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Alle medie avevo molti compagni di classe strani e decisamente poco sopportabili.
Uno di questi era un fan accanito di Star Trek, uno di quelli che non la piantavano più di descriverti a fondo ogni specie di alieno incontrata da Kirk & Co. partendo dall’aspetto fisico e terminando con la filosofia, senza mai dimenticare l’organizzazione politica. Io, con questo tizio, avevo generalmente poco a che fare. Non era particolarmente dotato nelle materie scolastiche ed era fondamentalmente un cretino, quindi gli riservavo quella fredda cortesia che tengo appositamente da parte per individui del genere.

In un soleggiato martedì di marzo (e chiedetevi perchè mi ricordo addirittura che giorno era e che tempo faceva!), la professoressa di musica ci mette in coppia per una ricerca sull’opera lirica, da svolgere nelle due ore di lezione.
Io ero un tipetto precisino anche in seconda media e avevo anche una grande capacità di sopportazione, così apro il libro di teoria della musica e mi metto di impegno per non farmi rovinare la media dal compagno assegnatomi… Che guarda caso, con tutte le domande che avrebbe potuto farmi e che non c’entravano nulla con la teoria della musica, mi chiede se ho mai guardato Star Trek. Ovviamente me l’aspettavo, ma ahimè ero ancora troppo giovane e innocente per mentire in maniera spudorata e salvarmi così le terminazioni nervose, quindi rispondo in maniera sincera.

Sì, se capitava Star Trek lo guardavo. Non era il mio programma preferito, non seguivo assiduamente tutte le puntate e mi dimenticavo la maggior parte dei nomi dei protagonisti… Ma se capitava lo guardavo. Anche se Kirk mi era profondamente antipatico.
E qui sta il mio errore, vedete. Perchè questo mio compagno si era evidentemente scelto il capitano James Comesichiama Kirk, interpretato dal barilotto che ha prestato voce e corpo anche a TJ Hooker, come modello di vita. Le seguenti due ore di lezione, quindi, le ho passate con la fastidiosa voce del compagno di scuola nell’orecchio, che mi elencava con una precisione ammirevole tutti i motivi per cui Kirk era <<un grande>>, per cui non potevo non immedesimarmi in lui, per cui era infinitamente superiore a qualsiasi altro personaggi della saga, e così via.
Nel frattempo ho completato una lunga e struggente ricerca sulla Traviata da sola, arrivando anche a provare una certa invidia per Violetta.

Tutto questo mi è tornato in mente perchè ieri sera, con una compagnia infinitamente più piacevole del mio compagno delle medie, sono andata a vedere “Star Trek – Into Darkness”, ultima fatica di JJ Abrams.

Che dire di questa pellicola?
Tanto per cominciare, che se siete di Milano dovrete abbandonate ogni speranza di vederla in 2D. Naturalmente, questo è un problema solo se appartenete a quella ristretta minoranza di persone che del 3D non hanno ancora capito il pieno scopo, come me.
Gli effetti speciali sono decisamente ben fatti, non mi sono dispiaciuti nemmeno i colori. Parlerei anche dei costumi, ma non credo che un paio di pantaloni neri e una maglietta a maniche lunghe blu, gialla o rossa possano essere commentati in alcun modo.^^’

Il cast è, nel complesso, ben scelto.
Chris Pine interpreta il mio caro Kirk, e in fondo risulta anche tenero con quegli occhioni blu che si ritrova. Può darsi che abbia anche una bella voce e che quindi la sua performance sia buona, ma il doppiaggio italiano è, se possibile, addirittura peggiore del film del 2009. A battibeccare con Kirk/Pine c’è Spock/Zachary Quinto, direi in parte e con un buon feeling con il suo collega.
Rimpiango nuovamente di non aver potuto vedere il film in lingua originale per la presenza di Benedict Cumberbacht, a cui è affidato il ruolo di Cattivone. Non si tratta della sua migliore performance, nelle scene d’azione non rende forse come ci si aspetterebbe, ma è indubbio che sia un ottimo attore e che abbia avuto successo nel rendere il suo personaggio più affascinante di Kirk.

Il vero punto debole di Star Trek – Into Darkness sta nella trama.
Intendiamoci, scorre bene, i dialoghi hanno buon ritmo e strappano anche il sorriso, non mancano un paio di scene più profonde, ma sarebbe stato d’uopo sviluppare meglio la traccia che si era scelta. La parte centrale della narrazione è troppo rapida e senza una dovuta spiegazione, sembra che la sua unica utilità sia di collegare una scena d’azione all’altra (il che, trattandosi di un film americano, è probabilmente vero).
Alcuni personaggi avrebbero dovuto essere messi più in luce.
In primis, Harrison/Kahn (anche detto, Cattivone); non prendi un attore come Cumberbacht per fargli scambiare fredde occhiate d’odio col pubblico e tirare calci ad alieni non meglio identificati. Cosa è successo al suo personaggio? Prova qualcos’altro oltre ad odio e vendetta? Rimorso, magari? Rimpianto??! Non lo sapremo mai.
Stesso problema con Spock. Per gran parte del film ha una funzione secondaria, in cui la contrapposizione tra la sua logicità e la passionalità di Kirk – chiaramente una delle idee principali degli sceneggiatori – rimane un po’ sbiadita, un po’ messa in secondo piano dalla necessità di far divertire il pubblico con qualche scambio di battute. Fortunatamente Abrams gli assegna una buona parte del finale del film, con una scena che sarebbe stata davvero commuovente, se nei suoi finali fotogrammi non fosse scivolata sull’orlo del patetismo (…niente spoiler, ma la riconoscerete).

Come sempre, non lasciatevi influenzare dalle mie critiche del giorno dopo, quando ho avuto tutta la mattina per spaccare il capello non in quattro ma in otto.
Ieri sera, al cinema, io mi sono divertita. E Star Trek – Into Darkness è, alla fine, il tipico film d’azione americano di questo periodo. Nessuna pretesa, tanta azione e un buon modo per passare un paio d’ore al chiuso.
Vi dirò anche, a costo di ritrovarmi assediata dai Trekkies della rete, che è decisamente più accessibile dei telefilm e dei film precedenti (2009 escluso naturalmente), e molto più godibile. Mica male, per una serata estiva al cinema, no?