Concludiamo l’anno

Siamo di nuovo a Samhain e, di nuovo, mi trovo a pensare a tutte le cose che sono successe durante quest’anno, a quelle che voglio lasciare andare e a quelle che, invece, desidero portare con me.
L’anno che sta finendo è stato… intenso, per certi aspetti, e monotono per altri, ma non posso certo lamentarmene; senza forti emozioni, la figlia di Rambo si annoierebbe, e la Strega non avrebbe nulla su cui sfogare il proprio sarcasmo, se tutto fosse eccitante, o no? Come dite? C’è una buona possibilità che io sia bipolare? Non ne sarei sorpresa. :P

Quest’anno è iniziato con una breve trasferta fatta di portici, chiese a metà, risate (parecchie, non avete idea) e – se mai ce ne fosse stato bisogno – la conferma che non tutti arrivano a capire quando stare zitti. L’amicizia è una cosa meravigliosa, di solito non aspetto Samhain per dirlo, ma difficile da trovare e, spesso, ancora più difficile da comprendere. Bisognerebbe essere più grati di averla e di riuscire a capirla. Gratissimi, se siete tra i fortunati a godere di entrambe queste benedizioni.

Shakespeare, il mio amato Will, ha contrassegnato quest’anno molto più del precedente: oramai sono ufficialmente al punto di non ritorno del mio loop, e va bene così. Non so se essere più soddisfatta delle rappresentazioni che ho visto, oppure di quelle che sono in programma, ma un anno caratterizzato da una così forte presenza dello zio Will non può essere un anno cattivo!
Shakespeare ha la grande forza di essere sempre attuale, oltre che una continua fonte di sorpresa; puoi leggere una sua opera più e più volte, ma all’ennesima troverai sempre qualcosa che fino ad ora ti era sfuggita, e nove volte su dieci sarà una scoperta pregnante e utile al momento che stai vivendo. Se non è magia questa!

Gran parte delle mie energie di quest’anno sono state rivolte alla conclusione di un’epoca, per così dire, facendo attenzione che il tutto andasse nel modo più indolore possibile per le persone a cui volevo bene. Forse meno dell’1% del mio sforzo è stato riconosciuto e forse va anche bene così, forse siamo tutti destinati ad avere quello che cerchiamo da tutti, meno da quelli da cui lo vorremmo (e da cui potremmo anche pretenderlo).
Ho avuto una chiara visione della solitudine e dei doveri che ha chi è più forte, non ne sono stata particolarmente entusiasta, ma, come sempre, di fronte all’alternativa di cambiare qualcosa in me stessa ho scoperto che mi andava bene così.

Alcune conoscenze sono scomparse, nessuna si è evoluta al grado di amicizia, un paio sono apparse e forse rimarranno con me per qualche tempo. Spero anche nella loro evoluzione, vi dirò la verità.

Ho viaggiato, ho fatto passare un paio di brutti quarti d’ora, un paio di volte mi sono arrabbiata oltre l’immaginabile e qualcuna di più mi sono scoperta indifferente a persone e situazioni che prima mi avrebbero fatta uscire dai gangheri. L’indifferenza è una brutta bestia, a volte anche per chi la prova. Meglio la gioia di stare assieme alle persone con cui si vuole stare assieme, a quelle che al posto di stancarti ti ricaricano di energia. Meglio godersi la pace di qualche ora soli con se stessi e con i propri pensieri – mai soli davvero -.
Meglio qualche riga scritta al computer, alla luce di una lanterna a forma di zucca, giusto per fare il punto dell’anno che è appena passato e per assicurarsi di non dimenticare nulla.

Auguro a tutti voi un buon Samhain. :)

Downey Junior VS Duvall – The Judge

C’è chi mi guarda un po’ strano quando affermo che Robert Downey Junior è un ottimo attore, e forse non ha tutti i torti. Voglio dire, se si guardano i suoi ultimi film (in quattro andava in giro in una tuta metallica rossa e gialla, in due si faceva un viaggetto per mezzo di una soluzione per oftalmologi, in un’altra recitava la parte di un afroamericano… potrei continuare, ma lasciamo stare) è difficile considerare questo signore in maniera diversa da un’ottimo caricaturista, ma ecco che il buon vecchio Robert ti sorprende con una pellicola come The Judge, in cui di divertente e sopra le righe non c’è proprio nulla e il suo talento è libero di venir fuori al 100%, senza che nemmeno il doppiaggio lo diminuisca. Se poi al suo fianco ti ritrovi un mostro sacro come Robert Duvall, allora non puoi proprio perderti il film, no?

The Judge è la storia di Henry/Hank Palmer, un avvocato di successo di Chicago con una vita privata vagamente disastrosa, che è costretto a tornare nel piccolo paese dell’Indiana dov’è nato e cresciuto a seguito della morte improvvisa della madre. Lì, Hank incontra la sua famiglia: due fratelli, di cui uno con una qualche forma di ritardo mentale e l’altro che ha dovuto abbandonare una prestigiosa carriera nel baseball a causa di un incidente in macchina provocato da Hank stesso, e suo padre, il Giudice Palmer, con il quale ha un rapporto teso, di competizione. Quando il Giudice viene accusato di omicidio, Hank decide di difendere il padre in tribunale, consapevole che – dato il carattere del genitore e i loro rapporti – non sarà una cosa facile.
Non rivelo naturalmente il finale, anche se non è la trama ad essere il punto forte della pellicola, quanto la tensione dei rapporti umani, che viene espressa magnificamente dal ritmo narrativo (solo un po’ lento all’inizio) e dalla bravura degli interpreti. Oltre ai due protagonisti, segnalo anche Vincent D’Onofrio e un perfetto Billy Bob Thornton.

Il rapporto tra padre e figlio, tra Hank e il Giudice insomma, è la maggiore fonte di drammaticità del film, perché risulta evidente che tutto quello che il protagonista è – un brillante avvocato, sì, un padre affettuoso, ma anche e in definitiva un uomo che si è costruito un’armatura fatta di buona (ottima!) dialettica e grande senso dell’ironia – lo deve al padre e all’assenza di affetto e riconoscimento con cui questi lo ha cresciuto da un certo momento in avanti (non rivelo nulla delle battute finali, perché la scena del banco dei testimoni è bellissima, e dovete vederla con la mente sgombra). E’ particolarmente emozionante assistere alle interazioni tra Robert Duvall e Robert Downey Junior, che sono assolutamente perfetti, ed è davvero un peccato non aver potuto vedere il film in lingua originale.

Se devo trovare una pecca in The Judge, la vedo nella battuta finale di Joseph/Duvall. Troppo melensa, troppo condiscendente per come l’intera vicenda si è sviluppata, anche se capisco perché è stata inserita. E’ il sogno di tutti i bimbi sperduti, infondo, ottenere quel riconoscimento che hanno cercato per tutta la vita, anche se alla fine arriva quando è troppo tardi.

Balla Coi Procioni – Guardians of the Galaxy

Ma guardate che animaletto tenerissimo! Non lo volete come animale da compagnia??

Se non lo avete ancora fatto, programmate di andare a vedere Guardians of the Galaxy. Non importa che scegliate una programmazione 3D o 2D, o quello che vi pare, la cosa importante è che voi andiate a vedere questo piccolo capolavoro dell’universo Marvel e che passiate un paio di ore con le lacrime agli occhi dalle risate. Mi ringrazierete più avanti.
Della trama del film non c’è molto da dire (e non vorrei spoilerare nulla), concedetemi solo che poteva venirne fuori una grande, colossale cavolata e che invece regista e produzione hanno fatto un ottimo lavoro, consegnando quello che probabilmente sarà il principale concorrente del nuovo Star Wars, con un copione più che buono e una colonna sonora davvero fantastica.
Gli effetti speciali e la grafica sono tra i più belli che abbia visto negli ultimi tempi, e il ritmo di narrazione, è proprio il caso di dirlo, ti prende e ti porta via: mai un attimo di pausa!

Del cast, oggettivamente, non c’è molto da dire. Zoe Saldana è verde (e non più blu) e diventa fan di Kevin Bacon (andate al cinema e capirete), non ricordo il nome del tizio che interpreta Starlord – l’ennesimo Chris, credo, l’autore senza dubbio di una performance indimenticabile, eh? – c’è un tizio blu con ghirigori rossi che ha dei problemi con le metafore, Vin Diesel è un vegetale, e non nel senso della recitazione (pregevole la diversità delle sue battute), e Bradley Cooper interpreta in assoluto il personaggio più tenero, morbidoso e adorabile di tutto il film. Senza contare che riesce ad essere più simpatico nei panni di un procione dalla tutina arancione e armato di mitra che nei suoi.
Sottolineo di nuovo l’importanza che il regista ha dato alla colonna sonora, che praticamente rientra tra i protagonisti del film, soprattutto considerato che è la spalla principale di almeno due delle scene più divertenti di un film già esilarante dal primo all’ultimo minuto.

A voler essere del tutto sinceri, qualche peccatuccio, del tutto veniale e che non influisce sulla bellezza del film, l’ho trovato. Una mancanza di emozioni diverse dalle grosse, grasse risate, ad esempio: un momento di serietà non avrebbe fatto male a nessuno, ma comprendo che essere seri davanti ad un amico di Pocahontas e ad un albero gigante risulti difficile. E forse anche qualche leggera ripetizione, che non elencherò per non guastarvi la visione del film. Attenderò di sapere se anche voi avete notato qualcosina al riguardo.

Attendo di sapere che ne pensate voi. ^^

In vita sua fu tutto E non fu niente – Cyrano de Bergerac

Ieri sera sono tornata a teatro (quello vero, non attraverso lo schermo di un cinema, per intenderci) dopo qualche anno, per il “Cyrano de Bergerac”, che rimarrà al Teatro Carcano di Milano ancora per alcuni giorni.

Prima di parlare della rappresentazione in sé stessa, diamo qualche informazioncina sull’opera, eh?
Sì, Cyrano è il signore con il nasone. (Perdonatemi, ma, nel caso ci fossero pargoli alla lettura, era una precisazione da fare).
Cyrano de Bergerac è un’opera teatrale in cinque scritta da E. Rostand, che si è ispirato ad un personaggio realmente esistito, tale Savinien Cyrano de Bergerac, appunto: uno scrittore del ‘600 francese. L’opera ha debuttato nel 1897.

Non credo che la trama sia completamente ignota a qualcuno, ma, riassumendola in poche parole, possiamo dire che Cyrano è un abilissimo spadaccino e parlatore, che ha la pecca di avere un naso enorme che gli deforma il viso. La sua bruttezza gli impedisce di dichiarare il suo amore alla cugina Rossana, che ne frattempo si è innamorata di un cadetto appartenente allo stesso reggimento di Cyrano. Cristiano è giovane e bello, ma completamente vuoto di spirito, e ricambia l’amore di Rossana.
Su richiesta dell’amata cugina, Cyrano diventa il protettore di Cristiano e non solo: scrive per suo conto delle ardenti lettere d’amore a Rossana, cosicché lei non abbia una delusione nello scoprire che il suo adorato Cristiano è un bellissimo imbecille (perdonate la licenza poetica). Quando Cristiano muore in battaglia, Cyrano non rivela la verità a Rossana, che decide di chiudersi in convento, ma continua ad andarla a trovare a cadenze regolari cercando di risollevarla dal suo lutto, finché i troppi nemici che il guascone si è fatto rimanendo fedele alla sua indomita natura riescono a tendergli un’imboscata.
Cyrano è ferito a morte, ma è il giorno in cui fa visita alla cugina, sempre alla stessa ora, e non può deluderla. Con uno sforzo immenso, si reca all’appuntamento, ma si tradisce recitando a memoria l’ultima lettera che Cristiano aveva scritto a Rossana prima della sua morte… Rossana comprende di aver sempre amato un uomo che in realtà non ha mai visto, e Cyrano muore.

Ora, per chi ha letto l’opera o l’ha vista recitata almeno una volta, ci sarebbero milioni di cose da dire a riguardo, senza contare quel migliaio di osservazioni del tutto soggettive e personali che si potrebbero fare.
Il dramma estremo di Cyrano è l’essere dotato di un’anima bellissima e grande, che però non si riflette nella sua irrimediabile bruttezza. Bruttezza che diventa la sua ossessione – anche e soprattutto quando ci fa dell’autoironia sopra- e che gli impedisce di vivere la vita che vorrebbe, finché non ne trova un surrogato accettabile, anche se forse più straziante della sua condizione di prima, nel diventare la voce di Cristiano, che è il suo esatto opposto. Il dolore che Cyrano prova nell’essere veduto, ma non visto, proprio dalla persona che più ama al mondo viene da una parte eroicizzato dalla sua scelta di aiutare l’uomo di cui Rossana pensa di essere innamorata, ma nel contempo – e questa è una mia osservazione personale – anche contrapposto ad un’oncia di quella finzione che lui tanto disprezza, perché naturalmente fingersi Cristiano è l’unico modo per dichiarare i propri sentimenti alla bella Rossana. La trovo personalmente una contrapposizione molto affascinante.
Potrei continuare a parlare dell’opera per molte altre righe di questo post, ma così non sapreste mai che cosa ne penso della rappresentazione del Carcano, quindi…

La messa in scena è ad opera della Compagnia Gank, e tutto sommato è godibile. Di certo, nel panorama del teatro italiano, è una delle migliori in scena al momento. La scenografia è costituita da una piattaforma inclinata con diverse porte, da cui sbucano i personaggi, e occasionalmente ci vengono anche gettati dentro (ahia), i toni sono principalmente scuri o neutri, regalando una certa cupezza Seicentesca alla scena.
Antonio Zavatteri interpreta un Cyrano dalla voce roca, sicuramente dalla presenza interessante, anche se con qualche errore di battuta (che lo accomuna al resto della compagnia) e occasionali ritorni ad accenti dialettali che forse era meglio evitare. Ma io sono puntigliosa e lo sapete. La sua resa del personaggio in fin dei conti mi  piaciuta, l’ho trovato divertente, scanzonato il giusto.
E’ impossibile non notare la mancanza di fisicità all’interno della messa in scena – caratteristica del teatro italiano dei giorni nostri, temo -, soprattutto se faccio il paragone con le ultime rappresentazioni che ho visto. Manca proprio il movimento, l’energia e soprattutto l’attenzione al verosimile; tutto ciò non è necessariamente un male, eh!, ma a mio avviso toglie pathos alla vicenda.

Alcune battute dell’opera sono state cambiate o tagliate, presumibilmente per rendere Cyrano de Bergerac più comprensibile e semplice da digerire. C’erano in effetti parecchi giovani alla rappresentazione, alcuni giovanissimi, praticamente bambini. E qui gradirei soffermarmi un poco, perché tu, madre degenere, non puoi portare tuo figlio di dieci anni stiracchiati a teatro allo spettacolo serale, perché quello probabilmente si annoierà, ti chiederà di andare via, si addormenterà e comincerà a russare proprio durante la scena della morte di Cyrano. E poi io avrei potuto scrivere un post dal titolo Un apostrofo roseo tra le parole t’accoppo il fanciullo.
Oh, sarebbe anche potuto essere poetico. <<Mio caro pargolo, al final della scena t’accoppo.>>
Potrei tenermelo per una prossima lezione di letteratura.

Tornando all’opera, qualsiasi vostro commento, osservazione, aggiunta a quanto ho da dire è naturalmente bene accetta. :)

Quanto sei romantico

Ogni tanto, durante le notti insonni che passo nel terrore di rivedere i miei pargoli, penso ad alcuni loro strafalcioni (eufemisticamente parlando, certo) e confesso che, un po’, mi viene anche da ridere. Quindi, forse, se la cosa fa ridere me è possibile che faccia quantomeno sorridere chi passa da questo blog: da qui l’idea di trascrivere le più interessanti perle di saggezza pargolica, con un mio piccolo commento esplicativo, occupandomi di un argomento alla volta.
Naturalmente, se chi passa di qua si trova nella mia stessa, tapina situazione di insegnante (di ripetizioni o meno: alcune frasi epiche si nascondono nei cervellini dei pargoli più insospettabili, inclusi gli studenti modello) e vuole contribuire con qualche citazione pargolica, l’area commenti è sempre aperta (e la sottoscritta saprebbe di non essere sola! ;) ).

Venendo a noi, la puntata di oggi riguarda una materia insegnata malamente quasi ovunque, la Letteratura. Siamo nel periodo del Romanticismo, e…

…Gli scrittori romantici volevano un’unica lingua in tutta Europa, perché credevano nel cosmopolitismo. Un altro valore molto forte era il sentimento di appartenenza alla Nazione.
Quindi erano bipolari, questi scrittori.

Il Romanticismo si sviluppa nel 1800 e dura ancora adesso, soprattutto nelle femmine.
Il tipico adolescente confuso.

Gli scrittori del Romanticismo si esprimevano soprattutto con il romanzo storico e con la poesia lirica. Che adesso viene recitata alla Scala.
Beh, un’acustica perfetta per l’Infinito, non c’è dubbio.

Famosi esponenti di questa corrente letteraria sono Byron, Percy Biscia Shelley, che poi è il marito di quella di Frankenstein, Valter Scott, Goethe, Manzoni e Leopardi.
No, non ci sono errori di battitura. E sì, l’ho sentita davvero. La settimana scorsa.

<<Gli intellettuali romantici erano depressi e si vestivano sempre di nero.>>
<<Quelli temo fossero gli Emo, pargola.>>
<<Ma non di nero così! Di nero come Shadowhunters! Di nero figo, insomma.>>
Ecco. Ce lo vedo, io, Schiller tutto di pelle nera e borchie. E coi tatuaggi, anche. Da qui, i Masnadieri.

<<Pargola, fammi un esempio di romanzo storico.>>
<<In che senso?>>
<<Dimmi un titolo!>>
<<E come faccio a saperlo? Mica c’è scritto sul libro, c’è solo il titoletto dei Promessi Sposi!>>
Hai ragione, troppo banale. Deve essere una trappola.

Leopardi è nato a Recanati e poi… non mi ricordo più, ma sono sicuro che ha vissuto una vita noiosissima.
E, non avendo di meglio da fare che scrivere, ha scritto poesie. Ancora sul povero Giacomo.
Leopardi credeva nel pessimismo caotico.
Ah, brutta bestia! E’ quello imprevedibile, che non sai mai cosa ti riserva.
Leopardi scriveva canzoni, ma ci sono rimaste le parole e non la musica.
E’ che gli piaceva improvvisare, come i jazzisti.
La poesia più famosa di Leopardi è il 5 maggio.
Giusto periodo, giusto genere lettarario. Autore sbagliato.

Goethe era tedesco e quindi scriveva in tedesco.
Giusta precisazione. E Johann W. è uno dei miei autori preferiti, purtroppo, perché…
Goethe aveva un amico che si chiamava Faust.
Immaginario? A naso, direi che Goethe ne ha fatte passare un po’, al suo amico.
Goethe scrisse I Dolori del Giovane Verner. No, Venier. No, aspetta, Wagner!
E il suo sequel, “I Patemi dell’Anziano Nibelungo”.
Goethe, come il Goethe Institut. E’ un nome d’arte?
…Abbiamo chiaramente dei problemi nell’individuare la radice di nomi.

I romantici si contrapponevano ai Lampadisti.
Perché preferivano il lume di candela.

Illuministi e Romantici non si sopportavano e si scontrarono ferocemente nei moti del 1820-21.
La rivoluzione dei cervelli!

Il genere Romantico rimane uno dei preferiti anche ai giorni nostri, basti pensare a libri come Twilight.
…E, da qualche parte, un amante di Hugo e Chateaubriand si sparò un colpo.

Il Tita-che? Titanismo? Ma è una parola?
Oh, sì. Come anche:
No, dai, mi stai prendendo in giro: il patriottismo non esiste!
Eh. Su questo argomento si potrebbe intavolare un’interessante discussione.

E tenete presente che, non avendole trascritte tutte in questi anni, potrei aver anche tralasciato qualche cosa. Dovrei spulciare i miei diari e controllare che non mi sia sfuggita nulla di eclatante. Voi rimanete in attesa. :)

Risorgi e Sprofonda

La scuola, signori miei, è appena iniziata; siamo in autunno solo da una manciatina di giorni, il tempo è diventato uggioso, comincia a sentirsi un certo qual desiderio di una bella zuppa calda, le foglie ingialliscono e poi cadono… assieme ai pochi neuroni rimasti agli studenti, temo.

Eccovi una breve carrellata degli strafalcioni che ho sentito in queste settimane, tutti curiosamente collegati al periodo del Risorgimento Italiano, che è considerato talmente importante nel nostro Paese che viene insegnato ancora peggio degli altri periodi. Gli strafalcioni dei pargoli sono in corsivo e verranno seguiti da una piccola frase di commento, tanto per sdrammatizzare la desolante dimostrazione d’ignoranza di cui sono stata testimone (e per farvi fare un sorriso, via!).
Cominciamo.
... Mazzini fondò quindi la Giovine Italia, perché quella vecchia non gli piaceva.
Certo. Uno schizzinoso, questo Mazzini. Ma, d’altronde:
I moti mazziniani non furono un successo, perché al posto di organizzarli bene Mazzini fuggì in Uruguay.
Ecco da dove hanno origini gli assenteisti italiani!

I Fratelli Bandiera non ebbero successo al Meridione, quindi fuggirono e andarono a vivere in Messico.
Prendendo il nome di Fratelli Sombrero.

<<Nel 1848 ci furono altre rivolte, in cui gli italiani vennero aiutati dai greci.>>
<<Pargola, temo che  greci avessero le loro gatte da pelare…>>
<<No, no, sono sicura! I greci, che arrivarono a liberarci dagli invasori persiani!>>
Secolo più, secolo meno.

E Milano resistette agli Austriaci durante le famose Cinque Giornate di Milano. Che si chiamano così perché durarono cinque giorni.
Ma pensa! Quello delle Cinque Giornate è comunque un argomento piuttosto sentito dai pargoli, perché…
Durante le Cinque Giornate, Milano respinse Carlo Alberto senza l’aiuto degli Austriaci.
Io me la ricordavo diversa. Non so voi.
Le Cinque Giornate presero il nome dalla piazza in cui si tenne la manifestazione.
Un po’ come il ponte di Brooklyn che prende il nome dalle cicche, immagino (e sì, questa l’ho sentita veramente. Nessuna licenza poetica).
Le barricate della rivolta erano in una piazza, che poi fu chiamata delle Cinque Giornate, più o meno dove adesso c’è il Coin.
Eroico negozio!

Verdi non è il vero cognome di Giuseppe, è un nome d’arte scelto per l’acronimo Vittorio Emanuele Re d’Italia.
Infatti, il vero nome del Maestro era Giuseppe Rossi, ma c’erano già le camicie di Garibaldi, e allora…
Giuseppe Verdi era il principale organizzatore della strategia italiana.
Cavour preferiva fare musica.

I Mille di Garibaldi si imbarcarono a Quarto Oggiaro.
Quartiere bruttino, mi dicono, ma in rivalutazione. Ma su Garibaldi, si sa, se ne dicono tante.
E’ come la canzone, no? Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba. Proprio lui che comanda… Quindi comandava lui, no?
E come no!

Ma qual è il cognome, Conte o Cavour?
…Direi che sono interscambiabili. Ma io proverei con Camillo e Benso.
Cavour e Garibaldi erano grandi amici.
Come no! Amiconi!

…Il popolo si ribellò contro Radetsky perché non gli piaceva la marcia.
Una manica di incompetenti!

L’unificazione culturale in Italia non fu facile, perché tutti parlavano il dialetto e non si capivano tra loro. Perciò il governo li dichiarò illegali.
Ma va’ a da’ via i’ ciapp’!

Garibaldi non mantenne le promesse fatte ai contadini, che si arrabbiarono e diventarono briganti. I briganti sopravvivevano di quello che il popolo dava loro, soprattutto formaggio, che è conosciuto anche adesso.
Questa particolare ragazzina ha 9 in storia. NOVE, signore e signori. Almeno è un’attenta conoscitrice della ricchezza gastronomica italiana.

…E gli Italiani misero sul trono Vittorio Emanuele, non sapendo che se la intendeva con Mussolini. 
Però, longevo il Benito! E, sempre sui re:
<<Scusa, ma io non ho capito: che fine ha fatto Carlo Alberto?>>
<<Ha abdicato in favore del figlio>>
<<Quindi adesso il re è… non me lo dire… No, dimmelo.>>
Ma, se te lo dico, non ci credi!
Ah, ma adesso ho capito perché Corso Vittorio Emanuele si chiama così.
No, è Vittorio Emanuele che si chiama come il corso, pensavo che ormai fosse chiaro.

…Ma quindi le guerre di indipendenza, oggi, non ci sono più. Sono finite?
Che spirito di deduzione, che acutezza!

Ecco, spero che voi vi siate fatti due risate. Io sono stata sull’orlo delle lacrime per un po’, ma ho deciso che i neuroni pargolici non potevano avere tutta la colpa di quanto scritto qua sopra. Un sano scappellotti agli insegnanti, ogni tanto, sarebbe cosa buona e giusta.

Funambolismi

Dunque, ecco un breve riassunto di ciò che mi ha tenuta impegnata in questo mese di settembre, diviso per categorie.

  • Clienti pubblici. Da accludere in questa categoria ci sono innumerevoli ore di lavoro sottopagato, assegnatomi (senza possibilità di rifiutarlo) all’ultimo minuto e con termini di consegna che lascerebbero qualcosa da dire anche a Flash. A ciò si aggiungono colleghi con molta poca educazione e scarsissimo senso delle relazioni lavorative con l’altro sesso. Ci mettiamo anche i simpaticoni che criticano la mia conoscenza della grammatica italiana (perché <<“qual è” si scrive con l’apostrofo, signorina, lo so che Lei è giovane e queste cose a scuola non le insegnano più.>>).
  • Clienti privati. Svariate ore di lavoro pagato come da preventivo, che viene regolarmente discusso alla consegna del documento finito, il che significa trascorrere un concreto lasso di tempo a convincere il cliente in questione della bontà della mia parcella. Trovo che tenere in ostaggio il documento serva molto, in questi casi. Sommiamoci anche una desolante percentuale di detti clienti che non ha idea di cosa mi stia chiedendo, che ha il senso pratico di un procione o il cervello di uno struzzo. A volte il cliente è così fortunato da possedere tutte queste qualità assieme.
  • Attività rambica. Il mese di settembre è sempre quello con più problemi, neanche fosse una regola scritta. Ci sono dipendenti e attività da organizzare, promozioni da fare, abbonamenti da promuovere, calcoli, sorrisi a trentadue denti e chi più ne ha più ne metta. In più, si è rotto il computer rambico, abbiamo dovuto farlo riparare e, necessariamente, abbiamo dovuto contattare il fornitore del software per la gestione clienti. Che ci ha messo la bellezza di 13 giorni per rimettermi in piedi decentemente il programma. Da remoto, il che implicava la mia presenza in carne ed ossa in attività rambica, a scapito delle ore normalmente dedicate ai punti di cui sopra.
  • Attività rambica – e scorse del sangue. Ci sono anche riunioni, verbali da far approvare, soci che non sono capaci di eseguire semplici somme aritmetiche (uno dei quali possiede parte del mio dna, il che è piuttosto deprimente) e soci – anzi, Socio – che vogliono provocare. In più, c’è il tempo (e l’impegno, e la fatica) impiegato per risolvere problemi e deviare gli attacchi, e possibilmente trovare un cuscino sufficientemente soffice per evitare di farsi male, nell’eventuale caso di sconfitta.
  • Rambo. Perché, cosa credete?, gran parte del punto appena qui sopra la faccio per lui. Peccato che è evidente che lui non intenda riconoscere l’impegno che ci vuole per parargli il rambico deretano; deve essere molto più semplice riconoscere la bravura degli altri soci (compreso quello che con la matematica è un drago). E fa anche molto più figo mettere se stesso e sua figlia in potenziali guai, per salvare parte della sua famiglia. Interessante utilizzo del termine, non trovate?
  • Famigghia. Dei, la famigghia. Meno ne sento parlare e meno la vedo, meglio sto. Peccato che non tutti gli abitanti del Covo la pensino nello stesso modo, perché così è piuttosto difficile non sentirne parlare.
  • Ricerca di nuove strategie. Categoria sfortunatamente relegata agli scampoli di tempo libero che mi rimanevano prima di avere bisogno delle nuove strategie. E’ dura, se consideriamo il punto “Rambo”, e ancora di più quando ti accorgi di essere fondamentalmente da sola perché, in un modo o nell’altro, non è possibile avere il sostegno di cui hai bisogno. Eppure, sempre per il punto “Rambo”, tocca andare avanti.

Mi perdonerete, quindi, se anche questo mese i libri letti per la sfida di lettura non saranno proprio all’altezza della media dei mesi migliori… Mi ripropongo di rimediare quanto prima, però.
E, nel frattempo, impiego i miei minuti di tempo libero cercando di capire se il problema per cui non ho il sostegno di cui necessito e non comprendo le scelte di Rambo sulla protezione della famiglia, complottando per rovinargli la vita (e questa è una citazione alla lettera), non sia per caso io.