Sangue e Arena – Coriolanus

Signori, la possibilità che la sottoscritta guarisca dal loop shakespeariano da cui è sprofondata negli ultimi 14 mesi e mezzo è nulla, soprattutto se continuano a proporre rappresentazioni londinesi delle tragedie di Shakespeare al cinema.

Questo mese è stata la volta di “Coriolanus”, la cui -bellissima! Guardate la riproduzione delle vene sullo sfondo! – locandina è quella che vedete a fianco delle mie parole.

Che cosa diciamo dell’opera?
Le adorabili diapositive che scorrono, come da tradizione, senza soluzione di continuità per un quarto d’ora prima che inizi lo spettacolo hanno integrato le mie conoscenze riguardanti Coriolano e la Donmar Warehouse che lo ospita.
Coriolano è la terza tragedia romana di Shakespeare (dopo Giulio Cesare e Antonio e Cleopatra) ed è uno dei tardi lavori del poeta inglese, essendo stata scritta tra il 1605 e il 1608. La vicenda è ambientata nella Roma… diciamo post monarchica (poco dopo i leggendari sette re, per intenderci) e il protagonista è naturalmente Caio Marzio Coriolano, patrizio romano e grande guerriero, animato da un intenso amore per la sua città e da una scarsa fede nel metodo della democrazia. Essendo fin troppo onesto, Caio Marzio finirà per sputare la sua rabbia in faccia alla plebe, che lo bandirà dalla città umiliandolo oltre ogni modo e spingendolo a cercare la sua vendetta alleandosi con il capo della tribù dei Volsci, Aufidio, suo acerrimo nemico fino ad allora. Ad un passo dalla conquista di Roma, però, la madre e la moglie di Coriolano riescono a convincerlo a desistere dalla sua impresa e a risparmiare la sua città, con la tragica conseguenza, però, di causare la – dolorosa – morte dell’amato figlio e marito per mano di Aufidio stesso.
(Ora, non ditemi che vi ho spoilerato il finale, perché è oggettivamente difficile fare spoiler su un’opera teatrale che ha più di quattrocento anni e perché se si chiama tragedia è chiaro che è prevista almeno una morte e generalmente il protagonista non viene risparmiato.)

Ora, qualche curiosità sul teatro.
La produzione di “Coriolanus” è del National Theatre, ma la sede è la Donmar Warehouse, un teatro minuscolo con soli 251 posti, che fino a una ventina di anni fa era un deposito per la frutta (la sala del palco era adibita alla maturazione delle banane) e che adesso offre spettacoli di altissimo livello, sotto la direzione artistica di Josie Rourke, che è anche la regista di questa rappresentazione.

Dunque, soddisfatta la vostra curiosità, potrei anche cominciare a parlare della tragedia, che è davvero splendida in tutti i suoi aspetti, ma prima mi sento di fare un piccolo appunto.
Mi riferirò, in questo post, alla sola rappresentazione che ho visto ieri sera e non al testo della tragedia, che sto leggendo in questi giorni per la prima volta. Il motivo di questa scelta è sostanzialmente che mi capita di sentire il personaggio di Coriolano particolarmente vicino in alcuni suoi aspetti e vorrei riflettere bene (magari rileggendola un paio di volte) sull’intera opera prima di esprimere un giudizio personale.

Ma torniamo a noi e cominciamo parlando della scenografia, che sostanzialmente consiste in una quindicina sedie di metallo, una scala e qualche maniglia conficcata nel muro stesso del teatro, occasionalmente dipinto di rosso e con qualche scritta bianca, un paio di proiezioni sulla stessa nuda parete e una spessa catena per il gran finale. Scena più che vuota, quindi, a differenza delle altre due opere di Shakespeare (Amleto e Othello) che ho recensito nei mesi passati.

Essendo il teatro così piccolo, il palco è veramente stretto e corto, con una pavimentazione grezza e non sopraelevato rispetto al pubblico. Molto comode sono anche le grate di scolo dei liquidi, considerato il quantitativo di sangue finto utilizzato per ogni rappresentazione… Delle scelte di scena ho apprezzato particolarmente quella di dipingere, subito all’inizio della tragedia, un quadrato rosso che penso copra la metà dell’area del palco e, poco prima del processo a Coriolano un altro di colore nero, piccolissimo. Il progressivo restringimento di uno spazio già di per sé di piccole dimensioni comunica un senso di frustrazione crescente, che poi esplode nel memorabile scatto d’ira di Caio Marzio.

Il palco con la scarnissima, ma grandemente efficace, scenografia.

Il palco con la scarnissima, ma grandemente efficace, scenografia.

La regia di Josie Rourke è perfetta e quasi sconcertante, se si pensa all’estrema fisicità della rappresentazione, alla violenza delle scene e, di nuovo, a tutto il sangue che scorre durante la tragedia. Sangue che risalta magnificamente sui colori cupi o neutri della scena e dei costumi semi-moderni dei personaggi. Doverosa menzione a parte per il reparto trucco, che con le cicatrici di Coriolano ha fatto un lavoro degno di nota.

Il cast è, come sempre per il NT, molto ben scelto e ancora meglio gestito.
Caio Marzio è interpretato da Tom Hiddleston (che presumibilmente è il responsabile dell’insolita affluenza di giovani ragazze in sala: sarò anche pessimista, ma trovo difficile pensare che le pulzelle si siano svegliate, un giorno di primavera, e abbiano riscoperto l’amore per il caro Will), che impressiona soprattutto per i repentini cambi di emozioni espresse. La capacità di passare dal calmo sarcasmo alla rabbia assoluta in un secondo o poco più di questo giovane uomo farebbe presupporre che il poverino soffra di bipolarismo, e invece no: si chiama talento nella recitazione; lo so che qui in Italia siamo abituati male, ma da altre parti capita che questa articolare qualità si manifesti… Ho apprezzato la violenza che Hiddleston (che ricordiamolo, è la stessa persona che un annetto fa si faceva ripetutamente sbattere sul pavimento dell’attico di Tony Stark da un gigante verde) è riuscito a trasmettere interpretando il suo personaggio, soprattutto quando contrapposta alla calma ironia di Menenio – un Mark Gatiss incredibilmente bravo, come sempre. D’altronde, è impossibile non ammirare le doti di quest’uomo (Gatiss), che è dotato di una grazia e di un’eleganza sia nei movimenti che nel tono della voce davvero fuori dal comune. L’unica parola che mi viene in mente per descrivere la sua prova è, nella cara lingua dello zio Bill, compelling. Cercatela su un buon dizionario e fatevi un’idea di quello che intendo.
Hadley Fraser interpreta Aufidio, il nemico giurato del protagonista, che non potendo sopraffare Coriolano fisicamente, lo fa utilizzando un sotterfugio, sul finale. Fraser ha una bellissima fisicità, che risalta soprattutto quando è visivamente contrapposto a Hiddleston (nota per tutti: il combattimento dentro le mura di Corioli è bellissimo, ben progettato e di una certa difficoltà, soprattutto se consideriamo che si tratta di un’interazione piuttosto lunga e che in teatro non si può fermare la scena per respirare.).
Il ruolo dell’inquietantissima madre di Caio Marzio, Volumnia, è ricoperto da Deborah Findlay, che è assolutamente perfetta fino al triste e crudele finale. Menzioniamo anche i due tribuni della plebe, responsabili dell’allontanamento del protagonista da Roma, Helen Schlesinger e Elliot Levey, nella loro perfetta interpretazione di Grillo e Casaleg- ehm… No, dicevo, dei loro ruoli (scherzi a parte, la rassomiglianza tra il modo in cui hanno resto i loro personaggi e le due teste pensanti dei Cinque Stelle è curiosa).

Come penso sia chiaro dalle mie parole, ciò che risalta – e volutamente – di più in questa messa in scena è l’estrema fisicità, nella muscolarità e nell’istintualità proprie di Coriolano, ma anche nella violenza illogica della plebe, che si scaglia contro il protagonista come un sol uomo, contrapposta alla flebile voce non della ragione, ma del calcolo e dell’astuzia, che in questa particolare opera vengono relegate a personaggi secondari più che a coprotaginisti, come invece succedeva con Iago e Othello.

 

Detto questo, signori, io vi lascio proponendovi anche i link delle altre due tragedie dello zio Will di cui ho parlato su questo blog: leggete qui per sapere che ne ho pensato di Amleto e qui per Othello.

…A presto con il re Lear?^^

Dico, 38% – Reading Challenge

Eccomi dunque a relazionarvi il terzo mese della oramai arcinota sfida di lettura su Goodreads, che mi sta dando tante di quelle soddisfazioni, che voi non potete capire. ^^
Tanto per cominciare, dal 1 gennaio a questa parte ho letto ben 23 libri, signore e signori. Parliamo di più di un quinto dei volumi che mi ero proposta di leggere nell’arco di 365 giorni, capite? E lasciatemi dire che ci si sente bene, a leggere un po’ di più, ci si sente più… rilassati non è la parola giusta (io non lo sono di mio e in questo periodo il relax è un’utopia), diciamo sottilmente soddisfatti? Di sicuro più disposti a prendere la vita reale un po’ come viene, che tanto a casa/ in borsa vi aspetta uno dei vostri eroi di carta preferiti, oppure il più bel viaggio su terra e mare in assoluto.

Ma bando alle divagazioni sul romantico andate, vediamo quali libri ho letto nel mese di marzo.

- “I principi di Irlanda”, E. Rutherford. L’ho cominciato essendo sicura – ma sicura, eh! Ci avrei messo la mano sul fuoco. – che Rutherford fosse uno degli scrittori preferiti di un’amica, che tra l’altro aveva amato moltissimo proprio il libro in questione… Vengo a sapere via sms che l’amica di cui dicevo non ha mai letto una pagina scritta da questo brav’uomo: oops! Beh, oramai il libro lo avevo iniziato, quindi era pure il caso di finirlo; non mi ha appassionato particolarmente, però, ho trovato la vicenda interessante, ma lo stile narrativo troppo prolisso.

- “Motel Life”, W. Vlautin. Libro passatomi da una Santa Donna Donatrice di Volumi (la Genitrice non è particolarmente entusiasta che, per stivare i già citati doni, io sia stata costretta ad utilizzare un sedile da campeggio sotto la mia scrivania… Ma cosa deve fare una povera Strega Lettrice, se lo spazio sugli scaffali del Covo è esaurito??). Tornando al libro, l’ho trovato particolarmente bello, anche se tristissimo, con uno stile narrativo molto fluido. Se non l’avete ancora fatto, leggetelo.

- “Coraline”, N. Gaiman. Avete letto il titolo? Avete visto chi è l’autore? E allora cos’altro volete che vi dica??! Leggetelo come me, tutto d’un fiato, possibilmente in una cupa e piovosa giornata di fine inverno.

- “L’odore del mondo”, R. Jha. Narrazione curiosa che si svolge seguendo un’interessante filo conduttore. Io l’ho trovato particolarmente scorrevole.

- “L’oste dell’ultima ora”, V.M. Manfredi. Un ricordo di un pomeriggio alla Feltrinelli in compagnia di uno dei miei scrittori preferiti. E’ un racconto nel classico stile di Manfredi, molto fluido e semplice, che ha indubbiamente il suo fascino.

- “Il ragazzo leopardo”, D. Picouly. Che non vedevo l’ora che tagliassero la testa a Maria Antonietta (perché così sarebbe finito il libro) è brutto da dire, vero? L’ho trovata una lettura esageratamente noiosa.

- “Elettra”, A. Nothomb. Un altro racconto breve, molto ben fatto. Lo consiglio soprattutto agli amanti dello stile della Nothomb.

- “Un uomo da marciapiede”, J.L. Herlihy. Come ho scritto nella mia recensione su Goodreads, questo libro è una martellata sui denti. Lo stile dello scrittore è tremendamente schietto e in alcuni punti addirittura crudo, e l’intera vicenda ha molto pathos. Se avete anche visto il film con John Voight e Dustin Hoffman, non potete non leggerlo.

 

Dunque, come potete vedere nel mese di marzo non mi sono fatta mancare nulla.
Che mi riserverà aprile, dite?
Mah, al momento sto leggendo un giallo storico che sembra parecchio interessante, quando naturalmente non sono in compagnia di uno degli eroi di carta che citavo all’inizio di questo post… Anzi, mi sa che l’ho lasciato da solo sul divano per troppo tempo. Vogliate scusarmi. ;)

Il Soldato d’Inverno Si Sveglia A Primavera

captain-america-the-winter-soldier-internationalMetti un primissimo pomeriggio primaverile al cinema, a guardare un film che si chiama “Captain America – The Winter Soldier”: una domenica da ossimori, insomma.
Metti che arrivi in anticipo all’appuntamento perché hai, ehm…, letto soltanto metà del sms e l’hai pure confuso con la metà della mail che segnalava l’ora di ritrovo al cinema e che hai letto di sfuggita. Metti pure che, al cinema, ci vai con una cara ragazza che rimane in macchina dieci minuti buoni per calcolare l’esatta posizione in cui il sole tramonterà per non lasciare al sole la macchina, e metti anche che quando la ragazza esce, lo fa per andare a sincerarsi dei suoi calcoli – fatti utilizzando una bussola sul cellulare – facendo da meridiana umana.
Metti che rivedi un paio di persone che non incontravi da tempo, e che ti fa anche piacere e poi, finalmente, metti che vai a sederti al tuo posto e ti godi il film.

Film che è stato senza dubbio più che godibile, anche se non condivido l’entusiasmo generale che si è creato attorno alla pellicola.
Intendiamoci, il secondo capitolo delle avventure del Capitano Rogers è riuscito benissimo (molto meglio del primo, che a mio avviso era un po’ troppo lento) e si lascia guardare più che volentieri. Manca forse un pizzico di ironia e humour in più, e forse anche qualche scena un po’ meno scontata (niente spoiler, faccio la brava strega ^^). Un exploit di qualche attore protagonista, anche, ci sarebbe stato bene.

Gli interpreti sono quelli che già conoscevamo, con l’aggiunta di un taciturno soldato d’inverno (Sebastian Stan, che appariva per poco anche nel primo Capitan A.), di un pennutissimo Sam Wilson/Anthony Mackie e di un Robert Radford nei panni del cattivo (cattivino… dov’è la crudeltà, signor Redford??) di turno, che è sempre un piacere rivedere.
Che Chris Evans non sia un attore di grande espressività, credo fosse noto più o meno a tutti… Comunque continuo a pensare che il ruolo di Capitan America gli stia bene. Certo, rapportarlo ad un Redford seppure non in grande spolvero, è un azzardo; forse è anche per questo che si è scelto di lasciare che i due condividessero solo una scena alquanto breve. Dove non arriva Evans, c’è comunque il solito Samuel L. Jackson, che in questi ultimi tempi nei film di fantascienza ciccia fuori come i funghi, ma non ci si lamenta mica. ;)
Scarlett Johansson interpreta ancora una volta la Vedova Nera, che ,oltre ad essere un’assassina letale, farebbe affari d’oro se decidesse di aprire un’agenzia di appuntamenti e ha la straordinaria abilità di scovare piastre per capelli nei luoghi più impensati. Tipo la casa di un reduce di guerra in Iraq, single e senza capelli.

Gli effetti speciali sono davvero molto belli, alcune scene non sono descrivibili se non utilizzando il tanto amato (da me) termine inglese massive. Pronunciatevelo un paio di volte, a mezza voce, trasformando quella a in una specie di e apertissima, all’americana. Sentite che cosa vi ispira una parola così; non l’avvertite già, la grandezza?

Un piccolo appunto sulle scene (2) alla fine dei titoli di coda.
Rimanete pure per la prima, ammesso e non concesso che il personale di servizio del cinema non cominci a passare scopini e swiffer anche su di voi, che siete ancora sedute sulle vostre belle poltroncine, ma lasciate stare la seconda. Ve lo dico proprio da amica, eh! Non ne vale la pena.

 

Ecco, ora che siete usciti dal cinema, avete tempo per prendere per i fondelli l’assurda posa dei protagonisti del film nella locandina (vedi sopra) o per discutere di quanto il Soldato d’Inverno assomigli ad Aragorn (perché, pensate che io al cinema ci vada con gente normale?). Vi rimane ancora il tempo per una bella foto di gruppo, possibilmente accanto ad un t-rex, e poi la vostra giornata si può anche dire completa. ^^

Desaparecida.

Come dite? Non scrivo più da dieci giorni?
Possibile? Forse sì.

E’ che la fine di questo mese è stata un tantino impegnativa, roba che è parecchio se ho trovato il tempo di respirare ( e molto più che parecchio, se non ho fatto il modo che qualcun altro tirasse il suo ultimo respiro: ragazzi, considerate lo Zen. Funziona!), e quindi i post sul blog sono dovuti rimanere in secondo piano.
Tanto per tenervi aggiornati su un piccolo spiraglio della pazza vita al Covo, qui di seguito trovate un elenco a punti di tutto quello che ho imparato/di cui ho avuto certezza nei giorni scorsi. D’altronde, che si impari più in missione che in tempo di pace era già, non è vero?

- Non sempre le persone con cui passiamo più tempo sono quelle che ci conoscono più a fondo, parenti compresi.
Ne ho avuto una decisa conferma quando Rambo ha affermato che il Socio e l’altra Mente possono mangiarmi viva (in senso figurato: non credo che siano cannibali) quando vogliono. A parole, capite?

- I sentimenti influiscono spesso sulla valutazione di persone e situazioni anche e soprattutto quando non dovrebbero influire. Ciò non è bene, e non solo perché gran parte delle volte il cuore dice il contrario del cervello.

- Non tutti siamo uguali. Io sono più diversa degli altri.
Corollario: aspettarsi che qualcun altro faccia le mie stesse scelte/ pensi al mio stesso modo è altamente illogico.
Corollario bis: Porca miseria, quanto sono fortunata ad essere me.

- Il Socio è completamente e irrecuperabilmente fuori. Non come un balcone, come una casa di ringhiera. Sfortunatamente non è possibile farlo fuori.

- La gente è fuori. Quella che non lo è (e molta parte anche di quella che lo è) è, per dirla in dialetto, indurmenta.
Ci sono rare eccezioni, fortunatamente. Sfortunatamente, nessuno degli individui appartenente alla classe delle eccezioni rientra in quella dei miei clienti.

- E’ possibile classificare le persone in due gruppi, a seconda di come trattano i propri nemici.
Ci sono quelle che lasciano che il nemico conservi la sua dignità, e quelle che puntano alla sua completa e indiscutibile distruzione. Quelli del primo gruppo possono appartenervi essendo idealisti senza speranza, oppure semplicemente stupidi. Quelli del secondo, degli stupidi o dei freddi, crudeli calcolatori.
Conclusione: il genere umano è classificabile nelle tre classi. Ogni suo esponente è o idealista, o stupido, o un serial killer. Oppure tutte e tre le cose.

 

Nell’attesa che ognuno dei lettori di questa umile pagina trovi la propria classe di appartenenza, colgo l’occasione per ringraziare Crimson74 per avermi insignita del Liebster Award. Non ho al momento tempo di scrivere un post a riguardo, ma comincio a ringraziarti pubblicamente.

Prometto di scrivere nuovamente prima che possiate non desiderarlo (dovrebbe passare moooolto tempo, tempo ^^), ma senza dubbio immaginarlo.
…Voi nei frattempo godetevi il weekend. ;)

Sa, noi con la nuova tecnologia…

Chiama un nuovo cliente, da un importante ufficio di MaduninaLand. Mi chiede una traduzione urgentissima, da fare il più presto possibile.
Rispondo che farò del mio meglio, che se mi si anticipa il documento via e-mail faccio prima.

<<Guardi, adesso sento il mio capo e gli chiedo se possiamo scannerizzare i documenti. Sa, noi con la nuova tecnologia…>>

Io mostro la mia comprensione (che volete farci, è l’abitudine!) e riattacco.
Dieci minuti dopo, vengo richiamata.

<<Guardi, il Dottore sta ancora preparando i documenti su Word, quindi al momento non possiamo scannerizzare nulla. Verrebbe a prenderli Lei domani?>>

 

…Non c’è bisogno di commentare oltre. -.-

Il Moro di Venezia

oWq4EbJiIEGomYyqOJPxKf9f9UU Approfittando del programma di diretta dal National Theatre di Londra (di cui vi avevo già parlato qui), ieri sera ho visto un bellissimo “Othello”.
Mancavano sfortunatamente le graziose diapositive informative prima dell’inizio della proiezione, quindi purtroppo non so dirvi nulla sulla prima rappresentazione del dramma di Shakespeare, ma sono sicura che Wikipedia o qualsiasi altro mezzo di informazione potranno fare le mie veci.
Noi torniamo alla messa in scena del National Theatre.

Othello è senza dubbio molto più digeribile di Amleto, perché è più comprensibile, più semplice e di una passionalità più elementare. Se parteggiare per Amleto è oggettivamente difficile, per farsi trascinare dalla disperazione di Othello o dalla rabbia di Iago basta un attimo e dei bravi attori.
Come Adrian Lester e Rory Kinnear, ad esempio, che danno vita rispettivamente ad un Othello dalle molte sfaccettature (che voce!) e ad uno Iago che definirei addirittura sontuoso. I due protagonisti se la intendono meravigliosamente e si spartiscono la scena in modo perfetto. E poi, che tensione tra i due! Guardate solo la locandina dello spettacolo, guardate lo sguardo tormentato di Lester e quello di Iago che emerge dalla penombra: non sembrano perfetti anche a voi?

Protagonisti a parte, anche il resto del cast è assolutamente di prim’ordine, a cominciare da una stupenda Olivia Vinall nei panni di Desdemona, che è protagonista di una scena del soffocamento incredibile e che da sola risolleverebbe una performance discreta. Da citare anche il bravissimo Jonathan Bailey/Cassio.
Mi sento di riservare una menzione a parte per Rory Kinnear, perché il suo Iago è veramente qualcosa di sensazionale. Kinnear riesce a infondergli, oltre alla rabbia, al desiderio di vendetta e al tormento interiore che anima il personaggio, un sarcasmo e un’ironia particolarissimi che non possono lasciare indifferente anche lo spettatore che dovrebbe parteggiare per Othello. Dovrebbe, dico.
Per me, l’interpretazione di Kinnear è del tutto paragonabile a quella di Branagh nel film “Othello”. Qui sotto vi metto un paio di spezzoni del film, nel caso non lo abbiate mai visto.

Lo Iago di Branagh manca, come avete notato, del tutto di sarcasmo. E’ un vero e proprio diavolo tentatore, che sussurra all’orecchio di Othello e che difficilmente alza la voce. Kinnear invece urla, bisbiglia, parla ad Othello con voce incrinata; appare in definitiva molto più moderno e sicuramente appetibile al pubblico.

Lasciamo ora gli attori nel loro brodo e parliamo dell’azzeccatissima scenografia, molto particolareggiata e piena di parti mobili. Data la scelta inserire la tragedia in un contesto moderno (presumibilmente una base militare in Medio Oriente), i colori tendenti ai toni del grigio e del beige, che sfumano benissimo nella penombra, sono stati una scelta particolarmente felice e che viene giustamente ripresa nei colori dei costumi. L’unica nota cromatica viva rimane quindi il sangue rossissimo che sgorga in un paio di occasioni e che naturalmente contrasta con la neutralità dei costumi.
Ho particolarmente apprezzato la scelta di dipingere Othello con tratti molto simili a quelli del tipico americano che svolge incarichi similari: completo da lavoro nero e camicia bianca quando è in borghese, uniforme perfetta durante la missione, postura rigida ma gesticolazione frequente e chiara nel significato. Il tutto a sottolineare che Othello è uno straniero -è diverso anche se non tanto quanto ci sembra-, ma anche che è incline ad agire guidato da passioni e istinti, invece di usare la testa come fa l’inglesissimo Iago. Anche Cassio, altro personaggio meramente istintivo, ha tratti più americani che inglesi, guarda caso.

Prima di concludere questa lunghissima ode all’Othello di ieri sera, vorrei citare la scena più impressionante di tutta la rappresentazione, giusto sul finire dell’opera.
La morte di Desdemona per mano di Othello, che la soffoca sul suo letto nuziale.
E’ una scena fortissima e di un realismo estremo; solo la sua durata mette i brividi, per non parlare dell’interpretazione degli attori. La Vinall deve aver avuto un coraggio da leoni per ripetere questa scena giorno dopo giorno per tutto il tempo in cui lo spettacolo è rimasto in essere, soprattutto considerando quanto è esile lei e quanto invece è robusto Lester. Se anche il resto del dramma fosse stato – e non lo è – povero di pathos, questa scena avrebbe sicuramente fatto ammenda per la mancanza, ve l’assicuro.

Purtroppo, ci sono ben poche possibilità che voi possiate recarvi al cinema a vedere questo Othello, se non l’avete già fatto. Potreste sempre avere la fortuna di recuperarlo in altri formati, però, e magari tenervi pronti per la prossima proiezione in diretta dal National. Il dramma cambia, l’autore resta sempre lo stesso (buon, vecchio Will!), e avete più o meno un mese di tempo per organizzarvi (info).
E poi, suvvia, una bella tragedia non si nega mai a nessuno! ;)

Oscar che non appassiona – 12 Anni Schiavo

Ho visto la pellicola della locandina giusto ieri sera, a meno di ventiquattr’ore dal fatidico momento in cui Steve McQueen ritirava il suo Oscar… che francamente non mi sembra meritatissimo. Ma andiamo con ordine.

12 anni schiavo” è un film tratto da un libro, testimonianza a sua volta di una storia vera, che riassumo brevemente. Un violinista nero del nord degli Stati Uniti, pochi anni prima della Guerra di Secessione, viene rapito e condotto al Sud, dove viene venduto come schiavo. Passa quindi da un padrone ad un altro finché non riesce a far avere notizia di sé alla sua famiglia e viene liberato.
Lo so che sentite un leggero cinismo trasparire da queste mie parole, ma vi assicuro che i realtà non è così; è che la trama non può, ahimè essere riassunta in nessun altro modo… In realtà è per il soggetto stesso del film che ho deciso di andare a vedere il film al cinema in primo luogo. Immagino che non tutte le ciambelle riescano col buco.

Ma torniamo a noi.
L’interprete principale, Chiwetel Ejiofor, era praticamente sconosciuto prima dell’uscita di questa pellicola, come anche una delle attrici non protagoniste – Lupita Nyong’o – che si tra l’altro portata a casa la statuetta come best supporting actress. In compenso, c’è una vera e propria pioggia di comparsate, cammeo e quant’altro di attori e attrici iper-famosi in ruoli di supporto, cominciando da Michael Fassbender, passando per Benedict Cumberbatch e Sara Paulson e finendo con Brad Pitt, che è anche produttore della pellicola.
Non so se sia una scelta narrativa o meno, ma ho trovato Ejiofor estremamente piatto nella sua resa di un personaggio che tra l’altro non era minimamente caratterizzato. Il fatto che gli siano state date un paio di scene mediamente forti sfortunatamente non basta a risaltare la sua performance a mio parere ben al di sotto della media: un paio di occhiate e molte inquadrature a primo piano fanno tanto film introspettivo, ma non è detto che catturino il pubblico (che nella sala dove ero io è rimasto piuttosto perplesso).
Stesso o quasi discorso per la Nyong’o, che oggettivamente non mi ha colpito più di quanto non abbia fatto – tanto per fare un paragone tra candidate – la Lawrence in American Hustle, anzi forse la graziosa statuetta l’avrei data più volentieri al suo personaggio altamente sopra le righe, che ad uno che rientra nel cliché dei personaggi da piantagione di cotone con entrambi i piedi.
Paradossalmente, i personaggi di sfondo – e che lusso di sfondo! -, che avevano poche battute e, ad eccezione di un bravissimo Fassbender, rimanevano in scena per un periodo di tempo molto limitato, appaiono molto più caratterizzati e “rotondi” del protagonista e della nuova star del cinema hollywoodiano.

Ho apprezzato la scelta di ridurre al minimo la colonna sonora, perché aumenta una tensione e una cupezza di scena che non sono espresse in molti altri modi in un film che in alcuni punti assomiglia spaventosamente ad un documentario (e la fotografia e la resa del paesaggio sono effettivamente sempre magistrali, con colori e gestione della luce magnifici). Manca l’emozione, insomma, il pathos che mi sarei aspettata da 12 anni schiavo, ritenuto straordinario da tutta la critica e che invece mi ha lasciato quasi indifferente.

Verrebbe – dico verrebbe – da chiedersi se, più che per la sua effettiva qualità, l’Oscar per il miglior film gli sia stato assegnato per il cast d’eccezione, o per l’argomento trattato. D’altronde siamo in America, no?

Attendo in ogni caso di poter essere redenta da qualcuno di voi che ha avuto modo di vedere la pellicola e che invece vi ha versato sopra cocenti lacrime e l’ha trovata meravigliosa.
Occhio, che potrei traviarvi io, però. ;)