Modernizzazione Traviata

Cominciamo questo post ribadendo un concetto che dovrebbero saper tutti, Verdi sta alla Scala come il cacio sta alle pere. E’ un fatto assodato, l’apertura della stagione con un’opera di Verdi è la morte sua, non c’è niente da fare.
La Traviata non è proprio andata benissimo la prima volta che il signor Verdi l’ha presentata a Milano, dobbiamo dirlo. In effetti, è un’opera diversa dalle altre del repertorio verdiano, che sicuramente risultava difficile da capire ai tempi della sua presentazione… non adesso come si sono ostinati a dire i signori della Rai ieri sera.

Torniamo alla Prima della Scala, cominciata ieri attorno alle 18 dopo un’estenuante mezz’ora di collegamento con due amabili signori in abito da sera, di cui la parte più esaltante è stata il filmato dell’intervista con Maria Callas che diceva “La Scala è tutto.” Cinque minuti di commozione e rimescolamento, poi sono tornati a parlare i presentatori, e allora…

L’opera, dicevamo.
Il direttore Daniele Gatti ha aperto le danze con una dedica a Nelson Mandela, che ad essere sinceri mi ha lasciato con un po’ di amaro in bocca. Non perchè non credo nel valore di quest’uomo recentemente scomparso, non perchè non penso che sia doveroso rendergli omaggio… Ma prima di un evento mondano che col Nobel per la Pace non c’entra niente e seguito dall’inno nazionale a tutto volume? Saran gusti, ma se proprio non ce lo si poteva risparmiare, lo si poteva organizzare meglio.
Il regista della Traviata è un russo del pronunciabilissimo nome di Dmitri Tcherniakov, che spero ardentemente abbia buona gambe, perchè dai fischi che si è preso a spettacolo finito… Beh, io oggi la vasca in corso Vittorio Emanuele la eviterei. ^^ I due interpreti principali sono la bravissima Diana Damrau e il tenore polacco Piotr Beczala, due cantanti giovani e promettenti. In particolare, la Damrau ha una voce meravigliosa ed è stata l’unica a non beccarsi bordate su bordate di fischi alla fine della rappresentazione (dalla faccia, ne sembrava sorpresa).

Cosa non è andato nella Traviata di Gatti e Tcherniakov?
Rispondere semplicemente “Tcherniakov” risulterebbe un tantino brusco e (forse) ingiusto, quindi mi sforzerò di approfondire l’argomento.
Come da alcuni anni a questa parte, la regia ha fatto la scelta di ambientare l’opera lirica in un tempo più contemporaneo, non so se per avvicinarla al pubblico, o ai giovani, o perchè è trasmessa in televisione. Personalmente preferisco evitare le modernizzazioni, perchè trovo che ci sia un motivo se una storia è ambientata in un determinato periodo storico e non in un altro, ma un’opera di rinfrescamento non  è poi tanto male, se ben calibrata.
Il problema è che così non è stato.
Tanto per cominciare, modernizzare un’opera come La Traviata, che è fatta per stare in un determinato contesto (e potete fare tutte le similitudini che volete sul ruolo femminile che non è ancora in parità con quello maschile et similia: risulterà sempre una forzatura), è già un proponimento di difficile attuazione. Poi – e questa è un’opinione strettamente personale -, trovo che gli abiti ottocenteschi abbiano un romanticismo tutto loro che non è imitabile da qual si voglia costume fintamente vintage si possa creare.
Se a questo si aggiungono particolari scelte delle regia che non si accordano nè con il libretto dell’opera, nè con il minimo che il pubblico si aspetta di vedere, allora qualche fischietto ce lo si deve aspettare a prescindere!

Le scenografie sono molto belle, luminose, e nel contempo molto più classiche rispetto a quelle degli anni scorsi; si tratta sempre di interni, di case stile primo novecento, molto luminose. In tutte tranne che nella villa di campagna, colpisce lo stridore tra l’eleganza dell’arredamento e i costumi volutamente eccessivi dei personaggi e del coro, vestiti come i frequentatori medi delle Prime degli anni scorsi, sboccati, non eleganti.
Questo contrasto piuttosto forte, visibilissimo tra l’altro anche negli atteggiamenti di Violetta, mi è sembrato una rivisitazione in accordo con l’intenzione originale e mi è anche piaciuto.
Il secondo atto invece si apre nella villa di campagna di Violetta, dove lei convive con Alfredo. Nella mente del regista, i due si sono trasformati da scintillanti signori mondani in contadinotti rozzi che cucinano gioiosamente e stendono la pasta per i tortellini (…). Il movimento sul palco comincia a farsi troppo nervoso, a tratti destabilizzante, anche prima che dalle parole dell’opera si cominci a notare che qualcosa effettivamente non va. Alla festa di Flora, Tcherniakov prende la coraggiosa decisione di sostituire il tradizionale balletto di zingarelle e toreri con una non meglio precisata azione del coro, che in pratica affolla l’angolo sinistro del palco, nascondendo la vista di Alfredo agli spettatori e dando più che altro l’impressione di un disordine disorganizzato e francamente brutto. Ecco, qui io ho cominciato ad odiare Tcherniakov. Il balletto durante la festa di Flora è sempre stato un momento di leggerezza prima che si consumi il dramma vero e proprio, senza contare che non si capisce perchè gli ospiti/coro cantino una cosa e agiscano in modo completamente differente.
Zingarelle e toreri o meno, Violetta viene umiliata da Alfredo e nel terzo atto la ritroviamo in casa sua, in punto di morte per… beh, il libretto dice tisi, ma la Violetta di ieri sera era depressa, alcolizzata e drogata. Una scelta interpretativa, questa, che lascia spiazzati, perchè per farla veramente funzionare si sarebbe dovuto cambiare anche il libretto!!
Il medico che visita Violetta dice a parole che la tisi la ucciderà in poco tempo, mentre a gesti (per forza amplificatissimi!) confida alla domestica che la signora è pazza e che lui se ne lava le mani. Alfredo torna da Violetta, ma più che pentito e innamorato sembra provare un certo disprezzo per come si è ridotta la donna. Anche la morte di questa povera giovane, che pur nell’agonia è riuscita a farsi tre whiskey, un flaconcino di pillole e un litro e mezzo d’acqua, non è come tradizione e romanticismo vogliono, tra le braccia del suo amato, ma da sola, su una sedia, nello squallore più totale.

Non vedo il bisogno di stravolgere così tanto La Traviata, e non ne capisco nemmeno lo scopo.
Proprio per le sue particolarità, sarebbe stato interessante vedere l’opera nella sua tradizionale messa in scena, con trine, merletti e un Alfredo sicuramente non all’altezza del carattere di Violetta, come libretto vuole, ma non così inetto e codardo da scandalizzare pure Dostoevsky.
Le forzature, signori, non sono mai chic. Soprattutto non a Milano.

 

P.S. Nel caso voleste farvi un ripassino di quanto accaduto alla Prima della Scala dell’anno scorso, qui trovate cosa ne ho pensato del Lohengrin. ;)

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4 pensieri su “Modernizzazione Traviata

  1. Non sono un ‘melomane’, e ieri non ho potuto vedere lo spettacolo, anche se da qualche anno in queste occasioni cerco di dare un’occhiata sulla Rai… ho visto un servizio oggi e concordo che certi vestiti non si potevano proprio vedere… :-)

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