Quando il Celiaco Va in Vacanza

CAM00451~2Quando il celiaco va in vacanza non ci può mica andare a mente serena, che so, decidere di partire la sera e la mattina presto essere già su una decappottabile con il vento tra i capelli. Quando il celiaco va in vacanza in genere, oltre alla consueta valigia del vestiario, al beauty case e alla borsa delle scarpe (ok, questa forse è lA celiacA) gli tocca portarsi anche un’altra valigia/borsa contenente gli alimenti di prima necessità in proporzione congrua al periodo in cui starà via di casa.

Perché, direte voi?
Perché, tanto per cominciare, procacciarsi del cibo gluten free non è mica facile dappertutto (no, non sto parlando di alimenti naturalmente senza glutine: state sicuri che un’insalatina la troverete quasi sempre, ma la domanda sostanziale è cosa ci mangerete assieme per evitare di morire di fame??), e poi gli alimenti senza glutine sono generalmente più cari di quelli normali e quindi è meglio poter approfittare di ticket e esenzioni varie (che sfortunatamente sono regionali) quando si può.

Quando il celiaco va in vacanza, dicevo, deve essere in grado di progettare le sue vacanze, sia che vada a stare in un appartamento, che in un hotel o in una qualsiasi altra struttura alberghiera, dato che molto di rado sono attrezzate per ospitare persone con il suo problema (a meno di non soggiornare in hotel et similia certificati gluten free, che in Italia sono pochi e carucci, anche), onde evitare spiacevoli inconvenienti, tipo quello che è successo a me due estati fa.
Si tratta indubbiamente di una bella scocciatura, perché la fornitura di alimenti gluten free occupa spazio che viene sottratto all’ossigeno di quelli che sono in macchina con te, oppure ai vestiti e altri utili generi, se si viaggia in treno o – ahinoi – in aereo.

La missione di approvvigionamento alimenti si rivela, dunque, abbastanza difficoltosa – pane per i denti di chi da anni partecipa alle Missioni Esselunga rambiche! – e non priva di insidie, soprattutto se si soffre (o si hanno parenti che, come la Genitrice, soffrono) della patologia maniaco-depressiva dello Scoiattolo. Dove per Pm-n dello Scoiattolo, o più semplicemente Scoiattolite, si intende la tendenza a procurarsi scorte dei beni di prima necessità per ogni evenienza, proprio come gli scoiattoli fanno per l’inverno. Chi soffre acutamente di questa patologia arriva a creare vere e proprie muraglie di scatolame, prodotti per l’igiene e alimentari e si sente persino fisicamente male se non ha almeno altre due confezioni chiuse e in stoccaggio dell’oggetto che ha appena aperto.
Per svariate ragioni – la tendenza a utilizzare subito tutto il ticket della Regione, la pratica diffusa di ordinare i prodotti gluten free in farmacia, la lentezza degli ordini, etc. – chi soffre di celiachia tende a sviluppare la Scoiattolite in forma non acuta, ma acutissima (ho visto madri riempire due carrelli per volta di merendine per il figlio, che con quelle potrebbe sicuramente sfamare l’intera popolazione etiopica per tutta l’estate), e quindi la partenza per le vacanze estive tende a diventare un dramma.
La comune lista per la “spesa delle vacanze” che si vede passare nei negozi di prodotti per celiaci (o che le gentili clienti passano al proprio – tapino – farmacista) comprende almeno una trentina di confezioni, relative almeno a cinque classi di prodotti differenti, per un importo totale che generalmente supera il ticket mensile concesso ai celiaci e per un volume che si riuscirà a cacciare in macchina solamente dovendo stivare la nonna/la zia/il fratellino sul portapacchi.

Fortunatamente, la sottoscritta non ha mai sofferto di Scoiattolite, anche se riconosce la necessità di viaggiare con una minima scorta di prodotti senza glutine per assicurarsi di non morire di inedia proprio sul lungomare. Da qui, la mia missione dei giorni scorsi verso il Negozio in cui vado a spendere il mio simpatico ticket regionale, il cui risultato potete ammirare nella foto qui sopra.
(A proposito, se volete sapere esattamente quanto possa un alimento per celiaci costare più di uno normale, guardate le confezioni di fette biscottate che stanno nel bagagliaio dell’immagine. Contengono ciascuna tre pacchetti di fette da 50g l’uno, per un totale di 150g a scatola, e possono essere vostre al modico prezzo di 6.oo euro e passa, 2 euro per una porzione di fette biscottate. Ora capite l’importanza del ticket?)

Quando leggerete queste parole, infatti, io mi starò già avvicinando alla meta delle vacanze estive, a pochi passi dal mare (e spero molto lontano dalle graziose perturbazioni che qui al Nord ci danno l’impressione di stare a novembre e non a luglio). Non si può mica fare il bagno solo nel Seveso in zona Niguarda, no? ^^

 

Auguro a tutti voi delle soleggiatissime vacanze… A presto!

Una futura madre perfetta

Venerdì pomeriggio, lezione di diritto alla pargola di cui ho già detto. Si parla dei diritti dei lavoratori dipendenti, questione spinossissima (<<Ma… esattamente, che cosa fanno i sindacati?>> Eh, ragazza mia, sapessi!) anche senza che io mi metta a sproloquiare sui liberi professionisti e le piccole imprese. Anche perché prima dovrei spiegarle cos’è un libero professionista, immagino. -.-‘

La sottoscritta:

<<…Quindi oggi il congedo di maternità non si chiama più così, ma “congedo parentale”, perché anche i padri, se vogliono, possono decidere di rimanere a casa pur conservando il proprio posto di lavoro…>>

Vengo interrotta da un interessante commento.

<<Ma, scusa, perché?>>

<<Perché cosa, pargola?>>

<<Perché anche i padri possono andare in maternità?>>

Io rispondo, con il consueto ma fastidioso tick all’occhio sinistro che di solito precede la catastrofe neuronale pargolica.

<<Come ti dicevo, non si chiama più “maternità”. Anche i padri possono andare i congedo per occuparsi dei figli neonati perché è loro diritto e così la famiglia può organizzarsi come me-…>>

<<Ma, scusa, come fanno i padri a occuparsi di un neonato?>>

<<Più o meno come fanno le madri, immagino.>>

<<Ma se gli uomini non allattano!>>

 

Ecco.
Questa ragazza informata sulla biologia, quanto sui più avanzati sistemi di cura del neonato, farà strada, me lo sento.
E immaginate la sua prole!

Aggiornamento Pargoli

In luglio in genere non do molte lezioni, perché i miei pargoli sono in vacanza da qualche parte a fare lunghi bagni al mare e a dimenticarsi tutto quello che ho faticosamente cercato di insegnar loro. Quest’anno, invece, è diverso.

La mia nuova pargola, quella che ha candidamente confessato alla sottoscritta di non aver mai svolto un compito assegnatole da qualsiasi professore prima del mio arrivo (ed è sopravvissuta, piccola Highlander che non è altro!), va in vacanza ad agosto e ha un quantitativo sufficiente di debiti per cui comincio a pensare che i suoi professori siano molto affezionati a lei oppure il contrario. La tenera ragazza difetta in tedesco, zoppica in inglese, fatica a comprendere i più elementari concetti di economia, risiede in un universo diametralmente opposto a quello della matematica e il diritto le sembra una materia talmente astrusa, che manco ci prova a studiarlo.
Come conseguenza di ciò, io la vedo quattro volte a settimana, due ore al giorno, quando non sono cinque.

Prima di compatire la pargola, provate solo ad immaginare come possa sentirsi la sottoscritta ogni volta che varca la soglia della sua abitazione. Cerca di cambiare l’atteggiamento dell’adolescente non è mai stato il mio gioco preferito, ma comunque io ce la metto tutta e per il momento sono riuscita a farle entrare in testa qualcosa di tedesco e matematica (Dei, abbiamo ancora qualche problema con la geometria, ma non si può mica avere tutto! E i triangoli sono figure oggettivamente difficili, vero?)
Devo solo riuscire a farle comprendere quantomeno il concetto di domanda e offerta, e magari anche quello di cura di sé e dei propri effetti- anche se non è strettamente nelle mie mansioni, ma io sono una missionaria! -, e poi sarà tanto ignorante quanto i suoi compagni e dunque perfettamente atta a continuare le lezioni nella sua classe. Per quanto riguarda il diritto, invece, temo che la pargola sia una causa persa, tipo il Brasile contro la Germania ai Mondiali di Calcio di quest’anno.

Ignorando lo schermo rotto del suo ipad e il cavo del caricabatterie tagliato a metà, alla vigilia del weekend ho introdotto la pargola ai fondamenti della Costituzione Italiana.
Si tratta di un argomento interessante da spiegare, non solo per la sua importanza, ma perché la Costituzione ultimamente è stata citata spesso, più o meno a sproposito. Le riflessioni e i commenti che si potrebbero fare su ogni articolo, sulla sua applicazione e sulla realtà dei giorni nostri sono tantissime e basterebbe davvero un ragazzo minimamente interessato a quello che gli succede intorno per avviarne un paio, ma trovo spiacevole denotare che la pargola (come tutti gli altri pargoli, con pochissime eccezioni) non nutre il più piccolo interesse su come e perché il nostro Paese è regolato. Sebbene sappia che è purtroppo così e che non c’è spiegazione che tenga, continuo a chiedermi come sia possibile non farsi domande su concetti che di fatto regolano la nostra realtà anche quando ci vengono sbattuti sotto il naso (e siamo obbligati a studiarli), ma avere ed esprimere comunque opinioni  e osservazioni (come fai a commentare qualcosa, se non conosci le basi?) estreme e senza alcun tipo di fondamento.
Mi chiedo come si possa mantenere quell’atteggiamento strafottente da donna/uomo di mondo crogiolandosi nella propria ignoranza, come qualcuno possa essere in grado di continuare a ritenersi un saggio superiore anche e soprattutto quando la realtà delle cose gli viene letta, riletta e spiegata.

Poi, naturalmente, il mio io pragmatico e realista torna a farsi vivo e io mi ricordo che la stragrande maggioranza di noi – bambini, ragazzi e soprattutto adulti – è così, that’s how the world goes, e quella parte idealista della Strega, che sta già cominciando a farsi sommergere dal mio subconscio, risponde che questo è un gran bel mondo di sterco.

Nel Sesto Mese del Reading Challenge

Ed eccomi dunque a relazionarvi le letture del sesto mese della ormai arcinota sfida di Goodreads, che mi vede comoda al 70% di libri completati.

E’ stato un mese soddisfacente, per quanto riguarda la lettura; ci sono stati momenti in cui mi sono ritrovata a leggere tre o quattro libri in contemporanea – diversissimi tra loro, tra l’altro -, ma ammetto candidamente che non si tratta di nulla che io non abbia già fatto in precedenza. Ho sempre pensato di essere affetta da bibliobipolarismo. ;)

Tornando a noi e ai libri, nel sesto mese del Reading Challenge ho letto…

- “Turismo”, Nirpal Singh Dhaliwal. Libro decisamente curioso probabilmente non approvato da tutti i lettori (i libri aprono la mente, ma non è mica detto che le giunture funzionino). L’ho trovato affascinante; la trama in sé non è nulla di speciale, ma i personaggi sono a tutto tondo e verosimili, e l’autore ha uno stile di scrittura molto scorrevole.
“La reliquia rubata”, Candace Robb. Terzo volume della saga di Owen Archer, francamente mi ha un po’ annoiata. E dire che il paesaggio storico che la Robb dipinge è sempre particolareggiatissimo e assolutamente degno di nota.
“Sherlock Holmes. The Complete Novels and Stories. Vol. 1″, Arthur Conan Doyle. Sono tornata ad uno dei miei personaggi preferiti, creazione del buon vecchio Artie. L’universo di Sherlock Holmes è talmente vasto e interessante che vale la pena di esplorarlo almeno una volta nella vita, ve lo dico, e questo volume è veramente ben fatto. Degna di nota anche la breve introduzione al testo e ai personaggi.
“Fiesta”, Ernest Hemingway. Sì, mi sentivo dell’umore giusto per riprendere in mano Ernest e uno dei suoi romanzi più famosi. Ne vale la pena solo per le sue descrizioni (soprattutto paesaggistiche), quindi date una chance a questo libro anche se magari la trama o i personaggi non vi fanno impazzire. Io in realtà sono rimasta affascinata dall’allegra disperazione dei protagonisti, ognuno a modo suo.
“I Miti Nordici”, Gianna Chiesa Isnardi. (Cercate il libro in biblioteca, perché mi è capitato di vederne un’edizione in libreria e il prezzo mi ha quasi portata allo svenimento). Io amo la mitologia in genere e, anche se la mia preferita rimarrà sempre quella greca, trovo che la mitologia nordica sia particolarmente affascinante. Questo libro non solo racconta tutti, ma proprio tutti, i miti della tradizione norrena, ma ha anche delle interessanti note e appendici che ne spiegano il simbolismo. Se devo trovare un difetto all’opera della Isnardi, è che non mi sarebbe dispiaciuto che avesse uno stile più narrativo e meno saggistico. I miti, in fondo, sono storie, e dovrebbero essere raccontati come tali.
“L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio”, Haruki Murakami. Non dite che non avete mai sentito nominare questo libro prima, perché lo stanno leggendo tutti, ma proprio tutti, eh! Anche quelli che non ci capiranno mai nulla, ma, oh, leggere Murakami fa figo, fa intellettuale. Io e Murakami abbiamo un rapporto un po’ strano, perché non sono mai impaziente di leggere uno dei suoi libri, mi limito ad attendere che arrivi il momento gusto e che uno dei suoi volumi mi capiti casualmente tra le mani. Questo libro è probabilmente il mio preferito tra quelli dello scrittore giapponese, me ne sono goduta ogni pagina e in un certo qual senso ho compreso le ragioni di ogni personaggio. Se in libreria vi cade l’occhio su questo volume – e magari è il vostro giorno fortunato ed è anche in sconto! – considerate seriamente di investire una parte dei vostri risparmi nel suo acquisto. Poi mi direte.
…E dunque, siamo entrati in luglio e la sottoscritta sta al momento portando avanti la lettura di un regalo di compleanno, un’opera teatrale e uno dei libri più osannati del suo tempo. E’ anche possibile che nella mia sfida di lettura faccia il suo ingresso il primo volume di un ciclo molto amato dagli adolescenti di oggi (per la serie Comprendi il tuo Pargolo. Lotto da anni per capire cosa passa per la testa delle simpatiche caprette che mi pagano per far diventare intelligenti. Sempre ammesso che qualcosa, per quelle teste, passi). Come sempre, stay tuned. ;)

Essere felici per le piccole cose.

Titolo molto zen, quello di questo post, per parlare di quello che potrebbe effettivamente essere considerato come un esercizio zen del Duemila: #100happydays.

Si tratta di un progetto che consiste nel fotografare, fermare nel tempo diciamo, un momento felice ogni giorno per cento giorni. Il sito web dell’iniziativa afferma che:

Viviamo in un’epoca in cui avere un’agenda piena è diventato qualcosa di cui vantarsi. Mentre la vita diventa sempre più frenetica, abbiamo sempre meno tempo per approfittare del momento presente. Per ogni essere umano, la capacità di apprezzare se stessi nel momento e nell’ambiente circostante in cui ci si trova è il primo passo per raggiungere uno stato di felicità duratura.

Ed è veramente difficile non concordare d’impulso con queste poche righe, anche essere felici anche solo per un secondo, per 100 giorni di fila è oggettivamente quasi impossibile. Personalmente, non so se invidiare o compatire chi ne è in grado o lo afferma.
Partiamo dal presupposto che la Felicità, quella di cui leggiamo nei libri, che sogniamo e che spesso citiamo a sproposito, non esiste. Non si può essere completamente e assolutamente felici; l’Uomo Occidentale (ma diciamo la verità, nemmeno quello Orientale) non è fatto per essere assolutamente felice, probabilmente gli è stata data una mente critica proprio per prevenirlo. Se siamo convinti di ciò – e, almeno, io lo sono – perché intraprendere un progetto come quello di cui sopra? Perché prestarsi ancora una volta a citare invano la Felicità, tra l’altro declassandola al livello di momenti e soggetti che possono essere fermati e fotografati? E pensare a – e di – fotografare un certo elemento non ruba in fin dei conti spazio al godimento di quel presunto attimo felice?
Sono tutte domande che mi sono posta all’inizio del progetto e per tutta la sua durata, anche se ho deciso di iscrivermi e portarlo a termine in ogni caso.
Perché alla fine quello che dobbiamo imparare dal #100happydays non è il significato di felicità, ma il saper riconoscere quelle cose che ci regalano un momento di serenità, o solo che migliorano di poco una cattiva giornata. Apprezzare le piccole cose, dunque, anche se non siamo tarati per farlo (e gli impegni giornalieri non hanno nulla a che fare con la nostra natura, ricordiamocelo), anche se per una giornata in cui lo troviamo facile ce ne sono altre cinque in cui ci costa molta fatica. E imparare anche che è giusto anche non essere per nulla sereni, per un giorno o due. Lo spettro delle emozioni umane è talmente vario che sarebbe un peccato non sfruttarlo tutto. ;)

 

Who is it that can tell me who I am? – King Lear

Ultimo appuntamento della stagione dei live dal National Theatre, che si chiude splendidamente con uno stupendo King Lear.

nt-live-king-lear-encore-screening-62Cosa diciamo di quest’opera di Shakespeare?
Purtroppo, al posto delle tradizionali diapositive esplicative in loop, il cinema ha scelto di trasmettere delle pubblicità molto, ma molto, imbarazzanti, quindi devo ahimè affidarmi alle mie rimembranze scolastiche.
La tragedia è stata scritta presumibilmente tra il 1603 e il 1606. Il protagonista della vicenda è naturalmente Re Lear, vecchio re di Inghilterra che, malato, desidera spartire il suo regno tra le tre figlie: Gonerill, Regan e Cordelia. Prima di affidare loro una parte di regno, però, vuole che esse proclamino a gran voce quanto lo amano e lo rispettano. Gonerill e Regan si lanciano in iperboli di amore filiale chiaramente false, mentre Cordelia, la figlia minore, si rifiuta di professare ciò che lei sente ed esprime con le sue azioni. Lear, però, è grandemente offeso dal rifiuto della figlia e la ripudia, dividendo il regno a metà tra le due figlie (e i rispettivi mariti) e affidandosi in pratica alle loro cure. Dato che il vecchio re è pretenzioso e arrogante e che le due sorelle non nutrono esattamente l’amore che avevano professato, non passa molto tempo prima che Lear venga rifiutato e cacciato da entrambe, che si renda conto del suo grandissimo errore e che diventi pure pazzo. Il finale, che vede il ritorno di Cordelia per occuparsi del padre e restituirgli il suo trono, riserva il classico bagno di sangue shakespeariano, quello in cui in poche linee muoiono quasi tutti i personaggi. Questo per quanto riguarda la sintesi della trama; io vi consiglio caldamente di leggervi la tragedia e magari di rifletterci anche un po’ su, perché merita. Oddei, Shakespeare merita sempre, ma visto che siamo tutti figli di qualcuno, e che prima o poi diventeremo tutti vecchi, vale più che mai la pena di dare una scorsa alle parole del Bardo.

La rappresentazione del National Theatre vanta la regia di Sam Mendes e ha per protagonista Simon Russel Beale. E scusate se è poco.
Le scenografie sono mobili, assimilabili in un certo senso a quelle dell’Othello, ma i cambi di scena avvengono tutti al buio. Anche i colori sono per lo più tendenti al nero, con i simpatici tocchi di vivacità del sangue finto, che anche in questa resa teatrale scorre piuttosto facilmente. Davvero, questa tendenza britannica del darsi allo splatter mi coglie quasi di sorpresa. Che sia la moda dell’anno? Insomma, non arriviamo alla tinta completa del Coriolanus, ma anche Sam Mendes non scherza, eh! Io non ricordo di aver mai visto così tanto rosso in teatro prima di quest’anno, e ammetto anche che la cosa non mi dispiace.

Tornando al cast, Beale è niente di meno che strepitoso nel suo ruolo di protagonista; il suo Lear è un uomo francamente detestabile, ma nel contempo si riesce a compatirlo molto facilmente. All’inizio della tragedia l’attore dipinge un dittatore arrogante e prepotente, che lascia gradualmente spazio ad un vecchio demente che anche per quanto riguarda il tono di voce e la postura non ha nulla di simile a quello che era nella prima parte della tragedia. Considerando che si tratta di una trasformazione attuata senza l’utilizzo di trucchi, costumi di scena o altri orpelli, non si può non rimanerne colpiti.
Cordelia è interpretata dalla bravissima Olivia Vinall (già Desdemona in Othello), che chiaramente è specializzata nei ruoli di donne buone che muoiono malamente. Altri personaggi degni di nota sono il conte di Kent (Stanley Towsend come non lo avete mai visto, berretto da lupo di mare compreso), un crudelissimo Edmond (Sam Troughton: lui come antagonista farà strada) e il caro Edgar (Tom Brooke, già in Sherlock). Menzione a parte per Adrian Scarbourough nei panni del Buffone più saggio e destabilizzante mai visto.

Come ho accennato, si tratta di una resa piuttosto “forte” dell’intera tragedia, sia per la violenza di alcune scene (mi accecano Gloucester con un cavatappi!), che per le scelte narrative adottate, ma d’altronde King Lear non è esattamente una delle opere più sopportabili di Shakespeare… Io la paragono in un certo qual senso all’Amleto, soprattutto per quanto riguarda la disfatta totale dell’essere umano, il suo annichilimento, ecco. Siete naturalmente invitati a esprimere la vostra opinione.

Io nel frattempo mi crogiolo nei ricordi della tragedia di ieri sera, fino a quando non realizzerò che non ci sarà trippa per gatti (shakespeariani) fino all’inizio della prossima stagione. Urge trovare altri metodi di catarsi.

 

Spoiler: Abitudine della Grecia Antica

Lezione di letteratura al pargolo di turno.

La Strega:

<<Perché devi sapere che con il termine “tragedia” i Greci indicavano un pezzo teatrale che includeva vicende dolorose e che finiva male, con morti, lutti eccetera. Con “commedia” invece intendevano una vicenda che invece finiva bene…>>

Pargolo:

<<Ma quindi si tratta del primo spoiler della storia!>>

 

 

Ecco.
Io non so se avrò mail il coraggio di affrontare con lui l’Edipo.