In vita sua fu tutto E non fu niente – Cyrano de Bergerac

Ieri sera sono tornata a teatro (quello vero, non attraverso lo schermo di un cinema, per intenderci) dopo qualche anno, per il “Cyrano de Bergerac”, che rimarrà al Teatro Carcano di Milano ancora per alcuni giorni.

Prima di parlare della rappresentazione in sé stessa, diamo qualche informazioncina sull’opera, eh?
Sì, Cyrano è il signore con il nasone. (Perdonatemi, ma, nel caso ci fossero pargoli alla lettura, era una precisazione da fare).
Cyrano de Bergerac è un’opera teatrale in cinque scritta da E. Rostand, che si è ispirato ad un personaggio realmente esistito, tale Savinien Cyrano de Bergerac, appunto: uno scrittore del ‘600 francese. L’opera ha debuttato nel 1897.

Non credo che la trama sia completamente ignota a qualcuno, ma, riassumendola in poche parole, possiamo dire che Cyrano è un abilissimo spadaccino e parlatore, che ha la pecca di avere un naso enorme che gli deforma il viso. La sua bruttezza gli impedisce di dichiarare il suo amore alla cugina Rossana, che ne frattempo si è innamorata di un cadetto appartenente allo stesso reggimento di Cyrano. Cristiano è giovane e bello, ma completamente vuoto di spirito, e ricambia l’amore di Rossana.
Su richiesta dell’amata cugina, Cyrano diventa il protettore di Cristiano e non solo: scrive per suo conto delle ardenti lettere d’amore a Rossana, cosicché lei non abbia una delusione nello scoprire che il suo adorato Cristiano è un bellissimo imbecille (perdonate la licenza poetica). Quando Cristiano muore in battaglia, Cyrano non rivela la verità a Rossana, che decide di chiudersi in convento, ma continua ad andarla a trovare a cadenze regolari cercando di risollevarla dal suo lutto, finché i troppi nemici che il guascone si è fatto rimanendo fedele alla sua indomita natura riescono a tendergli un’imboscata.
Cyrano è ferito a morte, ma è il giorno in cui fa visita alla cugina, sempre alla stessa ora, e non può deluderla. Con uno sforzo immenso, si reca all’appuntamento, ma si tradisce recitando a memoria l’ultima lettera che Cristiano aveva scritto a Rossana prima della sua morte… Rossana comprende di aver sempre amato un uomo che in realtà non ha mai visto, e Cyrano muore.

Ora, per chi ha letto l’opera o l’ha vista recitata almeno una volta, ci sarebbero milioni di cose da dire a riguardo, senza contare quel migliaio di osservazioni del tutto soggettive e personali che si potrebbero fare.
Il dramma estremo di Cyrano è l’essere dotato di un’anima bellissima e grande, che però non si riflette nella sua irrimediabile bruttezza. Bruttezza che diventa la sua ossessione – anche e soprattutto quando ci fa dell’autoironia sopra- e che gli impedisce di vivere la vita che vorrebbe, finché non ne trova un surrogato accettabile, anche se forse più straziante della sua condizione di prima, nel diventare la voce di Cristiano, che è il suo esatto opposto. Il dolore che Cyrano prova nell’essere veduto, ma non visto, proprio dalla persona che più ama al mondo viene da una parte eroicizzato dalla sua scelta di aiutare l’uomo di cui Rossana pensa di essere innamorata, ma nel contempo – e questa è una mia osservazione personale – anche contrapposto ad un’oncia di quella finzione che lui tanto disprezza, perché naturalmente fingersi Cristiano è l’unico modo per dichiarare i propri sentimenti alla bella Rossana. La trovo personalmente una contrapposizione molto affascinante.
Potrei continuare a parlare dell’opera per molte altre righe di questo post, ma così non sapreste mai che cosa ne penso della rappresentazione del Carcano, quindi…

La messa in scena è ad opera della Compagnia Gank, e tutto sommato è godibile. Di certo, nel panorama del teatro italiano, è una delle migliori in scena al momento. La scenografia è costituita da una piattaforma inclinata con diverse porte, da cui sbucano i personaggi, e occasionalmente ci vengono anche gettati dentro (ahia), i toni sono principalmente scuri o neutri, regalando una certa cupezza Seicentesca alla scena.
Antonio Zavatteri interpreta un Cyrano dalla voce roca, sicuramente dalla presenza interessante, anche se con qualche errore di battuta (che lo accomuna al resto della compagnia) e occasionali ritorni ad accenti dialettali che forse era meglio evitare. Ma io sono puntigliosa e lo sapete. La sua resa del personaggio in fin dei conti mi  piaciuta, l’ho trovato divertente, scanzonato il giusto.
E’ impossibile non notare la mancanza di fisicità all’interno della messa in scena – caratteristica del teatro italiano dei giorni nostri, temo -, soprattutto se faccio il paragone con le ultime rappresentazioni che ho visto. Manca proprio il movimento, l’energia e soprattutto l’attenzione al verosimile; tutto ciò non è necessariamente un male, eh!, ma a mio avviso toglie pathos alla vicenda.

Alcune battute dell’opera sono state cambiate o tagliate, presumibilmente per rendere Cyrano de Bergerac più comprensibile e semplice da digerire. C’erano in effetti parecchi giovani alla rappresentazione, alcuni giovanissimi, praticamente bambini. E qui gradirei soffermarmi un poco, perché tu, madre degenere, non puoi portare tuo figlio di dieci anni stiracchiati a teatro allo spettacolo serale, perché quello probabilmente si annoierà, ti chiederà di andare via, si addormenterà e comincerà a russare proprio durante la scena della morte di Cyrano. E poi io avrei potuto scrivere un post dal titolo Un apostrofo roseo tra le parole t’accoppo il fanciullo.
Oh, sarebbe anche potuto essere poetico. <<Mio caro pargolo, al final della scena t’accoppo.>>
Potrei tenermelo per una prossima lezione di letteratura.

Tornando all’opera, qualsiasi vostro commento, osservazione, aggiunta a quanto ho da dire è naturalmente bene accetta. :)

Quanto sei romantico

Ogni tanto, durante le notti insonni che passo nel terrore di rivedere i miei pargoli, penso ad alcuni loro strafalcioni (eufemisticamente parlando, certo) e confesso che, un po’, mi viene anche da ridere. Quindi, forse, se la cosa fa ridere me è possibile che faccia quantomeno sorridere chi passa da questo blog: da qui l’idea di trascrivere le più interessanti perle di saggezza pargolica, con un mio piccolo commento esplicativo, occupandomi di un argomento alla volta.
Naturalmente, se chi passa di qua si trova nella mia stessa, tapina situazione di insegnante (di ripetizioni o meno: alcune frasi epiche si nascondono nei cervellini dei pargoli più insospettabili, inclusi gli studenti modello) e vuole contribuire con qualche citazione pargolica, l’area commenti è sempre aperta (e la sottoscritta saprebbe di non essere sola! ;) ).

Venendo a noi, la puntata di oggi riguarda una materia insegnata malamente quasi ovunque, la Letteratura. Siamo nel periodo del Romanticismo, e…

…Gli scrittori romantici volevano un’unica lingua in tutta Europa, perché credevano nel cosmopolitismo. Un altro valore molto forte era il sentimento di appartenenza alla Nazione.
Quindi erano bipolari, questi scrittori.

Il Romanticismo si sviluppa nel 1800 e dura ancora adesso, soprattutto nelle femmine.
Il tipico adolescente confuso.

Gli scrittori del Romanticismo si esprimevano soprattutto con il romanzo storico e con la poesia lirica. Che adesso viene recitata alla Scala.
Beh, un’acustica perfetta per l’Infinito, non c’è dubbio.

Famosi esponenti di questa corrente letteraria sono Byron, Percy Biscia Shelley, che poi è il marito di quella di Frankenstein, Valter Scott, Goethe, Manzoni e Leopardi.
No, non ci sono errori di battitura. E sì, l’ho sentita davvero. La settimana scorsa.

<<Gli intellettuali romantici erano depressi e si vestivano sempre di nero.>>
<<Quelli temo fossero gli Emo, pargola.>>
<<Ma non di nero così! Di nero come Shadowhunters! Di nero figo, insomma.>>
Ecco. Ce lo vedo, io, Schiller tutto di pelle nera e borchie. E coi tatuaggi, anche. Da qui, i Masnadieri.

<<Pargola, fammi un esempio di romanzo storico.>>
<<In che senso?>>
<<Dimmi un titolo!>>
<<E come faccio a saperlo? Mica c’è scritto sul libro, c’è solo il titoletto dei Promessi Sposi!>>
Hai ragione, troppo banale. Deve essere una trappola.

Leopardi è nato a Recanati e poi… non mi ricordo più, ma sono sicuro che ha vissuto una vita noiosissima.
E, non avendo di meglio da fare che scrivere, ha scritto poesie. Ancora sul povero Giacomo.
Leopardi credeva nel pessimismo caotico.
Ah, brutta bestia! E’ quello imprevedibile, che non sai mai cosa ti riserva.
Leopardi scriveva canzoni, ma ci sono rimaste le parole e non la musica.
E’ che gli piaceva improvvisare, come i jazzisti.
La poesia più famosa di Leopardi è il 5 maggio.
Giusto periodo, giusto genere lettarario. Autore sbagliato.

Goethe era tedesco e quindi scriveva in tedesco.
Giusta precisazione. E Johann W. è uno dei miei autori preferiti, purtroppo, perché…
Goethe aveva un amico che si chiamava Faust.
Immaginario? A naso, direi che Goethe ne ha fatte passare un po’, al suo amico.
Goethe scrisse I Dolori del Giovane Verner. No, Venier. No, aspetta, Wagner!
E il suo sequel, “I Patemi dell’Anziano Nibelungo”.
Goethe, come il Goethe Institut. E’ un nome d’arte?
…Abbiamo chiaramente dei problemi nell’individuare la radice di nomi.

I romantici si contrapponevano ai Lampadisti.
Perché preferivano il lume di candela.

Illuministi e Romantici non si sopportavano e si scontrarono ferocemente nei moti del 1820-21.
La rivoluzione dei cervelli!

Il genere Romantico rimane uno dei preferiti anche ai giorni nostri, basti pensare a libri come Twilight.
…E, da qualche parte, un amante di Hugo e Chateaubriand si sparò un colpo.

Il Tita-che? Titanismo? Ma è una parola?
Oh, sì. Come anche:
No, dai, mi stai prendendo in giro: il patriottismo non esiste!
Eh. Su questo argomento si potrebbe intavolare un’interessante discussione.

E tenete presente che, non avendole trascritte tutte in questi anni, potrei aver anche tralasciato qualche cosa. Dovrei spulciare i miei diari e controllare che non mi sia sfuggita nulla di eclatante. Voi rimanete in attesa. :)

Risorgi e Sprofonda

La scuola, signori miei, è appena iniziata; siamo in autunno solo da una manciatina di giorni, il tempo è diventato uggioso, comincia a sentirsi un certo qual desiderio di una bella zuppa calda, le foglie ingialliscono e poi cadono… assieme ai pochi neuroni rimasti agli studenti, temo.

Eccovi una breve carrellata degli strafalcioni che ho sentito in queste settimane, tutti curiosamente collegati al periodo del Risorgimento Italiano, che è considerato talmente importante nel nostro Paese che viene insegnato ancora peggio degli altri periodi. Gli strafalcioni dei pargoli sono in corsivo e verranno seguiti da una piccola frase di commento, tanto per sdrammatizzare la desolante dimostrazione d’ignoranza di cui sono stata testimone (e per farvi fare un sorriso, via!).
Cominciamo.
... Mazzini fondò quindi la Giovine Italia, perché quella vecchia non gli piaceva.
Certo. Uno schizzinoso, questo Mazzini. Ma, d’altronde:
I moti mazziniani non furono un successo, perché al posto di organizzarli bene Mazzini fuggì in Uruguay.
Ecco da dove hanno origini gli assenteisti italiani!

I Fratelli Bandiera non ebbero successo al Meridione, quindi fuggirono e andarono a vivere in Messico.
Prendendo il nome di Fratelli Sombrero.

<<Nel 1848 ci furono altre rivolte, in cui gli italiani vennero aiutati dai greci.>>
<<Pargola, temo che  greci avessero le loro gatte da pelare…>>
<<No, no, sono sicura! I greci, che arrivarono a liberarci dagli invasori persiani!>>
Secolo più, secolo meno.

E Milano resistette agli Austriaci durante le famose Cinque Giornate di Milano. Che si chiamano così perché durarono cinque giorni.
Ma pensa! Quello delle Cinque Giornate è comunque un argomento piuttosto sentito dai pargoli, perché…
Durante le Cinque Giornate, Milano respinse Carlo Alberto senza l’aiuto degli Austriaci.
Io me la ricordavo diversa. Non so voi.
Le Cinque Giornate presero il nome dalla piazza in cui si tenne la manifestazione.
Un po’ come il ponte di Brooklyn che prende il nome dalle cicche, immagino (e sì, questa l’ho sentita veramente. Nessuna licenza poetica).
Le barricate della rivolta erano in una piazza, che poi fu chiamata delle Cinque Giornate, più o meno dove adesso c’è il Coin.
Eroico negozio!

Verdi non è il vero cognome di Giuseppe, è un nome d’arte scelto per l’acronimo Vittorio Emanuele Re d’Italia.
Infatti, il vero nome del Maestro era Giuseppe Rossi, ma c’erano già le camicie di Garibaldi, e allora…
Giuseppe Verdi era il principale organizzatore della strategia italiana.
Cavour preferiva fare musica.

I Mille di Garibaldi si imbarcarono a Quarto Oggiaro.
Quartiere bruttino, mi dicono, ma in rivalutazione. Ma su Garibaldi, si sa, se ne dicono tante.
E’ come la canzone, no? Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba. Proprio lui che comanda… Quindi comandava lui, no?
E come no!

Ma qual è il cognome, Conte o Cavour?
…Direi che sono interscambiabili. Ma io proverei con Camillo e Benso.
Cavour e Garibaldi erano grandi amici.
Come no! Amiconi!

…Il popolo si ribellò contro Radetsky perché non gli piaceva la marcia.
Una manica di incompetenti!

L’unificazione culturale in Italia non fu facile, perché tutti parlavano il dialetto e non si capivano tra loro. Perciò il governo li dichiarò illegali.
Ma va’ a da’ via i’ ciapp’!

Garibaldi non mantenne le promesse fatte ai contadini, che si arrabbiarono e diventarono briganti. I briganti sopravvivevano di quello che il popolo dava loro, soprattutto formaggio, che è conosciuto anche adesso.
Questa particolare ragazzina ha 9 in storia. NOVE, signore e signori. Almeno è un’attenta conoscitrice della ricchezza gastronomica italiana.

…E gli Italiani misero sul trono Vittorio Emanuele, non sapendo che se la intendeva con Mussolini. 
Però, longevo il Benito! E, sempre sui re:
<<Scusa, ma io non ho capito: che fine ha fatto Carlo Alberto?>>
<<Ha abdicato in favore del figlio>>
<<Quindi adesso il re è… non me lo dire… No, dimmelo.>>
Ma, se te lo dico, non ci credi!
Ah, ma adesso ho capito perché Corso Vittorio Emanuele si chiama così.
No, è Vittorio Emanuele che si chiama come il corso, pensavo che ormai fosse chiaro.

…Ma quindi le guerre di indipendenza, oggi, non ci sono più. Sono finite?
Che spirito di deduzione, che acutezza!

Ecco, spero che voi vi siate fatti due risate. Io sono stata sull’orlo delle lacrime per un po’, ma ho deciso che i neuroni pargolici non potevano avere tutta la colpa di quanto scritto qua sopra. Un sano scappellotti agli insegnanti, ogni tanto, sarebbe cosa buona e giusta.

Funambolismi

Dunque, ecco un breve riassunto di ciò che mi ha tenuta impegnata in questo mese di settembre, diviso per categorie.

  • Clienti pubblici. Da accludere in questa categoria ci sono innumerevoli ore di lavoro sottopagato, assegnatomi (senza possibilità di rifiutarlo) all’ultimo minuto e con termini di consegna che lascerebbero qualcosa da dire anche a Flash. A ciò si aggiungono colleghi con molta poca educazione e scarsissimo senso delle relazioni lavorative con l’altro sesso. Ci mettiamo anche i simpaticoni che criticano la mia conoscenza della grammatica italiana (perché <<“qual è” si scrive con l’apostrofo, signorina, lo so che Lei è giovane e queste cose a scuola non le insegnano più.>>).
  • Clienti privati. Svariate ore di lavoro pagato come da preventivo, che viene regolarmente discusso alla consegna del documento finito, il che significa trascorrere un concreto lasso di tempo a convincere il cliente in questione della bontà della mia parcella. Trovo che tenere in ostaggio il documento serva molto, in questi casi. Sommiamoci anche una desolante percentuale di detti clienti che non ha idea di cosa mi stia chiedendo, che ha il senso pratico di un procione o il cervello di uno struzzo. A volte il cliente è così fortunato da possedere tutte queste qualità assieme.
  • Attività rambica. Il mese di settembre è sempre quello con più problemi, neanche fosse una regola scritta. Ci sono dipendenti e attività da organizzare, promozioni da fare, abbonamenti da promuovere, calcoli, sorrisi a trentadue denti e chi più ne ha più ne metta. In più, si è rotto il computer rambico, abbiamo dovuto farlo riparare e, necessariamente, abbiamo dovuto contattare il fornitore del software per la gestione clienti. Che ci ha messo la bellezza di 13 giorni per rimettermi in piedi decentemente il programma. Da remoto, il che implicava la mia presenza in carne ed ossa in attività rambica, a scapito delle ore normalmente dedicate ai punti di cui sopra.
  • Attività rambica – e scorse del sangue. Ci sono anche riunioni, verbali da far approvare, soci che non sono capaci di eseguire semplici somme aritmetiche (uno dei quali possiede parte del mio dna, il che è piuttosto deprimente) e soci – anzi, Socio – che vogliono provocare. In più, c’è il tempo (e l’impegno, e la fatica) impiegato per risolvere problemi e deviare gli attacchi, e possibilmente trovare un cuscino sufficientemente soffice per evitare di farsi male, nell’eventuale caso di sconfitta.
  • Rambo. Perché, cosa credete?, gran parte del punto appena qui sopra la faccio per lui. Peccato che è evidente che lui non intenda riconoscere l’impegno che ci vuole per parargli il rambico deretano; deve essere molto più semplice riconoscere la bravura degli altri soci (compreso quello che con la matematica è un drago). E fa anche molto più figo mettere se stesso e sua figlia in potenziali guai, per salvare parte della sua famiglia. Interessante utilizzo del termine, non trovate?
  • Famigghia. Dei, la famigghia. Meno ne sento parlare e meno la vedo, meglio sto. Peccato che non tutti gli abitanti del Covo la pensino nello stesso modo, perché così è piuttosto difficile non sentirne parlare.
  • Ricerca di nuove strategie. Categoria sfortunatamente relegata agli scampoli di tempo libero che mi rimanevano prima di avere bisogno delle nuove strategie. E’ dura, se consideriamo il punto “Rambo”, e ancora di più quando ti accorgi di essere fondamentalmente da sola perché, in un modo o nell’altro, non è possibile avere il sostegno di cui hai bisogno. Eppure, sempre per il punto “Rambo”, tocca andare avanti.

Mi perdonerete, quindi, se anche questo mese i libri letti per la sfida di lettura non saranno proprio all’altezza della media dei mesi migliori… Mi ripropongo di rimediare quanto prima, però.
E, nel frattempo, impiego i miei minuti di tempo libero cercando di capire se il problema per cui non ho il sostegno di cui necessito e non comprendo le scelte di Rambo sulla protezione della famiglia, complottando per rovinargli la vita (e questa è una citazione alla lettera), non sia per caso io.

Il Tempio della Cultura – British Museum

SH4_-_Le_British_Museum-1024x640Ditemi voi se la facciata non rassomiglia ad un tempio greco. Non pensate che sia bellissima?
Il British Museum è un altro di quei posti che dovete assolutamente vedere almeno una volta nella vita (anche più d’una!), perché è veramente gigantesco, perché ospita pezzi appartenenti a tutto il Mondo e a tutte le epoche, perché… beh, volete seriamente perdervi la vista di un tempio greco nel cuore di Londra?

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Veduta aerea di Londra. Il British Museum è quel simpatico edificio in basso a sinistra. :)

Cominciamo subito con il dire che il museo non dimostra le sue dimensioni reali.
Una volta giunti davanti all’entrata, dopo l’alto cancello di quel nero lucidissimo di cui abbiamo già parlato, avrete l’impressione di stare per entrare in un posto veramente molto grande. Poi, tra una foto al frontone e una alle ali laterali, salite gli scalini di ingresso, passate il portone e una breve anticamera, ed entrate nell’ultra moderna hall circolare, luminosissima e bianchissima, e cominciate a rendervi conto che avevate sottovalutato il British Museum. Largamente.

Ora, fatelo per me: prendete una piantina. Se avete pensato di poter far senza al Natural History Museum, e magari ci siete anche riusciti, non credete di poter ripetere l’esperienza. Ripeto, recuperate una piantina al banco informazioni e, se siete arrivati prima dell’apertura della gallerie, fatevi un giro nella hall, zeppa di caffè, chioschetti, e negozi di souvenir.

Se volete fare un’esperienza fuori dal comune, vi consiglio di arrivare al museo di mattina presto; con un po’ di fortuna, riuscirete a girare qualche galleria quando è ancora poco frequentata o, come nel mio caso, addirittura deserta. Fa un effetto bellissimo aggirarsi tra vasi e bassorilievi greci con la sola compagnia del sorvegliante e quando l’unico rumore udibile è quello delle suole delle tue scarpe sul pavimento liscissimo del museo: riesce addirittura ad amplificare il sentimento di sorpresa quando, girato un angolo, vi trovate davanti un intero tempietto originale, che sembrava aspettare solo voi. Non parliamo poi della bellezza di sedersi su una panca e stare a guardare le statue e i bassorilievi del Partenone, sola con i tuoi pensieri, senza nessuno che ti passi davanti. Potrebbe addirittura tornarvi utile il taccuino che avete inaugurato all’ombra di Dippy, potreste scriverci, questa volta, che è incredibile come degli esseri così piccoli e ininfluenti siano rusciti a creare opere così belle, maestose. Ritrovare una certa fiducia nel genere umano, una volta tanto, non fa male. :)

Io, questa volta, mi sono trattenuta più a lungo nella sezione dedicata a Egizi, Assiri e Greci (mia passione da sempre), ma ce ne sono molte altre degne di nota e che voi potete scegliere a seconda dei vostri gusti. La galleria dell’Asia, ad esempio. Al British Museum potete veramente trascorrere delle giornate intere, anche di fila, senza aver visto tutte le collezioni, e senza nemmeno morire di fame, dato che ci sono anche due ristoranti e una sala pic nic.
Per gli appassionati dello spirito British, la sala da tè è organizzata per servire dolci, stuzzichini, sandwich et similia gluten free, così anche i celiaci possono godersi senza affanni il tè delle cinque. Un servizio (su prenotazione) indubbiamente interessante, anche se a mio avviso il prezzo è un tantino esoso. E poi, se siete venuti a cibarvi di cultura, potete anche lasciar stare i sandwich al cetriolo. ;)

Per sicurezza.

E-mail di questa mattina.

<<Buon pomeriggio, accettiamo il Suo preventivo e Le inviamo il documento da tradurre in file Word. Per sicurezza, le inviamo anche la prima pagina del documento stampata e scansionata. >>

Metti che ci siano delle incongruenze.

Hogwarts e Dinosauri – Natural History Museum

Non so se ci siete mai stati (ma so che dovreste!), al National History Museum di Londra, non so nemmeno se l’abbiate mai visto. Si tratta di questo gigantesco edificio in stile neogotico su Exhibition Road, circondato da un’inglesissima cancellata nera e oro, che si arrampica verso il cielo in un tripudio di torri, guglie e torrette, il tutto nei colori del giallo pallido, azzurro e grigio. Provate a passarci di fianco in una giornata di sole, e vedrete che effetto.

london_guide_natural_historyInsomma, solo l’esterno vale bene la visita al museo, che dopo i libri e i film di Harry Potter non può che ricordare anche la celebre scuola di Hogwarts, dove il caro, semitordo Harry ha passato tanti anni felici… mentre più o meno ogni suo conoscente tirava le cuoia.
Se siete già entrati nella poesia del luogo anche senza saperne di più, aspettate di entrare all’interno del museo (e attaccatevi al corrimano, così se svenite non vi ho sulla coscienza). L’edificio, del 1870, ospita quattro gallerie fisse (dinosauri-mammiferi marini-animali, ecologia, cambiamenti geologici e Darwin Centre) e alcune mostre a tempo determinato, e solo queste ultime sono a pagamento, quindi potete tornare a vedere Dippy (la mascotte del museo…non potete non vederla, nemmeno se siete incredibilmente miopi) e i suoi compagni tutte le volte che volete, senza sentirvi in colpa. 

Ma noi ci stavamo addentrando all’interno del museo, giusto?
Quindi, attraversiamo il cancello british, percorriamo il giardino e saliamo le scalinate fino a trovarci di fronte al grande portone di ingresso. Un bel respiro, e…

E adesso ditemi se questa non è Hogwarts! :)

E adesso ditemi se questa non è Hogwarts! :)

Beh, non c’è alcun bisogno di parole. Recuperate una piantina da qualche parte e poi sentitevi liberi di esplorare i meandri di questo immenso museo, immergetevi nella luce calda che filtra dai finestroni, salutate l’amico Charles Darwin, che vi guarda dal suo punto di osservazione privilegiato su una delle scalinate.
Tra un fossile di dinosauro e un settore di una sequoia gigante, sedetevi anche su una delle panchine di legno disseminate in giro e guardatevi semplicemente attorno. Osservate la gente che vi passa davanti, puntate lo sguardo sugli archi e sulle volte della sala centrale per contare le scimmiette (occhio a Pix! :P), pensate a chi volete o a quello che volete. Se vi va, portatevi dietro un libro o un taccuino su cui scrivere le vostre osservazioni. 
Magari, annotate a margine da qualche parte quanto stupide e infinitesimali sembrino le nostre preoccupazioni di tutti i giorni, ma anche quelle politiche o religiose, di fronte alla vastità di quello che ci circonda, alle innumerevoli cose che sono successe al pianeta che ci ospita da quando è stato nato, e anche a quelle che sicuramente succederanno quando noi non ci saremo più. Pensate che intere popolazioni di esseri viventi sono nate e si sono estinte su questo piccolo puntino azzurro nell’universo, a cui le dinamiche che le tenevano in moto probabilmente non interessavano più di quelle che tengono in moto noi. 
Se ne siete in vena, riflettete anche su quanto possa essere stupido pensare che una qualsiasi entità ultraterrena abbia dato questa bella, meravigliosa Terra e tutto quello che la abita all’Uomo perché potesse farci quello che desidera, quando ancora non ne comprende che la minima parte. 

 

State pure all’interno del museo per quanto volete (chiudono sfortunatamente presto: peccato, perché non mi sarebbe dispiaciuto pernottare tra le zampette di Dippy ^^), tanto questo ospita quantomeno due caffetterie e un ristorante, tutte tra l’altro con ottime soluzioni per i celiaci (compreso lo Scoffasaurus, il menu per i bambini. Non ho mai detto che la gente che ci lavora sia normale), chiaramente documentate sul menu. Oppure potete optare per un giretto nelle vie limitrofe (siamo in una zona centralissima!), zeppe di caffè, ristoranti et similia, per non parlare di negozi e negozietti, ma evitate di farvi investire da un Double Decker Bus, i signori autisti hanno una guida un po’ spericolata… E voi dovete ancora raccontarmi quello che vi ha colpito di più!