventure, più mi elencavi la quantità di cose che avresti voluto dare a te stesso e a chi ti era caro, più ti lamentavi della tua triste condizione, più la frustrazione cresceva. Perchè nelle tue parole non c’era un minimo accenno al voler cambiare ciò che non ti andava, nei tuoi toni non c’era nemmeno un’idea di reazione alle avversità. Come potevi sperare di stare meglio?
Il tuo tono da tragico eroe della letteratura mi era venuto quasi in odio, il tuo inconscio desiderio di assomigliare a qualche eroe romantico era così palese per me, che alla fine ho perso il controllo. E ho scritto la più asciutta, diretta, cinica e fredda e-mail che tu abbia mai ricevuto, lo so.
So di averti ferito, so di aver ferito chi ti stava vicino. So anche di aver in qualche modo deluso le aspettative che entrambi avevate nei miei confronti; erano alte, altissime, ma… troppo simili a quello che eravate voi e quello che, decisamente, non ero io. Per qualche mese, però, l’ho creduto.

Ma conoscendoti ho raggiunto la piena consapevolezza di essere altro e non solo. A costo di risultare decisamente superba, dico anche che mi sono accorta di essere di più.
Più acuta, più forte, più in controllo delle mie emozioni e della mia sensibilità. Più resistente agli urti e anche più indipendente, se solo avessi avuto il coraggio di essere di più. Di essere di più per non diventare come te.

Non ho mai chiuso i rapporti con te, ma ti ho lasciato andare.
Forse avrei dovuto essere più onesta e toglierti ogni dubbio, così avresti evitato di inviarmi quel bigliettino di Natale con quell’irritantissimo tono da persona adulta e molto più matura, pronta a perdonare ogni mio eventuale sbaglio. Quello non l’ho apprezzato moltissimo, come avrai intuito.

Però, tutto sommato, ringrazio anche te. La tua inettitudine e la spinta a liberarmi della mia.
E il tuo essere un buon personaggio per un libro, uno di quelli in cui la gente si identifica spesso, anche se non lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura.