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Come da tradizione, il Giorno di Sant’Ambroes (aka ieri, il 7 dicembre) è stato anche il giorno dello spettacolo di apertura delLa Scala. La scelta di che opera presentare in questa Prima del 2012-2013 è caduta su “Lohengrin”, di R. Wagner. Opera in tedesco, quindi, che ha suscitato qualche polemica da chi avrebbe voluto vedere qualcosa di Verdi (ragazzi, tranquilli! Attendete il 7 dicembre 2013 e potrete godervi una splendida, mi auguro, Traviata).Handout photo shows tenor Kaufmann performing during a rehearsal at the La Scala opera theatre in MilanPotevo io perdermi la Prima, Verdi o non Verdi?? Assolutamente no! Perciò ieri pomeriggio, alle 16.50, non ho esitato un nanosecondo a sintonizzarmi su rai5 (e a rabbrividire per quelle povere anime che hanno messo a commentare e introdurre lo spettacolo).

Come l’ho trovato, dunque, questo Lohengrin?
Iniziamo col dire che la scelta delle voci è, come sempre, perfetta. Tutti gli interpreti sono perfettamente nel loro personaggio e sono dotati di una tecnica e di una presenza scenica incredibili. Una menzione particolare va ai due protagonisti: una sorprendente Annette Dasch (…mica facile stare sul palco a fare Elsa, quando sia il soprano scelto che la sua sostituta si sono ammalate!) e un grande, immenso Jonas Kaufmann, che oltre al cantante lirico potrebbe fare tranquillamente anche l’attore, e molto meglio di alcuni sedicenti divi di Hollywood.
Del Maestro Barenboim, non posso dire nulla: sempre grandissimo, nonostante la sua statura 😉

Le scelte di rappresentazione, però, non mi hanno convinto fino in fondo.
L’idea di trasportare tutta la vicenda nell’epoca ottocentesca l’ho trovata poco “sul pezzo”; se, infatti, poteva anche funzionare con i costumi, stonava un po’ con tutto il resto. Della scenografia e dei costumi stessi, poi, non ho trovato esaltanti nemmeno i colori: tanto nero, tanto grigio e una punta di bianco. Il tutto dava un’impressione un po’ troppo fredda.
E parliamo degli accenni su Freud: ce n’era davvero bisogno? Signori, non è che, dato che sia Wagner che Freud parlavano tedesco, debbano essere per forza collegati!
Se la scenografia industriale mi sembrava poco attinente alla trama dell’opera, questa rappresentazione freudiana dei personaggi mi è apparsa quasi come una violenza.
Elsa è, in pratica, una giovane nevrotica, in conflitto con una figura materna severa e in competizione con lei (=Ortrud) e con una figura paterna (=Friedrich von Telramund) che è al contempo dipendente dalla moglie e portato a sostituirvi la figlia adottiva. Lohengrin, da cavaliere bello, forte e fiero che è nel libretto, viene trasformato in un ragazzo innocente, fortemente insicuro, non a suo agio nella società moderna.

L’idea di Lohengrin che viene fuori da questa rappresentazione ricorda un po’ il Parzifal di Von Eschenbach (Lohengrin dovrebbe essere suo figlio) nei modi, ma, ripeto, contrasta con le parole stesse scritte da Wagner! Risulta un tantino difficile collegare il Lohengrin che avanza bello e fiero, come canta il coro, con quello che sta raggomitolato a terra in posizione fetale, in preda alle convulsioni.
Kaufmann, lo ripeto, è assolutamente perfetto anche in questo tipo di rappresentazione, ma non credo sia un caso che tutto il suo talento esploda sul finire del secondo atto e per tutto il terzo, quando sembra che il nostro Lohengrin diventi improvvisamente adulto

La scelta freudiana del Lohengrin è, ecco, un po’ sottile, da intenditori, e anche un po’ azzardata in un’opera difficile da sopportare sia per la sua lunghezza, che per la lingua! Forse si sarebbe potuto optare per una rappresentazione diversa? Un po’ più tradizionale, magari, ma che non togliesse tutto il sapore di fiaba alla meravigliosa storia scritta e musicata da Wagner.