Quanto sei romantico

Ogni tanto, durante le notti insonni che passo nel terrore di rivedere i miei pargoli, penso ad alcuni loro strafalcioni (eufemisticamente parlando, certo) e confesso che, un po’, mi viene anche da ridere. Quindi, forse, se la cosa fa ridere me è possibile che faccia quantomeno sorridere chi passa da questo blog: da qui l’idea di trascrivere le più interessanti perle di saggezza pargolica, con un mio piccolo commento esplicativo, occupandomi di un argomento alla volta.
Naturalmente, se chi passa di qua si trova nella mia stessa, tapina situazione di insegnante (di ripetizioni o meno: alcune frasi epiche si nascondono nei cervellini dei pargoli più insospettabili, inclusi gli studenti modello) e vuole contribuire con qualche citazione pargolica, l’area commenti è sempre aperta (e la sottoscritta saprebbe di non essere sola! ;) ).

Venendo a noi, la puntata di oggi riguarda una materia insegnata malamente quasi ovunque, la Letteratura. Siamo nel periodo del Romanticismo, e…

…Gli scrittori romantici volevano un’unica lingua in tutta Europa, perché credevano nel cosmopolitismo. Un altro valore molto forte era il sentimento di appartenenza alla Nazione.
Quindi erano bipolari, questi scrittori.

Il Romanticismo si sviluppa nel 1800 e dura ancora adesso, soprattutto nelle femmine.
Il tipico adolescente confuso.

Gli scrittori del Romanticismo si esprimevano soprattutto con il romanzo storico e con la poesia lirica. Che adesso viene recitata alla Scala.
Beh, un’acustica perfetta per l’Infinito, non c’è dubbio.

Famosi esponenti di questa corrente letteraria sono Byron, Percy Biscia Shelley, che poi è il marito di quella di Frankenstein, Valter Scott, Goethe, Manzoni e Leopardi.
No, non ci sono errori di battitura. E sì, l’ho sentita davvero. La settimana scorsa.

<<Gli intellettuali romantici erano depressi e si vestivano sempre di nero.>>
<<Quelli temo fossero gli Emo, pargola.>>
<<Ma non di nero così! Di nero come Shadowhunters! Di nero figo, insomma.>>
Ecco. Ce lo vedo, io, Schiller tutto di pelle nera e borchie. E coi tatuaggi, anche. Da qui, i Masnadieri.

<<Pargola, fammi un esempio di romanzo storico.>>
<<In che senso?>>
<<Dimmi un titolo!>>
<<E come faccio a saperlo? Mica c’è scritto sul libro, c’è solo il titoletto dei Promessi Sposi!>>
Hai ragione, troppo banale. Deve essere una trappola.

Leopardi è nato a Recanati e poi… non mi ricordo più, ma sono sicuro che ha vissuto una vita noiosissima.
E, non avendo di meglio da fare che scrivere, ha scritto poesie. Ancora sul povero Giacomo.
Leopardi credeva nel pessimismo caotico.
Ah, brutta bestia! E’ quello imprevedibile, che non sai mai cosa ti riserva.
Leopardi scriveva canzoni, ma ci sono rimaste le parole e non la musica.
E’ che gli piaceva improvvisare, come i jazzisti.
La poesia più famosa di Leopardi è il 5 maggio.
Giusto periodo, giusto genere lettarario. Autore sbagliato.

Goethe era tedesco e quindi scriveva in tedesco.
Giusta precisazione. E Johann W. è uno dei miei autori preferiti, purtroppo, perché…
Goethe aveva un amico che si chiamava Faust.
Immaginario? A naso, direi che Goethe ne ha fatte passare un po’, al suo amico.
Goethe scrisse I Dolori del Giovane Verner. No, Venier. No, aspetta, Wagner!
E il suo sequel, “I Patemi dell’Anziano Nibelungo”.
Goethe, come il Goethe Institut. E’ un nome d’arte?
…Abbiamo chiaramente dei problemi nell’individuare la radice di nomi.

I romantici si contrapponevano ai Lampadisti.
Perché preferivano il lume di candela.

Illuministi e Romantici non si sopportavano e si scontrarono ferocemente nei moti del 1820-21.
La rivoluzione dei cervelli!

Il genere Romantico rimane uno dei preferiti anche ai giorni nostri, basti pensare a libri come Twilight.
…E, da qualche parte, un amante di Hugo e Chateaubriand si sparò un colpo.

Il Tita-che? Titanismo? Ma è una parola?
Oh, sì. Come anche:
No, dai, mi stai prendendo in giro: il patriottismo non esiste!
Eh. Su questo argomento si potrebbe intavolare un’interessante discussione.

E tenete presente che, non avendole trascritte tutte in questi anni, potrei aver anche tralasciato qualche cosa. Dovrei spulciare i miei diari e controllare che non mi sia sfuggita nulla di eclatante. Voi rimanete in attesa. :)

Risorgi e Sprofonda

La scuola, signori miei, è appena iniziata; siamo in autunno solo da una manciatina di giorni, il tempo è diventato uggioso, comincia a sentirsi un certo qual desiderio di una bella zuppa calda, le foglie ingialliscono e poi cadono… assieme ai pochi neuroni rimasti agli studenti, temo.

Eccovi una breve carrellata degli strafalcioni che ho sentito in queste settimane, tutti curiosamente collegati al periodo del Risorgimento Italiano, che è considerato talmente importante nel nostro Paese che viene insegnato ancora peggio degli altri periodi. Gli strafalcioni dei pargoli sono in corsivo e verranno seguiti da una piccola frase di commento, tanto per sdrammatizzare la desolante dimostrazione d’ignoranza di cui sono stata testimone (e per farvi fare un sorriso, via!).
Cominciamo.
... Mazzini fondò quindi la Giovine Italia, perché quella vecchia non gli piaceva.
Certo. Uno schizzinoso, questo Mazzini. Ma, d’altronde:
I moti mazziniani non furono un successo, perché al posto di organizzarli bene Mazzini fuggì in Uruguay.
Ecco da dove hanno origini gli assenteisti italiani!

I Fratelli Bandiera non ebbero successo al Meridione, quindi fuggirono e andarono a vivere in Messico.
Prendendo il nome di Fratelli Sombrero.

<<Nel 1848 ci furono altre rivolte, in cui gli italiani vennero aiutati dai greci.>>
<<Pargola, temo che  greci avessero le loro gatte da pelare…>>
<<No, no, sono sicura! I greci, che arrivarono a liberarci dagli invasori persiani!>>
Secolo più, secolo meno.

E Milano resistette agli Austriaci durante le famose Cinque Giornate di Milano. Che si chiamano così perché durarono cinque giorni.
Ma pensa! Quello delle Cinque Giornate è comunque un argomento piuttosto sentito dai pargoli, perché…
Durante le Cinque Giornate, Milano respinse Carlo Alberto senza l’aiuto degli Austriaci.
Io me la ricordavo diversa. Non so voi.
Le Cinque Giornate presero il nome dalla piazza in cui si tenne la manifestazione.
Un po’ come il ponte di Brooklyn che prende il nome dalle cicche, immagino (e sì, questa l’ho sentita veramente. Nessuna licenza poetica).
Le barricate della rivolta erano in una piazza, che poi fu chiamata delle Cinque Giornate, più o meno dove adesso c’è il Coin.
Eroico negozio!

Verdi non è il vero cognome di Giuseppe, è un nome d’arte scelto per l’acronimo Vittorio Emanuele Re d’Italia.
Infatti, il vero nome del Maestro era Giuseppe Rossi, ma c’erano già le camicie di Garibaldi, e allora…
Giuseppe Verdi era il principale organizzatore della strategia italiana.
Cavour preferiva fare musica.

I Mille di Garibaldi si imbarcarono a Quarto Oggiaro.
Quartiere bruttino, mi dicono, ma in rivalutazione. Ma su Garibaldi, si sa, se ne dicono tante.
E’ come la canzone, no? Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba. Proprio lui che comanda… Quindi comandava lui, no?
E come no!

Ma qual è il cognome, Conte o Cavour?
…Direi che sono interscambiabili. Ma io proverei con Camillo e Benso.
Cavour e Garibaldi erano grandi amici.
Come no! Amiconi!

…Il popolo si ribellò contro Radetsky perché non gli piaceva la marcia.
Una manica di incompetenti!

L’unificazione culturale in Italia non fu facile, perché tutti parlavano il dialetto e non si capivano tra loro. Perciò il governo li dichiarò illegali.
Ma va’ a da’ via i’ ciapp’!

Garibaldi non mantenne le promesse fatte ai contadini, che si arrabbiarono e diventarono briganti. I briganti sopravvivevano di quello che il popolo dava loro, soprattutto formaggio, che è conosciuto anche adesso.
Questa particolare ragazzina ha 9 in storia. NOVE, signore e signori. Almeno è un’attenta conoscitrice della ricchezza gastronomica italiana.

…E gli Italiani misero sul trono Vittorio Emanuele, non sapendo che se la intendeva con Mussolini. 
Però, longevo il Benito! E, sempre sui re:
<<Scusa, ma io non ho capito: che fine ha fatto Carlo Alberto?>>
<<Ha abdicato in favore del figlio>>
<<Quindi adesso il re è… non me lo dire… No, dimmelo.>>
Ma, se te lo dico, non ci credi!
Ah, ma adesso ho capito perché Corso Vittorio Emanuele si chiama così.
No, è Vittorio Emanuele che si chiama come il corso, pensavo che ormai fosse chiaro.

…Ma quindi le guerre di indipendenza, oggi, non ci sono più. Sono finite?
Che spirito di deduzione, che acutezza!

Ecco, spero che voi vi siate fatti due risate. Io sono stata sull’orlo delle lacrime per un po’, ma ho deciso che i neuroni pargolici non potevano avere tutta la colpa di quanto scritto qua sopra. Un sano scappellotti agli insegnanti, ogni tanto, sarebbe cosa buona e giusta.

Funambolismi

Dunque, ecco un breve riassunto di ciò che mi ha tenuta impegnata in questo mese di settembre, diviso per categorie.

  • Clienti pubblici. Da accludere in questa categoria ci sono innumerevoli ore di lavoro sottopagato, assegnatomi (senza possibilità di rifiutarlo) all’ultimo minuto e con termini di consegna che lascerebbero qualcosa da dire anche a Flash. A ciò si aggiungono colleghi con molta poca educazione e scarsissimo senso delle relazioni lavorative con l’altro sesso. Ci mettiamo anche i simpaticoni che criticano la mia conoscenza della grammatica italiana (perché <<“qual è” si scrive con l’apostrofo, signorina, lo so che Lei è giovane e queste cose a scuola non le insegnano più.>>).
  • Clienti privati. Svariate ore di lavoro pagato come da preventivo, che viene regolarmente discusso alla consegna del documento finito, il che significa trascorrere un concreto lasso di tempo a convincere il cliente in questione della bontà della mia parcella. Trovo che tenere in ostaggio il documento serva molto, in questi casi. Sommiamoci anche una desolante percentuale di detti clienti che non ha idea di cosa mi stia chiedendo, che ha il senso pratico di un procione o il cervello di uno struzzo. A volte il cliente è così fortunato da possedere tutte queste qualità assieme.
  • Attività rambica. Il mese di settembre è sempre quello con più problemi, neanche fosse una regola scritta. Ci sono dipendenti e attività da organizzare, promozioni da fare, abbonamenti da promuovere, calcoli, sorrisi a trentadue denti e chi più ne ha più ne metta. In più, si è rotto il computer rambico, abbiamo dovuto farlo riparare e, necessariamente, abbiamo dovuto contattare il fornitore del software per la gestione clienti. Che ci ha messo la bellezza di 13 giorni per rimettermi in piedi decentemente il programma. Da remoto, il che implicava la mia presenza in carne ed ossa in attività rambica, a scapito delle ore normalmente dedicate ai punti di cui sopra.
  • Attività rambica – e scorse del sangue. Ci sono anche riunioni, verbali da far approvare, soci che non sono capaci di eseguire semplici somme aritmetiche (uno dei quali possiede parte del mio dna, il che è piuttosto deprimente) e soci – anzi, Socio – che vogliono provocare. In più, c’è il tempo (e l’impegno, e la fatica) impiegato per risolvere problemi e deviare gli attacchi, e possibilmente trovare un cuscino sufficientemente soffice per evitare di farsi male, nell’eventuale caso di sconfitta.
  • Rambo. Perché, cosa credete?, gran parte del punto appena qui sopra la faccio per lui. Peccato che è evidente che lui non intenda riconoscere l’impegno che ci vuole per parargli il rambico deretano; deve essere molto più semplice riconoscere la bravura degli altri soci (compreso quello che con la matematica è un drago). E fa anche molto più figo mettere se stesso e sua figlia in potenziali guai, per salvare parte della sua famiglia. Interessante utilizzo del termine, non trovate?
  • Famigghia. Dei, la famigghia. Meno ne sento parlare e meno la vedo, meglio sto. Peccato che non tutti gli abitanti del Covo la pensino nello stesso modo, perché così è piuttosto difficile non sentirne parlare.
  • Ricerca di nuove strategie. Categoria sfortunatamente relegata agli scampoli di tempo libero che mi rimanevano prima di avere bisogno delle nuove strategie. E’ dura, se consideriamo il punto “Rambo”, e ancora di più quando ti accorgi di essere fondamentalmente da sola perché, in un modo o nell’altro, non è possibile avere il sostegno di cui hai bisogno. Eppure, sempre per il punto “Rambo”, tocca andare avanti.

Mi perdonerete, quindi, se anche questo mese i libri letti per la sfida di lettura non saranno proprio all’altezza della media dei mesi migliori… Mi ripropongo di rimediare quanto prima, però.
E, nel frattempo, impiego i miei minuti di tempo libero cercando di capire se il problema per cui non ho il sostegno di cui necessito e non comprendo le scelte di Rambo sulla protezione della famiglia, complottando per rovinargli la vita (e questa è una citazione alla lettera), non sia per caso io.

Il Tempio della Cultura – British Museum

SH4_-_Le_British_Museum-1024x640Ditemi voi se la facciata non rassomiglia ad un tempio greco. Non pensate che sia bellissima?
Il British Museum è un altro di quei posti che dovete assolutamente vedere almeno una volta nella vita (anche più d’una!), perché è veramente gigantesco, perché ospita pezzi appartenenti a tutto il Mondo e a tutte le epoche, perché… beh, volete seriamente perdervi la vista di un tempio greco nel cuore di Londra?

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Veduta aerea di Londra. Il British Museum è quel simpatico edificio in basso a sinistra. :)

Cominciamo subito con il dire che il museo non dimostra le sue dimensioni reali.
Una volta giunti davanti all’entrata, dopo l’alto cancello di quel nero lucidissimo di cui abbiamo già parlato, avrete l’impressione di stare per entrare in un posto veramente molto grande. Poi, tra una foto al frontone e una alle ali laterali, salite gli scalini di ingresso, passate il portone e una breve anticamera, ed entrate nell’ultra moderna hall circolare, luminosissima e bianchissima, e cominciate a rendervi conto che avevate sottovalutato il British Museum. Largamente.

Ora, fatelo per me: prendete una piantina. Se avete pensato di poter far senza al Natural History Museum, e magari ci siete anche riusciti, non credete di poter ripetere l’esperienza. Ripeto, recuperate una piantina al banco informazioni e, se siete arrivati prima dell’apertura della gallerie, fatevi un giro nella hall, zeppa di caffè, chioschetti, e negozi di souvenir.

Se volete fare un’esperienza fuori dal comune, vi consiglio di arrivare al museo di mattina presto; con un po’ di fortuna, riuscirete a girare qualche galleria quando è ancora poco frequentata o, come nel mio caso, addirittura deserta. Fa un effetto bellissimo aggirarsi tra vasi e bassorilievi greci con la sola compagnia del sorvegliante e quando l’unico rumore udibile è quello delle suole delle tue scarpe sul pavimento liscissimo del museo: riesce addirittura ad amplificare il sentimento di sorpresa quando, girato un angolo, vi trovate davanti un intero tempietto originale, che sembrava aspettare solo voi. Non parliamo poi della bellezza di sedersi su una panca e stare a guardare le statue e i bassorilievi del Partenone, sola con i tuoi pensieri, senza nessuno che ti passi davanti. Potrebbe addirittura tornarvi utile il taccuino che avete inaugurato all’ombra di Dippy, potreste scriverci, questa volta, che è incredibile come degli esseri così piccoli e ininfluenti siano rusciti a creare opere così belle, maestose. Ritrovare una certa fiducia nel genere umano, una volta tanto, non fa male. :)

Io, questa volta, mi sono trattenuta più a lungo nella sezione dedicata a Egizi, Assiri e Greci (mia passione da sempre), ma ce ne sono molte altre degne di nota e che voi potete scegliere a seconda dei vostri gusti. La galleria dell’Asia, ad esempio. Al British Museum potete veramente trascorrere delle giornate intere, anche di fila, senza aver visto tutte le collezioni, e senza nemmeno morire di fame, dato che ci sono anche due ristoranti e una sala pic nic.
Per gli appassionati dello spirito British, la sala da tè è organizzata per servire dolci, stuzzichini, sandwich et similia gluten free, così anche i celiaci possono godersi senza affanni il tè delle cinque. Un servizio (su prenotazione) indubbiamente interessante, anche se a mio avviso il prezzo è un tantino esoso. E poi, se siete venuti a cibarvi di cultura, potete anche lasciar stare i sandwich al cetriolo. ;)

Per sicurezza.

E-mail di questa mattina.

<<Buon pomeriggio, accettiamo il Suo preventivo e Le inviamo il documento da tradurre in file Word. Per sicurezza, le inviamo anche la prima pagina del documento stampata e scansionata. >>

Metti che ci siano delle incongruenze.

Hogwarts e Dinosauri – Natural History Museum

Non so se ci siete mai stati (ma so che dovreste!), al National History Museum di Londra, non so nemmeno se l’abbiate mai visto. Si tratta di questo gigantesco edificio in stile neogotico su Exhibition Road, circondato da un’inglesissima cancellata nera e oro, che si arrampica verso il cielo in un tripudio di torri, guglie e torrette, il tutto nei colori del giallo pallido, azzurro e grigio. Provate a passarci di fianco in una giornata di sole, e vedrete che effetto.

london_guide_natural_historyInsomma, solo l’esterno vale bene la visita al museo, che dopo i libri e i film di Harry Potter non può che ricordare anche la celebre scuola di Hogwarts, dove il caro, semitordo Harry ha passato tanti anni felici… mentre più o meno ogni suo conoscente tirava le cuoia.
Se siete già entrati nella poesia del luogo anche senza saperne di più, aspettate di entrare all’interno del museo (e attaccatevi al corrimano, così se svenite non vi ho sulla coscienza). L’edificio, del 1870, ospita quattro gallerie fisse (dinosauri-mammiferi marini-animali, ecologia, cambiamenti geologici e Darwin Centre) e alcune mostre a tempo determinato, e solo queste ultime sono a pagamento, quindi potete tornare a vedere Dippy (la mascotte del museo…non potete non vederla, nemmeno se siete incredibilmente miopi) e i suoi compagni tutte le volte che volete, senza sentirvi in colpa. 

Ma noi ci stavamo addentrando all’interno del museo, giusto?
Quindi, attraversiamo il cancello british, percorriamo il giardino e saliamo le scalinate fino a trovarci di fronte al grande portone di ingresso. Un bel respiro, e…

E adesso ditemi se questa non è Hogwarts! :)

E adesso ditemi se questa non è Hogwarts! :)

Beh, non c’è alcun bisogno di parole. Recuperate una piantina da qualche parte e poi sentitevi liberi di esplorare i meandri di questo immenso museo, immergetevi nella luce calda che filtra dai finestroni, salutate l’amico Charles Darwin, che vi guarda dal suo punto di osservazione privilegiato su una delle scalinate.
Tra un fossile di dinosauro e un settore di una sequoia gigante, sedetevi anche su una delle panchine di legno disseminate in giro e guardatevi semplicemente attorno. Osservate la gente che vi passa davanti, puntate lo sguardo sugli archi e sulle volte della sala centrale per contare le scimmiette (occhio a Pix! :P), pensate a chi volete o a quello che volete. Se vi va, portatevi dietro un libro o un taccuino su cui scrivere le vostre osservazioni. 
Magari, annotate a margine da qualche parte quanto stupide e infinitesimali sembrino le nostre preoccupazioni di tutti i giorni, ma anche quelle politiche o religiose, di fronte alla vastità di quello che ci circonda, alle innumerevoli cose che sono successe al pianeta che ci ospita da quando è stato nato, e anche a quelle che sicuramente succederanno quando noi non ci saremo più. Pensate che intere popolazioni di esseri viventi sono nate e si sono estinte su questo piccolo puntino azzurro nell’universo, a cui le dinamiche che le tenevano in moto probabilmente non interessavano più di quelle che tengono in moto noi. 
Se ne siete in vena, riflettete anche su quanto possa essere stupido pensare che una qualsiasi entità ultraterrena abbia dato questa bella, meravigliosa Terra e tutto quello che la abita all’Uomo perché potesse farci quello che desidera, quando ancora non ne comprende che la minima parte. 

 

State pure all’interno del museo per quanto volete (chiudono sfortunatamente presto: peccato, perché non mi sarebbe dispiaciuto pernottare tra le zampette di Dippy ^^), tanto questo ospita quantomeno due caffetterie e un ristorante, tutte tra l’altro con ottime soluzioni per i celiaci (compreso lo Scoffasaurus, il menu per i bambini. Non ho mai detto che la gente che ci lavora sia normale), chiaramente documentate sul menu. Oppure potete optare per un giretto nelle vie limitrofe (siamo in una zona centralissima!), zeppe di caffè, ristoranti et similia, per non parlare di negozi e negozietti, ma evitate di farvi investire da un Double Decker Bus, i signori autisti hanno una guida un po’ spericolata… E voi dovete ancora raccontarmi quello che vi ha colpito di più!

Roditori e Affini

Facendo traduzioni freelance, mi capita di dovermi recare a lavorare in uffici o simili, in cui generalmente quella che si da da fare di più sono io, mentre è possibile trovare i miei colleghi ad interim al bar o davanti alle macchinette.
Questa mattina mi trovavo appunto in uno di questi uffici, quando, aperto la porta, ho assistito ad un vero e proprio Miracolo a Milano. Non c’era una persona in ufficio, non ce n’erano due, ma addirittura tre: tre baldi giovani (sui trent’anni) davanti ai loro computer, in atteggiamento lavorativo. Ancora vagamente stupita da questa stranezza, saluto e chiedo se c’è per caso una postazione libera. Tre paia di occhi mi guardano in maniera molto poco espressiva per un po’, poi il proprietario di uno di questi mi indica un pc. Io ringrazio, appoggio la borsa e comunico che vado al piano di sopra per prendere i documenti da tradurre.
I tre paia di occhi mi guardano, non favellano e annuiscono. Io apro la porta, esco dall’ufficio, la richiudo e sento finalmente la voce di uno dei miei colleghi.

“Oh, come si dice a Milano, gran bella topa.”

Riapro dunque la porta dell’ufficio, rientro e, con calma e cortesia, rispondo al giovine galantuomo.

“Gran bella topa lo dici a tua sorella.”

I gentiluomini si guardano imbarazzati, poi il più coraggioso tenta di giustificarsi.

“Ma no… Noi volevamo solo dire che finalmente abbiamo una traduttrice di bell’aspetto!”

E poi cerca anche di ingraziarsi la  sottoscritta con una battuta sagace

“Così, anche se sbaglia la traduzione, non ci arrabbiamo!”

Sentendomi in dovere di precisare la situazione, rispondo con i dovuti modi, evidenziando come io sia lì davanti a loro più per la mia capacità di non sbagliare le traduzioni che per il mio aspetto. Chiarisco la mia qualifica e rendo nota la mia esperienza nel campo.
Al che, esco dall’ufficio, vado a prendere i miei documenti e mi metto al lavoro, senza più dar peso alla questione.
Finite le mie ore, scrivo anche un tweet sulla vicenda e la racconto ad un paio di persone, puntando in verità più sull’ironia che su quanto fossi scocciata al momento, dato che, una volta che avevo chiarito la mia posizione di fronte ai giovin signori, per me la questione era da considerarsi chiusa.

Ma chiaramente mi sbagliavo.
Mi sbagliavo perché, quando ho raccontato a Rambo quello che mi è successo, mi sono sentita rispondere che l’errore è stato mio, che avevo assunto un atteggiamento sbagliato nei confronti di un complimento. Il che era accaduto, naturalmente, perché la sottoscritta non è ancora capace di stare al mondo.
Quindi, e state bene attenti, mio padre non ha trovato offensivo che qualcuno commentasse con un amico, alle mie spalle e convinto che non sentissi, non che io sia carina, o bella, no, ma che io sia una gran topa. Ci siamo? No, perché non è ancora finita.
Mentre la gran topa che non ha ancora imparato a stare al mondo usciva di casa per andare a sistemare i problemi di Rambo, ancora pesantemente scocciata per la risposta del genitore, la Genitrice asserisce che, comunque, non è stata una cosa gravissima. Insomma, mi si poteva dire di peggio. Con un certo sconcerto, faccio notare alla Genitrice che quello che mi è successo non è poi diverso da una manata sul fondoschiena, ad esempio, ma lei non concorda. Eh sì, la palpatina sì che è offensiva, mentre gli apprezzamenti volgari, no.

Allora ho pensato che, se viviamo in un mondo in cui sembra sia così necessario dare aria alla bocca per apprezzare l’aspetto di una donna/ragazza utilizzando per di più una terminologia quantomeno volgare, se non vogliamo dire svilente, e ponendo anche tale aspetto al di sopra delle sue capacità professionali, in un mondo in cui un padre pensa che sia stata sua figlia a sbagliare, mentre i ragazzi volevano solo farle un’apprezzamento goliardico, di tipo amichevole, e soprattutto in un mondo in cui le stesse donne non si scandalizzano più di tanto per l’apprezzamento volgare, perché le offese sono ben altre, perché si sa come sono gli uomini, perché non lo senti in giro che dicono di peggio, perché, dico io, non hai le palle e la considerazione verso te stessa che dovresti. Dicevo, se viviamo in un mondo così, forse è il caso di scriverlo un post su quello che è successo, sicuramente non fa male e potrebbe essere d’aiuto a molti.